Lagunario di Isabella PANFIDO. Recensione di Giovanna Menegus

 

Il Lagunario di Isabella Panfido

«Tutto era finalmente inghiottito, geografia e memoria scomparivano dagli occhi e dalla mente e la lasciavano vuota a respirare quella mistura d’acqua di cielo e di mare, micronizzata in sospensione.
Quel fiato lento e salato che stagnava sul Canale di Santo Spirito le arrivava come una […] inalazione di nebbia medicamentosa.»

Tale è l’esito, solo uno tra i numerosi finali, del bellissimo e multiforme Lagunario di Isabella Panfido, “cittadina originaria” di una Venezia di cui come pochi conosce vita, storie e miracoli, e di cui da poeta teme l’usurata “poeticità”, da letterata le «troppe pagine, parole, immagini riversate sull’Innominata meraviglia per osare aggiungerne altre». Il lettore è tuttavia ben felice che l’autrice non si sia astenuta dall’aggiungere al tema queste sue 180 pagine di fine meraviglia. Pagine che si possono attraversare come si solcasse fisicamente la Laguna accompagnati da una guida affabile e onnisciente, che nel suo svagato procedere offre i nomi e le vicende di ogni campo d’acqua, bianca pietra d’Istria e tronco di larice cadorino, portego e sottoportego, pianta, frutto, popolo migrante o invasore, doge o papa, abate e badessa e santo predicatore, pittore e mastro vetraio, pescatore e malato di mente… Il viaggiatore che – come è il mio caso – abbia scarsa attitudine al discorso storico e ancor meno memoria, si lascerà perlopiù cullare dall’onda del racconto, che è sempre godibilissimo, irrorato di ironia e intelligenza in ogni parola, mantenendosi in attesa dei personaggi più vividi, che sono quelli d’invenzione. Alla fine non saprà dunque ricostruire le rotte e orientarsi nella labirintica mappa: ma perdersi nello sciame d’isole lagunari e nei meandri della Storia è uno dei grandi piaceri di questo libro. Che è idealmente scritto di notte o nel caligo, la nebbia fitta di novembre – quando «il business locale più greve e stolido» si nasconde alla vista e affiorano «i trasudanti, trascoloranti intonaci, unici veri eredi della gloriosa stagione del Colorismo veneto» –, senza per questo minimamente perdere di lucidità e presa sul reale (frequenti sono gli accenni al Mose e ad altre «disgustose malefatte» degli uomini).
Per lunga e amorosa frequentazione dei luoghi (microluoghi) e capacità di intrecciare il dato storico a quello poetico e le citazioni da cronache e documenti a leggende e battute popolari, per felicità d’ispirazione e per la struttura fatta di capitoli-luoghi, quest’opera non può non ricordare i Microcosmi di Claudio Magris (pubblicati giusto vent’anni fa, nel 1997; Lagunario è uscito nel 2016, con una seconda edizione nel 2017, presso l’editore trevisano Santi Quaranta). Così, se Magris per esempio scriveva: «La laguna, come tutti i mari, è un grande lavacro d’acqua e d’aria che cancella le distinzioni fra il pulito e lo sporco. Più in là un soffio di vento e alcune correnti la rendono trasparente come un’acquamarina, quel verde acqua che è il colore della vita, ma il piede affonda volentieri nella palude melmosa. Il colore torbido che appanna l’oro della sabbia con un bruno fradicio è caldo e buono, un limo primordiale; il limo della vita, che non è né sporco né pulito, col quale sono fatti gli uomini e i volti che essi amano e desiderano e col quale gli uomini si fanno i castelli di sabbia e le immagini dei loro dèi», Isabella Panfido gli fa eco con la mestizza, «quell’acqua che non è mare e non è fiume, né salata né dolce, acqua meticcia, frutto della congiunzione costante dei flussi marino e fluviale, acqua figlia del padre Oceano e della madre Gea…».
Ma l’alter ego dell’autrice e nume ispiratore del Lagunario non è Magris, bensì il letterato sette-ottocentesco Jacomo Filiasi, «che molto sapeva e quel che non sapeva immaginava» (di sfuggita noto che le sue Memorie storiche de’ veneti primi e secondi furono date alle stampe esattamente 200 anni prima dei Microcosmi: nel 1796-98). E se il tema dichiarato del libro è l’inviolabilità delle acque fondative della Venetorum urbs, con la necessaria condanna e punizione di chiunque vi arrechi danno, fino alla fine dei tempi, quello segreto sembra trovare perfetta sintesi in un verso di Rilke citato nelle ultime pagine: «potremmo mai essere, noi, senza i morti?». Difatti, l’ampio e sinuoso movimento musicale dei capitoli si apre e si conclude nell’isola di San Michele, «i campi Elisi dei veneziani», il cimitero della Città. E un altro capitolo è dedicato all’isola di Sant’Arian, Sant’Ariano, «in tutto e per tutto il modello» del famoso quadro di Böcklin L’isola dei morti.
Tuttavia la morte a Venezia non ha qui nulla del mito decadente, nessuna estenuazione estetico-aristocratica fra Thomas Mann e Luchino Visconti. La morte mestizza è viva parte della vita, nutre la vita, e l’isola di San Michele risulta infatti «il migliore dei luoghi dove riconciliarsi con la vita». In questo senso la storia più bella del libro è per me quella del pescatore di granchi Mazaneta (mazanete o masenete sono denominazioni locali dei pregiati crostacei). Ciano Mazaneta vive solitario nella sua barca, avendo abbandonato la casa avita, popolata un tempo da «donne che […] lavoravano la terra, facevano dozzine di figli, uomini che pescavano, lavoravano la terra e si stordivano bevendo, bambini che morivano sotto i tre anni; famiglie felici, insomma». Questo personaggio di vecchio selvatico e autarchico, tratteggiato con discreta, vibrante empatia, sarebbe notevolissimo già di per sé, anche senza il miracolo e la metamorfosi-rinascita che lo attendono nel finale. Il miracolo – ovvero la rivelazione che “senza i morti non possiamo essere” – è preparato da un inconsueto passaggio di stato dell’acqua. La Laguna a un tratto ghiaccia. I granchi custoditi a riva in ceste brulicanti rimangono tutti istantaneamente uccisi, e Ciano, attonito, non sa darsi pace di fronte a quella «fine triste, inutile»: per la prima volta nella sua esistenza si sente tradito dal luogo che da sempre maternamente lo accoglie e lo nutre. Mosso da un istintivo senso rituale lui, che mai ha seguito gli usi della comunità e mai ha voluto lavorare la terra di famiglia, vi scava ora una grande fossa e quindi uno a uno vi seppellisce i suoi minuscoli morti: «come semi di una specie nuova, animale e minerale insieme».
Da quegli innumerevoli defunti, da quei semi marini trarranno inatteso vigore i celebri carciofi dell’isola di Sant’Erasmo, e trarrà pace l’esistenza di Ciano, nel ricomporsi della «misteriosa lingua di sale e bellezza» che di volta in volta sa trovare le sue vie.
Analogamente, nel racconto che fa da prologo al libro è un eccezionale passaggio di stato della Laguna a favorire la comunione tra vivi e morti. Una fata morgana, raro fenomeno di illusione ottica già testimoniato da Jacomo Filiasi «tra i lidi suddetti […] e l’isoletta di San Michele e San Cristoforo poste tra Murano e Venezia […] ne’ giorni più caldi dell’estate e più placidi, tre ore circa prima che il sole tramonti», viene memorabilmente narrato – forse – all’autrice bambina, da un capitano che nell’inspiegabile gonfiarsi delle acque e nell’apparizione d’una meravigliosa isola sospesa in una luce diamantina avverte un messaggio del proprio figlio, morto alla nascita insieme alla madre e con lei sepolto proprio a San Michele.
In conclusione, solo ancora un rapido accenno a cose notevoli che si possono trovare in queste pagine, ovvero nella memoria o caligo delle microisole lagunari. Storie di anarchia e d’astuzia, d’incendi e di peste, amor sacro e amor profano, passione («che amore non è»), tradimento e punizione. Cataloghi di giardini edenici. Visioni di luoghi che sono «come un verso ben riuscito: poche cose irrinunciabili allineate secondo una geometria apparentemente elementare, ordine sonoro prima ancora che semantico». L’invenzione d’una toccante leggenda intorno al Crocifisso ligneo di Poveglia, come il suo artefice giunto dal mare, la cui antica, unica legge prescrive di offrire accoglienza e ospitalità a chiunque sia «sopravvissuto alla morte per acqua». Il caso del Corano stampato sul Canal Grande nel 1538 per il vasto mercato arabo-turco, con tanti e tali errori, però, da venir condannato alla totale distruzione e costare l’amputazione della mano destra a un «incauto mercante serenissimo», a Costantinopoli…
Non si finirebbe più.
Come dire che Lagunario è un libro necessario per chi va a Venezia; per chi non ci va e vorrebbe farlo; certo anche per i pochi, sempre più rari superstiti che insieme agli invece numerosi topi la abitano – e soprattutto forse per chi a Venezia non va né progetta di andare, ma ama la magia della letteratura, l’incanto inesauribile della sua voce.

*

Lagunario di Isabella Panfido

Santi Quaranta Edizioni (2016)

Un pensiero su “Lagunario di Isabella PANFIDO. Recensione di Giovanna Menegus

  1. Pingback: Il Lagunario di Isabella Panfido | Crudalinfa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...