“Bibliotheka Albertina” di Anna Costalonga

Dicevi che la montagna veniva prima di tutto, era l’unica cosa che valesse la pena vivere.
Salire in alto, elevarsi sempre di più, per scappare dal caos di edifici e capannoni industriali, dove non volevamo finire entrambi intrappolati come scarafaggi.
La quotidianità era un carcere, mi dicevi; o forse non volevamo finire intrappolati nella quotidianità di trappole tese da altri. La trappola – il carcere – doveva essere fino all’ultimo nostro e l’avevamo trovata nella fuga. O meglio nella corsa.
Noi correvamo per i sentieri.
Io facevo fatica a seguirti.
Era notte, sentivo solo le foglie umide e il chiaro della lampada sulla fronte che si divideva fra i rami. Erano sassi che bucavano le suole e si conficcavano nella carne, peggio che se fossimo stati a piedi nudi su un ipotetico nuovo primo mondo. Ci rincorrevamo; tu sempre più avanti di me; e io dolorante e stanca sempre più indietro, nel silenzio di una montagna, che ci divorava le ossa; finché quel camminare all’indietro è stato davvero un altro cammino e mi è toccato prendere da terra l’estraneità; e fra le mani indebolite farne creta, altra vita da rimodellare.
Era indietro che camminavo; e dietro me stessa, il sangue, abbandonato insieme agli abeti e ai faggi e ai ginepri in cengia; ai posti angolosi e scomodi che ci avevano ospitato irresponsabili.
Ma non si può correre sempre.
Io stessa mi sono fermata.
Mi sono fermata in una prigione.
Una prigione sono quattro mura.
Una prigione è una scelta.
E tu, imprigionato nel grigio, avevi scelto una prigione vera, ti ci eri buttato a capofitto, perché il mondo dove vivevi non lo era più abbastanza.
Ora, a mille chilometri, faccio le stesse cose che fai tu. In una biblioteca, mi sono rinchiusa a sfogliare carte in questa prigione bianca, perché lo volevo. Lo volevo come chi sceglie l’unica scelta che gli è rimasta.
Mi avevi scritto dal tuo carcere grigio, affollato, disumano, muri di pietra e muri di persone che soffocano persone: “I libri sono tutta la mia realtà” – “non voglio morire senza aver dato prima il mio contributo alle Muse”.
Le Muse ti guardavano dall’alto delle loro montagne di carta, e tu ancora cercavi di scalarle, di correre per i loro sentieri.
Ma correre per certi sentieri è soffocante, è soffocante come lo sono le mura di un carcere.
E cosa hai scelto?
Hai scelto di soffocarti di libri, di carta vecchia?
Anch’io studio, anch’io mi soffoco di carta vecchia.
Tu cerchi la realtà, la libertà nella coercizione del segno, del nero su bianco?
Anch’io cerco la libertà nel nero su bianco. Ma non sempre la trovo.
E questa è la mia realtà.

È nero. O è bianco.
Anche queste scale di marmo sono bianche, bianche di un candore perfetto e freddo, neanche una venuzza, neanche una finta crepa.
Bianche.
È tutto lucido e tutto nuovo, nella biblioteca albertina.
Tutto restaurato. Hanno tolto tutte le macchie dello sporco che sa di uomo. E ora è solo profumo di detersivo.
Esco su Beethovenstrasse e cammino senza scopo, così che mi accolgano i platani, e le cariatidi, e i musi di satiri e ninfe, e le dee della giustizia sopra i portoni.
Tutti senz’altro più vivi di me. Ma io non sto vivendo, non so nemmeno se sto esistendo, sto solo resistendo.
In questa via, in questo quartiere tutto è bianco, bianco panna, bianco sporco, bianco. I balconi dalle inferriate scure di ferro battuto sono mezze ghirlande di rose nere su teste olimpiche e canute.
È un’altra Lipsia, questa, una Parigi dove ogni male è sospeso, annullato nel bianco, nelle insegne dei negozi scintillanti, nel bon-ton di salotti di parrucchieri dalle appliques dorate in stile.
Ma io penso, io vivo ad est del bianco del male annullato. E l’est del bianco è il grigio delle finestre rotte e dei mattoni scrostati del mio quartiere, Volksmardorf.
Faccio le stesse cose che fai tu.
Non vivi anche tu nel grigio? Nel grigio di una prigione.
Anch’io vivo nella prigione del grigio.

[Immagine dell’autrice]

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