Vivalascuola. Nun te reggae più

Questo è il seguito della puntata della nostra rubrica dedicata alla Malascuola (vedi qui). Presentiamo scene vere di Malascuola e una esortazione alla rabbia di Giovanna Lo Presti: “Rabbia, rabbia, rabbia. Da un quarto di secolo non altro che rabbia di fronte allo stillicidio di “riforme” e di interventi che toccano la scuola italiana; e non c’è stato ministro dell’Istruzione che non abbia voluto legare il proprio mandato a presunte “novità”, sotto le quali si nascondeva un unico progetto di rimodellamento della scuola pubblica, sempre più piegata alle esigenze del mondo esterno, sempre meno legata alle proprie radici ed alla peculiarità della cultura del nostro Paese. Che questo scellerato progetto di omologazione della scuola abbia dato soltanto frutti velenosi, pare non interessare i “decisori politici”. Tanto, loro, nelle aule scolastiche non vivono tutti i giorni. La riforma Berlinguer, la riforma Moratti, la riforma Gelmini, e poi gli interventi di Profumo e Giannini dovevano precipitare necessariamente laddove il tanto affaticar fu volto, nell’abisso orrido della “buona scuola” di Renzi. Là tutti i fili sono stati tirati, tutti i nodi sono venuti al pettine, tutto ha trovato una sua abborracciata sistemazione: ha visto il suo trionfo un abbozzo incompiuto, quel disegno di legge Aprea che auspicava la chiamata diretta, che esaltava la “meritocrazia”, che rendeva l’accesso all’insegnamento una gimcana lunga, complicata, con numerosi trabocchetti che potevano interrompere la gara in ogni momento. Il premio finale: un lavoro da 1.400 euro circa al mese, per governare masse di bambini, ragazzini, adolescenti intossicati dall’uso di cellulari, computer, videogiochi”.

Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

.I DOCENTI, di Fabio Cuzzola, Gianluca Colangelo, Pietro Ratto
I DIRIGENTI, di Fabio Cuzzola
LE RISORSE: LA SCUOLA DEI BOLLINI, di Mauro Presini
ALTERNANZA SCUOLA LAVORO, di Fabio Cuzzola, Gianluca Colangelo, Carlo Salmaso
EDILIZIA SCOLASTICA, di Eliseo Tambone, Carlo Tombola, Fabio Cuzzola
DIDATTICA, di Gianluca Colangelo, Carlo Tombola, Fabio Cuzzola, Marina Polacco
IL LINGUAGGIO, di Lucio Ficara
UN CASO, di Nicola D’Auria, Giovanna Marras
RABBIA, RABBIA, RABBIA. IL NEMICO E’ TRA NOI, di Giovanna Lo Presti
MATERIALI
SEGNALAZIONI
RISORSE IN RETE

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I DOCENTI

Potenziatori, depotenziati e giapponesi

All’inizio dell’anno si animano, promettendo battaglie degne degli IWW dei bei tempi, ma solo per il giorno libero e per il proprio orario settimanale di lezione. “Vogliono, pretendono, esigono“, ma solo se si tratta di qualcosa di personale.

Molti siamo su cattedra, alcuni maledicono la Fornero che li trattiene al lavoro, altri si dividono tra due o tre scuole, pochi arrivano sul potenziamento inviati dall’ufficio scolastico provinciale e mai in coerenza con progetti e piani di studio.

Nel liceo classico dove insegno aspettiamo speranzosi che ci mandino qualche collega di latino e greco, invece ad essere nominati sono docenti di diritto e matematica. In un liceo della zona lo scorso anno furono inviati ben quattro docenti di storia dell’arte, neanche si trattasse dell’Accademia di Brera!

La funzione dei docenti di potenziamento si limita così a quella di tappabuchi dei colleghi assenti, condannati a vane e infinite attese nelle vuote e tristi sale dei professori. Il destino baro ha voluto per contro che molti immessi in ruolo, da anni posteggiati nelle graduatorie provinciali, già avvocati, geometri, ingegneri, siano stati assunti senza aver mai insegnato ed oggi si ritrovino in cattedra senza alcuna esperienza, spesso pretendendo di essere utilizzati unicamente sul potenziamento. Per tutti lo stipendio è uguale, il contratto bloccato da anni.

E poi ci sono quelli che Scurati ne Il Sopravvissuto, definisce “i giapponesi“. Professori che non si rassegnano al susseguirsi impazzito di riforme e controriforme, che credono ancora nella cultura, nell’istruzione, nella “buona scuola”, quella vera, quella che si vive ogni giorno nell’incontro con i ragazzi. Ce ne sono in tutte le scuole, unici, ostinati, invitti “pochi, felici, manipolo di fratelli“. Cercateli! (Fabio Cuzzola)

S’avanza uno strano docente

Per gli studenti di 15 classi del triennio nella mia scuola sono necessari, a due per classe, 30 docenti che svolgano la funzione di tutor interno alla scuola per l’alternanza scuola lavoro. Praticamente quasi tutti i docenti del triennio sono impegnati, anzi qualcuno fa da tutor per due classi.

Cosa fa questo docente? Lo riportiamo per i non addetti ai lavori:

a) elabora, insieme al tutor esterno, il percorso formativo personalizzato che verrà sottoscritto dalle parti coinvolte (scuola, struttura ospitante, studente/soggetti esercenti la potestà genitoriale);

b) assiste e guida lo studente nei percorsi di alternanza e ne verifica, in collaborazione con il tutor esterno, il corretto svolgimento;

c) gestisce le relazioni con il contesto in cui si sviluppa l’esperienza di alternanza scuola lavoro, rapportandosi con il tutor esterno;

d) monitora le attività e affronta le eventuali criticità che dovessero emergere dalle stesse;

e) valuta, comunica e valorizza gli obiettivi raggiunti e le competenze progressivamente sviluppate dallo studente;

f) promuove l’attività di valutazione sull’efficacia e la coerenza del percorso di alternanza, da parte dello studente coinvolto;

g) informa gli organi scolastici preposti (Dirigente Scolastico, Dipartimenti, Collegio dei docenti, Comitato Tecnico Scientifico/Comitato Scientifico) ed aggiorna il Consiglio di classe sullo svolgimento dei percorsi, anche ai fini dell’eventuale riallineamento della classe;

h) assiste il Dirigente Scolastico nella redazione della scheda di valutazione sulle strutture con le quali sono state stipulate le convenzioni per le attività di alternanza, evidenziandone il potenziale formativo e le eventuali difficoltà incontrate nella collaborazione.

Come dice Daniel Pennac: “L’unica ragione per cui dei ragazzi scolarizzati non leggono è che i loro professori non sono in grado di condividere con loro le proprie letture. E perché non sono in grado di condividere con i loro ragazzi le loro letture? Perché non leggono“. (Gianluca Colangelo)

L’insegnante manager

Non so, saranno i miei pregiudizi da vecchio e incallito professore, ma in tutto questo su e giù per i corridoi della scuola di professoresse appese al cellulare, che con aria e gesticolii da manager tengon contatti con enti e società da perfette donne in carriera, in tutto questo girone di docenti riconvertiti in “Mobility Manager” (e non nel senso del vigile urbano, eh?, ma della serie: mi occupo delle “criticità” della viabilità stradale davanti all’istituto), o in “Animatori Digitali” (ossia: mi occupo delle “criticità” che insorgono nell’imprescindibile – e sacro – uso dei computer tra i colleghi) o in “Tutor” (con la “u” da pronunciarsi rigorosamente “iu“, per carità. Perché mica si vuol rispolverare “l’inutile” latino!) o in quant’altro ancora, in questo turbinio di figure di sistema, di referenti per la sicurezza o l’alternanza scuola lavoro, in tutto questo americanese da società finanziaria e in questo luccichio da baraccone, io ci vedo del rancido. (Pietro Ratto) i [torna su]

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DIRIGENTI

Dirigenti potenti – ma senza ubiquità!

La legge 107 ha dato loro un potere decisionale maggiore in molti campi, svuotando di ogni significato anche lo stesso collegio dei docenti. Si circondano di una corte di docenti più o meno ampia, cui elargiscono l’elemosina del bonus premiale di merito.

Molti hanno rinunciato alla chiamata diretta, decretandone in sostanza il fallimento. L’impegno profuso è raddoppiato, come le loro prebende, con l’assegnazione delle reggenze, ma visto che nessuno dei presidi è ancora dotato del dono dell’ubiquità, plessi e scuole risultano spesso retti da collaboratori.

Il concorso tarda ad arrivare e per i prossimi due anni la situazione probabilmente rimarrà invariata.
Per non parlare della mia esperienza, che vede la stessa dirigente essere alla guida sia di un liceo scientifico sia di un liceo classico. Siamo a Cittanova, un piccolo comune della Piana di Gioia Tauro, è come se Persiani e Spartani avessero lo stesso re o Reggina e Messina lo stesso allenatore!
Scelte assurde, dettate da miopie ed interessi politici. (Fabio Cuzzola) [torna su]

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LE RISORSE: LA SCUOLA DEI BOLLINI

La scuola dei bollini

Uno fra i diversi aspetti devastanti della cosiddetta “buona scuola renzusconiana” è proprio l’idea di scuola che intende trasmettere ai cittadini.
Essa infatti non è più considerata un vero e proprio “organo costituzionale”, prioritario e vitale per il Paese, ma viene trasformata in una sorta di associazione di volontariato bisognosa, verso la quale indirizzare la carità compassionevole dei cittadini.
Come interpretare diversamente infatti quella frase inserita nel documento di presentazione “Facciamo crescere il Paese” del settembre 2014: “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola” o l’altra inserita nel documento di sintesi: “Ogni cittadino viene incentivato a contribuire al miglioramento del sistema”?
Sono frasi terribili da cui è possibile dedurre che quel governo, nonostante i proclami, ha scelto di rinunciare ad investire davvero nell’istruzione e nella scuola pubblica.
Ciò, insieme al clima generale di svilimento dei beni comuni, ha aperto la strada ad un panorama culturale paradossale: quello che invita i cittadini, oltre al pagamento delle tasse, ad investire direttamente nella scuola attraverso erogazioni liberali.
Non è un caso che, da allora, il Ministero all’Istruzione dia il suo assenso e talvolta il suo sostegno alla diffusione di iniziative pubblicizzate dai supermercati, dai distributori di benzina, dalle catene di negozi di abbigliamento, ecc., a sostegno della scuola pubblica.
Insieme per la scuola”, “Love Scuola”, “In viaggio per la scuola”, “Per la scuola”, “La scuola che mi piace” sono solo alcune delle diverse iniziative commerciali che si basano tutte sullo stesso principio: più il cittadino consumatore spenderà, più riceverà bollini e più la scuola da lui indicata avrà la possibilità di ricevere premi.
Che idea si darebbe del nostro Paese se si facesse qualcosa di simile alla nostra giustizia, alla nostra sanità, al nostro esercito?
Che effetto farebbe fermarsi a far benzina e ricevere bollini per donare carta e penna ai tribunali; oppure recarsi in un negozio di abbigliamento e vedersi consegnare punti per elargire bisturi e stetoscopi agli ospedali; o magari andare a fare la spesa e trovare delle iniziative finalizzate a regalare carri armati e bombardieri ai militari?
È sconvolgente pensare come ciò sia potuto accedere alla scuola della Costituzione.
È deprimente riflettere sulla violenza compiuta ai danni di una fra le migliori scuole primarie del mondo.
È tragico constatare come ciò non risulti semplicemente assurdo anche agli occhi di coloro che continuano a chiamarla “buona scuola”. (Mauro Presini)(Fabio Cuzzola) [torna su]

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ALTERNANZA SCUOLA LAVORO

Scuola e Lavoro. Meno istruzione per tutti!

Domanda esistenziale: la scuola deve formare, educare, avviare alla vita oppure al lavoro!???
Il fatto che la riforma Gelmini abbia affidato il nome “liceo” alla maggior parte delle scuole superiori non significa che tutte siano in grado di offrire una preparazione liceale, ognuna con discipline e programmi diversi. Quello che tutte hanno subito è stato invece il taglio delle ore di lezione finalizzato al taglio delle cattedre. Meno istruzione per tutti!
E da due anni poi alternanza scuola lavoro obbligatoria. Classi dimezzate a lezione, esperienze poco significative, molte delle quali durante le ore curriculari, con sommo piacere dei docenti tutor che rifuggono le aule scolastiche.
Agli studenti rimane poco, purtroppo anche il rammarico di vedere i loro coetanei in Germania retribuiti per l’alternanza e l’illusione venduta da un istituto del territorio che spacciava, con tanto di seminario nazionale in materia, sottosegretarioToccafondi presente, di creare posti per il porto di Gioia, dove oggi invece si parla di oltre quattrocento esuberi. Le “magnifiche sorti e progressive“! (Fabio Cuzzola)

Non è possibile imparare se non c’è il padrone?

Avevo detto in collegio quanta parte del programma della mia disciplina non ero riuscito a svolgere in terza e in quarta, e come quindi i miei studenti sarebbero arrivati con lacune all’esame di Stato. Una collega si alza e in modo passionale mi apostrofa:
“Ma perché non ti va l’alternanza scuola lavoro? In azienda imparano le regole! Imparano la puntualità e il rispetto delle scadenze!”.
“E tu che ci stai a fare? Cosa imparano da te? O non è possibile imparare se non c’è il padrone?”. (Gianluca Santangelo)

Perdere un anno di scuola e trovarsi travolto dal nuovo obbligo di alternanza scuola lavoro

Antonio è un mio studente.
Frequenta la scuola in cui insegno da cinque anni, anzi da sei…
Sì, perché sta ripetendo la classe quinta.
Non è uno studente lazzarone o con particolari difficoltà nel seguire le discipline che vengono proposte nel percorso dell’indirizzo che ha scelto; non è neanche un allievo demotivato o a cui lo studio interessi poco.
Fino a novembre dello scorso anno scolastico non ha mai creato problemi, ottenendo risultati lusinghieri; poi, di colpo e senza alcun preavviso, non ce l’ha più fatta.
La sola idea di avvicinarsi all’edificio scolastico gli provocava attacchi di panico e intollerabili mal di testa.
Ha cominciato a non frequentare per alcuni giorni, sperando che il problema rientrasse e contemporaneamente cercando di mantenersi in contatto con i suoi compagni di classe e con i docenti per rimanere allineato, per quanto possibile, con quanto avveniva nella vita scolastica quotidiana.
I giorni sono diventati settimane, le settimane mesi: Antonio non ce l’ha fatta a preparasi in modo sufficiente per poter affrontare l’esame di stato e ha deciso di non sostenerlo.
Durante l’estate i suoi problemi sono rientrati, le emicranie sono quasi scomparse del tutto e Antonio ha deciso di provare a riprendere il percorso interrotto bruscamente l’anno scolastico precedente, ripetendo la quinta classe che aveva seguito solo parzialmente.
Ma….

Nel suo percorso già svolto Antonio non aveva partecipato ad iniziative di alternanza scuola lavoro perché non erano specificamente previste; ora è stato inserito in una nuova classe che, in linea con l’obbligo previsto dalla legge 107, ha effettuato quasi tutte le 400 ore stabilite, sia con periodi di presenza presso aziende del territorio che con lezioni di impresa formativa simulata all’interno del nostro istituto.
La domanda che ci siamo posti come docenti del consiglio di classe è: cosa facciamo con Antonio?

Nel corposo documento “Guida operativa per la scuola sull’alternanza scuola lavoro” prodotto dal Miur il 5 ottobre 2015 non c’è nemmeno un cenno agli studenti che, per vari motivi, possono aver perso un anno scolastico nel periodo di avvio di questo nuovo obbligo: il Miur si è dimenticato di loro…
Della loro esistenza si è reso conto solamente con l’approssimarsi del secondo anno di attuazione dell’alternanza scuola lavoro: il 28 marzo 2017 (cioè ad anno scolastico che ormai si avviava verso la conclusione…) viene pubblicata la nota protocollo 3355/AOODGOSV “Attività di alternanza scuola lavoro – Chiarimenti interpretativi”.
In essa vengono proposte una serie di FAQ con le relative risposte; in particolare al paragrafo 5 di pagina 7 si può leggere:

D: Uno studente ripete nell’a.s. 2016/2017 la classe quarta. Pertanto, durante il terzo anno non ha partecipato alle attività di alternanza scuola lavoro in quanto ancora non obbligatorie. Si chiede se lo studente debba assolvere al monte ore di alternanza scuola lavoro previsto dalla legge 107/2015 (200/400 ore nel triennio), ovvero se possa essere esentato per una parte di esse.

R: Per uno studente che si trovi a ripetere il quarto anno del percorso di studi durante l’a.s. 2016/2017…  il Consiglio di classe, nell’ambito della programmazione delle attività curricolari, potrà deliberare la partecipazione dello studente a tale formazione, contabilizzando, nel quarto anno, un numero di ore di alternanza individuale superiore a quello del gruppo-classe di appartenenza.
Al termine del percorso personalizzato, comprensivo dei moduli relativi ad approfondimenti teorici e/o alle attività pratiche proposte all’allievo, il Consiglio di classe attesterà l’equivalenza, anche in termini quantitativi, con le ore di alternanza scuola lavoro svolte dal resto della classe nel terzo anno. Si ricorda che per la validità del percorso di alternanza è necessaria la frequenza di almeno ¾ delle attività programmate.
Analoga soluzione potrà essere adottata per gli studenti che nell’a.s. 2017/2018 si troveranno a ripetere la quinta classe.

Appare evidente che anche in questa documentazione il caso di uno studente che abbia avuto gli stessi problemi di Antonio è stato completamente sottostimato, liquidato con una laconica riga che cerca di adattare la già poco chiara proposta di chi il problema lo avesse avuto solamente per la classe quarta l’anno precedente.

Quindi, quello che come consiglio di classe dovremmo attuare diventa: far partecipare lo studente ad un numero di ore aggiuntivo rispetto al resto della classe, per acquisire quelle competenze di base, ovvero specifiche o trasversali, utili ai fini del riallineamento a quelle già acquisite dal resto del gruppo-classe di attuale appartenenza; tradotto in soldoni, Antonio dovrà partecipare per un numero di ore all’incirca pari a quello svolto dai suoi nuovi colleghi (cioè circa 400…) all’alternanza, cioè per più di due mesi non dovrà partecipare alle lezioni (è in quinta e quindi pensare di fargli fare quanto previsto in estate è impossibile..).

La domanda che sorge spontanea è: ma che senso ha tutto questo, soprattutto nei confronti di uno studente il cui problema principale lo scorso anno scolastico è stato quello di non riuscire più a frequentare la scuola?
Ed inoltre, visto che con il decreto legislativo 62/2017 all’articolo 26 è stato stabilito che il nuovo percorso degli esami di stato si applicherà a decorrere dal 1° settembre 2018 e all’articolo 13 è specificato che l’ammissione ai nuovi esami di Stato dipenderà anche dallo svolgimento dell’attività di alternanza scuola-lavoro secondo quanto previsto dall’indirizzo di studio nel secondo biennio e nell’ultimo anno di corso, per questo anno scolastico 2017/18 è ancora da ritenersi obbligatorio per gli studenti della classe quinta arrivare con la frequenza di almeno ¾ delle attività programmate?
E’ possibile che ad un mese dall’inizio delle lezioni dal Miur nessuno abbia pensato di dare indicazioni più chiare in merito?

E intanto Antonio a partire dal 5 settembre e fino al 21 di ottobre non parteciperà alla vita della sua nuova classe per svolgere in un negozio di informatica l’obbligo di alternanza ed arricchire la formazione acquisita nei percorsi scolastici e formativi con l’acquisizione di competenze spendibili anche nel mercato del lavoro (Guida operativa per la scuola sull’alternanza scuola lavoro, pag. 12)… (Carlo Salmaso) [torna su]

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EDILIZIA SCOLASTICA

Spreco di risorse. Scuola in affitto e 4.210.000 euro in fumo

L’invito di vivalascuola a condividere un appunto di cronaca scolastica sulla MALASCUOLA, mi giunge in un momento in cui il problema dell’edilizia scolastica, ormai cronico nella mia scuola, ha raggiunto un punto di non ritorno, oltre il quale non riesco a vedere altra alternativa se non una energica e immediata mobilitazione da parte di docenti, dirigente, studenti, Ata, genitori e società civile. Il problema riguarda la situazione di una gravissima e preoccupante inadeguatezza della struttura scolastica rispetto alla sicurezza e alle esigenze quotidiane della popolazione scolastica, che non sono più quelle di 30 anni fa, contrapposta a un’abnorme e inarrestabile emorragia di danaro pubblico versato anno dopo anno per questa struttura, chiaro esempio della logica che frequentemente sottende la gestione della cosa pubblica: massimizzazione dello spreco e minimizzazione dei benefici.

La questione coinvolge due distinte scuole, il Liceo Classico “A. Oriani” e l’Istituto Professionale “P. Tandoi”, ora divenute I.I.S.S. “A. Oriani – P. Tandoi” di Corato (Bari). Questi i fatti, meglio, i misfatti, a partire dalla scuola più antica: il classico.

In seguito al terremoto del 1980, per l’inagibilità della sede storica, dopo provvisorie ed inefficienti sistemazioni, il Liceo viene trasferito nell’attuale sede, un immobile costruito e destinato a scuola materna, nonché privo di aula magna. Negli anni il Liceo vede crescere sensibilmente il numero degli iscritti fino alla costituzione di 6 (sei!) sezioni, cifre davvero importanti per un liceo classico, in un paese di 50 mila abitanti. Si ritaglia ogni spazio possibile per ricavare aule, vengono così eliminate la biblioteca (con i suoi oltre 6 mila libri tra cui alcuni antichi di grande pregio e valore) e la sala docenti. La necessità di una nuova sede che rispecchi le necessità di sicurezza (ci sono aule con 32 alunni in 35-40 mq) e di capienza spinge docenti, studenti, genitori e presidi nel 2006 alla mobilitazione. L’amministrazione cittadina, quando sembrava ormai prossima la costruzione della nuova sede, si fa promotrice di una improvvisa mediazione per la stipula di un contratto di locazione tra la provincia di Bari e l’ente religioso Congregazione Religione della provincia di Napoli, proprietario di un immobile ecclesiastico situato nei pressi della scuola. Il canone pattuito per la locazione di 5 aule è di 40 mila euro l’anno (39, per l’esattezza). Facendo un facile conto, in 11 anni, la provincia ha versato un importo, ovviamente a fondo perduto, di 429 mila euro all’ente religioso. Al sonante danno economico pure la beffa: a pochi metri dalla struttura principale dell’edificio scolastico, che ospita quotidianamente 600 persone, si trova un traliccio di alta tensione (150 kv) di impossibile delocalizzazione perché, per incompetenza e assenza di lungimiranza politica, nel sito individuato per lo spostamento sono state costruite negli anni delle abitazioni civili, i cui proprietari mai accetteranno il posizionamento di fili e tralicci di alta tensione sui tetti delle loro case.

Il professionale “P. Tandoi” di Corato si trova da sempre in locazione presso una struttura ecclesiastica di proprietà della diocesi di Trani. Tra il 2001 e il 2002 l’edificio viene adeguato alle norme vigenti in materia per effetto della mediazione tra la provincia di Bari e la curia di Trani. L’accordo prevede il rinnovo del contratto di locazione il cui canone viene aggiornato a 270 mila euro annui. La provincia di Bari, ora città metropolitana, ha versato, pertanto, alla curia fino al 2017 un importo di 3.780.000 (tremilioni settecento ottanta mila!) euro, per una struttura non sua, senza palestra, e dato l’aumento esponenziale di iscrizioni grazie alla istituzione del corso alberghiero frutto della tenacia e dell’impegno dell’attuale Dirigente, con grave carenza di aule, banchi e sedie. Sommando gli importi delle due scuole viene fuori una spesa complessiva di 4 milioni e 210 mila euro! Con questi soldi avremmo oggi una meravigliosa struttura di proprietà dello Stato e soprattutto funzionale alle nostre esigenze. Corato è l’ennesima testimonianza della buona scuola della propaganda e della mala scuola della realtà. (Eliseo Tambone)

Il degrado degli edifici scolastici. «Non ci è concesso lasciare il mondo così com’è»

Ognuno di noi potrebbe – e spesso lo fa – raccontare agli amici non insegnanti dozzine di esempi di malascuola, più o meno pittoreschi o starnonianamente velati di “umorismo agrodolce” e “malincomicità”. In questa psicoterapia casalinga, quello che manca di solito è il punto di vista degli studenti, cioè – per essere precisi – il punto di vista degli studenti che passa attraverso il nostro “filtro” di adulti, il cui compito essenziale è (dovrebbe essere) il passaggio di conoscenze e valori tra una generazione e l’altra. E per punto di vista dico proprio “ciò che vedono” gli occhi di uno studente dal banco in cui siede.

Un paio d’anni fa una mia studentessa ha fatto una mini-inchiesta video (4’16”) (1), presentata alla maturità, sulle condizioni dell’ambiente-scuola. Penso che sia un documento esplicito del degrado delle condizioni essenziali, vitali, degrado che rende quasi impossibile non adattare la propria condizione di studente – ma anche quella di insegnante! – allo stato degradato dell’ambiente scolastico. Vi si possono constatare gli effetti devastanti del graffito selvaggio, con l’aggravante di una sedicente artisticità, riconoscere l’ipocrisia di una “palestra” con una dozzina di colonne al centro e il cui soffitto è a 230 cm da terra, individuare il “nespolo delle canne” (il luogo più affollato della scuola durante l’intervallo) di fronte al quale – consiglio della polizia… – è stata installata una telecamera (credo non funzioni da due anni), in un cortile che una volta ospitava un campetto da basket, oggi una scala antincendio (vietata all’uso e dunque normalmente usata) e il parcheggio auto per il dirigente e il personale di segreteria; e anche si individua il bar (il luogo più trafficato della scuola durante le lezioni), che da quest’anno – ottenuto il sospirato orario 8-15 col sabato libero – fornirà i pasti caldi agli studenti. In mancanza di mensa (però la finta palestra era una mensa bell’e fatta, e la palestra vera poteva esser quella di un liceo vicino che ne ha una inutilizzata…), gli studenti potranno mangiare sui banchi delle aule, dove disegnano o usano la creta o i mac da 2.000 € l’uno. Ma niente paura, prima e forse anche dopo i pasti – dipende dal bidello (pardon ATA) – i bidelli forniranno spugnetta e sgrassatore per pulire i banchi, in verità già permanentemente graffitati o incisi. Nel filmato c’è anche un accenno all’infame stato dei bagni, che meritavano un’inchiesta a parte: ricordo che l’anno scorso, praticamente per tutto l’anno scolastico, funzionava soltanto un (1) bagno femminile in tutta la scuola, 600 alunni, due terzi ragazze; situato a pian terreno (la scuola ha tre piani). La carta igienica veniva fornita su richiesta dai bidelli. Anche si intravvede la sporcizia dei vetri, che nelle aule esposte a nord si traduce in penombra invernale: qui il problema non è affrontabile dalla buona volontà, si tratta di doppi vetri sporchi all’interno (perché mal concepiti) e dunque da sostituire, e chi li dovrebbe sostituire?

Lo stabile era di proprietà della Provincia, che non c’è più, al suo posto è nata una Città Metropolitana che però non è ancora funzionante, anzi sembra già sull’orlo del fallimento. Ergo… Per le aule esposte a sud, unica difesa sono le tende, cioè tendoni pesanti che monellacci anonimi – le aule sono usate a rotazione da 3-4-5 classi ogni giorno diverse – strappano dai sostegni normalmente già verso ottobre. Quando voglio far sognare (ma poi finisce in avvilimento, lo faccio di rado) i miei studenti, racconto di una mia visita al liceo cantonale di Mendrisio (CH): tra i doppi vetri (puliti) scorreva una veneziana elettrica, orientabile; nella mensa self-service, lo chef (italiano) esponeva il menu giornaliero; ma la cosa più vergognosamente elitaria era la biblioteca cantonale (cioè aperta al pubblico) e insieme del liceo, il che voleva dire tra l’altro che il liceo e i suoi impianti sportivi stavano aperti anche alla sera. Nel mio “liceo” alle 16 scatta il coprifuoco, con tanto di allarme elettrico, perché «non ci sono i soldi» per gli straordinari dei bidelli. (Carlo Tombola)

1) Il video è del 2016 ed è intitolato È comunque la mia scuola. L’autrice, Shira Herreman, ha autorizzato la sua diffusione. È scaricabile a questo indirizzo: https://www.dropbox.com/s/y7ttq2jjyqwgb2n/FILM%20SHIRA%2022..mov?dl=0

Scuole belle?!

Ho “simpatia per il diavolo“, almeno per quello cantato dai Rolling Stones, credo invece che questo demone della 107 sarà duro a svanire; cambieranno ministri e governi, ci prometteranno aumenti salariali e “scuole belle“. A proposito, chissà che fine ha fatto il miliardo di euro promesso da Renzi per mettere in sicurezza i luoghi dove ogni mattina abbiamo la fortuna di lavorare ed incontrare i nostri ragazzi!
Nulla cambierà se non cominciamo a farlo noi dal basso, dalla quotidianità, consapevoli di svolgere e vivere, nonostante tutto, il mestiere più bello del mondo. (Fabio Cuzzola)

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DIDATTICA

L’azienda rinnoverà la didattica

Quest’anno nel primo periodo non riuscirò a fare le verifiche le necessarie perché la classe svolgerà l’alternanza scuola lavoro da novembre a dicembre, tutta intera. “Ma avrai la relazione che ogni studente farà sull’esperienza in azienda da valutare” mi dice il docente tutor per l’alternanza. “Inoltre ci sarà da strutturare una UDA (Unità di apprendimento) su quanto svolto in azienda, e anche tu parteciperai con una parte che coinvolga la tua materia“. Allora ho capito chi farà il rinnovamento della didattica. Lo farà l’azienda. (Gianluca Santangelo)

Torniamo ai saperi, torniamo in classe

Ormai parecchi anni fa, insoddisfatto dei libri di testo di Storia offerti dal “mercato – che in quinta sono nel migliore dei casi di 500 pagine (in media di 700, uno molto noto supera le 1.200), ma soprattutto sono quasi immancabilmente pagine caotiche, inzeppate di foto tabelle rimandi-lessicali note-a-pie’-di-pagina esercitazioni-didattiche riassuntini-finali, libri che nella struttura assomigliano sempre più a pagine di internet – ho chiesto agli studenti di studiare su un testo che avevo cominciato a scrivere io, prima schematico, poi via via più corposo. Un testo che mirasse a introdurre qualità storica nel discorso culturale, che spiegasse il mondo odierno attraverso i fatti del passato, che proponesse nessi causali piuttosto che formule par condicio. Non sono narcisista al punto di affermare che questo testo abbia portato a ottimi rendimenti scolastici, a comprendere ed amare la Storia. No, non è cambiato molto, tranne una cosa: abbiamo instaurato una prassi diversa, unica nel nostro liceo, le fotocopie (che la scuola non fornisce) del testo sono stabilmente nel quaderno degli studenti, le lezioni “frontali” (chissà perché così deprecate) seguite con grande concentrazione da tutti ma proprio tutti gli studenti. Ogni tanto si infila in classe uno studente fuggito (non è difficile) alla sua lezione per seguire Storia con noi. E le lezioni di Storia – non ho detto la Storia – sono amate anche più di quelle di Letteratura (nella nostra cultura, italiana voglio dire, è noto che sono le materie umanistiche a formare le generazioni, è ancora oggi così, nonostante tutto).

Nei nostri edifici più o meno grigi, dove però avvengono ogni giorno straordinari passaggi di saperi e miracolose esperienze didattiche ed educative, dobbiamo urgentemente tornare a occuparci di cosa e di come si insegna, dobbiamo rifuggire le logiche da “progettificio” che scardinano la qualità e anche la quantità di ciò che possiamo insegnare, rifiutarci di svolgere compiti accessori (dunque inessenziali), denunciare i disastrosi effetti della c.d. “alternanza scuola/lavoro”, in cui lo studente prova quale sarà il suo ruolo di lavoratore precario.
Torniamo in classe. (Carlo Tombola)

La formazione. Prima i contenuti, poi i mezzi

Altro nodo, poco discusso a dire il vero, della “Buona Scuola“.
Formazione per tutti! Come, cosa, dove, perchè, quanto!??? Non si sa. Ogni anno si attendono le famigerate circolari attuative, che spesso invece che dettare linee chiare finiscono per creare confusione. Ancora ad esempio non si conosce il monte orario da svolgere. Tutto aleatorio e molto confuso!
Ognuno dei docenti dovrebbe seguire un itinerario di formazione scelto e votato dal collegio, obbligatorio, le cui ricadute dovrebbero essere verificabili nella didattica.
Le scuole polo, spesso giganti dai piedi d’argilla, guidate dai loro dirigenti, hanno fatto incetta di moduli, finanziamenti e corsisti, proponendo spesso in un didattichese impastato con un po’ di inglese e informatica, corsi fotocopia che prevedono ore in presenza e ore on line, aventi come obiettivo quello di insegnare ai docenti l’utilizzo di piattaforme e app che i ragazzi maneggiano con disinvoltura da anni.
L’invasività della multimedialità e dell’inglese come feticci per l’innovazione didattica non ci porterà lontano. Prima i contenuti, poi i mezzi per trasmetterli ai ragazzi; si possono utilizzare i migliori strumenti, dalle Lim a Edmodo, passando per Prezi e WeScholl, ma sarebbe necessario prima fare tesoro delle parole antiche ma universali e sempre attuali del buon Catone: “Rem tene verba sequentur“.
In molti sono fermi alle conoscenze universitarie di lustri e lustri fa, in mezzo ci sono stati anni di nuovi scrittori, poeti, cineasti, romanzi, opere, che è necessario studiare perché i ragazzi cambiano e sulle spalle dei giganti devi mettere sostanza, essenza. (Fabio Cuzzola)

Assi culturali: una didattica che spacca! (l’istruzione e la società)

Il primo giorno di scuola per gli insegnanti non è il primo giorno di scuola che tutti conoscono dall’esterno – la ressa davanti ai cancelli, i saluti, le urla, le facce assonnate, l’appello che smista le classi prime, l’accoglienza, i corridoi e le aule che risuonano di nuovo di mille passi dopo il vuoto estivo. No, il primo giorno di scuola per gli insegnanti è la prima convocazione a scuola, che solitamente avviene ormai nell’ultima settimana di agosto, se non prima. In questa occasione tutti i più triti stereotipi sull’insegnante si dispiegano con una ineluttabilità sconcertante (prendete una novella di De Amicis, vecchia ormai un paio di secoli, e troverete esattamente gli stessi dettagli): c’è chi smania perché ha lasciato i bimbi piccoli a casa da soli, chi se li trascina da una riunione all’altra con giochi e gadget vari al seguito; chi arriva tonico e abbronzato come se fosse appena sbarcato dalla nave di crociera; chi è già alle prese con i conti che non tornano mai e con le bollette accumulate in quindici giorni di assenza; chi considera preoccupato il ritardo inevitabile, ripetendo tra sé l’orario della palestra o dell’appuntamento col parrucchiere e con l’estetista.

Ma quest’anno alla sequela di incontri e riunioni di dubbia utilità (messa in scena farsesca di una gestione pseudo-democratica e condivisa) se ne è aggiunta una nuova, con il sapore di una imprevista e ulteriore punizione: la programmazione per assi culturali. Parole non nuove, rimbalzate a fine anno scolastico da un collegio a un altro ma che sono state eluse e rimosse fin quando è stato possibile. Adesso no, non è più possibile: il capo d’istituto dice che bisogna avviare la programmazione per assi culturali, cosicché ci si ritrova aggregati in gruppi eterogenei di cui pochi capiscono il senso, con il compito ufficiale di definire questa nuova programmazione. Di malavoglia, tra le proteste generali, questi gruppi si avviano. I più anziani ed esperti prendono in mano la situazione, spesso sotto lo sguardo attonito degli ultimi arrivati: bisogna buttarsi su internet alla caccia di qualche programmazione già fatta, realizzare un efficace copia-incolla, stipare nella griglia nuova i contenuti vecchi, sperando che, come sempre, in Italia gattopardescamente tutto cambi per non cambiare nulla. Così, mentre i volenterosi si affannano a mettere insieme qualcosa di accettabile, gli altri finiscono con il chiacchierare del più o del meno, o si estraneano nel mondo virtuale dello smartphone, tenendo sempre d’occhio lo scorrere dei minuti (“sulla circolare c’è scritto 9-13, quindi alle 13 me ne posso andare… magari anche 12.55”).

Alla fine, prendendo spunto un po’ da un professionale di Sulmona, un po’ da un istituto comprensivo di Caltanissetta, un po’ da un alberghiero di Mondovì la bozza c’è. E il corpo docente dell’Istituto ***** ha efficacemente messo in atto le indicazioni del Decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 61 relativo alla “Revisione dei percorsi dell’istruzione professionale nel rispetto dell’articolo 117 della Costituzione, nonché raccordo con i percorsi dell’Istruzione e formazione professionale”. Decreto che, come recita l’articolo 1, “disciplina la revisione dei percorsi dell’istruzione professionale, in raccordo con quelli dell’istruzione e formazione professionale, attraverso la ridefinizione degli indirizzi e il potenziamento delle attività didattiche laboratoriali”, secondo quanto stabilisce la legge 13 luglio 2015 n.107. Gli istituti professionali – continua il comma 2 – sono infatti “scuole concepite come laboratori di ricerca, sperimentazione e innovazione didattica”, il cui modello didattico è “improntato al principio della personalizzazione educativa volta a consentire a ogni studentessa e a ogni studente di rafforzare e innalzare le proprie competenze per l’apprendimento permanente a partire dalle competenze chiave di cittadinanza” (comma 3). Il fine è formare una

una persona competente, consapevole delle potenzialità e dei limiti degli strumenti tecnici di trasformazione della realtà, attento a un utilizzo sempre più ampio delle tecnologie, così da dialogare con tutte le posizioni in gioco e sviluppare un contributo cooperativo alla qualità del lavoro come fattore in grado di determinare il risultato dell’intero processo produttivo e la crescita economica. Il fattore ‘professionalità del lavoro’ risiede, pertanto, nell’assumere responsabilità in riferimento a uno scopo definito e nella capacità di apprendere anche dall’esperienza, ovvero di trovare soluzioni creative ai problemi sempre nuovi che si pongono. Si tratta di una disposizione nuova, che supera la figura del ‘qualificato’ del passato, per delineare un lavoratore consapevole dei propri mezzi, imprenditivo, che ama accettare le sfide con una disposizione alla cooperazione, che è in grado di mobilitare competenze e risorse personali per risolvere i problemi posti entro il contesto lavorativo di riferimento”.

Gli strumenti per arrivare a tanto sono in sintesi il progetto formativo personalizzato (cioè la valutazione e la valorizzazione dei percorsi individuali e delle competenze acquisite anche al di fuori dell’istituzione scolastica), l’utilizzo di metodologie didattiche di tipo induttivo realizzate essenzialmente in contesto laboratoriale, l’attivazione di percorsi di alternanza scuola-lavoro già dalla seconda classe del biennio e infine la nostra famigerata aggregazione delle discipline per assi culturali e conseguente progettazione interdisciplinare.

Questa è la lettera nuda e cruda del decreto, da cui deriva il nostro incubo di inizio anno scolastico. Se volessimo azzardarne una traduzione in linguaggio volgare, potremmo dire in estrema sintesi che si tratta di riconoscere la specificità dei percorsi educativi e didattici dell’istruzione professionale: non si può insegnare ovunque come si insegna al liceo, ma bisogna rispettare e valorizzare le competenze individuali per ‘formare’ delle figure professionali a tutto tondo, non solo e non tanto sul piano delle competenze professionali specifiche (saper preparare una crema chantilly, per esempio), ma su quello della gestione complessiva del lavoro (saper capire quando e come preparare la crema chantilly, saperla proporre ai clienti, saper convincere clienti e colleghi che la crema chantilly è l’opzione migliore del momento, riuscire a riconoscere e introdurre se necessario le migliorie tecniche indispensabili a produrre una crema di qualità, individuare e valorizzare la specificità culturale del prodotto in rapporto a altre tradizioni culinarie, formare e dirigere efficacemente il team destinato alla produzione della stessa…).

Significa rinunciare a programmi obsoleti per venire incontro alle richieste e alle curiosità degli studenti, abbandonare la lezione frontale per forme interattive e condivise – laboratoriali in senso lato. Tutto questo nella consapevolezza che uno studente che sceglie l’istituto professionale non vuole stare fermo in un banco per sei ore, ma vuole muoversi, fare, toccare, sperimentare, essere coinvolto in qualcosa di pratico. A costringerlo sulla pagina scritta per ore, si rischia solo di perderlo, di lasciarlo annegare nella marea anonima degli abbandoni del percorso scolastico. La promozione (o imposizione) di una metodologia diversa dovrebbe mettere in discussione tutti quegli insegnanti che si trovano per sciagura a insegnare in un professionale rimpiangendo il paradiso perduto del liceo, dove i ragazzi ti fanno spiegare per due ore di fila, stanno attenti quando parli, magari studiano anche la lezione per casa.

Ma ancora più dietro è forse possibile scorgere un disegno estremamente pericoloso. Programmare per assi, accorpare le discipline, creare unità didattiche interdisciplinari significa sì venire incontro alle condizioni oggettive e alle richieste degli studenti ‘professionali. Ma istituzionalizzare questa differenza significa anche intraprendere un percorso di non ritorno. Se le discipline confluiscono in un asse comune, prima o poi non avrà più senso distinguerle, perché la competenza specifica dell’insegnante in inglese, francese, storia o diritto, vale molto relativamente rispetto alla riduzione oggettiva delle conoscenze specifiche, a tutto vantaggio delle competenze di base che non sono disciplinari (“un saper fare di qualità” recita l’introduzione del decreto).

Ancora più scontata è la riduzione oggettiva delle conoscenze acquisite a fine percorso. “Se non possiamo svolgere il programma ‘regolare’ non possiamo prepararli a sostenere l’esame di maturità”: è questo il tormentone che echeggia durante la nostra famigerata riunione. A quel punto la risposta è ovvia: se gli studenti di un istituto professionale fanno un percorso diverso, accederanno a un esame diverso, che darà loro un titolo diverso, magari non idoneo a intraprendere un percorso universitario – senza contare che la didattica innovativa in oggetto non prepara minimamente a sostenere un test d’ingresso universitario (indispensabile ormai per potersi iscrivere anche nella Facoltà di Produzione e Confezionamento della Crema Chantilly). L’istruzione professionale finisce così con l’essere sganciata di nuovo da quella tecnico-liceale e diventa istituzionalmente un percorso che non permette l’accesso agli studi universitari. Certo, possiamo ritenerlo un esito scontato in relazione a un bisogno evidente: i ragazzi che non vogliono studiare come gli altri hanno diritto ad avere la possibilità di farlo in maniera diversa, consona alle loro esigenze e attitudini individuali; costringerli in altre forme tradizionali di apprendimento diventa una tortura, una battaglia senza quartiere tra alunni e professori, uno stillicidio di microviolenze quotidiane. La riforma dell’istruzione professionale risponde così a un bisogno, a un’esigenza reale presa in carico dalle istituzioni nell’ottica di un complessivo percorso di educazione alla cittadinanza responsabile che trascende la formazione disciplinare.

Bisognerebbe però essere consapevoli che così facendo quanto meno si ratifica una polarizzazione sempre più marcata e rigida del corpo sociale: da una parte chi arriva a quattordici anni a poter affrontare un percorso di studi finalizzato a un impegno a lunga scadenza, dall’altra coloro che da questo percorso sono fin dall’inizio (fin dall’uscita della scuola media) tagliati fuori, e probabilmente lo rimarranno per sempre. Qualche decennio or sono molti si sono battuti perché questo non avvenisse, perché la scuola pubblica e l’università fossero aperte a tutti, e non è certo questa la sede per rispolverare simili questioni inerenti i massimi sistemi. Ma sicuramente affrontare la richiesta di una programmazione per assi culturali come l’ennesima angheria burocratica da sfangare alla bell’e meglio senza interrogarsi minimamente sulla logica sottostante è un atto gravissimo di ignavia intellettuale: significa rendersi complici della possibile distruzione di un ramo consistente dell’istruzione pubblica italiana senza neanche rendersene conto. Potremmo anche essere d’accordo: l’importante è saperlo, e dirselo. (Marina Polacco) [torna su]

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IL LINGUAGGIO

Una scuola senza didattica, educazione, pedagogia

Come dice magistralmente Nanni Moretti, le parole sono importanti, io aggiungo che il linguaggio utilizzato in certi momenti storici è importante. In questi ultimi 20 anni si è passati da Preside a Dirigente Scolastico, poi si è abusato del termine “Autonomia” e poi ancora Piano dell’offerta formativa, “Merito“, Flessibilità, efficienza, performance, valutazione… Una modifica del linguaggio che ha perso di vista il cuore di una vera Buona Scuola, non si trovano tracce delle parole didattica, educazione e pedagogia. Ecco che il proliferare di un linguaggio sbagliato a tratti anche violento ha modificato il nostro sistema scolastico, imponendo ai docenti continui e pressanti doveri e sottraendo continuamente, soprattutto negli ultimi 8 anni, i diritti.

Stiamo percorrendo, senza un minimo dubbio politico, una strada neoliberista creata per destrutturare i principi caratterizzanti della nostra Scuola, volta ad ingabbiare i docenti in un recinto impiegatizio, sottraendo il principio costituzionale della libertà di insegnamento. Nel fare tutto questo è stata coniata la parola BUONA SCUOLA che è nata per scongiurare il realistico ossimoro della MALA SCUOLA… Già, come si vede le parole sono importanti ed è dalle parole usate prima dalla Giannini e poi dalla Fedeli che si comprende il significato dello sfascio della scuola pubblica.

I Dirigenti scolastici che stanno per essere ricompensati con 11 mila euro lordi medi all’anno, con il rinnovo del contratto, sono stati la testa di ariete per sfondare i principi costituzionali e collegiali che erano la base del nostro sistema scolastico, invece i docenti avranno solamente un aumento stipendiale di poco più di 1000 euro annui medi lordi.

Una scuola Dirigentocentrica dove il docente appare schiacciato tra il peso dei nuovi poteri assegnati al capo di istituto e la totale mancanza di autorevolezza della funzione didattica, educativa e pedagogica. Una scuola che non punta a formare cittadini liberi e indipendenti ma nella migliore tradizione neoliberista la Mala Scuola si prefigge il compito di “sfornare” lavoratori per le aziende, addestrati da docenti sempre meno liberi e sempre più assoggettati al potere del “Mercato“. Le parole e il linguaggio sono importanti, peccato che questo alfabeto è lo strumento per distruggere quello che la Scuola era riuscita a costruire in mezzo secolo! (Lucio Ficara) [torna su]

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UN CASO

Come la mala scuola ha ridotto la mia scuola (ITCS Levi – Bollate)

E’ d’obbligo premettere che gli effetti della 107 sono stati tanto maggiori quanto abbattutisi su una scuola già prostrata dagli altri noti deleteri interventi:

1) L’autonomia scolastica, che ha determinato una insana competizione tra le scuole statali e inferto una grave colpo alla reale partecipazione nella conduzione delle istituzioni scolastiche, anche per l’eliminazione della elezione democratica dei collaboratori del preside (divenuto DS). Segnando la nascita dei progettifici e l’affermarsi di fameliche ed eterogenee cricche di yesman e portaborse.

2) La legge Gelmini, che – nello specifico del Levi di Bollate – ha eliminato la maxi-sperimentazione cancellandone tutti i frutti incluso il biennio comune, fiore all’occhiello ed elemento caratterizzante della scuola.

Ed ora veniamo a quello che successo dal 2015, con l’avvertimento che il gruppo dirigente della scuola, selezionato in base ai criteri di cui sopra, ha svolto fedelmente il suo compito acriticamente filo-governativo e di appoggio al DS (sebbene talvolta dietro un’opposizione di facciata), fino al punto di ostacolare persino lo sciopero del 5 maggio. E poi, a legge approvata, per far “digerire” alla massa dei docenti, tutti gli aspetti più critici della 107, non di rado nella versione più integralista.

La prima conseguenza fu, poche settimane dopo l’approvazione della Legge, lo scavalcamento della contrattazione d’istituto mediante un atto unilaterale del DS (non solo tra il silenzio dei sindacati, ma persino con l’appoggio di alcuni di essi). Questo precedente ha poi condizionato tutta la contrattazione d’istituto successiva fino ad oggi, con la sottrazione dal tavolo sindacale di materia inerente, tra cui la contrattazione dei compensi derivanti da taluni finanziamenti (come – non a caso – quelli destinati al personale impegnato nell’Alternanza Scuola Lavoro, definiti direttamente dal DS e dal suo entourage). Ma l’intero salario accessorio non può più dirsi attribuito mediante una negoziazione, venendo oramai devoluto come una sorta di “mancetta definita a consuntivo e a lavoro svolto. Approfittando dell’accettazione supina di incarichi “al buio” da parte di tanti docenti che subiscono per vari motivi, tra cui le note fragilità della categoria.

La quiete tra i sudditi viene inoltre mantenuta anche attraverso l’eliminazione di importanti forme di trasparenza, tra cui la soppressione della comunicazione dei dati sulla retribuzione accessoria, per cui sì è perduta ogni percezione su quale sia la correlazione tra prestazioni e mancette. Le quali – complici i cronici ritardi nei pagamenti dovuti anche al caos che regna nelle segreterie – sembrano oramai materializzarsi in busta paga a guisa di fenomeno trascendente. Vissuto peraltro con diffidenza, non potendosi non pensare al triste esito sortito dal bonus renziano. Spiccioli tanto reclamizzati, che poi per molti lavoratori si sono rivelati una temporanea illusione mensile con un conto salato da pagare a fine anno.

Al termine del primo anno di 107 l’amor proprio dei docenti del Levi venne pesantemente ferito dal nefasto bonus premiale, attribuito previa mortificante classifica di merito basata sulla solita fuffa con la quale si pretende di riconoscere i bravi docenti. Con il concorso fattivo di una piccola propaggine di genitori attivisti, che – sfruttando il distacco di tutti gli altri – si è per certi versi impadronito della scuola, alleandosi con DS e cricca e arrivando così ad incidere sulla politica scolastica del Levi, ben oltre la misura fissata dalla Legge.

Per sedare il malcontento dei docenti, il DS fece in modo di far percepire il bonus a quasi a tutti quelli che avevano presentato l’apposita scheda, ma la vicenda ebbe una coda inattesa perché la classifica venne divulgata con tutte le sue esilaranti risultanze. Il che non impedì ad alcuni anonimi giustizieri di minacciare e farsi beffe dei docenti ultimi classificati. Si veda il link.

Ora il bonus è argomento tabù. I tanti oppositori hanno paura di esporsi perché sarebbero tacciati di rifiutare la valutazione in quanto non aventi la coscienza a posto. Questa logica è stata ben propagandata dai genitori di cui sopra, ai quali, nel presentare la scuola come una “accogliente” scuola/azienda è stato implicitamente concesso di agire proprio come dei clienti che hanno tutto il diritto di venire a conoscenza delle “caratteristiche merceologiche” dei prodotti acquistati.

E purtroppo anche alcuni studenti si sono fatti suggestionare dalla semplicistica retorica della valutazione dei docenti che pervade la legge 107. Quindi con l’appoggio tacito del DS e dei docenti della cricca che si sentono grandi innovatori, hanno inscenato, lo scorso anno, una sorta di pagella con voti degli studenti ai loro docenti, secondo la moda del momento che tanto solletica l’opinione pubblica.

Credo sia questo il più triste risvolto degli effetti della mala scuola sulla mia scuola. La truffa formativa sistematica a danno degli studenti, blanditi con co-gestioni liofilizzate e mandati a fare l’Alternanza S.L. in orario di lezione (per fargliela digerire meglio), ma che non sono più in grado neanche di svolgere autonomamente un’assemblea (vietatissime perché fanno scappare i clienti…).

Ora è arrivato un nuovo dirigente pluri-reggente che ha subito parlato chiaro ai docenti: “prima di fruire di permesso dovete aspettare che io ve lo conceda”. (Nicola D’Auria)

La scuola del caos

Per diversi anni ho lavorato nello stesso istituto, che a mio avviso è abbastanza tradizionale. La “buona scuola” ci è stata calata dall’alto come il nuovo capitolo di un libro noioso. Entrata in vigore con la legge 107 del 2015 ha modificato alcuni aspetti del sistema scolastico. Consolidando quella che viene chiamata autonomia scolastica attraverso i piani triennali dell’offerta formativa PTOF, che già come acronimo appare impronunciabile, la riforma, permettendo ai dirigenti scolastici di scegliere i propri docenti, dona loro un potere che mette in discussione diverse regole sindacali. Lo spostamento dei docenti da una parte all’altra della nostra bella penisola, nella maggior parte dei casi ha creato un gran caos, dimostrando la fallibilità del progetto.

Un altro punto importante è stato il piano per l’inclusione dei disabili, usato come una bandierina al circo, non ha dato i risultati sperati.

Il sistema integrato di educazione e istruzione, da zero e sei anni, non ha ancora visto la luce. Ma l’idea in assoluto più brillante è stata quella del “bonus”, mancia per convincerci della bontà della riforma.

La parola “premialità” è apparsa come un miraggio, dove un incantatore di serpenti prometteva bonus a tutti quelli che si sarebbero mostrati intraprendenti, che sprezzanti del pericolo avrebbero issato progetti sopra i tetti delle scuole.

I più coraggiosi hanno rinunciato alle prebende. A molti docenti, parole come “innovazione” e “modernizzazione”, sono apparse come stracci sulle buche delle strade, hanno continuato a combattere col POF, che ogni anno viene modificato, a lavorare senza sosta tra aule grandi o piccole, in scuole di periferia o in città difficili, in aule 3.0 o altre dove si sta in ventisette, senza mai tirarsi indietro.

La scuola ha bisogno di riprendere il suo ruolo che ha perso ad ogni riforma, riconoscendo ai docenti il diritto lavorare con serenità e agli studenti di trovare la propria strada. (Giovanna Marras) [torna su]

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Rabbia, rabbia, rabbia. Il nemico è tra noi
di Giovanna Lo Presti

Rabbia, rabbia, rabbia. È da un quarto di secolo che non provo altro che rabbia di fronte allo stillicidio di “riforme” e di interventi che toccano la scuola italiana; e non c’è stato ministro dell’Istruzione (eccettuato forse Tullio De Mauro, che passò come una meteora, lasciando poca traccia di sé) che non abbia voluto legare il proprio mandato a presunte “novità, sotto le quali si nascondeva, malamente, un unico progetto di rimodellamento della scuola pubblica, sempre più piegata alle esigenze del mondo esterno, sempre meno legata alle proprie radici ed alla peculiarità della cultura del nostro Paese. Che questo scellerato progetto di omologazione della scuola abbia dato soltanto frutti velenosi, pare non interessare i “decisori politici. Tanto, loro, nelle aule scolastiche non vivono tutti i giorni, lavorando con fatica. La riforma Berlinguer, la riforma Moratti, la riforma Gelmini, e poi gli interventi di Profumo e Giannini dovevano precipitare necessariamente laddove il tanto affaticar fu volto, nell’abisso orrido della “buona scuola” di Renzi. Là tutti i fili sono stati tirati, tutti i nodi sono venuti al pettine, tutto ha trovato una sua abborracciata sistemazione: soprattutto ha visto il suo trionfo un abbozzo incompiuto, quel disegno di legge Aprea, che auspicava la chiamata diretta, che esaltava la “meritocrazia”, che rendeva l’accesso all’insegnamento una gimcana lunga, complicata, con numerosi trabocchetti che potevano interrompere la gara in ogni momento. Il premio finale: un lavoro da 1.400 euro circa al mese, per governare masse di bambini, ragazzini, adolescenti intossicati dall’uso di cellulari, computer, videogiochi.

Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: oggi paghiamo caro e paghiamo tutto (i bassi stipendi, il corpo insegnante più vecchio del mondo, le aule fatiscenti, le attrezzature carenti, la corsa a dimostrarsi “meritevoli”, l’accantonamento delle conoscenze disciplinari in nome del “metodo” di insegnamento, la confusione tra scuola e lavoro, la gerarchizzazione in atto…) ma paghiamo anche a causa di molti nostri colleghi “miglioristi, che hanno sempre preteso di usare qualsiasi evidente stupidaggine estraendone il presunto succo prezioso, migliorandola, appunto, dall’interno. È andata così per l’ “autonomia scolastica”, una plateale bufala che ha determinato la corsa al cliente-studente, che ha fatto nascere la triste voga dei cartelloni pubblicitari che vantano i meriti dei singoli istituti, che ha fatto decadere l’idea di scuola della Repubblica. Eppure l’autonomia scolastica è stata lodata (lo è ancora) da destra e da sinistra e non sono bastati i dati oggettivi che la rivelavano per quello che era (una goffa bugia) per convincere tutti i paladini dell’autonomia ad abbandonare la loro causa.

La scuola è una dependance dell’azienda

Stessa sorte ha avuto l’alternanza scuola-lavoro, di cui molto si discute proprio adesso: dopo decenni di esperienze parziali, la “buona scuola” ottimizza il danno e rende l’alternanza obbligatoria. La quale alternanza non è di per sé demoniaca, ammesso che l’ambiente di lavoro si metta al servizio della scuola ed accolga i nostri studenti con l’unica intenzione di far loro imparare qualcosa di specifico che non possono imparare nelle aule scolastiche. Ma questo “qualcosa” non può e non deve essere l’imparare ad obbedire, l’imparare che lavorare stanca e deprime, che qualsiasi compito va eseguito se è il capo che lo ordina. Gli insegnanti “miglioristi” anche in questo caso sono stati complici di progetti al ribasso; ed invece è proprio dalla voce qualificata dei docenti che dovevano giungere le critiche più acute al maldestro modo di intendere l’alternanza scuola-lavoro.

Nessuna voce pubblica, d’altra parte, si leva contro la clamorosa fandonia che attribuisce alla insufficiente preparazione scolastica la causa prima della disoccupazione giovanile. Infine, l’annotazione per me decisiva: quando il dotto, il ricco ed il patrizio vulgo manderà in massa i propri figli a frequentare le scuole professionali per parare un umile mestiere allora sarà superato quello che è lo scoglio più grande e che ha un nome vecchio eppure attuale, scuola di classe. Oggi la scuola non è più fattore di emancipazione sociale: i figli dei ricchi vanno al liceo, i figli dei poveri vanno alle scuole professionali. Un sistema perverso ma non privo di logica rende proprio le scuole tecnico-professionali più sottomesse ad una alternanza riassumibile nel motto “meno scuola, più lavoro”. Ma il “lavoro” che prefigura l’alternanza è il lavoro precario, prono alle esigenze del profitto per pochi.

Gli insegnanti: poveri con lavoro

Mi pare evidente che la nostra è una società che sta avviandosi a istituzionalizzare l’idealtipo del working poor. Ed è anche lampante che fra i “poveri con un lavoro” si possano già annoverare parecchi nostri colleghi: quelli, a esempio, trasportati dalle immissioni della “buona scuola” dal Sud al Nord. Quelli stessi che poi – ma c’è da meravigliarsi? – mettono in atto ogni strategia per tornare a casa dopo la presa di servizio. Ricordo una recente e patetica lettera in cui un preside piuttosto famoso, Gianni Zen, si rivolgeva all’insegnante che, dopo aver accettato la supplenza il 1 settembre, tornava a casa in aspettativa legata alla Legge 104, tramutatasi poi in certificato medico di fronte alla non concessione da parte del dirigente dell’aspettativa stessa. Metto tra parentesi la discutibile non concessione dell’aspettativa legata alla legge 104, né mi interessa il merito di questo singolo caso, ma rilevo che il preside in questione, che pure sembra accampare buone ragioni, non si è chiesto come si faccia a vivere, da “stranieri”, in una città del Nord con 1.400 euro, in cui far rientrare le spese di viaggio per i necessari ritorni a casa.

Ogni lavoro dovrebbe avere dignità, compreso quello dell’insegnante. Dopo averci umiliati per anni con la solfa dei tre mesi di vacanze, ecco le nuove umiliazioni: personale trattenuto in servizio oltre ogni limite ragionevole a causa della più autoritaria delle riforme (che un governo tecnico abbia inciso in modo così netto e negativo sulle nostre esistenze, privandoci della libertà dal lavoro dopo i sessant’anni è un atto tirannico), stipendi ridicoli, che certo non retribuiscono adeguatamente la fatica crescente del personale della scuola, mance da 500 euro per l’aggiornamento, il tormentone del “premio al merito, una miriade di riforme-riformine-riformette, senz’anima e senza intelligenza, che hanno il solo scopo di sottolineare la subalternità della funzione docente alle mode didattico-burocratiche del momento.

Idiozie di cui il tempo farà giustizia

Gli assi culturali, la didattica per competenze, il CLIL – tutte idiozie di cui il tempo farà giustizia – ci punzecchiano come zanzare fastidiose e ci allontanano dalla riflessione (l’unica seria) sul declino della scuola, troppo spesso ridotta ad un recinto di contenimento per le giovani generazioni e sul tramonto della cultura (quella che si acquisisce con lo studio), sostituita, anche per troppi nostri colleghi dallo sfarfallio da Luna Park della “nuova scuola. E insomma, non se ne può più di pseudo-didattica e di pseudo-formatori che blaterano di “società della conoscenza”, di “competenze”, di “imparare ad imparare” a circa venticinque anni dal Libro Bianco di Jacques Delors (Crescita, Competitività, Occupazione. Le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo) e del Libro Bianco sull’istruzione e sulla formazione di Cresson e Flynn. Entrambi si sono rivelati fallaci espressioni di un neoliberismo edulcorato da buoni sentimenti “democratici” concentrati in formule vuote (pari opportunità, lotta contro l’emarginazione sociale, importanza del “capitale umano”…).

Se vogliamo trovare la fonte cui si sono abbeverati gli estensori della malascuola renziana, dobbiamo andare indietro, sino ad arrivare a quei testi, legati a filo doppio alla nascita dell’Europa dei mercati. Non è bastato un quarto di secolo per render chiaro a molti che l’Europa dei mercati è nemica dell’Europa dei popoli e che essa ha trovato i suoi corifei nei teorici di un’educazione “moderna”, adattabile, destinata a rimodellarsi lungo tutto l’arco della vita. Non è bastato un quarto di secolo, ma non durerà per sempre. Ed allora mettiamo in atto una pratica di resistenza attiva, mettiamo a nudo le radici profonde della malascuola ed impariamo, finalmente, a dire di no a tutte le pratiche che ledono la libertà nostra e dei nostri studenti.[torna su]

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MATERIALI

CRONACHE DELLA “BUONA SCUOLA” DI RENZI

Il flop della chiamata diretta

La chiamata diretta doveva essere la novità più importante della Buona Scuola. E invece, come scrive Il Sole 24 Ore, la chiamata diretta è stata nuovamente “affossata”: nelle operazioni di trasferimento infatti sono stati individuati dai presidi meno del 30% dei circa 12.000 insegnanti finiti negli ambiti territoriali (quindi, poco più di 3.300). Anche tra i docenti neo-immessi in ruolo la chiamata per competenze da parte del dirigente scolastico ha interessato meno della metà delle persone (12.976 docenti sui complessivi 27.388 assunti al 13 agosto). (vedi qui)

Docenti “deportati

“Si continua a calcare la strada della mattanza sociale con noi professori da sempre precari, per la quasi totalità donne di 45 anni, cui oggi lo Stato chiede di scegliere tra famiglia e professione”, sostiene Francesca Marsico, portavoce dei Nastrini rossi, movimento nato in difesa dei docenti del Sud assunti con la riforma della ‘Buona scuola’ ma trasferiti in scuole del Nord.

“Noi siamo ben consapevoli – spiega – che nonostante le cattedre al Sud ci siano, solo un 30% di noi, circa settemila e 500 su 25mila professori deportati al Nord, potrà svegliarsi da questo incubo chiamato piano straordinario ‘la buona scuola’”.

Secondo la Marsico, “gli altri 17mila e 500 resteranno al Nord e questa volta senza la possibilità di avvicinamento a casa, nonostante le opportunità lavorative vi siano tutte e ancora oggi molti dirigenti, anche del meridione, sono in cerca di insegnanti e in classe lavorino docenti privi di qualsiasi abilitazione”. (vedi qui)

Scontenti per il bonus

La maggioranza delle scuole ha deciso di dividere i soldi del merito… premiando almeno il 47% dei docenti… il 47% è ancora poco. In una scuola normale ben più del 47% dei colleghi qualche incarico extra se lo prende per forza di cose, altrimenti non si saprebbe come far funzionare l’ordinario. C’è chi fa il coordinatore di più classi, chi partecipa a valanghe di commissioni, chi fa gli orari, chi cerca di organizzare le attività extra pomeridiane, i corsi di recupero, quelli per gli stranieri, chi tiene i rapporti con le famiglie e i medici che seguono gli alunni disabili, chi partecipa ai tavoli di coordinamento con i vari enti locali, o con le reti di altre scuole, chi si occupa della sicurezza, del team digitale, dei progetti d’istituto, chi coordina la continuità fra materna, medie ed elementari, chi organizza le gite, le settimane di studio all’estero, le attività accessorie e gli stage, chi fa il vicario e il fiduciario di plesso e supplisce il Dirigente quando non c’è o magari non è in sede perché deve dirigere contemporaneamente più scuole, etc.

C’è a scuola una valanga di lavoro sommerso che nessuno sembra conoscere, ma che viene svolto silenziosamente da quasi tutti i docenti… Prendete il miglior insegnante del mondo e mettetelo in un ambiente poco stimolante e collaborativo: non potrà fare granché. Questa visione della scuola come un luogo dove un singolo docente salva la situazione è ingenua e fuorviante. Nemmeno un portento dell’educazione come Don Milani ha fatto tutto da solo: aveva attorno un suo team. (vedi qui)

SPESA PER L’ISTRUZIONE

L’Italia è tra i paesi europei che ha diminuito maggiormente i propri investimenti in istruzione. È quanto emerge dal brief reportLa scuola non chiude” che WeWorld – Organizzazione non Governativa che da oltre vent’anni si occupa di difendere i diritti di bambini, bambine e donne a rischio in Italia e nel Sud del Mondo – pubblica oggi in occasione dell’ultimo giorno di scuola.

Nel 2015 la spesa pubblica in educazione del nostro paese (come percentuale del PIL) è stata solo del 4%, contro il 7,5% dell’Islanda, il 7% della Danimarca, il 6,5% della Svezia e il 6,4% del Belgio. Paesi con condizione simile alla nostra, con percentuali addirittura inferiori o uguali, sono la Romania (3,1%), l’Irlanda (3,7%), la Bulgaria (4%) e la Spagna (4,1%) [fonte: Eurostat 2017]. (vedi qui)

SCUOLE INSICURE

Secondo il XV Rapporto di Cittadinanzattiva sulla sicurezza delle scuole un quarto degli edifici scolastici sono senza manutenzione e solo il 7% sono stati adeguati sismicamente. Un quarto delle aule con distacchi di intonaco.

Una scuola su quattro ha una manutenzione inadeguata e solo il 3% è in ottimo stato. Un quarto circa di aule, bagni, palestre e corridoi presenta distacchi di intonaco; segni di fatiscenza, come muffe ed infiltrazioni, sono stati riscontrati nel 37% delle palestre, nel 30% delle aule, nel 28% dei corridoi, nel 24% dei bagni. (vedi qui)

DOCENTI: QUANTI, QUANTO LAVORANO, QUANTO GUADAGNANO

Quanti

Non vengano a dirci, dal Miur e dal Governo di turno, che la spesa pubblica in Italia per gli stipendi degli insegnanti è già troppo alta. Nel computo degli insegnanti italiani sono contemplati quasi 150.000 stipendi di docenti di sostegno, che in altri Paesi vengono ‘caricati’ su altri ministeri, ad esempio quello della Salute, oppure esclusi da computo totale, perché si tratta di didattica speciale. Come dalla spesa degli emolumenti per il personale scolastico andrebbero sottratte decine di migliaia di stipendi riguardanti i docenti di religione, anche loro non contemplati in altri Paesi.

Quanto lavorano

L’orario di lavoro (settimanale frontale) dei docenti italiani non è, come si racconta, nettamente inferiore a quello dei colleghi europei: le ore di lezione in Italia sono superiori alla media europea sia nella scuola primaria (22 contro 19,6) che nella secondaria superiore (18 contro 16,3) e uguali nella secondaria inferiore (18 contro 18,1)”.

Quanto guadagnano

Le retribuzioni iniziali dei nostri docenti assicurino un tenore di vita al di sotto di quello medio italiano. In Europa, solo i docenti Slovacchia e la Grecia, per motivi ovvi, possono contare su buste paga inferiori a quelle dei nostri insegnanti. Il problema è, soprattutto, quello del mancato adeguamento stipendiale nel corso della carriera. In Francia, ad esempio, i maestri della primaria appena assunti percepiscono più o meno quanto i colleghi italiani (tra le 22.000 e le 23.000 euro lorde); solo che al termine della carriera, gli stessi docenti transalpini surclassano i nostri, prendendo oltre 10.000 euro in più (oltre 44.500 euro contro 33.700 euro lordi).

Non va meglio per un insegnante del Belpaese che opera nella secondaria di secondo grado: questi, infatti, potrà contare su stipendi massimi di 38.745 euro, mentre chi svolge la stessa professione in Germania sfiora i 64.000 euro. E pure in Spagna, dove l’economia non è di certo più florida di quella italiana, arriva a 48.000 euro, quindi 10.000 in più dei nostri docenti delle superiori. Molto distanziati, sempre rispetto agli italiani, ci sono gli insegnanti belgi (63.000) e austriaci, che superano i 65.000 euro annui. Per non parlare di chi insegna a Lussemburgo, dove, sempre nella secondaria di secondo grado, si arriva a percepire 125.000 euro medi.

E gli aumenti?

In Germania, i 16 Länder stabiliscono gli stipendi dei dipendenti pubblici e li incrementano regolarmente per compensare l’inflazione; in Danimarca, il contratto generale del 2015 prevede aumenti salariali e indennità aggiuntive per gli insegnanti di tutti i livelli; in Spagna, la legge finanziaria del 2016 ha stabilito un aumento dell’1% degli stipendi di tutti i dipendenti pubblici, compresi gli insegnanti, con effetto dal 1 gennaio 2016; anche nei Paesi Bassi, una recente riforma del governo sugli stipendi ha previsto un aumento generale delle remunerazioni per tutti i dipendenti pubblici; in Portogallo, nel 2015, il governo ha revocato i tagli degli stipendi approvati l’anno prima. Solo in Italia e a Cipro – si legge ancora nel Rapporto europeocontinuano a rimanere congelati gli stipendi dei dipendenti pubblici (compresi quelli degli insegnanti). (vedi qui)

DISPERSIONE SCOLASTICA

DISOCCUPAZIONE GIOVANILE

Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile l’Italia è al terzo posto: il 37,8 dei giovani che cercano attivamente lavoro, esclusi quindi quelli che stanno studiando, non riescono a trovarlo. Il tasso di disoccupazione giovanile è più alto solo in Grecia e Spagna, dove è al 47,3 e al 44,4 per cento. Insieme alla Spagna, l’Italia è il paese dove i giovani ottengono i lavoro peggiori: il 15 per cento del totale riesce a trovare soltanto contratti atipici ed è quindi considerato a «rischio precarietà». (vedi qui)

NON STUDIANO, NON LAVORANO

Tra tutti i 28 paesi europei l’Italia ha il record di NEET, l’acronimo con cui si indicano i giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano e non si trovano nel sistema scolastico (not in education, employment or training). Si trova in questa situazione il 19,9 per cento dei giovani, praticamente uno su cinque. Ci sono più NEET in Italia che in Grecia, Spagna e Bulgaria, quasi il doppio della media europea, dove i NEET sono l’11,5 per cento del totale dei giovani. Questo è il dato più importante che emerge sull’Italia dal rapporto “Occupazione e sviluppi sociali in Europa” (ESDE) della Commissione europea.

[torna su]

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SEGNALAZIONE

Sciopero 27 ottobre 2017

Il Miur ha diramato la nota n. 32029, avente per oggetto “Comparto Istruzione e Ricerca. Sciopero generale per l’intera giornata del 27 ottobre 2017 di tutti i settori pubblici e privati, compreso il primo turno montante per i turnisti”.

Lo sciopero è stato indetto da CUB, SGB, SI-COBAS, USI-AIT e SLAI-COBAS.

Nella nota si ricorda che, interessando lo sciopero anche il servizio pubblico essenziale, il diritto va esercitato nel rispetto delle regole e delle procedure previste dalla legge n. 146/1990 – articoli 1 e 2.

Qui la nota del Miur, qui le motivazioni dello sciopero per la scuola.

Un convegno su Don Milani

(vedi qui il programma) [torna su]

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di Anief, Cgil, Cobas, Comitato Scuola Pubblica, Coordinamento Nazionale per la scuola della CostituzioneCub, Gilda, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Unicobas, Usb.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

Aetnanet, Aetnascuola, Associazione Nonunodimeno, école, Educazione&Scuola, Education 2.0, Foruminsegnanti, Fuoriregistro, Gessetti Rotti, Gli AsiniMovimento di Cooperazione Educativa (MCE), Like@Rolling Stone, PavoneRisorse, Quando suona la campanella, Rete della conoscenza, RoarsScuolaOggi,…

Siti di informazione scolastica

La Tecnica della Scuola, OrizzonteScuola, TuttoScuola.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

2 pensieri su “Vivalascuola. Nun te reggae più

  1. Pingback: La scuola dei bollini – Like @ Rolling Stone

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