Vivalascuola. Malascuola

In questa puntata presentiamo la Malascuola: ne parlano Alvaro Belardinelli, Anna Angelucci, Emanuele Rainone, Franco Toscani, Luigi Capitano. E’ la scuola che ci ritroviamo in questo inizio d’anno scolastico e con cui dobbiamo lottare per sopravvivere e per limitarne le ricadute (i danni) sui nostri studenti. Quella che i governi chiamano la “Buona Scuola“, anche se purtroppo il nome non può cambiare la sostanza. Sarebbe meglio chiamarla Non-Scuola, come suggerisce Luigi Capitano. In essa ai vecchi mali della scuola italiana si sono aggiunti quelli della Legge 107, la cosiddetta “riforma” renziana. Ci piacerebbe che leggessero questa puntata non solo quelli che lavorano nella scuola, ma tutti, affinché tutti conoscano cose che hanno dell’incredibile e nessuno si sorprenda delle ricorrenti inchieste giornalistiche che dicono che i giovani sono sempre più ignoranti. Non potrebbe essere altrimenti: la “riforma Gelmini” ha tagliato l’equivalente di un anno di scuola e l’alternanza scuola lavoro ha tagliato due mesi e mezzo di scuola. E per il futuro? E’ in programma il taglio di un altro anno di scuola superiore. Sarà già tanto se i giovani tra qualche anno sapranno parlare anziché esprimersi solo a grugniti o a bip bip. Per questo gli studenti hanno scioperato il 13 ottobre, adesso tocca agli gli insegnanti.

UN PO’ DI STORIA

La trentennale strada della “Buona Scuola” lastricata (sin dall’inizio) di pessime intenzioni
di Alvaro Belardinelli

È noto che, per ostentare disprezzo nei confronti dei senatori, Caligola avrebbe nominato senatore il proprio cavallo.

Lo Stato italiano, nell’ultimo quarto di secolo, ha fatto di tutto per esibire la propria ufficiosa disistima nei confronti dei Docenti e della Scuola Statale (l’unica pubblica!). La Legge 107/2015 (alias “La Buona Scuola”, sfornata dalla premiata ditta Renzi & Co.), non è che il compimento di un percorso trentennale, mirante alla demolizione della Scuola pubblica costituzionalmente garantita. Diffidare di chi finge ancor oggi di non accorgersene.

Nel 1993, col D.L. 29, l’allora Governo Amato (DC-PSI-PSDI-PLI) fece entrare a forza i Docenti delle Scuole (e non quelli dell’Università) nel Pubblico Impiego, equiparandone il rango a quello degli impiegati esecutivi, malgrado la libertà d’insegnamento tutelata dalla Costituzione dimostrasse che i Docenti non sono del tutto assimilabili a lavoratori subordinati. Il rapporto di lavoro diventava inoltre, paradossalmente, di natura privatistica. Di conseguenza i Docenti non furono più di ruolo, ma a tempo indeterminato: dunque licenziabili non più soltanto per giusta causa, ma anche qualora “non più necessari”. Il loro stato giuridico non li tutelava più.

Il bello è che tutto ciò avvenne per opera di un Governo “amico” (come quello Renzi) e con il benestare dei Sindacati confederali. Il decreto impose la riconversione professionale d’ufficio, con il conseguente passaggio forzato da classi di concorso in esubero ad altre analoghe (o diversissime) e su sostegno. Le cattedre vennero considerate alla stregua di pratiche cartacee. Iniziarono tagli, riconversioni e accorpamenti di classi di concorso, con grande spreco di professionalità acquisite. La Scuola fu colpita nella sua dignità. Fu introdotta la cassa integrazione e la possibilità di licenziare i Docenti per esubero. Il Preside diventò “datore di lavoro”. Lo stipendio venne da quel momento determinato dal Ministro della Funzione Pubblica, poi dal Ministro dell’Economia (che è oggi la nostra vera parte datoriale): non si poterono da allora più avere aumenti superiori all’“inflazione programmata” (che è in realtà una minima percentuale dell’inflazione “reale”, la quale è calcolata sempre per difetto e per stima statistica). Venne da allora programmata l’eliminazione degli scatti di anzianità. Non da oggi. Non per caso.

Nel gennaio 1995, altro schiaffo alla categoria docente: fu nominato Ministro della Pubblica Istruzione il vicepresidente di Confindustria (nonché presidente di Federtessile) Giancarlo Lombardi. Presidente del Consiglio era Lamberto Dini (a capo di un Governo tecnico con l’appoggio esterno di PDS-PPI-PSI-FdV-Rete-CS-LN). Il neoliberismo aveva ormai cominciato a far breccia anche in settori della sinistra (il futuro PD) orfani del muro di Berlino. La Scuola andava messa sotto tutela, controllata, resa più “produttiva”.

Il Contratto Nazionale del 1995 tolse ai Docenti (come prevedeva il D.L. 29/1993) gli scatti di anzianità biennali, rendendoli sessennali e subordinati ai “corsi di aggiornamento” frequentati. Per accedere al gradone più alto, i Docenti dovettero frequentare “corsi di aggiornamento” spesso utili solo ad ingrassare reti di gestori legati a partiti, partitini e Sindacatoni. Per fortuna questo esperimento durò poco. Intanto, però, il già misero salario dei Docenti era destinato a immiserirsi sempre più, perché agganciato al carrozzone del Pubblico Impiego. Prima del 1995 lo Stato spendeva per l’istruzione il 13% del PIL, dopo solo l’8,5%. (Nel 2015 solo il 4%).

E si era solo all’inizio. La Legge 15 marzo 1997, n. 59, spianò la strada alla cosiddetta “autonomia scolastica, definendo l’articolazione dell’attività didattica e introducendo il principio della flessibilità oraria dei docenti. Col D.P.R. n. 275/1999 le singole istituzioni scolastiche diventarono “autonome”. In realtà il potere fu accentrato nelle mani del Preside, “datore di lavoro” e “Dirigente Scolastico a decorrere dall’anno scolastico 2000/2001. Il contratto 2007 fu l’ultimo contratto rinnovato. Perfino Bruno Vespa disse su Rai1 che l’inflazione secondo il dato ISTAT era al 6%; ma Tremonti fissò l’inflazione programmata al 2%. Insomma: dal 1995 in realtà non ci sono stati più contratti, ma accettazioni supine delle condizioni imposte dalla parte datoriale. In cambio, i Sindacati confederali mantengono tuttora i propri distacchi e privilegi.

Tutto ciò che è avvenuto dopo (dai tagli di Gelminator al pacco Renzie) è la logica (e pianificata) conseguenza di quanto sintetizzato sopra. Per distinguere amici e nemici, tra quanti marciano alla nostra testa, è consigliabile sospettare di quelli che ancora fingono di cadere dalle nuvole.

Ebbene, i risultati della solerzia dei demolitori della Scuola pubblica (cioè di quella Statale) sono sotto gli occhi di tutti. Grazie alle belle trovate dei latori della “Buona Scuola”, la Scuola italiana boccheggia, precorrendo e preconizzando l’asfissia di tutte le istituzioni democratiche di questo malnato Paese. Nelle scuole vagano (quali presunti “potenziatori dell’offerta formativa”) molti Docenti di materie diverse da quelle di indirizzo: ad esempio, è facilissimo imbattersi in insegnanti di diritto nei licei scientifici, o, viceversa, non è difficile incrociare spaesati professori di filosofia negli istituti agrari o tecnici. Docenti di greco e latino sono stati spediti persino in scuole elementari, e usati come tappabuchi da arroganti e minacciosi Dirigenti (per lo più seccati di doversi occupare del nuovo problema ed incompetenti a risolverlo). I Docenti “potenziatori” restano spesso in Sala Professori, umiliati e frustrati perché costretti ad occuparsi esclusivamente di scartoffie, “progetti”, “PTOF” e meraviglie consimili.

Ci avevano raccontato che la “Buona Scuola” avrebbe tappato tutte le carenze di personale prodotte dai pensionamenti, e che sarebbe finita la “supplentite”: ebbene, da due anni moltissime cattedre restano scoperte, ed a coprirle non bastano né i neoassunti né i supplenti. Gravissimo il danno per gli alunni, che non hanno lo stesso Docente dall’inizio dell’anno in svariate discipline.

La vita degli insegnanti si consuma in uno snervante rosario di “progetti”, carte da compilare, sistemare, accompagnare, monitorare, comprovare, documentare, inviare, inoltrare, verificare, analizzare, e via burocratizzando. La scuola, insomma, non è più un’istituzione pedagogica e didattica, né tantomeno una comunità educante, ma un’azienda proiettata sul “mercato, ove si trasmette agli allievi l’idea subliminale della gerarchia, del lavoro precoce subordinato (e persino gratuito!), dell’obbedienza al pensiero unico dominante mercatista, efficientista ed economicista (ancorché antieconomico e fantozzianamente inefficiente).

Infatti, nel contempo, la sedicente “alternanza scuola-lavoro” sottrae agli studenti centinaia di ore di studio (quattrocento negli itis, duecento annue persino nei Licei Classici!) regalandole alle aziende gratis et amore Dei. Col risultato paradossale (tutto italiota) che addirittura alcune famiglie devono pagare per gli stage dei figli, i quali a volte finiscono per pulire studi legali, fare fotocopie, distribuire merendine, lavorare presso multinazionali della ristorazione veloce (come talora denunciato dagli organi di stampa).

La “Buona Scuola”, infine, ha prodotto il totale svuotamento degli organi collegiali. Alcuni (ma pur sempre troppi) Dirigenti non mostrano più nessun rispetto per la democrazia delle istituzioni scolastiche e per quel poco di collegialità che ancora sopravvive grazie alla validità del testo unico del 1994 (Decreto Legislativo 16 aprile 1994, n. 297). Esistono, grazie al cielo, ancora Presidi in gamba, rispettosi della dignità altrui e della professionalità dei Docenti (perché consapevoli che far lavorare gli insegnanti in un’atmosfera serena migliora la qualità della Scuola e dell’insegnamento, con benefici effetti sugli studenti tutti). Alcuni altri, però, soprattutto se appartenenti all’ANP, si sono trasformati in autoritari controllori di aziende “improduttive” (se per produttività si intende la costruzione di oggetti), mostrando di aver ben compreso lo spirito ispiratore della Legge 107, al di là della campagna mediatica con cui Renzi inondò le case degli Italiani tra il 2014 e il 2015, mentre i Sindacatoni suoi amici nicchiavano e la maggior parte dei cittadini non alzava un dito per difendere la Scuola del Paese.

Oramai ce l’abbiamo, la “Buona Scuola”, e ce la teniamo. Ma finché c’è vita c’è speranza. Storicamente, il popolo italiano si risveglia dal torpore solo quando tutto è distrutto. Lo fece nel 1943, quando si dovette ridestare improvvisamente dal sogno mussoliniano di onnipotenza che aveva ridotto il Paese in macerie. L’Italia di allora fu capace di lottare, di cancellare il passato e ricostruire. Sapremo farlo noi, ora che la Scuola agonizza?

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COS’E’ LA SCUOLA

Restare liberi, restare umani. Tornare a scuola
di Emanuele Rainone

L’insegnamento non è forse il solo modo offerto agli adulti per restare a scuola?” (Lévi-Strauss, Tristi Tropici). Ci voleva un antropologo per costringerci a interrogare la scuola da una prospettiva insolita rispetto a quella comune che mette al centro gli studenti. È un esercizio che potrebbe tornarci utile per mettere a debita distanza alcune parole della ‘malascuola’ e osservarle da una nuova angolatura. Non si vuole invitare a un’analisi della scuola centrata solo sugli insegnanti o a una – ormai improbabile – difesa ad oltranza della dignità del docente. Ma interrogarsi sulla scuola a partire da una prospettiva ribaltata, per domandarsi – ancora? – che cos’è la scuola e cosa ci stanno a fare a scuola insegnanti e studenti. Domanda oggi più che mai attuale, visto che è un fatto che migliaia di studenti al mondo si diplomano seguendo solo una didattica on-line; quindi senza recarsi in quel luogo fatto di aule, banchi, sedie, muri, campanelle, regole. E… corpi.

Dunque. La professione di insegnante come il solo modo offerto agli adulti per restare a scuola. Devo confessare che la domanda – come sempre del resto – suonava molto meglio. Come dire: lasciava al pensiero almeno la leggerezza della sospensione, di contro alla chiusa perentorietà, sempre un po’ stucchevole, della frase affermativa. Ma perché mai una persona vorrebbe restare a scuola? Qui l’antropologo ci dà un suggerimento che fa al caso nostro. Chi si impegna nell’insegnamento – scrive Lévi-Strauss, comprendendo nell’insegnamento anche l’attività universitaria e quella della ricerca ad essa connessa – è mosso da un tipo di ‘impegno’ di segno completamente contrario rispetto a qualsiasi altro mestiere. Ovvero, il suo modo di impegnarsi in qualcosa, non sta nell’accettare quel qualcosa come un dato di fatto o nell’identificarsi in una delle sue funzioni, ma quell’impegno stesso è un modo del tutto particolare di restare liberi. More antropologico lo stesso concetto può suonare quasi paradossale: v’è un gruppo di individui della nostra comunità che vuole rimanere libero, la nostra comunità allestisce dei luoghi adatti per questi adulti; questi luoghi sono le scuole.

Ma a scuola si è liberi? E chi fa scuola resta libero? Regole, campanelle, corpi seduti per ore dietro un banco, silenzi. Leggere, scrivere, parlare. Dialogare. Capire, pensare. La mano e la bocca quale tipo di libertà esercitano? Di quale libertà stiamo parlando? E quale libertà appassiona così tanto gli insegnanti a tal punto che hanno scelto di non uscire dalla scuola – o di ritornarci – per trasmetterla alle giovani generazioni? La risposta è tra le righe che precedono. Dialogare, capire, pensare: non accettare qualcosa come dato di fatto.

Tutto questo ha a che fare con un tipo di soggettività ovviamente non scontata né ‘naturale’. Una soggettività allevata e addomesticata alla scuola della lettura e della scrittura: il soggetto ‘critico’ della tradizione occidentale (cfr. Carlo Sini, Etica della scrittura). La cui costruzione – è doveroso ricordarlo sempre – necessita, come ogni pratica disciplinare, una sottile violenza. E questa è la scuola. Istituzione tra le più ambigue della modernità.

Dispositivo strutturalmente e foucaultianamente ‘totale’ che secerne tuttavia nel suo seno il seme critico della libertà di pensiero. Scuola non di bravi e buoni cittadini produttori/consumatori quindi, ma prima di tutto, di esseri umani consapevoli. È forse utile sottolineare questa differenza che percorre ambiguamente l’intera storia dello stato moderno uscito dalla Rivoluzione, oggi che fra i diritti dell’uomo e quelli del cittadino c’è – letteralmente – di mezzo un mare. La scuola ha in sé un potenziale di libertà che non coincide strettamente con il compito di formare cittadini. Da qui la sua ambiguità nei confronti del potere statale. Non è un caso che gli ultimi anni di governance di stampo neoliberista abbiano visto restringere progressivamente, in Italia come in molti altri paesi, gli spazi di democrazia – quindi di libertà – nella scuola.

E allora occorre ripetere, in sintesi e con maggior forza e vigore, le nostre premesse di sempre: l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento; la scuola è aperta a tutti. Almeno sul piano dei principi possiamo ancora rivendicare orgogliosamente la nostra cittadinanza costituzionale.

Ma il gergo della ‘malascuola’ è fatto di altre parole: la contro-valutazione preventiva del bonus premiale che tenta di introdurre maldestramente una cultura meritocratica nella scuola pubblica italiana ripescando un modello di gestione aziendale ipercompetitivo che affonda le sue radici nelle politiche thatcheriane di trent’anni fa (cfr. Davide Borrelli, Contro l’ideologia della valutazione) [comunità]; il mutamento di paradigma didattico dalle conoscenze alle competenze che introduce in ambito scolastico un concetto nato da esigenze post-tayloriste di riorganizzazione del lavoro, riducendo il sapere ad abilità/prodotto osservabile e misurabile [conoscenza]; l’ossessione numerica dei test Invalsi che fa il paio con il mutamento suddetto [valutazione]; l’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro [cultura]; l’approfondimento disciplinare o il suo recupero declinato ormai con il solo, orrendo e nichilistico termine di ‘potenziamento’ [sapere]; la chiamata diretta [libertà]; l’ossessione ipocondriaca di immunizzazione totale che vieta l’accesso alla scuola dell’infanzia trasformando i bambini non vaccinati in untori [universalità]; la cancellazione nei fatti dell’istituto del contratto (dieci anni di vacanza possono bastare per rendersi conto che il contratto – anche se dovessero passare le famose 85 euro – non esiste più?) che trasforma i docenti in lavoratori soggetti ad atti unilaterali dell’amministrazione, senza alcun potere contrattuale [dignità]. Questo per rimanere soltanto alle ultime amenità. L’elenco potrebbe allungarsi a dismisura, intervallato da un ironico, come nella famosa canzone di Rino Gaetano, ‘nun te reggae più’.

Ma il mondo cambia e la scuola? Già me la sento nelle orecchie la domanda impertinente. E chi l’ha detto che tra il mondo e la scuola dev’esserci per forza sintonia? La parola non nega forse l’oggetto? L’immaginazione non ci fa camminare ad un soffio da terra? La nostra sensibilità non sente forse di sentire, prendendo così distanza dalla cosa? Il pensiero non pensa forse l’infinito là dove ci sono solo spazi immensi? La scuola non è forse un laboratorio di mondi possibili?

In queste domande, come in ogni cosa genuinamente umana, c’è grandezza e miseria. Così è per la scuola e la professione di insegnante (cfr. ancora Lévi-Strauss, Tristi Tropici). Da una parte v’è una missione, uno slancio profondamente ideale, dall’altra la ricerca di uno spazio protetto, una sorta di asilo (non a caso così è chiamato il primo luogo di esperienza scolastica), un tempo sospeso – scholé – distante dalle turbolenze e dalle sirene del reale. Spazio angusto, misero, sommerso da un imponente e spesso insensato apparato burocratico e amministrativo, ma sufficiente per esercitare il pensiero. Per il quale come si sa, non ci vuole molto spazio – non è forse etereo? – ma ci vuole molto, molto tempo. Un tempo disteso, fatto anche di vuoti, che permetta alla memoria di sedimentarsi, crescere, riposare. Ritrovarsi. Nulla a che fare con l’ideologia da società della prestazione veicolata dall’anarco-capitalismo contemporaneo che sta trasformando anche gli ambiti del cosiddetto tempo libero, così come quelli più intimamente umani della socievolezza e della condivisione, in “spazi digitali messi al servizio del profitto” (cfr. Ippolita, Nell’acquario di Facebook), saturando di fatto ogni momento della nostra quotidianità. Con buona pace dell’ultima sortita della ministra sull’uso degli smartphone in classe.

Se non fosse che la rete si sta facendo ogni giorno sempre più stretta, potremmo prenderci un po’ di tempo per fare dell’ironia. Come faceva Socrate: che è questo? che è quello? che significa? Imparare a pensare. Restare liberi, restare umani. Tornare a scuola.

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DENTRO LA “BUONA SCUOLA

Nella “Buona Scuola“: da una parte i furbi, dall’altra i demansionati e i tappabuchi
di Anna Angelucci

I super poteri attribuiti ai dirigenti scolastici non sono un’assurda fantasticheria dei detrattori della ‘buona scuola’. Ne abbiamo dimostrazione in tante scuole d’Italia, in cui il cosiddetto ‘organico dell’autonomia’, insieme alla totale discrezionalità nell’assegnazione delle cattedre, permette ai neopresidi-manager aspiranti ‘modernizzatori’ di distribuire impunemente discriminazioni e privilegi. Come, del resto, il bonus premiale, qualche centinaio di euro con cui ricompensare i fedelissimi o, in qualche caso, i più furbi. Quelli che vengono considerati bravi perché accompagnano gli studenti nei viaggi d’istruzione o quelli che sanno compilare bene un questionario a punti e raggiungono la soglia fissata per ottenere il premio in denaro. Perché, si sa, pecunia non olet.

Accade anche che in moltissime scuole ci siano, a parità di stipendio, docenti con cattedre a 18 ore e docenti con cattedre con orari inferiori e con un minor numero di classi dei loro colleghi della stessa disciplina, con buona pace della legge 289 del 2002. E soprattutto con buona pace di quella condizione di eguaglianza dei diritti e dei doveri che caratterizzava un tempo il lavoro nella scuola, immune da disparità e carrierismi. Oggi, con la ‘buona scuola’, abbiamo docenti che insegnano – e che faticano – meno di altri, magari completando le loro 18 ore con progetti, sportelli facoltativi o supplenze estemporanee, percependo tuttavia lo stesso, identico stipendio di chi le 18 ore se le fa tutte in cattedra. Possiamo ben dire che la 107 ha sdoganato i più furbi? Quelli che ‘si sacrificano’ per un collega che insegna la loro stessa materia, che l’Usr ha inviato in una scuola che non ne aveva bisogno, cedendogli parte delle loro ore di lavoro in classe.

Non solo. Può capitare, e succede in molte scuole, che un docente non particolarmente gradito al dirigente per le ragioni più disparate venga estromesso in tutto o in parte dall’insegnamento, pur essendo stato regolarmente assunto nella scuola a tempo indeterminato, magari avendo vinto un regolare concorso. Ci si ritrova così, a volte, improvvisamente demansionati, incaricati di seguire burocraticamente progetti che non si conoscono, oppure parcheggiati in sala professori, a svolgere la funzione di tappabuchi nelle classi di colleghi assenti.

Ma i presidi della ‘buona scuola’, con i loro super poteri, possono anche fare di più e di meglio: per esempio (come è accaduto al liceo classico “Sylos” di Terlizzi in provincia di Bari e come ci raccontano Tiziana Drago e Chiara Frugoni sul Manifesto) smembrare le cattedre di un corpo docente qualificato e affiatato, frammentare gli insegnamenti, trasferire i professori titolari in altre scuole dello stesso istituto comprensivo e sostituirli con docenti di altri indirizzi. Il tutto senza rispettare il principio basilare di ogni efficace attività di insegnamento/apprendimento, quello della continuità didattica e del rispetto del valore del percorso di costruzione della relazione educativa, e soprattutto senza tener in alcun conto le istanze degli alunni e dei loro genitori, rappresentate attraverso organi collegiali ormai ‘rottamati’ anch’essi dalla furia devastatrice della riforma renziana. Ma, soprattutto, senza un perché.

«Scelte aziendali, scelte dirigenziali coerenti con i bisogni della scuola», spiega la dirigente, in risposta alle proteste di tutta la comunità scolastica. E se invece il nocciolo della questione fosse semplicemente che la scuola non può, non deve essere gestita con criteri manageriali, peraltro spesso inefficaci e controproducenti? Se fosse semplicemente che la scuola non è un’azienda e che funziona bene solo quando è garantita la sua gestione democratica e non verticistica, condivisa e non imposta?

Premi e punizioni, controlli, autoritarismo e verticismo: al netto di chi furbescamente approfitta, per esercitare un piccolo vantaggio personale, dei margini insiti in ogni organizzazione chiusa e coercitiva, il peggioramento delle condizioni di studio e di lavoro dei protagonisti della vita della ‘buona’ scuola – studenti e docenti – è oggi drammaticamente evidente. (Anna Angelucci)

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NON SCUOLA, NON LAVORO

Benvenuti nell’era della non-scuola-non-lavoro
di Luigi Capitano

Dopo un anno scolastico caratterizzato da un clima di amaro e rassegnato riflusso, questa nuova stagione del nostro scontento si annuncia, fra gli ultimi disastri che attendono la scuola italiana, all’insegna dell’alternanza scuola-lavoro, che riesce a demolire in un sol colpo tre diritti sacrosanti sanciti dalla nostra Costituzione: il diritto allo studio (art. 34), il diritto all’insegnamento (art. 33) e paradossalmente lo stesso diritto al lavoro (art. 4)! Le 400 ore di alternanza, rese obbligatorie e imposte dall’alto anche nei licei (qui 200), sottraggono infatti tempo prezioso al monte ore (pure previsto per legge) delle diverse discipline d’insegnamento, impedendo il pieno svolgimento dei programmi e lo sviluppo delle competenze richieste e quindi rischiando seriamente di congedare alla fine del percorso studenti sempre meno preparati ad affrontare quel peculiare lavoro intellettuale al quale pure sarebbero chiamati.

La politica di una scuola sempre più assediata dal modello aziendale è doppiamente dissennata e contraddittoria: anzitutto perché snatura l’essenza stessa della formazione (che non può certo essere il pensiero unico istillato dal sistema neoliberista), ma poi anche perché risulta controproducente rispetto agli stessi fini (perversi) che quella stessa logica del profitto si prefigge, giacché finisce con lo sfornare asini anziché forza-lavoro competente e in grado di competere in un sistema sempre più esigente e globalizzato. In un caso (obiettivo-università) come nell’altro (obiettivo-lavoro): l’insuccesso è pressoché assicurato. E ciò proprio in una fase in cui i dati sulla dispersione universitaria risultano allarmanti come non mai per un’Italia che si conferma il fanalino di coda dell’Europa e dei Paesi OCSE.

L’esame di stato più ridicolo e inverosimile che la storia della scuola italiana abbia mai conosciuto ci attende al varco all’insegna delle presunte esperienze maturate durante la fantomatica “alternanza”, spazzando così in un sol colpo l’unica occasione da parte degli studenti di poter spaziare – a meno di consumate banalizzazioni – fra le diverse discipline. Tutto si appiattisce su un presunto “saper fare” e sulla pratica senza scopo. Addio allora pensiero critico e benvenuti in compenso nell’era della scuola-azienda, dove tutto funziona (o almeno dovrebbe) “ma nessuno sa perché, come avrebbe detto Einstein.

Anziché preoccuparsi di rafforzare l’orientamento in uscita, in modo da evitare l’attuale vertiginosa dispersione degli studenti universitari, il governo Renzi – con l’appendice Gentiloni – non ha saputo immaginare nulla di meglio che dare il colpo di grazia alla scuola pubblica italiana. E se è proprio vero che al peggio non c’è fine, una ‘ministra’ dell’istruzione senza laurea (l’attuale) si è subito profusa al fine di attivare le sperimentazioni per ridurre a quattro anni il corso delle scuole superiori. Siamo così giunti all’atto finale della “distruzione pubblica”. Non chiamatela dunque “buona scuola” (mai aggettivo fu tanto pinocchiesco!), ma più onestamente “scuola-azienda”. Una scuola NON BUONA neanche per le aziende, non desiderabile nemmeno per Confindustria e in fondo neanche per la “strategia Europa 2020”. Non chiamatela, mistificatoriamente, “alternanza scuola-lavoro”, ma semmai “alternanza NON-SCUOLA – NON-LAVORO”!

Il minimo che si possa richiedere nelle decisioni pubbliche è la coerenza nelle scelte: circa venti milioni di italiani hanno detto di no allo stravolgimento della Costituzione al referendum del 4 dicembre 2016. Per contro, un esercito – senza di spirito di corpo – di 700 mila insegnanti non è stato capace di contrastare chi continua a calpestare nel proprio luogo di lavoro quella Carta fondamentale, frutto della Resistenza antifascista, che si avvia a commemorare i suoi settant’anni di vita.

Se mai esistesse qualcosa di simile ad un “partito della scuola”, farebbe fronte comune sia con l’inascoltato disagio che periodicamente alimenta la protesta dei giovani (spesso ammorbidita da ‘contentini’) sia con quella parte della società civile che resta incredibilmente a guardare perfino il futuro rubato ai propri figli.

Molti docenti tornano ora a lamentarsi, e lo fanno non tanto contro l’impianto di una riforma scellerata e senza capo né coda, ma semmai per tutti i disagi e i guasti che continua a produrre inevitabilmente a valle, dopo il pasticcio dell’algoritmo che ha precarizzato i destini di molti neossunti: lo svilimento del preteso potenziamento in funzione ‘tappabuchi’, la volatilizzazione delle ore curricolari, l’imperversare dello strapotere dei dirigenti, l’inevitabile discriminazione nella distribuzione del bonus che premia il merito di pochi (e non sempre i migliori), l’invadenza delle aziende (almeno là dove esistono in un Paese ancora economicamente spaccato in due), la difficoltà di inventarsi ogni sorta di implausibile attività per coprire le stramaledette 400 ore sottratte alla didattica, eccetera eccetera…

Ma il cedimento contro l’ultimo attacco mortale alla scuola pubblica segnala evidentemente una crisi della nostra cultura democratica (come tradisce anche il tentativo di salvare cavoli e capri del decreto legislativo n. 60), crisi resa ancora più acuta dalla difficoltà di organizzare la lotta per i diritti dal basso, nella generale latitanza delle organizzazioni sindacali (salvo rare eccezioni) e nel vuoto della stessa politica, specie nella galassia della (ex) sinistra. E tutto ciò malgrado l’impegno profuso dagli infaticabili ed encomiabili comitati Lipscuola, che sono stati sostenuti da un fronte purtroppo non abbastanza compatto di sigle sindacali, ma che in compenso hanno riscosso il plauso del prestigioso Coordinamento per la Democrazia Costituzionale nonché dei partigiani dell’ANPI.

Alla vigilia del settantesimo anniversario della nostra Costituzione, ci troviamo di fronte a una palese deriva antidemocratica, acuita da uno stallo politico di cui non si vede ancora il possibile sbocco. Se si vuole invertire la tendenza, non sarà forse il caso ripartire dalla lucidità delle analisi, più che dalle lagnanze spicciole? Provare e prendere il toro per le corna, più che per la coda?

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UNA ANALISI

Sulla dequalificazione della scuola italiana
di Franco Toscani

Cominciamo col leggere e meditare attentamente un passo di Italo Calvino:

Un paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere” (la Repubblica, 15 marzo 1980).

Questo passo riassume molto bene la situazione odierna, è ancora più valido e attuale oggi di quando fu scritto, ma facciamo bene attenzione alla data: esso risale al 1980. Sono passati decenni, in cui molti governi di vario orientamento, di destra e di sinistra, di centro-destra e di centro-sinistra, molti ministri della pubblica istruzione si sono succeduti, molte riforme della scuola sono state tentate, avviate, approvate e molte cose sono da allora peggiorate.

Già da tempo avanza il processo di dequalificazione della scuola italiana, ridotta sempre più a luogo di mera “socializzazione” caratterizzato dalla sostanziale irrilevanza dei contenuti di apprendimento (sempre più intercambiabili), dalla prevalenza e dal dominio della cultura delle immagini, della “didattica delle competenze” e delle tecnologie informatiche.

Fra tagli alla spesa pubblica, riduzione dei programmi e delle ore dedicate a discipline essenziali, aumento del numero di allievi delle classi-pollaio, sfruttamento intensivo dei lavoratori della scuola, produzione continua di “progetti” di “alternanza scuola-lavoro” e d’altra natura ancora, incremento a dismisura del lavoro burocratico e dello stress aziendalistico, etc., siamo al punto in cui l’insegnamento diventa sempre più faticoso e difficoltoso e la formazione stessa del pensiero critico e delle capacità logiche è a rischio.

Sin dalla fine del XX secolo Antonio La Penna (1) denunciò il “panaziendalismo“, secondo cui anche la scuola va concepita e organizzata sul modello dell’azienda, in cui dunque i presidi diventano sempre più manager (e sempre meno uomini e donne di cultura) e gli insegnanti diventano sempre più (coi loro “dirigenti scolastici“) promotori dell’ “azienda-scuola“, “operatori scolastici“, impiegati-burocrati al servizio del Gestell (come direbbe Martin Heidegger), accaparratori dell’utenza, intrattenitori e animatori, elaboratori/compilatori di progetti, consulenti psicologi e accompagnatori degli studenti-clienti nella fruizione dei media e nella socializzazione. Una nota ministeriale diramata nel 2016 elencava minuziosamente per i docenti accompagnatori delle classi in “viaggio d’istruzione” consigli per garantire la sicurezza dei ragazzi, tra cui il controllo delle gomme del pullman, l’annotazione del chilometraggio, l’assicurazione dell’idoneità del mezzo, il controllo dell’assenza di rischi nella struttura alberghiera.

Le funzioni tradizionali degli insegnanti tendono a essere svuotate dalle nuove tecnologie didattiche costituite da lezioni televisive, videocassette, ipertesti interattivi, prodotti multimediali, uso massiccio del computer e delle magiche lavagne luminose, etc.

Più del lavoro svolto in classe, del nutrimento reale di letture e studio, dell’amore per il sapere e per la verità, contano essenzialmente la capacità di convogliare finanziamenti o l’uso delle nuove tecnologie.
Navighiamo a vista nella odierna scuola di massa rivolta ai consumatori-produttori, alla spasmodica ricerca del “nuovo“, intravisto essenzialmente nelle innovazioni tecnologiche incessanti, nelle strumentazioni tecnologiche in frenetico sviluppo.

Quello attuale è un modello di scuola aziendalistico, gerarchico e produttivistico, in cui la “produzione” non è quasi mai autentica produzione di cultura, ma produzione di “progetti” e di prestazioni estrinseche, la parola d’ordine mitizzata dell’ “autonomia scolastica” maschera per lo più e avalla l’arbitrio degli indirizzi scolastici territoriali ed è nelle mani dei super-poteri del dirigente scolastico chiamato a scegliere e a premiare economicamente i docenti più impegnati nella elaborazione degli innumerevoli “progetti“, pochi dei quali sono realmente utili e molti altri sono solo incaricati di distogliere dallo studio gli allievi.

In questa scuola le procedure di “valutazione” (altra parola magica, circondata di aura sacrale) tendono a ridurre l’azione didattica a performance misurabile, secondo i dettami della più miope ratio strumentale-calcolante. Tutto dev’essere quantificato e ridotto a misurazione quantitativa in un lavoro che, in realtà, non può essere mai del tutto quantificato e controllato secondo una mera logica aziendalistica, perché in gioco sono qui innanzitutto la comprensione, la formazione, le capacità di interpretazione e di interrogazione, l’empatia, lo spirito critico e di ricerca, il senso del dubbio, etc.

Una vera scuola buona non può reggersi soltanto sulla ragione strumentale-calcolante, perché nella concreta pratica scolastica entrano in gioco fattori che non si lasciano calcolare, misurare, quantificare. Sono i fattori della soggettività in carne e ossa, dei vissuti e delle esperienze soggettive, delle condizioni emotive e sentimentali, della qualità e delle passioni della vita, dei rapporti concreti fra i soggetti. Nella scuola attuale tali fattori letteralmente non contano nulla, sono insignificanti rispetto al principio di prestazione dominante e alla “valutazione oggettiva” dell’alunno.

L’insegnamento senza eros e affettività, senza la passione per la verità e per il “vero come intero“, centrato essenzialmente sulla “didattica delle competenze” finalizzata all’utile diventa uno strumento formidabile nelle mani dei poteri dominanti, rivolto ad azzerare lo spirito critico e a trasformare gli utenti della scuola in individui asserviti, docili ed efficienti pedine al servizio della megamacchina del sistema e del profitto. Il disciplinamento che in tal modo si va massicciamente dispiegando assume sempre più un carattere nel contempo sistematico, totalitario, serrato e insensato.

La deriva aziendalistica e la burocratizzazione crescente del lavoro dei docenti fanno tutt’uno con la logica dell’uomo solo al comando, una logica mostruosa che unisce il peggio dell’efficientismo capitalistico e del burocratismo statalistico d’impronta veterocomunista. Un tempo i presidi erano uomini (o donne) di cultura, con cui si poteva ancora discorrere ogni tanto di Pasolini e di Aristotele; oggi i presidi, diventati “dirigenti scolastici” e manager alle prese con la carenza di fondi, sono anch’essi gravati da un carico enorme di responsabilità, spesso sono costretti a dirigere più scuole correndo freneticamente da un edificio all’altro come “reggenti“, a occuparsi letteralmente di tutto, di sicurezza, forniture, report anticorruzione, processi; sono così costretti ogni giorno a indossare maschere diverse e a improvvisarsi investigatori, avvocati, counsellor, mediatori culturali, questuanti, direttori di marketing, esperti di ingeneria strutturale e di idraulica: la didattica viene per ultima, di fatto spesso non c’è quasi più tempo per l’offerta didattica.

La nostra è una scuola in cui non sono più in primo piano l’amore per la ricerca e lo studio, la passione per la verità, la libertà e lo spirito critico, la solidarietà, lo spazio dei sentimenti e delle relazioni, la ricchezza di umanità, spiritualità e cultura, la cura della natura e degli esseri viventi; tutto tende piuttosto a essere uniformato, sorvegliato, standardizzato, monitorato, sottoposto alla furia sistematica di controllo e di manipolazione.

Nel dominio del Gestell ciascuno si ritrova ad essere nient’altro che una insignificante e intercambiabile rotellina di un gigantesco apparato, di un meccanismo che succhia come un vampiro impersonale il sangue alle sue vittime e ai suoi sottoposti per alimentare il proprio esclusivo funzionamento.

Di per sé il lavoro di insegnante non è un lavoro alienante, perché consente la realizzazione di se stessi, della propria vocazione e passione, ma nelle condizioni attuali è diventato un lavoro alienato, perché i docenti non valgono più in quanto tali, ma soprattutto come funzionari dell’apparato, del mercato, delle merci e del capitale. Si tratta di una forma chiara e inequivocabile di alienazione (da alius), per il fatto che i docenti diventano altro da ciò che sono e dovrebbero essere. Ed è una forma di alienazione che colpisce, in un modo o nell’altro, tutti i lavoratori della scuola, dai bidelli ai dirigenti scolastici, irrigiditi nelle pratiche e nei compiti prefissati dagli apparati e dal Gestell.

La scuola che fa un mito della misurazione e della “oggettività delle prestazioni” fa tranquillamente astrazione dalla soggettività concreta dei propri allievi e dei propri insegnanti, non è più una scuola intesa come formazione umana integrale, ma forma soltanto – attraverso l’esaltazione della “didattica delle competenze” e il progressivo venir meno della centralità dei contenuti essenziali dello studio – un’umanità derelitta di futuri lavoratori e consumatori alienati, impoveriti, culturalmente depressi, docilmente al servizio delle esigenze del capitale e privati innanzitutto della loro stessa ricchezza umana.

Qualcuno ha detto “schola missa est“, perché le scuole sono diventate e stanno sempre più diventando “progettifici in cui i dirigenti garantiscono maggiori emolumenti ai docenti essenzialmente in rapporto ai progetti extracurricolari messi a punto e alla crescita costante dell’utenza scolastica o, per essere più precisi, del numero di allievi iscritti alla scuola stessa. Time is money, bellezza!

Se le cose stanno così, è facile prevedere che cresceranno sicuramente tra i docenti il conformismo e l’obbedienza acritica, il servilismo e l’opportunismo, la mancanza di una “valutazione” e di un pensiero liberi e autonomi.

Quale idea e progetto di scuola e di società può emergere da tutto ciò? Una scuola e una società caratterizzate dalla competizione, dall’individualismo, dalla cortigianeria, dall’opportunismo, dal mero calcolo delle convenienze, dall’autoritarismo aziendalistico, dalla mancanza di solidarietà e di cooperazione, dalla prevalenza di un clima avvelenato e infetto, irrespirabile per tutti coloro che sono sorretti da un genuino amore per la cultura e per la verità.

1. Cfr. A. La Penna, Sulla scuola, Laterza, Roma-Bari 1999. Cfr. anche Massimo Bontempelli, L’agonia della scuola italiana, CRT, Pistoia 2000 e Lucio Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola?, Feltrinelli, Milano 2000.

* * *

MATERIALI

CRONACHE DELLA “BUONA SCUOLA” DI RENZI

Il flop della chiamata diretta

La chiamata diretta doveva essere la novità più importante della Buona Scuola. E invece, come scrive Il Sole 24 Ore, la chiamata diretta è stata nuovamente “affossata”: nelle operazioni di trasferimento infatti sono stati individuati dai presidi meno del 30% dei circa 12.000 insegnanti finiti negli ambiti territoriali (quindi, poco più di 3.300). Anche tra i docenti neo-immessi in ruolo la chiamata per competenze da parte del dirigente scolastico ha interessato meno della metà delle persone (12.976 docenti sui complessivi 27.388 assunti al 13 agosto). (vedi qui)

Docenti “deportati

“Si continua a calcare la strada della mattanza sociale con noi professori da sempre precari, per la quasi totalità donne di 45 anni, cui oggi lo Stato chiede di scegliere tra famiglia e professione”, sostiene Francesca Marsico, portavoce dei Nastrini rossi, movimento nato in difesa dei docenti del Sud assunti con la riforma della ‘Buona scuola’ ma trasferiti in scuole del Nord.

“Noi siamo ben consapevoli – spiega – che nonostante le cattedre al Sud ci siano, solo un 30% di noi, circa settemila e 500 su 25mila professori deportati al Nord, potrà svegliarsi da questo incubo chiamato piano straordinario ‘la buona scuola’”.

Secondo la Marsico, “gli altri 17mila e 500 resteranno al Nord e questa volta senza la possibilità di avvicinamento a casa, nonostante le opportunità lavorative vi siano tutte e ancora oggi molti dirigenti, anche del meridione, sono in cerca di insegnanti e in classe lavorino docenti privi di qualsiasi abilitazione”. (vedi qui)

Scontenti per il bonus

La maggioranza delle scuole ha deciso di dividere i soldi del merito… premiando almeno il 47% dei docenti… il 47% è ancora poco. In una scuola normale ben più del 47% dei colleghi qualche incarico extra se lo prende per forza di cose, altrimenti non si saprebbe come far funzionare l’ordinario. C’è chi fa il coordinatore di più classi, chi partecipa a valanghe di commissioni, chi fa gli orari, chi cerca di organizzare le attività extra pomeridiane, i corsi di recupero, quelli per gli stranieri, chi tiene i rapporti con le famiglie e i medici che seguono gli alunni disabili, chi partecipa ai tavoli di coordinamento con i vari enti locali, o con le reti di altre scuole, chi si occupa della sicurezza, del team digitale, dei progetti d’istituto, chi coordina la continuità fra materna, medie ed elementari, chi organizza le gite, le settimane di studio all’estero, le attività accessorie e gli stage, chi fa il vicario e il fiduciario di plesso e supplisce il Dirigente quando non c’è o magari non è in sede perché deve dirigere contemporaneamente più scuole, etc.

C’è a scuola una valanga di lavoro sommerso che nessuno sembra conoscere, ma che viene svolto silenziosamente da quasi tutti i docenti… Prendete il miglior insegnante del mondo e mettetelo in un ambiente poco stimolante e collaborativo: non potrà fare granché. Questa visione della scuola come un luogo dove un singolo docente salva la situazione è ingenua e fuorviante. Nemmeno un portento dell’educazione come Don Milani ha fatto tutto da solo: aveva attorno un suo team. (vedi qui)

SPESA PER L’ISTRUZIONE

L’Italia è tra i paesi europei che ha diminuito maggiormente i propri investimenti in istruzione. È quanto emerge dal brief reportLa scuola non chiude” che WeWorld – Organizzazione non Governativa che da oltre vent’anni si occupa di difendere i diritti di bambini, bambine e donne a rischio in Italia e nel Sud del Mondo – pubblica oggi in occasione dell’ultimo giorno di scuola.

Nel 2015 la spesa pubblica in educazione del nostro paese (come percentuale del PIL) è stata solo del 4%, contro il 7,5% dell’Islanda, il 7% della Danimarca, il 6,5% della Svezia e il 6,4% del Belgio. Paesi con condizione simile alla nostra, con percentuali addirittura inferiori o uguali, sono la Romania (3,1%), l’Irlanda (3,7%), la Bulgaria (4%) e la Spagna (4,1%) [fonte: Eurostat 2017]. (vedi qui)

SCUOLE INSICURE

Secondo il XV Rapporto di Cittadinanzattiva sulla sicurezza delle scuole un quarto degli edifici scolastici sono senza manutenzione e solo il 7% sono stati adeguati sismicamente. Un quarto delle aule con distacchi di intonaco.

Una scuola su quattro ha una manutenzione inadeguata e solo il 3% è in ottimo stato. Un quarto circa di aule, bagni, palestre e corridoi presenta distacchi di intonaco; segni di fatiscenza, come muffe ed infiltrazioni, sono stati riscontrati nel 37% delle palestre, nel 30% delle aule, nel 28% dei corridoi, nel 24% dei bagni. (vedi qui)

DOCENTI: QUANTI, QUANTO LAVORANO, QUANTO GUADAGNANO

Quanti

Non vengano a dirci, dal Miur e dal Governo di turno, che la spesa pubblica in Italia per gli stipendi degli insegnanti è già troppo alta. Nel computo degli insegnanti italiani sono contemplati quasi 150.000 stipendi di docenti di sostegno, che in altri Paesi vengono ‘caricati’ su altri ministeri, ad esempio quello della Salute, oppure esclusi da computo totale, perché si tratta di didattica speciale. Come dalla spesa degli emolumenti per il personale scolastico andrebbero sottratte decine di migliaia di stipendi riguardanti i docenti di religione, anche loro non contemplati in altri Paesi.

Quanto lavorano

L’orario di lavoro (settimanale frontale) dei docenti italiani non è, come si racconta, nettamente inferiore a quello dei colleghi europei: le ore di lezione in Italia sono superiori alla media europea sia nella scuola primaria (22 contro 19,6) che nella secondaria superiore (18 contro 16,3) e uguali nella secondaria inferiore (18 contro 18,1)”.

Quanto guadagnano

Le retribuzioni iniziali dei nostri docenti assicurino un tenore di vita al di sotto di quello medio italiano. In Europa, solo i docenti Slovacchia e la Grecia, per motivi ovvi, possono contare su buste paga inferiori a quelle dei nostri insegnanti. Il problema è, soprattutto, quello del mancato adeguamento stipendiale nel corso della carriera. In Francia, ad esempio, i maestri della primaria appena assunti percepiscono più o meno quanto i colleghi italiani (tra le 22.000 e le 23.000 euro lorde); solo che al termine della carriera, gli stessi docenti transalpini surclassano i nostri, prendendo oltre 10.000 euro in più (oltre 44.500 euro contro 33.700 euro lordi).

Non va meglio per un insegnante del Belpaese che opera nella secondaria di secondo grado: questi, infatti, potrà contare su stipendi massimi di 38.745 euro, mentre chi svolge la stessa professione in Germania sfiora i 64.000 euro. E pure in Spagna, dove l’economia non è di certo più florida di quella italiana, arriva a 48.000 euro, quindi 10.000 in più dei nostri docenti delle superiori. Molto distanziati, sempre rispetto agli italiani, ci sono gli insegnanti belgi (63.000) e austriaci, che superano i 65.000 euro annui. Per non parlare di chi insegna a Lussemburgo, dove, sempre nella secondaria di secondo grado, si arriva a percepire 125.000 euro medi.

E gli aumenti?

In Germania, i 16 Länder stabiliscono gli stipendi dei dipendenti pubblici e li incrementano regolarmente per compensare l’inflazione; in Danimarca, il contratto generale del 2015 prevede aumenti salariali e indennità aggiuntive per gli insegnanti di tutti i livelli; in Spagna, la legge finanziaria del 2016 ha stabilito un aumento dell’1% degli stipendi di tutti i dipendenti pubblici, compresi gli insegnanti, con effetto dal 1 gennaio 2016; anche nei Paesi Bassi, una recente riforma del governo sugli stipendi ha previsto un aumento generale delle remunerazioni per tutti i dipendenti pubblici; in Portogallo, nel 2015, il governo ha revocato i tagli degli stipendi approvati l’anno prima. Solo in Italia e a Cipro – si legge ancora nel Rapporto europeocontinuano a rimanere congelati gli stipendi dei dipendenti pubblici (compresi quelli degli insegnanti). (vedi qui)

DISPERSIONE SCOLASTICA

DISOCCUPAZIONE GIOVANILE

Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile l’Italia è al terzo posto: il 37,8 dei giovani che cercano attivamente lavoro, esclusi quindi quelli che stanno studiando, non riescono a trovarlo. Il tasso di disoccupazione giovanile è più alto solo in Grecia e Spagna, dove è al 47,3 e al 44,4 per cento. Insieme alla Spagna, l’Italia è il paese dove i giovani ottengono i lavoro peggiori: il 15 per cento del totale riesce a trovare soltanto contratti atipici ed è quindi considerato a «rischio precarietà». (vedi qui)

NON STUDIANO, NON LAVORANO

Tra tutti i 28 paesi europei l’Italia ha il record di NEET, l’acronimo con cui si indicano i giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano e non si trovano nel sistema scolastico (not in education, employment or training). Si trova in questa situazione il 19,9 per cento dei giovani, praticamente uno su cinque. Ci sono più NEET in Italia che in Grecia, Spagna e Bulgaria, quasi il doppio della media europea, dove i NEET sono l’11,5 per cento del totale dei giovani. Questo è il dato più importante che emerge sull’Italia dal rapporto “Occupazione e sviluppi sociali in Europa” (ESDE) della Commissione europea.

SEGNALAZIONE

(vedi qui il programma)

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di Anief, Cgil, Cobas, Comitato Scuola Pubblica, Coordinamento Nazionale per la scuola della CostituzioneCub, Gilda, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Unicobas, Usb.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

Aetnanet, Aetnascuola, Associazione Nonunodimeno, école, Educazione&Scuola, Education 2.0, Foruminsegnanti, Fuoriregistro, Gessetti Rotti, Gli AsiniMovimento di Cooperazione Educativa (MCE), Like@Rolling Stone, PavoneRisorse, Quando suona la campanella, Rete della conoscenza, RoarsScuolaOggi,…

Siti di informazione scolastica

La Tecnica della Scuola, OrizzonteScuola, TuttoScuola.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

 

2 pensieri su “Vivalascuola. Malascuola

  1. Pingback: La scuola dei bollini – Like @ Rolling Stone

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