La poesia del bebop: l’ultimo concerto di un immenso jazzista


di Guido Michelone

È da poco uscito l’album The Last Concert a nome del Thelonious Monk Quartet, e al momento di questa performance, oltre quarant’anni fa, alla Avery Fisher Hall del newyorchese Lincoln Center, la salute fisica e psichica di Thelonious Monk è in declino: da anni assume Thorazine per gestire attacchi depressivi ed episodi maniacali con un dentro e fuori gli ospedali già dai primissimi anni Settanta; la sola apparizione pubblica del pianista avviene infatti nel 1975, con questo set del 3 luglio nell’ambito del Newport Jazz Festival. È George Wein, il cui rapporto con Monk risale al primo Newport Jazz Festival (1955), a introdurre un quartetto caratterizzato dal figlio venticinquenne Thelonious Jr. (aka Toot) alla batteria, dal solido Larry Ridley al contrabbasso basso e da Paul Jeffrey, che, al sax tenore, sostituisce Charlie Rouse, ancora nei gruppi monkiani per undici anni prima di lasciare la band nel 1970 per intraprendere una carriera solista. L’ultimo concerto si apre dunque con la swingante “I Mean You”, un gioiello scritto da un Monk giovanissimo, registrato nel 1946 da Coleman Hawkins e nel 1948 dal leader stesso, un brano che riassume l’intera poetica monkiana: in questa inedita versione Jeffrey opta quasi per una rappresentazione eroica del sax tenore, cambiando i tempi con nonchalance mentre anche Toot fa scintillare un ottimo procedimento percussivo grazie a energia e raffinatezza. E Monk dal canto proprio suona con piglio ottimista, tra meravigliosi accordi dissonanti, mentre Ridley si rivela strumentista assai più solido di molti altri collaboratori di Monk al contrabbasso, alternando virtuosisticamente godibili doppie stoppate e un agile lavoro pizzicato. Per il resto gli altri quattro brani – i notissimi Misterioso, ‘Round Midnight, We See e il meno frequentato ma suggestivo Ba-lue Bolivar Ba-lues-are – ribadiscono l’incommensurabile grandezza di un genio del jazz moderno in fondo sempre uguale, inventivo e coerente con se stesso, a proprio agio nella raccolta dimensione del quartetto bebop, in uno stile quasi senza tempo ma già aperto alle istanze poi realizzate ad esempio dal free jazz. Il doppio CD è completato infine dalla lunga esibizione al Village Vanguard di New York di tre anni prima (15 giugno 1972), con la medesima formazione, tranne un giovane Dave Holland al contrabbasso, reduce al’esperienza elettrica con Miles Davis e da uno splendido disco con Anthony Braxton e Sam Rivers. E ci sono addiirttura tre bonus da un concerto di Amiens in Francia del 23 marzo 1966 assieme ai classici partner Charlie Rouse, Lary Gales, Ben Riley.

Thelonious Monk Quartet, The Last Concert (Rare Live Recordings, 2017)

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