Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (quarta parte)

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La sistematicità delle corrispondenze consente alla metafora di sfumare in una più generale somiglianza che assume la forma d’una grande simpatia universale. L’intero meccanismo metaforico può essere un’immagine dell’universo ermetico [1]. Fa parte di questo discorso un elemento dal quale dipende anche buona parte della struttura del romanzo, ovvero la ‘polvere di simpatia’ o unguentum armarium, un impiastro in grado di mettere in collegamento, di ‘porre in simpatia’, appunto, due oggetti anche molto distanti tra loro. Eco stesso richiama quanto Goclenius dice a proposito di questo magico unguento in Synarthrosis Magnetica (1617): Continua a leggere

Penne


La penna è un oggetto sempre più obsoleto. Qui, davanti a me, ho una specie di BIC, tanto per intenderci; in realtà è una Buffetti Stick Pen 1.0, che garantisce ben 1500 metri di autonomia.
Di questi tempi, è difficile arrivare a un chilometro e mezzo di scrittura. Le mie cose le butto giù sul cellulare o sul tablet della Apple, che consentono di correggere, copiare e inserire il materiale quando e come voglio. La Buffetti la utilizzo per gli appunti: chiamare il meccanico per il fanale fulminato; pensare al corso prematrimoniale; ricordarsi di Quinto e Battista (i due novantenni immortalati in queste pagine. Battista è la moglie, nonostante il nome).
Ne devono succedere di cose per completare i millecinquecento metri assicurati dall’avviso sulla scatola.
Ma il fatto che più m’incuriosisce è che questo cimelio d’altri tempi non abbia nulla della creazione originaria: plastica, inchiostro, non mettono in contatto con la vita pulsante, che scorre nelle vene, di cui ci ricordiamo ascoltando il battito del cuore, o posando lo sguardo sull’erba selvatica che cresce nell’ampio spazio verde oltre il Santuario.
È quel sentimento che bisogna riscoprire, perché il dito che batte sulla tastiera dell’iPad trovi il ritmo della forza universale che ha dato vita al cosmo e si nasconde, in qualche modo, nella Stick Pen della Buffetti con cui appunto il colloquio di stasera, il sacchetto di noci per la mamma, il Legno di guajaco della linea Tesori d’Oriente, ormai introvabile…

Un fatto umano: una graphic novel per non dimenticare

Un fatto umano, di Manfredi Giffone, Fabrizio Longo e Alessandro Parodi, Einaudi stile libero, 2011.

Mimmo Cuticchio, famoso cantastorie siciliano, prende la parola in apertura di questa graphic novel. E tutto, intorno a lui e dentro chi legge, tace.
Falcone diceva che la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine, fine che oggi più che mai appare lontana. In questo libro non troveremo scoop, fatti eclatanti che riguardino le stragi, le uccisioni, i compromessi (tanti, troppi); ogni tavola, ogni scena, ci sbatte in faccia avvenimenti, incontri, personaggi che hanno scritto pagine tristissime della nostra storia.

I fatti sono esposti con una precisione documentaristica che fa paura e quella paura dovrebbe aiutarci a non dimenticare, a non abituarci.
Non dobbiamo dimenticare che Pio La Torre riuscì a far mandare giù agli italiani (con un provvedimento ufficiale) che l’associazione a delinquere di stampo mafioso fosse una realtà, viva e concreta, ben al di là dell’organizzazione criminale”; e per questo è morto ammazzato.
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“Le facce del fiume”. Clemente Castelli e le sue sculture

Testo introduttivo e intervista di Oreste Verrini

C’è un piccolo borgo in provincia di Lucca, nel comune di Piazza al Serchio, fatto di sassi. Sassi per costruire le strade, per costruire le case e per abbellire. Non è inusuale, camminando in quelle stradine, incontrare un signore alto, di bianchi capelli, che con fare dinoccolato, passeggia. Siamo a Nicciano, in Garfagnana, e il signore è Clemente Castelli. Postino di professione e scultore per passione, ha abbellito il borgo di statue in arenaria. Ognuna di esse racchiude una storia, una leggenda, un desiderio.
Così l’ho conosciuto, camminando nel borgo. E sempre camminando ho conosciuto le sue opere e poi la sua storia. Non poteva rimanere ancora nascosta. Meritava di essere raccontata. Ad aiutarmi in questa avventura, Angelica Polverini, storico dell’arte e docente d’Accademia. Assieme abbiamo cercato di raccontare Clemente e il suo mondo. Le Facce del Fiume, Tarka Edizioni, è il risultato di questo lavoro. Continua a leggere

Media


Ai tempi di Gesù non c’erano giornalisti né giornali. Potremmo chiederci se avrebbe partecipato a un talk show, o se si sarebbe fatto intervistare. Secondo me, avrebbe creato un imbarazzo tale che l’intervistatore si sarebbe interrotto, avrebbe cominciato a confidarsi e a chiedere di essere aiutato. Chissà perché Gesù è vissuto in un tempo in cui la comunicazione era così poco sviluppata. Chissà perché il Mediatore ha rinunciato ai media. Certo, sarebbe stato peggio all’età della pietra, quando ci si faceva segnali con mezzi primitivi e non c’era la parola com’è oggi.
M’immagino i titoli che potrebbero apparire: Gesù il Nazareno non risponde alle domande di Mentana; invitato al Grande Fratello, Cristo risponde che di Grande ce n’è solo Uno, tutti gli altri sono uguali; esclusivo: Gesù rifiuta di affacciarsi alla finestra di San Pietro.
Certamente avrebbe catalizzato l’attenzione, ma non si sarebbe fatto coinvolgere nel circo effimero dei network. Sarebbe stato mite e umile, ma non avrebbe ceduto al fascino delle telecamere, né si sarebbe compromesso in dibattiti fine a se stessi, centrifugati nei decibel della pubblicità. Ai tempi di Gesù c’erano dispacci e pergamene, lettere scritte a mano, e il passa parola che convince più di un tweet o di un messaggio su whatsapp.
Gesù ha scelto la croce, ma quella dei social ha potuto e voluto risparmiarsela.

La poesia del bebop: l’ultimo concerto di un immenso jazzista


di Guido Michelone

È da poco uscito l’album The Last Concert a nome del Thelonious Monk Quartet, e al momento di questa performance, oltre quarant’anni fa, alla Avery Fisher Hall del newyorchese Lincoln Center, la salute fisica e psichica di Thelonious Monk è in declino: Continua a leggere

Bivio


La vita si può vivere in due modi.
Uno è proiettato all’esterno, tende a espandersi, a comunicarsi, a conquistare tutto il conquistabile. Alessandro Magno ne è l’archetipo: riduce il mondo al silenzio, come si legge nella Bibbia, poi si ammala e muore. In diverse gradazioni, molti battono la stessa strada, strappando trofei meno appariscenti ma a loro modo significativi. È uno stile che comporta una lotta, un’attitudine agonistica, e non di rado prevede conflitti, quando si inseguono i medesimi obiettivi. La fede, a volte, diviene uno strumento, è ridotta più o meno consciamente ad amuleto impiegato per vincere le sfide. La tensione è continua e l’unico riposo è quello notturno, anch’esso visitato, non di rado, dai fantasmi quotidiani.
L’altro modo è quello in cui si dirige il desiderio verso gli archetipi interiori. Prototipo della tendenza è il mistico. Qui il criterio è il raccoglimento, la concentrazione, l’impegno costante del dialogo col Dio più intimo a sé di se stessi: il Cristo re della settima stanza del Castello, il Maestro interiore che dona la vita a chi preferisce la sua amicizia a tutto il resto.
Entrambe le modalità hanno i loro punti deboli, le rinunce necessarie, un prezzo da pagare, alto o basso che sia.
Tu che mi leggi stai percorrendo l’una o l’altra strada. In ogni caso, ti auguro buon viaggio.

Un libro in cartella: Sono puri i loro sogni di Matteo Bussola

Una cartella o poco più per raccontare un libro

Mi piace molto il tono del nuovo libro di Matteo Bussola. In fondo è una “tirata d’orecchie” ai genitori, come si faceva un tempo a scuola con gli alunni. L’autore però non cede alla tentazione di puntare il dito contro i genitori che inveiscono mentre l’insegnante cerca di far comprendere l’impegno e la disciplina a un ragazzo, o che nelle famigerate chat criticano l’operato dei professori, anzi, fa proprio il contrario: si mette accanto ai genitori, non “sale in cattedra”. Attraverso una dialettica che parte da un fatto – una persona conosciuta, l’esperienza di un insegnante, il rapporto con i genitori o una ricerca sull’argomento – approda a una considerazione, un dialogo aperto con il lettore. Il lettore, quindi, si sente coinvolto e non edotto, si mette in ascolto, tanto è gentile e concreto il tono dell’autore; e osserva, fidandosi, da un altro punto di vista, coraggioso e senza pregiudizi quale è sempre e ovunque (libri, social, programmi radiofonici) quello di Matteo Bussola. Continua a leggere

Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 5

da qui

FERNANDO PESSOA
AUTOPSICOGRAFIA / Il poeta è un fingitore
1º aprile 1932
da: Una sola moltitudine, Adelphi, 1979
Traduzione di Antonio Tabucchi

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Avant-Dernières Pensées I. – Erik Satie

Almada_Negreiros, Retrato de Fernando Pessoa

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Imitazioni


“L’imitazione di Cristo” è il titolo di un libro. In che senso va inteso? È possibile imitare Gesù? Di che genere di imitazione può trattarsi?
Un genio, in questo campo, fu Alighiero Noschese, che si metteva in modo straordinario nei panni degli altri, al punto, forse, di perdere se stesso (morì suicida). Nel suo caso, si parla di imitazione parodistica, il cui obiettivo è far ridere la gente.
Un altro tipo è quello motivato da un sentimento di profonda ammirazione, che dà luogo a comportamenti emulativi: pensiamo a tutti i fenomeni di “scuola”, in arte, musica, letteratura.
Entrambe le modalità si confanno al nostro tema.
Ci riduciamo, a volte, a parodia di Gesù: vorremmo ricalcarne le caratteristiche e facciamo solo ridere. Ipocrisia, affettazione, senso di superiorità, sono alcune della sbavature che tradiscono una distanza abissale dal modello.
L’imitazione-ammirazione finisce ugualmente in un vicolo cieco: con le nostre forze non arriveremo mai a riprodurre lo stile di vita del Maestro.
Come uscire da questa aporia?
Gesù sa che se cerchiamo di imitarlo, diventiamo velleitari o ridicoli, per questo ci indica una strada alternativa. È come se dicesse: guardami negli occhi, parlami; vuoi che non risponda a una persona che amo?
Proviamo a seguire questa via: incrociando il suo sguardo, sentendo la sua voce nel profondo, sarà impossibile non essergli discepoli.

Poesia e preghiera


È un libretto prezioso questo “Poesia e preghiera”, redatto da Edoardo Albinati, Sauro Albisani, Francesco Dalessandro, Gianfranco Palmery, Giovanna Sicari e Domenico Vuoto, che si confrontano su un tema inesauribile, per certi aspetti insondabile, e forse proprio per questo concentrato in quaranta, intense pagine. Continua a leggere

Un piede in paradiso


Capita d’essere preoccupati della propria immagine, di tenerci ad apparire in una certa maniera, e guai se qualcosa incrina questo schema.
Sappiamo che ciò dipende dai meccanismi di difesa messi in opera per gestire i problemi: traumi, fallimenti, mancanza d’amore reale o percepita.
Vivere, così, diventa faticoso, logorante, per la paura che qualcuno o qualcosa smentisca la falsa perfezione.
Nella preghiera, giorno dopo giorno, si fa strada una modalità diversa, alternativa: davanti a Gesù, sperimentiamo la bellezza di essere noi stessi, nella miseria dei limiti, ma anche nei pregi che vengono da Lui. Non abbiamo più bisogno di nasconderci.
È allora che di fronte agli altri troviamo la vera consistenza: non più nei maldestri tentativi di difenderci o apparire, ma nell’aprirci alle virtù che fanno spazio all’Essere: la fede, l’amore, l’umiltà, la speranza, la pazienza, la mitezza, la sobrietà, la sapienza, la purezza, l’adesione alla vera identità.
Queste chiavi spalancano la porta del tesoro che, com’è noto dagli aneddoti rabbinici, non si trova chissà dove, in capo al mondo, ma sotto la stufa della nostra cucina. È qualcosa che ricorda di Dio. E quando accade, siamo già con un piede in paradiso.

La sora maritata


Abbiamo spesso occasione di manipolare testi: sostituire, aggiungere o sottrarre parole a ciò che ci capita di leggere o sentire. A volte si tratta di semplice ignoranza. In chiesa c’è un catalogo curioso di sfondoni biblici: la lettera ai gelati o ai tessalocinesi, che san Paolo non ha mai scritto; il dialogo di Gesù con la sora maritata (i bambini, col dialetto romanesco, sono una fonte inesauribile di neologismi); fino a sfociare in versetti salmici degni di un libro a luci rosse: la preghiera del povero penetra le nubili.
Ma le alterazioni più insidiose sono quelle apparentemente nobili e sottili, dettate, per esempio, dal punto di vista dell’esegeta o dell’assiduo frequentatore della Bibbia.
Prima della seconda conversione, sono stato modernista. Spezzavo le parabole in due parti: una proveniva da Gesù – la più ottimista e generosa -, l’altra era frutto della Chiesa, che bastonava senza tanti complimenti, minacciando l’uditore.
Oggi non dico che i biblisti abbiano preso abbagli ad ogni passo, ma mi convince sempre meno l’idea che il Cristo sia stato il dolce cantore di una salvezza garantita e che solo più tardi si sia cominciato a propinare una visione rigorosa del giudizio finale.
Le voci che ci arrivano, in questo tempo di grande confusione, ci lasciano sempre più basiti: ai tempi di Gesù non c’erano registratori, quindi non sappiamo cos’abbia detto veramente; Cristo non è morto per i nostri peccati, ma per motivi economici; la colpa originale è un’invenzione di menti pervertite e sado-masochiste; l’inferno non esiste; la Pasqua non è fondativa, ma dimostrativa dell’effetto del bene.
Se Gesù non fosse risorto, si rivolterebbe nella tomba.
Morale della favola: la Scrittura è Sacra perché trascende le manomissioni. Rispettiamola, e persino una sora maritata potrà indicarci il cammino da seguire.

Parto


Dio soffre. Eh eh, non mi fregate. Con questa storia che è perfetto, che può ssere solo felice, che bla bla e bla, vorreste farmi credere che se ne sta là beato, incurante dei drammi dei suoi figli, di quelli a cui ha pensato da sempre e di cui, da quando li ha portati all’esistenza, non può più fare a meno.
Mi direte: quello che soffre, dei Tre, è Gesù. Vi rispondete da soli: se soffre il Figlio, soffre pure il Padre.
Domani – domenica – a quest’ora, starò tornando da Torino. Sarò stanco del viaggio, anche se ci saremo dati il cambio con Raimondo, o con uno dei fratelli. Mi chiederò se mio cugino Paolo, mia zia, abbiano avuto qualche specie di conforto da questa nostra breve vicinanza. Avrò negli occhi la bara di Nino, i fiori, la gente che dirà poche parole: si stringeranno mani, si abbracceranno parenti, amici e conoscenti con cui da anni non ci s’incontrava. Penserò ancora a cosa deve essere passato nella testa di Nino, per spingerlo a finirla contro un treno in arrivo. Penso al sobbalzo, in quel momento, di Gesù il sofferente.
Non mi venite a dire che Dio può solo essere felice, che un istante prima che Nino saltasse non abbia avuto una fitta insostenibile nel suo cuore di madre.
C’è un pensiero che si affaccia, che torna e ritorna; e si sa che i pensieri che ritornano, che non smettono di bussare alla porta, sono quelli che scendono dall’alto. Il pensiero che tutta la preghiera, mia, dei miei, delle persone che ci amano, e in noi amano Nino, abbiano reso quell’urto simile a un abbraccio, quell’impatto terribile un incontro col dolore del Dio in croce. Del Dio che soffre e partorisce, proprio come una madre, la salvezza.

alcune “tristi verità” di Ambra Stancampiano

Ambra Stancampiano è una giovane scrittrice messinese, qui in veste di aforista, epigrammista in prosa, epigrafista, calligrammista,etc. Vi proponiamo una scelta di quelle che l’autrice stessa chiama “tristi verità”: soprattutto nude ed irriducibili visioni della realtà (Enrico De Lea).

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#1
Crescere vuol dire confrontarsi con tristi verità.

#4
I veri sognatori non sono gli utopisti o gli idealisti, ma coloro che sperano di trovare la carta igienica nei bagni pubblici.

#7
La madre dei beoti è sempre incinta. Peccato che la Beozia non esista più, quindi sono tutti in giro a rompere i coglioni agli altri.

#8
Essere una brava persona è un’autovalutazione del tutto soggettiva.

#11
Cleopatra è stata un grande regina, finché nella sua vita non sono entrati Cesare e Marcantonio.

#12
Ognuno crede di aver ragione e
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Il tocco


Quello che hai fatto è eterno. È questo che ci frega. Circoscriviamo le vicende nel tempo che fu, le idealizziamo in immagini dai contorni logori, come foto antiche a cui lanciamo, al massimo, uno sguardo distratto, un pensiero più superstizioso che profondo.
Così ci sfuggi, non sei mai un corpo vivente che ci guarda, si avvicina, si rende disponibile per una confidenza, uno sfogo, parole in libertà.
L’eterno non rientra nei nostri parametri: è un’idea che fatica a farsi strada, troppo lontana dagli interessi contingenti. Siamo tesi a reagire all’immediato, a difenderci dagli altri, ad attaccarli; la legge della giungla è entrata nelle case, negli uffici, persino nelle chiese e nei locali di comunità cosiddette religiose.
Ma tu sei eterno: oggi hai predicato, stamattina sei stato schernito e flagellato, sei morto in croce adesso e sei risorto qui, davanti a me, con un corpo trafitto di luce, che mi accarezza e mi unifica all’istante, rimette insieme i cocci della mia carcassa d’uomo.
Devo avvertire gli altri, farglielo capire, in qualche modo.
Intanto lo scrivo qui, su questo schermo che si sta riempendo della tua presenza viva.

SUL TAMBURO n.57: Fabrizio Coscia, “La bellezza che resta”

Fabrizio Coscia, La bellezza che resta, Siena, Melville Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo non facilmente definibile testo narrativo (né romanzo, né saggio, né testo di critica letteraria), Fabrizio Coscia tenta un’interpretazione molto azzardata e molto affascinante del problema fondamentale di ogni vita umana: quello della morte che attende tutti ma che ognuno vive, fino all’ultimo, a modo suo – con rassegnazione, con coraggio, con rabbia, con volontà di sapere, con la certezza che dopo il trapasso ci sarà un’altra vita, con la sicurezza che dopo di lui non ci sarà più nulla, con pudore, con sfrontatezza, con desiderio …

Coscia esamina, con la consueta acribia, le opere finali di una serie di intellettuali e di artisti verificando, attraverso una ricostruzione del loro dispositivo formale ma anche ovviamente del loro contenuto, come scrivendo o componendo o registrando opere musicali (è il caso di Glenn Gould) o dipingendo, essi si siano avviati alla morte, si siano apprestati “a cominciare a morire” (come dice un personaggio del romanzo Chadži-Murat di Tolstoj, il soldato Avdèev, che è stato ferito gravemente e che sa che la sua vita è al termine).

E’ il caso dell’”ultima stazione” di Tolstoj – la sua fuga finale che culminerà con la morte in una piccola stazione, Astàpovo, sulla linea ferroviaria a duecentocinquanta miglia a sud-est di Mosca.

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Nei panni degli altri


Proviamo, ogni tanto, a mescolare le carte, a metterci nei panni degli altri.
Siamo il barista che ha aperto da un pezzo, mentre io scrivo qui, parcheggiato in attesa che la porta dello studio dentistico si apra. Siamo l’operaio che si prepara a uscire – è già partito, forse -, per lavorare al palazzo alla mia destra, seminascosto dalle impalcature allestite da tempo immemorabile. Siamo il passante che sfiora la mia auto e getta uno sguardo verso il tipo strano che scrive sull’iPad. Siamo l’assassino che ripassa il piano criminale con cui vuole perpetrare un furto, una vendetta, un delitto commissionato da qualcuno. Siamo il bambino che fa colazione, incassa distratto le raccomandazioni della madre e si avvia verso l’incognita dell’incontro con gli altri, delle preoccupazioni di non essere all’altezza. Siamo la donna delle pulizie che già si vede alle prese con letti da rifare, bagni da rendere brillanti, mamme o manager che le danno istruzioni sincopate. Siamo il barbone che barcolla, già ubriaco, sul ciglio della strada, con la barba ispida, unta da secoli. Siamo il malato che si sveglia ancora con il suo dolore, dopo il sogno effimero d’essere guarito. Siamo il medico che organizza il funerale per il fratello suicida, lanciatosi un mattino contro il treno. Contatterà, a Torino, un prete come me, concorderà un orario compatibile col viaggio di andata e ritorno, da concludere in giornata, gli chiederà se posso celebrare, o sarà il parroco stesso a suggerirlo, per evitare una messa complicata.
Siamo me, che sto pensando a cosa dire, a come mettermi nei panni di chi ha perso una parte di se stesso.

GABRIELE BORGNA, “ARTIGIANATO SENTIMENTALE”

Gabriele Borgna, Artigianato sentimentale, ed. Collezione Letteraria, 2017

Prefazione di Giuseppe Conte

Così è ormai verificabile come Porto Maurizio, u Portu, un piccolo antico paese verticale, di pietra e vento, alto sul mare, sia un luogo propizio alla poesia, di più, sia un luogo dove la poesia continua ritmicamente, segretamente a incarnarsi. Questo ho pensato leggendo i versi del libro di Gabriele Borgna: benvenuto nella compagnia che conta Giovanni Boine, Cesare Vivaldi e chi scrive questa nota. Non sapevo niente di questo giovane uomo, se non che fosse molto alto e atletico, dopo averlo incontrato per la prima volta lontano dalla Liguria, durante un happening poetico da me promosso al Teatro Filodrammatici di Milano. Ma sono i suoi versi, sorprendenti per energia, invenzione, passione -qualità molto rare oggi- ad avermi detto abbastanza di lui. E’ uno che sa cosa è la poesia, uno che la vive, uno che sa esprimere al meglio il suo mondo interiore in connessione con il tempo, e con il cosmo. Continua a leggere

Nino


In questo libro ci sono tante cose che uno neanche s’immagina. Alcune vorrei cancellarle, come la morte di mio cugino, che ha deciso di togliersi la vita. Eravamo lontani e non ci sentivamo, ma ora che è morto mi sembra di sentirlo qui, vicino a me, come un amico ritrovato. La morte è una sorella che, invece di dividere, ci unisce.
Siamo molto presi dalla vita. Ci impegniamo allo spasimo per rispondere agli appelli, per essere all’altezza del compito affidato, vigilare sulle perdite di tempo, la dispersione di energie, l’uscire dai binari.
Ma qualcosa ci sfugge. Mio cugino è morto proprio sui binari: un binario vivo diventato morto, all’improvviso.
Si è svegliato in una stazione misteriosa, dove i treni sono stelle o nuvole, e hanno la forma incerta dei sogni. Chiederà al capostazione dove si trovi e se ci sia una corsa che porti nella direzione opposta alla tristezza, che a volte ci prende senza lasciarci il tempo di reagire, di organizzare una difesa. Anzi, ci suggerisce di mettere un punto a questa lunga frase che è la vita, in cui si annida il timore e il desiderio del silenzio.
Vedrai, Nino, che le nostre preghiere accenderanno il tabellone, e tu salterai, felicemente, su un treno che ha la Luce come ultima fermata.