Il tempo e il carciofo

ordine del tempo

Il tempo di Carlo Rovelli perde strati come i libri-carciofo indicati da Italo Calvino – Gadda, Rabelais, per dirne due soli tra i grandiosi epos del Moderno –, perché è la realtà stessa a presentarsi “ai nostri occhi multipla, spinosa, a strati fittamente sovrapposti”. Ci sono tuttavia affinità e differenze: i libri-mondo che Calvino cercava di sfogliare (nel senso etimologico del termine) assomigliano, certo, al concetto di tempo che Rovelli sfronda – più per noi non addetti ai lavori che per la comunità scientifica –, e tuttavia il procedere di Calvino puntava dritto allo svelamento della complessità (che sempre fugge come l’Angelica dell’Ariosto), mentre L’ordine del tempo di Rovelli (Adelphi, pp. 207, € 14), almeno in apparenza, procede, consonamente al rigore della prosa divulgativa, non solo alla razionalizzazione ma anche alla semplificazione – intesa come pulizia – di un concetto sul quale troppe sbavature si sono sedimentate.
La prima parte del saggio s’intitola, guarda caso, Lo sfaldarsi del tempo. Rovelli prende in mano l’idea di tempo che ogni giorno noi utilizziamo e la smonta come un giocattolo. Perfora un’idea e chilometra all’ingiù lungo le spire del tempo, andandone a “ribevere le linfe natali” – per dirla con Gadda – e gettando piccole verità scientifiche laddove noi godiamo delle macchie della nostra vista guasta. “Gli aspetti caratteristici del tempo, uno dopo l’altro, sono risultati essere approssimazioni, abbagli dovuti alla prospettiva, come la piattezza della Terra o il girare del sole”. Per aprirci gli occhi, Rovelli ordina pazientemente le scoperte della fisica dell’ultimo secolo e le spiega in parole semplici, accessibili a tutti: il tempo non gode di alcuna unicità, esso scorre più velocemente in alto e in basso va lento, perché in basso c’è meno tempo; la struttura del tempo è modificabile perché i corpi, entrando in contatto col tempo, lo rallentano e le cose cadono giù perché là sotto il tempo è decelerato dalla Terra.
Tuttavia, la grammatica del mondo ci dice che il tempo fluisce. Colpa di Clausius e di Boltzmann, colpa dell’agitazione termica, di quel “disordinarsi naturale che porta verso situazioni via via meno peculiari, meno speciali”, di quell’entropia che ha affascinato schiere di intellettuali del Novecento anche al di fuori dei ragionamenti fisici (quante volte è stata tirata in ballo per spiegare l’ecpirosi dell’abbazia, e dell’universo, nel Nome della Rosa…). E però anche questo fluire nasce dalla nostra pochezza, dal credere che il grande mazzo di carte dell’universo vada progressivamente disordinandosi perdendo le connotazioni che c’erano nel passato. Non è così: “la nozione di ‘peculiarità’ nasce solo nel momento in cui vedo l’universo in maniera sfocata”; ogni configurazione del cosmo è precipua: peggio per noi se non riusciamo a distinguere ogni configurazione nella sua unicità e ci fermiamo a quelle che saltano di più agli occhi. Rovelli lo spiega col mazzo di carte: se ci sembra speciale una sequenza di colore o di seme, è solo perché siamo incapaci di cogliere le note distintive di altre catene di segni (la realtà del tempo è, invece, simile alla dodecafonia, in cui ogni sequenza è buona, senza gerarchie). Il passato ci appare più ordinato, più peculiare, meno entropico perché di esso conosciamo più dettagli. Tutto qui.
Noi vediamo la realtà – e il tempo – in maniera sfocata: “tagliamo il mondo a grosse fette. Lo pensiamo in termini di concetti significativi per noi, che emergono a una certa scala”. E l’entropia misura la nostra miopia. Non solo: il tempo è rallentato dalla velocità e, perciò, addio idea che esista un tempo presente uguale per l’universo intero. Semmai esiste un presente esteso – Einstein l’ha intuito – che sostituisce il concetto di un “adesso” preciso e calzante in tutto il cosmo. Lo spaziotempo è una delle sostanze che costituiscono la trama della realtà fisica del mondo; ma queste sostanze sono malleabili, si flettono e si stirano, le une in relazione alle altre: figurarsi, quindi, se ha senso dire che il tempo è un valore assoluto!
Non lo è, e non è neppure compatto, poiché la sua durata è “sottilmente” discreta e non continua, granulare e non levigata. Laggiù, nell’infinitamente piccolo, lo spazio e il tempo “smettono di essere quello che sono”, e così sprofondiamo nel Mondo senza tempo – questo il titolo della parte seconda –, un mondo fatto di eventi anziché di cose, un universo in perenne e ubiqua trasformazione. Anche i sassi sono un accadimento, lento, monotono quanto volete, ma pur sempre un accadimento che, tra l’altro, non avviene nel tempo ma rispetto ad altri accadimenti. E anche noi siamo degli accadimenti e ci relazioniamo con gli eventi del mondo, coi sassi, le piante, il divano, il cielo e le persone che ci circondano. “Questo è il tempo per noi. Il ricordo e la nostalgia. Il dolore dell’assenza”; e, in un altro luogo del libro, il tempo “è la sorgente della nostra identità. E del nostro dolore”.
Salta fuori, alla fine, che il tempo che Rovelli ha sfogliato per noi è molto più somigliante al carciofo di Calvino rispetto a quello che ci saremmo aspettati. L’amata fisica dello scienziato ha fatto luce – almeno fino a un certo punto – sulla natura razionale del tempo come ce la possono descrivere le riflessioni quantistiche oggi, ma poi, andando a ‘ribevere’ Le sorgenti del tempo (questo il titolo della parte terza), Rovelli si rimette anche nei panni dell’uomo comune, si getta a capofitto nell’esperienza primaria, nelle sfocate e macroscopiche dinamiche neuronali che ci fanno sentire “il tempo termico”, che è il nostro tempo ‘ignorante’ e nostalgico.
Un tempo fatto di storie. Storie infoltite dalle “tracce del passato” lasciate a colare tra le sinapsi affinché il nostro cervello le possa prima o poi ripescare. “Noi siamo storie per noi stessi”. Lo sapeva bene Proust. E lo sa bene Rovelli che, oltre a consegnarci uno splendido volume di divulgazione scientifica, affonda ancora – già lo aveva fatto nelle Sette brevi lezioni di fisica – nei nostri deliri, rendendo chiaro a tutti quanto gli apparentemente aridi quesiti del mondo dei quanti siano in realtà intimi alle nostre emozioni, all’impreciso modo di guardare il mondo, all’impossibilità umana di arrivare fino al cuore del carciofo. Noi siamo nostalgia, e “l’emozione del tempo è precisamente ciò che per noi è il tempo”.
Sotto la grande ala, non solo battono i cuori di Einstein e di Boltzmann, ma pulsa un esprit de finesse che mi ricorda, appunto, i tentativi, gli affondi gnoseologici di tanti scrittori che si sono affannati intorno alla natura del reale. Così, tra le ultime pagine dell’Ordine del tempo, leggo una frase che sarebbe stato altrettanto bene in un saggio di Calvino o in una meditazione gaddiana. “La visione della realtà è il delirio collettivo che abbiamo organizzato, si è evoluto, ed è risultato abbastanza efficace per portarci almeno fino a qui”.

5 pensieri su “Il tempo e il carciofo

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