SUL TAMBURO n.54: Roberto Cecchetti, “La metrica dell’apparenza”

Roberto Cecchetti, La metrica dell’apparenza, Carmignano (PO), Attucci Editrice, 2017

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di Giuseppe Panella

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Esiste una metrica dell’apparenza valutabile e considerabile come l’effetto di un rapporto organico e definitivo con la realtà della vita e delle cose? E’ possibile trovare la verità sottesa e nascosta dietro le vicende dell’esistenza di ognuno e soprattutto dietro la propria?

Roberto Cecchetti prova a raggiungere questo risultato analizzando e ricostruendo un’estate significativa della propria vita (quella dei suoi diciotto anni, l’anno della separazione forzata e apparentemente inspiegabile tra suo padre e sua madre).

Il suo romanzo-autobiografia di esordio individua in una serie di episodi, di figure-chiave, di macchiette e di stereotipi umani destrutturati e ricostruiti secondo questa loro qualità rappresentativa la possibilità di dare un senso e di individuare un significato a una vicenda che altrimenti rischierebbe di non averne. Romano Madera nel suo breve testo introduttivo scrive del racconto-scontro di Cecchetti con il mondo che si tratta:

«[…] non di una biografia che per scavare nella sua riflessività implicita si fa autobiografia e qui si chiude, ma viceversa, in quel flettersi di nuovo su di sé, nella riflessività del “a se stesso”, si apre a tracciato per percorrere il mondo, nel quale si è dapprima inconsapevolmente e in dipendenza totale trovata. Insomma che si fa “metodo”, percorso verso. Seguendo lo scritto di Cecchetti tutto questo non si sente e non si vuole far sentire. E’ perfettamente intriso nel racconto, è diventato racconto. Forse per questo l’esperimento è riuscito e ci consegna a quel momento sorgivo delle età dell’uomo nel quale il mondo, attraverso la iniziazione solo superficialmente prosaica del brivido sessuale, dell’infatuazione per il femminile sconosciuto, dell’attrito inevitabile con il dato oscuro della vita che ci ha preceduto nei genitori, si scopre come se nascesse al primo mattino della creazione» (p. 6).

Questo romanzo è l’atto di nascita dell’uomo-Cecchetti ma anche del romanziere in grado di utilizzare parole e concetti in modo tale da rendere le proprie vicende personali una sorta di vademecum universale, un grimaldello per aprire le porte della sociabilità e della sessualità umana dando spazio e vigorose aperture esistenziali e morali alle spinte nascoste e spesso indecrittabili dell’inconscio profondo. L’amore per Viola, ad esempio, fa emergere moventi nascosti, desideri segreti, sogni fino ad allora sopiti e momenti imprevedibili di piacere e di verità:

«Lo scopo di quelle giornate era incrociare i suoi occhi. La fissavo in un modo che non aveva assolutamente né il senso né il peso della misura. Lo facevo spontaneamente, “che senso ha la misura di fronte ai suoi occhi, di fronte al modo leggero con cui attraversava l’aria di metà mattina?” pensavo. Sembrava appena nata, era come se ogni cosa stesse accadendo per la prima volta, al di là di ogni misura, di ogni metrica dell’apparenza, solo per farla sorridere. Aveva un fare antico, di una che abiti in una casa di pietra, di una che creda alla presenza degli spiriti, affascinata dalle cose semplici, che sembravano attrarla senza noia, senza delusione di fronte al breviario di preghiere con cui sembrava rendere grazie, con rispetto, alla pura bellezza dell’esistenza. Si capiva, guardandola, che la bellezza, che l’amore, erano una questione di fede, come potessero capitare solamente a colui che non vuole forzare le cose, che non vuole modificare il destino, ma che al contrario lo fa suo, lo accoglie e lo trasforma attraverso la scala infinita dei suoi stati interiori più intimi, attraverso le proprie certezze sparse che si manifestano poi attraverso il corpo» (p. 178).

La vita, l’amore, il sogno sono la sostanza della vita della soggettività che si scontra sempre con l’oggettività un po’ ottusa degli altri e delle loro inestirpabili credenze (la figura dell’avvocato Moreno e di sua moglie, la professoressa Stefania, ne sono casi presenti e neppure tanto estremi).

Le persone che popolano la vita interiore del Narratore (il padre la madre il nonno) sono soltanto il contraltare del suo sviluppo naturale da ragazzino ancora imberbe e ingenuo a giovane maturo e capace di sostenere una relazione con una ragazza e di andare verso la scelta di una professione a venire. Le vicende dell’anno in cui tutto si consuma (la separazione dei genitori, la fine dello studio scolastico in attesa dell’approdo all’Università, la scelta di una compagna finalmente in grado di soddisfare le sue esigenze sessuali di adolescente) culminano nell’accettazione del proprio Io interiore. La metrica dell’apparenza è la storia di questo percorso, lo sviluppo di questa evoluzione, la scansione dei passaggi che portano verso la soluzione del problema del Sé lacerato che vuole riconciliarsi con le difficoltà prodotte dalla vita ed enunciate come la sostanza della questione da risolvere. I rapporti con i propri familiari, l’insorgenza delle pulsioni sessuali, la difficoltà dei rapporti da tenere con l’altro sesso scandiscono una serie di passaggi che vanno a costituirsi come un classico ed esemplare “romanzo di famiglia”. Eppure il libro non è e non può essere soltanto questo. Raccontando questi episodi e ricostruendoli con un lessico straordinariamente preciso ed efficace, Cecchetti mette se stesso al centro di una tela di ragno fitta e inestricabile e in questa filatura stretta e implacabile trova la sua ispirazione più esatta e vantaggiosa: scrivere, per lui, significherà da ora in poi capire e far capire senza dover passare per la “porta stretta” delle narrazioni tradizionali e le costrizioni che le alimentano.

2 pensieri su “SUL TAMBURO n.54: Roberto Cecchetti, “La metrica dell’apparenza”

  1. Panella con la sua apparente semplicità (di cui conosce la metrica)sa illuminarci di profondità e intrigarci a leggere e quindi conoscere davvero quegli autori sui quali scrive… Grazie.

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