SUL TAMBURO n.57: Fabrizio Coscia, “La bellezza che resta”

Fabrizio Coscia, La bellezza che resta, Siena, Melville Edizioni, 2017

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo non facilmente definibile testo narrativo (né romanzo, né saggio, né testo di critica letteraria), Fabrizio Coscia tenta un’interpretazione molto azzardata e molto affascinante del problema fondamentale di ogni vita umana: quello della morte che attende tutti ma che ognuno vive, fino all’ultimo, a modo suo – con rassegnazione, con coraggio, con rabbia, con volontà di sapere, con la certezza che dopo il trapasso ci sarà un’altra vita, con la sicurezza che dopo di lui non ci sarà più nulla, con pudore, con sfrontatezza, con desiderio …

Coscia esamina, con la consueta acribia, le opere finali di una serie di intellettuali e di artisti verificando, attraverso una ricostruzione del loro dispositivo formale ma anche ovviamente del loro contenuto, come scrivendo o componendo o registrando opere musicali (è il caso di Glenn Gould) o dipingendo, essi si siano avviati alla morte, si siano apprestati “a cominciare a morire” (come dice un personaggio del romanzo Chadži-Murat di Tolstoj, il soldato Avdèev, che è stato ferito gravemente e che sa che la sua vita è al termine).

E’ il caso dell’”ultima stazione” di Tolstoj – la sua fuga finale che culminerà con la morte in una piccola stazione, Astàpovo, sulla linea ferroviaria a duecentocinquanta miglia a sud-est di Mosca.

Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre del 1910, il grande scrittore russo lascia Jasnaja Poljana, la sua residenza abituale fin dal suo ritorno dalla guerra di Crimea e il matrimonio con Sof’ja Andrèevna.

Il suo viaggio, un po’ folle date le condizioni climatiche proibitive e il cattivo stato dei treni, terminerà nella stazione piccola ma confortevole di Astàpovo dove il capostazione, suo fervente ammiratore, ospiterà nel proprio salotto il grande scrittore ammalato.

Dopo aver accettato di vedere la moglie con la quale negli ultimi anni il disaccordo era andato crescendo, Tolstoj morirà nella notte tra il 6 e il 7 novembre: la sua fuga disperata non era servita a nulla ma aveva appagato il suo eterno anelito alla libertà.

Così l’ultima composizione pittorica di Frida Kahlo realizzata nel 1954 sarà un quadro intitolato Viva la vida che rappresenta una serie di fette di cocomero rosso sangue, il cui colore forte e vivo spicca con forza sul tavolo marrone dove sono disposte. E’ un addio alla vita oppure è un caso se la pittrice messicana si congeda dal mondo con un grido lancinante di rimpianto per l’esistenza (in parte mancata) che l’ha accompagnata per 47 anni? Perché Glenn Gould incide di nuovo le sue predilette Variazioni Goldberg nel 1982 sei mesi prima di morire (le aveva già realizzate nel 1955 dimostrando fin da allora, a ventitré anni, le sue straordinarie doti di esecutore pianistico) ? Perché Richard Strauss redasse i suoi Vier letze Lieder ispirati da liriche di Joseph Freiherr von Eichendorff e Hermann Hesse, nell’ultimo anno della sua vita, a ottantacinque anni compiuti? Perché uno dei più grandi capolavori della letteratura classica, Edipo a Colono, fu scritto da Sofocle a oltre novant’anni e tratta della scomparsa definitiva nella natura in fiore del grande protagonista della sua tragedia più famosa? Perché Cechov ha scritto e fatto mettere in scena da Konstantin Stanislavskij la sua opera teatrale più leggera e (forse) farsesca, Il giardino dei ciliegi sette mesi prima che si spegnesse?

E si potrebbe continuare a lungo seguendo le linee direttrici del libro di Coscia e citare anche il caso Freud, poi la vicenda di Simone Weil, quella di Tadeusz Kantor e infine quella di ancora e ancora… ma non è il caso di continuare a farlo. E’, invece, necessario concentrarsi sull’elemento autobiografico presente nella narrazione e valutarne la perspicuità: ha senso inframmezzare la narrazione di tanti casi illustri e delle vicende relative alla loro morte con quella, personale e straziante, del padre dell’autore? Certo anche i padri muoiono e anch’essi meritano l’attenzione non solo dei familiari ma anche quella di tutti, così come la meriterebbe ogni essere umano – il fatto è che bisogna vederla sotto un’ottica di esemplarità come se fosse il frutto di una dimostrazione etica, rivelandosi così un simbolo di morte non subita ma vissuta e dedicata a coloro che rimangono. Il padre di Coscia, allora, incarna tutte le morti non celebri ma altrettanto importanti e rivela i suoi caratteri di dignità, di pudore, di discrezione, di cauta accettazione del futuro, di comprensione dell’ineluttabilità del destino.

«Mio padre se ne stava andando, il suo corpo piccolo e ben proporzionato, il suo corpo che avevo ammirato come l’emanazione della vita stessa, del suo principio assoluto, avrebbe perso la sua battaglia e io non avevo fatto in tempo a dirgli quanto lo amavo, quanto lo avevo amato. Non avevo fatto in tempo a dirgli una frase così semplice: ti voglio bene. Una frase che non avevo mai avuto il coraggio di pronunciare, impedito da troppo rancore, da troppe incomprensioni, e perfino da uno stupido pudore. A volte, quando tornavo a casa dopo quelle visite estenuanti in sala di rianimazione, mi buttavo sul letto e mi lasciavo andare a un pianto liberatorio. Ma non piangevo per lui, era per me che mi disperavo: per me che non ero pronto a lasciarlo andare proprio adesso che stavo imparando a liberarmi di lui» (pp. 29-30).

Nel rapporto con il padre in fin di vita, nelle lunghe notti trascorse a vegliarlo in ospedale, nell’attesa spasmodica di un’alba che sembra non voglia sorgere mai, nasce una relazione fatta di ricordi e di aspirazioni mai palesate, si scopre un legame profondo e irrisolto, si delinea un percorso di rivalutazione di una figura che, pur essendo stata fondamentale, non aveva rivestito una grande importanza se non come calco, in negativo.

Coscia attinge a livelli alti di poeticità proprio nel narrare di sé, della famiglia (il rapporto con il cugino morto in un incidente stradale, ad esempio), del legame con il padre defunto, della sua volontà di andare oltre i risentimenti per riconciliarsi con il suo predecessore, assumendo il suo posto nella catena temporale: il padre, lui stesso, il figlio e nipote vanno a scandire un passaggio nella vita che si nutre del tempo e sconfina nell’infinito.

Così Tolstoj diventa il simbolo della resistenza alla morte proprio nel momento in cui si spegne, così Freud confonde se stesso con la storia del popolo ebraico attraverso il racconto di finzione della vita e della morte di Mosè, legame immortale e fragile tra la Legge e la Vita, tra il deserto e il viaggio, tra l’Esodo e il Regno.

Così quel che rimane della letteratura (e poi di filosofia pittura arte attività teatrale teoria psicoanalitica ecc.) è il senso di una bellezza che non muore e non si spegne mai anche se si attenua soltanto e che trova nella promessa che sa di mantenere quella felicità di vivere che la pone al di là della morte e della fine del tempo.

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