“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 3

[Novella a puntate – testo di Monica Mazzitelli, immagine di Mikael Moiner]

3.

La vista, gli aveva detto la signora Chimenti. E gli scoiattoli. Li aveva sentiti da molto presto, erano almeno in due a giocare, là fuori. Eileen si sarebbe alzata per guardarli: lo fece anche lui. Il lago era argento fuso, gli abeti arrivavano a carezzare la riva. Verdi e austeri, sembravano un vecchio consiglio di saggi, senza ammonimenti per lui. Solo far passare il tempo e sfumare il dolore. Forse questo weekend non era stata una bella idea. O forse invece no: non era l’idea a essere stata sbagliata, ma la sua realizzazione. “Una cosa strana” gli aveva ripetuto Carrie al telefono.
Si vergognò un po’. Che avrebbe pensato Eileen che era andato lì da solo, a spendere 800 dollari per quella cosa “strana”?
Ma no. Che brutto pensare che Eileen l’avrebbe giudicato, invece. Non lo avevano mai fatto, uno con l’altro. Era un pensiero sporco questo, lurido. Indegno di lei.Colazione e poi fuori. “Tra le sette e le nove”, diceva la brochure.
Fece una doccia lunghissima e prese anche il giaccone prima di scendere, guanti e pedule. Niente sciarpa, gli irritava il collo messa poco dopo la barba. Sperava di non trovare nessuno giù. Un boccone veloce e sarebbe andato fuori da solo, un giro del lago.

Scendendo trovò la tavola ancora apparecchiata per due persone. Probabilmente ognuno si era seduto nello stesso posto della sera precedente perché i due coperti ancora pronti erano solo il suo, a capotavola, e quello del neurochirurgo di Seattle, a destra della signora Chimenti. Un filo di delusione, di cui si vergognò un po’. Dal parcheggio però non pareva mancare nessuna delle auto. Altrimenti sarebbe stato possibile ipotizzare che se ne erano andati via tutti e cinque, lasciandolo lì da solo. Perché gli importava?
Si imburrò due toast, ci mise sopra del formaggio e bevve un caffé con un goccio di latte. La villa era silenziosa, si accorse solo in quel momento del ticchettio di una pendola che doveva essere appesa all’ingresso.
Freddo molto asciutto fuori, bastava alzare il bavero del giaccone per stare bene. Girò intorno alla casa e passò sotto la sua quercia. Gli scoiattoli erano ancora lì sui rami. Il sentiero per il lago era nascosto da foglie coperte di brina in strati croccanti. I rilievi intorno erano imbiancati dalle nevicate di qualche giorno prima ma il cielo era di quell’azzurro compatto che si vede dall’oblò di un aereo. Scorse Jeff seduto da solo su una panchina, un berretto di lana a righe gialle e nere calato sulla testa, le mani incrociate dietro la nuca. Gli sorrise.
«Buongiorno!»
«Ciao James… James, vero?»
«Sì.»
Restarono un po’ in silenzio. James si guardava intorno, tutto quell’azzurro, quel verde scuro, le creste. Respirò profondamente, sentì il petto aprirsi come dopo un singhiozzo al termine di un pianto. Aria in cristalli. Portò gli occhi verso Jeff che ricambiò il suo sguardo sorridendo a bocca chiusa, con le palpebre strette per il sole. James si rese conto che quell’uomo gli ispirava simpatia. Neanche questo, forse. Era più una sensazione di benessere per il fatto che fosse lì vicino a fargli compagnia, un antidoto al senso di abbandono che aveva provato al tavolo di colazione. “Abbandono? Ma non era andato lì per stare solo?”, si chiese.
Guardò ancora Jeff e i suoi occhi socchiusi contro il baluginare del lago, il collo un po’ incassato. “Malinconico”, si disse.
Jeff ricambiò il suo sguardo e si allungò un po’ sulla seduta, facendosi da parte come per invitarlo ad accomodarsi. Ma James restò in piedi, ancora, contemplando i suoi piedi che spostavano il ghiaino intorno alla panchina, il rumore rasposo che producevano contro i fianchi delle sue pedule.
«Che fai di bello James, dico, nella vita?»
«Sono in pensione, da un anno. Insegnavo all’università. A Berkley.»
«Wow, interessante… Che materia?»
«Chimica nucleare.»
«Accidenti! Devi essere un mezzo genio tu…»
James sorrise «Boh, non so, negli ultimi anni ho pubblicato abbastanza poco in verità. Non mi è dispiaciuto andare in pensione, alla fine.»
Jeff annuì con lentezza.
«E tu invece di cosa ti occupi?»
«Eh. Credo di aver finito anche io con il mio lavoro, ma non per andare in pensione ovviamente. Devo capire cosa fare adesso.»
James annuì. Si rendeva conto che avrebbe dovuto fare altre domande ma non ce la faceva. Restò lì a spostare ghiaino da destra a sinistra e da sinistra a destra per un altro minuto, sperando che l’altro non dicesse nulla. Non lo fece.
«Mi sa che faccio altri due passi. Fa freddo a star fermi eh?»
Jeff annuì, incassando di nuovo la testa nelle spalle. James si girò mormorando un “a dopo” e continuò nel sentiero. Voleva arrivare a quel punto dove un ciuffo di abeti sembrava entrare nel lago per qualche metro, con le radici a vista tuffate nell’acqua. Le pedule masticavano il terriccio del sentiero con suono di mandibole. Arrivò a quella sporgenza e oltrepassandola scoprì che gli impediva la vista della villa, della panchina dove era seduto Jeff, e di qualsiasi cosa che avesse un segno di esistenza della razza umana: solo natura negli occhi. Gli piacque moltissimo, per dieci minuti. Poi con un colpo di vento freddo e gli abeti che facevano ombra, tutto gli sembrò cupo e solitario. Gli mancò il suono di una voce: tornò indietro.
Jeff era ancora lì seduto, stava leggendo qualcosa, gli parve. James cercò di non affrettarsi, di mantenere l’andatura calma, casuale. Jeff alzò lo sguardo sentendo i suoi passi e gli sorrise «Ehi! Era bello laggiù?»
«Bellissimo, sì.» cosa aggiungere? «Ma non ti disturbo, stai leggendo.»
Scrollò le spalle «Figurati.» accavallò le gambe posando il libro sul ginocchio, con l’indice tra le pagine.
«Quindi, mi dicevi, devi cambiare lavoro. Tagli al personale?»
«No… è che io faccio un lavoro un po’ bastardo… faccio l’attore, o forse dovrei dire che “ho fatto” l’attore. Adesso non so se lo sono ancora, se lo voglio essere ancora.»
«Non ne capisco nulla ma immagino sia una professione complessa, nel senso, camparci bene, eccetera.»
Jeff annuì «Infatti. Io ci ho provato per ventuno anni, non-stop. E mi ci sono mantenuto, anche. Niente di ché, ma decentemente. Adesso ho deciso di smettere. Due mesi fa quasi esatti.» disse guardando senza motivo l’orologio «Ma a trentanove anni non puoi continuare a aspettare che ti chiami Scorsese per un ruolo centrale.»
«Beh, me lo immagino, credo.»
«Sono bravo però sai?»
James annuì.
«Tuttavia,» disse sollevando l’indice «per usare le parole del mio agente due mesi fa, diciamo che il mio problema è che “non ho una faccia”.».
James annuì senza trovare una risposta adeguata. Iniziava a trovare troppo intima quella confessione, troppo veemente. Annuì ancora, sperando che tutto diventasse meno intenso. Jeff si guardò la punta delle scarpe, lui fece lo stesso, dondolandosi un po’ avanti e indietro. Attese un qualche istante prima di parlare ancora «Ma avrai avuto le tue soddisfazioni, immagino.» disse alzando lo sguardo intorno, e ricominciando a spostare con le pedule il ghiaino.
Jeff posò il libro di fianco e si chinò in avanti, poggiando i gomiti sulle ginocchia, guardandolo da sotto in su «Senti, dimmi una cosa: tu ci vai al cinema?»
«Ci andavo molto con mia moglie, prima che si ammalasse, andavamo anche due volte a settimana, l’estate soprattutto; poi quando è peggiorata abbiamo smesso; però prendevamo i film a noleggio, finché ce l’ha fatta.» Si sorprese a dire.
«Immagino sia mancata di recente, vero?» disse Jeff con un tono molto baritonale, accendendosi una sigaretta. «Mi dispiace, non sapevo, anche se era intuibile…»
«Grazie, sì, sono qui per… insomma, era difficile stare a casa, e non volevo andare da mia figlia coi bambini, il casino. Ognuno ha la sua vita.» disse tutto d’un fiato.
Jeff annuì. «È stata durissima, immagino… hai fatto bene a venire. Qui tutti abbiamo i nostri motivi.»
«Sì, forse ho fatto bene.» disse James prendendo un respiro profondo mentre con lo sguardo abbracciava le cime intorno al lago. «Ma mi stavi chiedendo se mi piaceva il cinema.»
«Sì, infatti.»
«Mi piace molto.»
«E allora mi avrai visto, tante volte. Ho fatto piccoli ruoli in un sacco di film famosi, ruoli che non ho mai potuto chiamare “camei”. Se tu sapessi in quanti film mi hai sicuramente visto… ma non hai riconosciuto la mia faccia vero?» gli chiese puntandolo con uno sguardo limpido. James notò solo in quel momento che i suoi occhi erano verdi.
«Beh, sinceramente no, non posso dire di averti riconosciuto, ma non so se li ho visti…»
«“Isola 19”? “Ogni volta che torni”, “Ragazzi sfuggenti”, “Adam e Lisa”, “Corri più forte”? Li hai visti questi?» chiese con dolcezza.
«Sì.» ammise James abbassando lo sguardo.
«Lo vedi? Non ho una faccia.» cercò di dire con un tono spiritoso, non trovando però leggerezza.
James gli fu grato del tentativo: lo fece sentire più rilassato. «Ti dispiace se mi siedo anch’io sulla panchina? È fredda?»
«Gelata anche per un rottinculo come me!» Disse riuscendo finalmente a farli ridere entrambi.

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