“Le facce del fiume”. Clemente Castelli e le sue sculture

Testo introduttivo e intervista di Oreste Verrini

C’è un piccolo borgo in provincia di Lucca, nel comune di Piazza al Serchio, fatto di sassi. Sassi per costruire le strade, per costruire le case e per abbellire. Non è inusuale, camminando in quelle stradine, incontrare un signore alto, di bianchi capelli, che con fare dinoccolato, passeggia. Siamo a Nicciano, in Garfagnana, e il signore è Clemente Castelli. Postino di professione e scultore per passione, ha abbellito il borgo di statue in arenaria. Ognuna di esse racchiude una storia, una leggenda, un desiderio.
Così l’ho conosciuto, camminando nel borgo. E sempre camminando ho conosciuto le sue opere e poi la sua storia. Non poteva rimanere ancora nascosta. Meritava di essere raccontata. Ad aiutarmi in questa avventura, Angelica Polverini, storico dell’arte e docente d’Accademia. Assieme abbiamo cercato di raccontare Clemente e il suo mondo. Le Facce del Fiume, Tarka Edizioni, è il risultato di questo lavoro.

Ci siamo divertiti, per meglio far capire quale fantastica “scoperta” avessimo fatto, a porci domande l’un l’altra. Eccole:

Illustrazione di Chiara Colabich

A: Che cosa provi quando cammini?

O: Una domanda a cui dare una risposta mi risulta sempre difficile. E dire che molti la fanno, soprattutto molti vecchietti quando, vedendoti passare per il loro borghi, in maniera più diretta chiedono “Ma chi te lo fa fare”?

E seppur diversamente, il punto di domanda si accosta molto a descrivere cosa provo camminando.

È difficile qualificare e descrivere le sensazioni provate nel compiere un gesto, semplice e al contempo complesso, antico ma tanto naturale quanto respirare.

Forse è il sentirsi parte di qualcosa di più grande di me, il sentirsi parte della natura, soprattutto quando si cammina su antichi percorsi dove milioni di passi prima dei miei hanno guidato la vita di centinaia di uomini e donne. Questo essere “parte di qualcosa” mi spinge ogni volta a ripartire, a mettermi in movimento a ricercare questo senso di appartenenza.

O: Qual è il tuo rapporto con l’arte?

A: Come posso rispondere a questa tua domanda?

Qualunque cosa io dica apparirebbe riduttiva rispetto a ciò che essa è e rappresenta concretamente nella mia vita.

Posso dirti che è un rapporto iniziato molto presto, quand’ero bambina, quando passavo gran parte del mio tempo a disegnare. Ogni volta che mi veniva detto di osservare un’immagine io ci stavo ore e volevo cogliere ogni dettaglio. Ci sono state delle persone importanti nella mia famiglia che hanno presto notato questa mia inclinazione; oltre ai miei genitori, mi ha senz’altro guidata in tal senso mio zio Michelangelo (un nome un programma), pittore appassionato, che mi fece frequentare dei corsi avanzati di disegno e pittura assieme a lui. Capii durante l’adolescenza, però, che ero più brava a scrivere e a descrivere immagini, piuttosto che a crearle.

Scelsi, da grande, tutt’altro indirizzo di studi e di lavoro, ma la mia passione artistica la volli alimentare con gli studi universitari, intrapresi per passione. Non immaginavo lontanamente che ciò che consideravo un ‘hobby’ avrebbe permeato così tanto la mia vita da diventare la mia professione, specie visti i ripetuti commenti sulla ‘cultura e l’arte che non danno da mangiare’.

In ogni caso, il mio rapporto con l’arte non può essere ridotto alla mia sola professione. Sarei disonesta. Io mi nutro d’arte così come dell’aria.

Mi esalta, mi lascia in estasi, mi racconta migliaia di storie e mi ha fatto conoscere ogni cosa che so; mi spinge a ragionare, mi aiuta a comprendere, mi traduce con pochi schizzi ciò che potrebbe essere riferito con mille parole; possiede il magico dono di elevare l’ingegno umano e dona bellezza al mondo e, sempre più spesso, arricchisce di contenuto e valore la nostra esistenza. Siccome il mio lavoro è la mia passione, tu Oreste, conosci bene l’epilogo, la mia cronica mancanza di tempo, l’incapacità di dire di no e di non esaurire le energie ad ogni nuovo progetto; le infinite ore a spiegare arte emozionandomi ed emozionando. Nel mondo dell’arte mi sento come Alice nel paese delle meraviglie, ma senza spaesamento e continuando ad avanzare nutrendomi di ogni cosa che osservo e provo ogni volta che giro gli occhi.

Il mio auspicio è che tali pensieri in merito all’arte diventino diffusi e condivisi, specie tra le nuove generazioni.

A: Ho descritto io criticamente le opere di Clemente, ma tu come le descriveresti?

O: Antiche e ricche di magia. Non so dire se questa idea mi venga dal tipo di pietra, con quelle venature e quei colori cosi particolari, oppure dalla lavorazione manuale. Mi piace pensare, ricordando come lo studio di Clemente fosse il fiume, senza nessuna parete ad ostruire la creatività, ma tanta natura, tanta luce e tanta aria, che i colpi di martello fossero pregni di magia naturale, magia capace di rendere le opere ancor più belle di quanto già non siano. Un atto tanto caro alle nostre zone, qui infatti nascono le Statue Stele, con cui trasferire un pizzico della bellezza naturale fatta di piccoli scorci su un fiore, di una luce particolare su un insetto, di una goccia di rugiada nella scultura creata.

O: Non è semplice, immagino, analizzare le opere di un artista. Quali sono gli elementi che sfrutti per farlo?

A: In realtà è molto semplice analizzare un’opera se conosci il linguaggio iconico. Si tratta della stessa facilità che ha un musicista nel leggere le note o un matematico i numeri. Trovi significati diretti o profondi, echi e analogie di stili o artisti, messaggi talvolta secchi, altre volte velati. Ma non si tratta solo di questo. Talvolta si tratta di tradurre e semplificare o portare fuori ciò che l’artista ha dentro di sé e ha inserito nelle sue opere, e che solo tu, in una fusione estatica, riesci a percepire. È una relazione che s’instaura tra l’opera, l’artista che l’ha creata e tu, osservatore di professione. Nel far questo, ogni storico dell’arte utilizza degli standard di riferimento, basandosi su un protocollo di valori. Esistono griglie ufficiali a cui attenersi, sulle quali sono poi costruire le schede di presentazione delle opere nei musei; per esempio, nel mondo contemporaneo sono le OAC. Io personalmente mi attengo alla regola “dal macro al micro”, che si configura come osservazione dall’esterno all’interno o, per meglio dire, dalla forma al contenuto. Per essere esauriente, l’analisi di un’opera deve (o dovrebbe) soddisfare risposte alle domande sui suoi aspetti tecnici, storico-figurativi, sociologici, biografici, iconografici e percettivi. Qui, detto in maniera molto, molto semplicistica. La scrittura di una didascalia, per esempio, è la scaletta, ricostruita dallo storico, dell’analisi effettuata su un’opera.

A: Secondo te qual è la vera magia del luogo e di Clemente?

O: Di magia ho parlato sopra, in merito alle opere di Clemente Castelli, ma credo che possa essere allargata anche alla casa museo dove lo scultore vive. Ma è su di lui che vorrei concentrarmi: Clemente è un uomo di un’altra epoca, innamorato del bello, della scultura, della pittura, della musica classica. Come ho scritto nel libro, non è inusuale, avvicinandosi al portone di casa, sentire le note di Mozart o di Beethoven a tutto volume. Una persona concentrata su valori ormai poco apprezzati quali l’amore per la natura, il rispetto per le persone e il rapporto da tenere con esse.  A volte me lo immagino come un “sopravvissuto” approdato fino a noi per lasciarci un messaggio. Per raccontare quanto di bello possa esserci in un rapporto con un fiume, in questo caso l’Acqua Bianca, e quanto si possa celare dentro un sasso.

 

O: Se ti volesse regalare una scultura. Quale sceglieresti e perché?

 

A: Ho una particolare predilezione per i visi di pietra. Sono rimasta davvero molto colpita dal virtuosismo tecnico di Clemente e non esagero se affermo che se prendessimo una di queste opere e la inserissimo tra le opere dal sapore primitivo di Brancusi del Guggenheim di New York nessuno avrebbe alcunché da contestare. Nella scelta delle linee e nella scelta delle pietre credo che questi visi rappresentino dei capolavori di elevata intensità artistica, dove il materiale, la pietra, è sapientemente esaltata, gettando un ponte diretto tra Clemente e le popolazioni preromane delle nostre zone.

 

 

Un pensiero su ““Le facce del fiume”. Clemente Castelli e le sue sculture

  1. Pingback: Le facce del Fiume – Blog La poesia e lo Spirito – Zonzolando

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.