La poesia del prog rock


Conversazione sulla Musica per il Pensiero

(a cura di Guido Michelone)

In questi giorni esce in libreria il volume Musica per il pensiero. Filosofia del progressive italiano di Baptiste Le Goc e Marco Maurizi. Guido Michelone ne discute con gli Autori, rispettivamente italiano e francese, traduttore e filosofo, ma entrambi musicisti innamorati delle sonorità, in cui discutono nel loro libro originale, profondo, innovativo. A domanda rispondono talvolta assieme, talaltra separatamente (e perciò individuati con le iniziali del nome di battesimo).

A chi è venuta per prima l’idea di scrivere “Musica per il pensiero”, un libro sul prog italiano e perché?

  1. B. Il progetto è nato dall’incontro con l’editrice Mariangela Mincione al Salone del Libro di Torino dove mi trovavo per il mio lavoro di traduttore. Mi aveva affidato il progetto ma non avrei potuto sviluppare un pensiero e una critica filosofica di qualità da solo, perciò ho contattato Marco per chiedergli di scriverlo con me. Ho sempre visto la musica come una porta d’entrata verso il sapere, la cultura, la riflessione e quindi la filosofia. Volevo dimostrare che la musica non è solo divertimento, ma che porta un reale messaggio e una riflessione artistica, sociale, politica e filosofica molto profonda e la stagione del rock progressivo ne è una dimostrazione lampante.
  2. M. Ci siamo trovati d’accordo nel considerare quella stagione della musica italiana un’occasione straordinaria da un punto di vista musicale e politico, nel senso che per noi il prog non è solo e tanto un “genere” musicale, né tanto meno qualcosa che vada relegato a un interesse “storico” o “museale”: c’è molto da imparare ancora oggi da questi dischi e da questi autori in termini di coraggio, inventiva, apertura al nuovo, rischio dell’imprevisto, approfondimento del lato emozionale e di quello critico-intellettuale dell’esperienza umana.

Come vi siete divise le parti del volume? Avete scritto a quattro mani o separatamente?

La scrittura si è fatta veramente a quattro mani con una concertazione permanente e direi in maniera molto naturale. Ho curato soprattutto la parte musicale e storica e Marco quella dello sviluppo filosofico ma gli intrecci sono stati molti e la riflessione sulla struttura del libro, i gruppi da presentare come i temi filosofici sono stati scelti veramente insieme dopo lunghi dibattiti molto stimolanti.

Cosa condividete a livello culturale oltre la musica?

  1. B. Direi tutto quello che c’è dietro questa musica… ( lo troverete nel libro )

Come mai studiosi della vostra generazione si sono rivolti a un genere che poteva cronologicamente appartenere ai vostri padri?

  1. B. Come dicevamo prima, è secondo noi la stagione musicale del XX e XXI secolo, più rilevante per uno studio filosofico e musicale considerando la qualità creativa, la volontà di sperimentare e i legami del Progressive con il periodo storico in cui era radicato.
  2. M. Il fatto che il prog italiano possa unire tre generazioni diverse (quelle di chi l’ha vissuto e ascoltato negli anni ‘70, la mia e adesso quella di Baptiste che per altro è francese!) è il segno che ha lasciato un segno nella cultura che attraversa i decenni. Se dobbiamo cercare qualcosa che ci “accomuna”, come dicevi prima, direi che sta proprio qui: questa passione per la ricerca musicale e il rock, per la lotta contro le ingiustizie sociali e per una cultura popolare realmente libera, termini tra cui il prog italiano ha cercato di stabilire un rapporto strettissimo. Non è un’operazione nostalgica, c’è una forte urgenza dietro questo libro e speriamo venga fuori dalla lettura!

Avete consultato direttamente i protagonisti di quella stagione?

Fin dall’inizio ci era chiaro che non avremmo scritto l’ennesima “storia” del progressive italiano. Ce ne sono molte e di ottimo livello. E ci sono già numerose interviste che restituiscono bene l’approccio che autori e gruppi hanno avuto in quel tempo. Ovviamente abbiamo consultato tutto il materiale che ci era possibile consultare, ad esempio attraverso una ricerca di archivio sulle riviste dell’epoca (grazie a cui abbiamo anche smentito alcuni luoghi comuni sovente ripetuti). Fare ulteriori interviste, al di là del fatto che male si sarebbe accordato all’economia del libro (che sarebbe diventato enciclopedico!), poteva avere un senso in termini “commerciali”, forse, ma non era così determinante per il progetto. Scrivere una “filosofia” del prog significa infatti cercare di partire dall’elemento storico e musicale e dare un “senso” complessivo al fenomeno del prog. Il che implica anche andare “oltre” quello che gli autori pensavano della propria opera.

Le vostre idee in che modo si rapportano dunque alle ‘filosofie’ dei musicisti dell’epoca?

Noi condividiamo l’approccio che in genere ci fu alla musica e alla politica in quel periodo, anche se, dalle interviste, emerge un quadro piuttosto differenziato: ovviamente Fariselli e Tagliapietra avevano concezioni diametralmente opposte… ma sicuramente c’era un coraggio, una capacità di pensare oltre i limiti della musica radiofonica, di proiettarsi verso un “possibile” che li accomunava al di là delle differenze. Nel nostro lavoro abbiamo proprio cercato di far emergere questo comune sentire: ecco l’importanza di una interpretazione “filosofica” e non solo “storica” di quel periodo. La storia differenzia il singolare, la filosofia cerca l’universale.

Perché un francese s’è interessato a un fenomeno tipicamente italiano?

  1. B. Come sottolineiamo nel libro, pensiamo che la scena prog italiana degli anni 70 sia forse l’unica in grado di competere con quella inglese, in termini di preparazione musicale, inventiva e sperimentazione. Purtroppo in Francia la scena prog non si sviluppò moltissimo, ma possiamo citare il gruppo “alieno” del prog “Magma” che hanno inventato e cantano ancora in una lingua inventata da loro il “kobaiano” e anche il gruppo Ange molto interessante in uno stile “genesis”.

E un italiano guarderà mai al prog francese?

  1. M. Ammetto di non essere stato mai particolarmente affascinato dalla scena francese anche se sicuramente non la conosco come magari meriterebbe. Certo è vero che la musica prog italiana ha ricevuto e riceve all’estero un’attenzione che fa riflettere.

Come sono stati i riscontri alle presentazioni del libro? Come reagisce il pubblico di fronte alle vostre idee talvolta provocatorie?

Per ora siamo contenti e anche le discussioni che nascono sono segno di curiosità e interesse. A volte è difficile superare la diffidenza di chi ha vissuto quella stagione visto che siamo “giovani” (Baptiste sicuramente lo è, io meno ma comunque ho scoperto il prog vent’anni dopo la sua fine…) ma, in genere, appena entriamo nel merito delle questioni e si vede la passione che ci abbiamo messo il riscontro è positivo.

Un giovanissimo che si affaccia per la prima volta alla finestra del prog, con quali dischi dovrebbe iniziare? Che percorso gli consigliereste? E quali capitoli del vostro libro dovrebbe subito leggere?

  1. M. Non so, c’è così tanto materiale che è davvero difficile scegliere. Da un lato ci sono classici intramontabili come Storia di un minutoUomo di Pezza, Io sono nato libero Cracche non possono lasciare indifferenti chi li ascolta. D’altronde, ascoltando opere magari più “radicali” come ContrappuntiCaution Radiation Area o opere “minori” come Adolescenzadi Panseri o YS del Balletto di Bronzo si possono scoprire cose che ancora oggi suonano pazzesche e impossibili.
  2. B. Io consiglierei, se possibile, di cominciare cronologicamente per capire meglio l’evoluzione del prog. Qualcuno che si avvicina a questa musica potrebbe cominciare anche con la musica la più accessibile e popolare come i Pink Floyd, Yes, Genesis, Jethro tull per poi complessificare un po’ con King Crimson, Gentle Giant, Soft Machine etc e così’ costruirsi basi musicali solide. Contemporaneamente o successivamente potrebbe scoprire il prog italiano dalla PFM, il Banco, Le Orme, Osanna fino a gruppi più radicali come Area, Museo Rosenbach, e artisti meno conosciuti come Mauro Pelosi e anche Alan Sorrenti che prima del suo periodo disco faceva dischi prog incredibilmente creativi ed emozionanti come Arianel 1972 e i due album successivi.

Pensate che la vostra collaborazione potrà svilupparsi su altri contenuti?

Speriamo di sì!

Altre cose da aggiungere?

  1. M. Una musica libera richiede uomini liberi ma è anche vero il contrario. Probabilmente una diagnosi sulle difficoltà della musica oggi non può che farci interrogare sul livello e la qualità della nostra vita sociale e politica. Speriamo che il libro possa contribuire anche ad incoraggiare questo tipo di riflessioni.

 

 

  1. Spero che possa incoraggiare sia gli ascoltatori che i musicisti a tornare a interessarsi a una musica più vera, più ricca e più evocativa. L’obiettivo di questo libro sarebbe anche di far capire agli italiani che hanno un patrimonio musicale recente di grandissima qualità e che non hanno nulla da invidiare agli anglosassoni che tendono spesso a guardare come un modello o a considerare come superiori…

 

 

Baptiste Le Goc, Marco Maurizi, Musica per il pensiero, Mincione Edizioni, Roma 2017, pp. 334, euro 14,00.

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