Sporcarsi col tempo per partecipare alla vita. La fine del Diario di Sarah Manguso

Andanza

I libri di Sarah Manguso – Andanza è il secondo tradotto in Italia, sempre da Gioia Guerzoni, sempre per NNE – rappresentano per il lettore una sfida con i propri pensieri più intimi, uno scavo sottopelle operato con quello strumento multiforme che è la prosa dell’autrice americana. La Manguso che finora abbiamo conosciuto (più tardi NN pubblicherà anche certi racconti, quelli di Hard to Admit) non scrive fiction, ma neppure semplici memoir o saggi. Andanza, come Il salto (in Italia nel 2016), rappresenta una prosa filosofica, strutturata a guisa di aforismi, a tratti, di mezze pagine di diario, di annotazioni, di chiose illuminanti fatte di quella stessa tagliente epifania che si legge in certi poeti ermetici.Il volumetto che ho sul tavolo – coperta rigida tra l’ambra e lo zafferano, formato più piccolo rispetto allo standard NN, illustrato da Marco Petrella – è davvero un libro speciale. È, come recita il sottotitolo, la fine di un diario, quello che Sarah Manguso ha meticolosamente redatto per anni fino a mettere l’una sull’altra ottocentomila parole; un pensatoio, dunque – come quello del vegliardo Albus Silente –, di straordinarie proporzioni entro cui l’autrice ha tentato d’arginare due fiumi in piena che le scorrevano dentro: l’ossessione di non lasciar andare il passato, di continuare a riviverlo prigionieri della nostalgia; e la paura, che è sempre paura della morte, della finitezza dell’essere umano, delle cose che passano e che non ci saranno più.
Ossessione e paura sono strettamente legate, assieme urlano la loro disperazione sull’orlo del caos:

è quasi doloroso pensare al catalogo di emozioni che scompare alla morte di qualcuno, e al fatto che ci affidiamo a poche persone per tenere traccia di quello che la vita significava per loro.

Tenere traccia, catalogare. L’ossessione che si trasforma in dolore, in sofferenza. Sarah Manguso lo scrive, nelle prime pagine di questo libro – che non è un diario –, il perché l’ha tenuto, il diario, per tanti anni: perché non si voleva perdere niente della vita; per smettere di pensare. Pensare è un dolore, specie se il pensiero è tutto piegato sul passato, su ciò che non c’è più. Pensare al passato è pensare all’assenza, è pensare alla perdita come condizione ineludibile del nostro esistere. Quel pensare lì fa male. E la Manguso, sapendolo, credeva di trovare nella scrittura del diario un sollievo (se scrivo non penso, e fermo il tempo).
Non solo: il diario serviva all’autoinganno di credere che le pagine su cui si riversano i ricordi siano il certificato del fatto che si stia prestando davvero attenzione: “Con il diario mi difendevo dalla paura di svegliarmi alla fine della vita accorgendomi che mi era sfuggita”. Una paura di tutti.
Ma una paura che a lungo andare può trasformarsi in senso del dovere – a tratti arido – o in una forma di “igiene quotidiana”, volta a stemperare un tempo della vita che appare troppo pieno, a pulirsi dal tempo, come se il tempo che viviamo, in cui ci immergiamo, regalandoci l’esistenza, ci insozzasse pure. Ma vivere è davvero sporcarsi con il tempo e, a questo, non c’è rimedio, non c’è diario che possa nettarci e purificarci.
Nel progetto della Manguso, il diario avrebbe dovuto rigenerare, come un fiore appena nato, la “sensazione pura” provata nel passato. Il diario doveva essere tutto o la misura massima di ciò che una memoria umana può contenere, tollerare, deglutire. Scrivere il diario avrebbe rappresentato il travaso di una parte di tempo, che era apparso pieno, all’interno di un tempo, che sembrava vuoto. L’ossessione, quindi, – e la paura, eccola – di un corpo, certo destinato a essere uno strumento per la memoria prima che per la lingua, ma un corpo in cui la migliore applicazione della memoria alla vita non è quella del diario. Per come lo faceva Sarah Manguso la reificazione del diario, lungi dall’essere una forma di salvamento, si cambiava in soma, in giogo, in solidificazione del magma vitale.
A Sarah mancava il presente. Ecco.
A lei sfuggiva quell’“unica porzione di tempo che non richiede l’uso della memoria”. E perché? Dov’era il presente? Era nel continuum del tempo che il diario ignorava, era schiacciato dalle ottocentomila parole di trascrizione di istanti discreti, di momenti isolati l’uno dall’altro.
Poi, però, Sarah è diventata mamma e il suo cervello si è trasformato in un “cervello da gravidanza” permettendo alla donna di abitare il tempo in modo diverso. Sono meravigliose le pagine della Manguso madre:

Allattare un neonato genera una quantità incredibile di tempo vuoto. […] Per me allattare è stata una continua attesa. La madre diventa lo sfondo su cui il bambino vive, diventa tempo.
Prima esistevo rispetto alla continuità del tempo. Poi sono diventata la continuità del bambino, uno sfondo di tempo continuo su cui lui viveva.
[…] Io non sono più semplicemente una cosa che vive nel mondo: sono un mondo.

Finalmente assuefatta allo scorrere dei giorni, finalmente immersa nel presente, la mamma si avvede che i ricordi, lasciati soli nel tempo, non si struggono, né si atrofizzano in un riassunto di vita, ma possono, al contrario, germogliare. “Cresce, un germoglio di nuovo amore”.
Certo non accade con tutti i ricordi. Molti svaniscono, altri affievoliscono. Ma quelli importanti restano e gemmano, perché, assieme a suo figlio, Sarah Manguso ha sentito “la velocità tonificante del viaggio di sola andata che guida l’esperienza umana”.
Che meraviglia. La dimenticanza di alcuni istanti è “il prezzo della partecipazione continua alla vita”. Andanza non è un diario, ma la fine di un diario, è una chiosa, è un addio alle armi, difficile, certo, come smettere di combattere o di fumare, ma, infine, tonificante. L’Andanza è la vita stessa che si fa guiderdone per chi ha il coraggio di lasciare andare il passato.

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