“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 2

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

2.

Il neurochirurgo era sparito in silenzio. Jeff con la testa appoggiata sul pugno frantumava briciole di pane col coltello. Mike leggeva i titoli dei libri sugli scaffali, con le mani in tasca. Aveva saltato quelli in brossura in tinta unita, i rossi e i verdi sbiaditi, e stava guardando i paperbacks con lo sfondo nero screpolato dalle letture. James da lontano credette di riconoscere un vecchio romanzo che aveva anche lui a casa, e lo raggiunse.
«Pensavo fosse quel libro di Ellroy che non ho mai finito ma…»
«Si assomigliano tutte queste copertine.» fece Mike «Non ho letto nulla di Ellroy. Ma non posso dire di essere un lettore vorace. Lei?»
Non sapeva cosa rispondere «Non lo so, vado a periodi. Gli ultimi mesi leggevo più che altro qualche poesia per mia moglie, non c’è stato molto… tempo, per altre cose.»
Mike annuì. «Anche io vado a periodi. Leggo più che altro in vacanza, comunque. E non so ancora se questa lo sia.» concluse sorridendo.
«Perché? Cosa potrebbe essere?» chiese James un po’ allarmato.
«Per me l’inizio di qualcosa di più duraturo.»
Incerto se chiedere spiegazioni, si limitò a fare un cenno di assenso con la testa.Mike poggiò le mani sui fianchi «Non aveva parlato di carte da gioco la signora? Nel cassetto del secretaire, mi pare…»
«Oh sì, per favore! Ho bisogno di un pokerino ragazzi, posso aggregarmi?» si intromise Jeff.
«Certo… peccato che il signor Neurochirurgo di Seattle sia sparito, in quattro era una pacchia!»
«Non me la sentirei di richiamarlo, però.» sorrise Jeff.
«Direi di no. Com’era la politica degli alcolici qui?»
«Che si può bere quello che c’è, e deve bastare per tutti; ma quando sono finiti sono finiti. Vietato uscire per comprarne altri.»
«Mi farò bastare uno scotch.» Disse Jeff svitando il tappo di una bottiglia.

Una folata di freddo li raggiunse all’aprirsi della porta. Si era alzato il vento sul lago. Angela si portò davanti al caminetto, con il fiato un po’ corto e un’espressione felice. Lasciò cadere dalle spalle il giaccone, sfilò la sciarpa e gli stivali, e alla fine anche il berretto, dopo una minuscola incertezza. James provò una fitta a vederle la nuca, il cranio nudo, liscio, indifeso. Minnie la raggiunse in silenzio, aprendosi il cappotto e tendendo le mani verso i ceppi.
«Scotch?» chiese Jeff.
«Grazie… giusto un goccio. Poker, vero? Vi farebbe piacere un quarto? Mi ha insegnato mio padre, dicono che me la cavo.» fece Minnie con un occhiolino.
«Tu non vuoi giocare Angela?»
«No grazie, mi sa che ho finito completamente le mie batterie per oggi. Mi dispiace tantissimo non poter restare ma credo sarà difficile anche solo fare le scale.» concluse con un sorriso.
«Ti accompagno.» fece James alzandosi dal tavolo senza aspettare risposta. Raccolse tutto il vestiario che lei aveva abbandonato per terra, per ultimo il berretto, sollevandolo come potesse andare in pezzi. Lei lo guardò in silenzio, docile, poi lo seguì su per le scale.
Arrivati in cima James le chiese se poteva domandarle un favore, e infilandosi la mano libera in tasca ne estrasse il portachiavi a forma di scoiattolo. «Potresti entrare un secondo nella mia stanza e accendere la luce accanto al mio letto, ora?»
«Certo.» prese la chiave con due mani senza fare domande, entrò nella stanza e James sentì il clic dell’interruttore; poi uscì, lasciando socchiuso. Lo precedette nel corridoio, girarono a sinistra superando la veranda con il pianoforte a coda, e giunti davanti alla porta lei tirò fuori un portachiavi a forma di stella per aprire. Una luce minuscola era accesa, appesa sul vetro della finestra. James entrò e appoggiò con cura i vestiti sulla poltrona.
«Dormirai bene?»
«Parola di lupetto.» gli rispose sedendosi sul bordo del letto. «Sarò pronta per il tacchino domani, vedrai. E a giudicare dalla cucina della signora Chimenti, penso sarà anche molto più buono di quello che ho mangiato l’anno scorso.» sorrise.
James si voltò verso di lei, incrociando le braccia sul petto. Non era solo un vago senso di angoscia all’idea di tornare nella sua stanza, ma anche il desiderio di sapere, prendere il rischio del coinvolgimento di chiedere. «Dov’eri l’anno scorso, se non ti scoccia che ti faccio questa domanda.»
«Ma no figurati. Te l’ho detto, ero dentro un’altra vita. Ho passato il Ringraziamento con la famiglia del mio ragazzo. Ex ragazzo. Adesso è sparito.»
«Prima o dopo la chemio?»
Lei gli sorrise «Per fortuna prima, così non mi ha vista quando ho perso i capelli.»
«Un cacasotto eh? Mi immagino quanto sia stato bello scoprirlo in quella circostanza.»
«Guarda: alla fine è stato utile. Per contrasto, mi ha fatto sentire quanto ero coraggiosa io.»
Non gli venne una risposta e si mise a guardare fuori nel nulla del buio, oltre la lucina appesa sulla finestra. Dopo un minuto lei gli disse «E come mai ne sai di chemioterapie?»
«È mancata mia moglie. Da poco.» rispose dopo qualche istante.
«Ecco perché sei qui. Dove ce l’ha avuto?»
«Polmoni.» disse. Dopo qualche secondo aggiunse «Non aveva mai fumato però.»
«Avresti preferito che l’avesse fatto?»
«Non so, non penso… perché?»
«Così le avresti potuto dare la colpa che era morta.»
«Sai un sacco di cose sul dolore, Angela.»
«Un po’.»
Avrebbe voluto aggiungere qualcosa ma si limitò a annuire. Lei aveva davvero il viso stanco adesso. Le prese una mano «Ti lascio riposare, grazie che mi hai acceso la luce.»
«Tranquillo…»

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