“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 7

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

7.

C’era già luce. Dormendo si era appoggiato con la testa sul braccio che ora pungeva indolenzito. Non si era alzato neanche per una pipì durante la notte, gli premeva la vescica. E non si era neanche lavato i denti; se li sentiva stuccati di sporco e fondo di vino. Andò in bagno, si fece una doccia pensando che in quei dieci minuti avrebbe dovuto decidere improrogabilmente se andare a correre o meno. Sempre che la cosa fosse ancora valida. Sempre che Samuel non si fosse incazzato e avesse deciso di tornarsene a Seattle dalla moglie. Sarebbe stata colpa sua, e gli altri sarebbero stati scontenti, avrebbero pensato che era un coglione irascibile guastafeste e dietro le spalle si sarebbero detti “poteva andarsene lui invece che far andare via Samuel”.
Si piegò a strofinare bene caviglie e polpacci. La testa china dissimulava la sensazione di lacrime, le faceva sparire nello scolo della doccia insieme alla schiuma dello shampoo. Pensò a Jeff, che era salito con lui, che lo aveva accudito come lui accudiva Eileen. Senza essere roboante, però. Come fosse stato un figlio handicappato. Si sedette dentro la doccia, per terra. Non aveva mai fatto una cosa del genere e si sentì un po’ ridicolo, come in un film, ma non riusciva a alzarsi. Ancora venti secondi, si diceva, altri venti, due minuti. Sarebbe andato, se gli altri due andavano. Uscì dalla doccia con la pelle lessa e i muscoli bollenti, e dopo un minuto Jeff bussò alla porta.«Dai James, ti aspettiamo giù!»
«Arrivo!» gridò, a un volume troppo alto. E all’improvviso si sentì ripartire da zero, come gli avessero stirato l’anima, saldati i conti, perdonati gli eccessi. Ed ebbe fretta, una fretta pazzesca a scendere le scale. Samuel e Jeff stavano piluccando qualcosa dal tavolo, in piedi, mentre Minnie e Mike si imburravano tranquilli dei toast.
«Giusto un po’ di frutta James, pensavamo di far colazione per bene dopo.» Olsen l’aveva chiamato James, per la prima volta. Non doveva illudersi, però.
«Certo, anche io faccio sempre così.» Sempre quando, che non correva da anni? Non importa, doveva essere liscio e concorde. Come nulla fosse avvenuto prima.

Uscirono all’aperto con il freddo che mordeva: giornata totalmente limpida, ultrablu. Samuel partì lento, mentre James e Jeff cercavano di stare alti col ritmo, sprecando fiato a chiacchierare di nulla. Sam invece aveva metodo; cominciò ad aumentare leggermente il passo superandoli, loro gli trotterellavano dietro. James aveva corso abbastanza da giovane da capire che Olsen stava rallentando il suo ritmo naturale per non perderli. Gli fece piacere, irritandolo anche un po’. Ma gli diede soprattutto fastidio la sensazione che quella rabbia assurda gli stesse già rimontando. Non doveva. L’avrebbe utilizzata per correre, sì. Ecco. Trasformazione dell’energia psichica in fisica, potenza. Smise di parlare e si concentrò sui suoi piedi, le punte bianche e blu delle scarpe che comparivano e sparivano regolari sotto le sue ginocchia, il fiato che aveva trovato il suo appoggio. Se non entrava in competizione con Olsen, se restava concentrato su di sé, forse sarebbe riuscito a romperlo. Magari non oggi, ma domani o dopodomani mattina, l’ultimo giorno. Guardò il lago intorno a sé come fosse il custode della promessa di risvegliare il suo corpo intorpidito da troppo tempo, gli parve un ventre concavo accogliente del suo bisogno di moto e pulsione di vita. Pensò preoccupato che tornato a casa sua non avrebbe continuato, che si sarebbe accasciato sul divano, ogni giorno. Il divano con la fossa dal lato giusto per il televisore. Doveva cambiarlo, il divano. Nascondere quei segni.
Jeff era rimasto indietro, lo sentì tossire, prendere un lunghissimo fiato come da apnea, e tossire ancora. Forse avrebbe dovuto fermarsi con lui, ma non riusciva a smettere di correre. I piedi avevano quell’andatura, solo quella, e non importava nient’altro, né Jeff fermo dietro di lui, piegato su sé stesso con le mani appoggiate sulle ginocchia, né Samuel mezzo miglio più avanti, elastico e leggero come un passero. Potevano andare tutti, liberi; c’era solo lui, lui solo. Non doveva soddisfare i bisogni di nessuno.
Aveva detto che avrebbe fatto solo due giri ma sperava che alla fine avrebbe resistito più a lungo. Invece a un giro e mezzo iniziò a sentire che i polpacci si contraevano sempre più legnosi. Era il momento di resistere, lo sapeva. Doveva forse rallentare un po’ ma continuare, perché con un minuscolo riposo sarebbe riuscito a recuperare quel minimo per poter trovare una seconda ondata di slancio. Bastava resistere un altro poco, pochissimo. Continuare ancora, qualche metro, ancora. Ignorare quel dolore alla milza, respirarlo via, ancora pochi…
Si fermò, ansimando, piegandosi in avanti e rischiando di cadere faccia a terra come qualcuno gli avesse tirato il freno a mano. Respirò per qualche momento con la bocca spalancata e gocce di saliva sulla punta della lingua.
Tornò in posizione orizzontale e riprese a muoversi, camminando. Mancava meno di un terzo della distanza alla fine del giro. Samuel era dal lato opposto, ritmico, guardava avanti a sé, la testa nella giusta inclinazione fuori dall’asse. Jeff doveva essere rientrato.
Il polso si stava calmando, il fiato era meno rumoroso. Ripartì con la corsa come avesse ricevuto un calcio improvviso da tergo; andava lento ma con la sensazione che sì, aveva ancora qualcosa da dare, sarebbe arrivato correndo fino alla villa. “Perdio” voleva dirsi, come in un film, ma non c’era un dio da imprecare lì, c’erano il lago e la villa, e tutto quel cielo, e la sua rabbia infantile da bimbo abbandonato che era troppo vecchio, troppo per.
Fece di corsa anche i tre scalini del portico, poi un po’ di stretching appoggiando le caviglie alla balaustra, e dopo si chinò in avanti con le gambe allargate. Quello era il suo momento preferito, quello della buona coscienza dopo lo sforzo dell’esercizio.

«Ehi Jimmy vieni!» Angela lo chiamò dal divano, come una gatta sorniona «Dai, dammi un bacio!»
«Sono sudato tesoro, faccio schifo!»
«Ma che mi frega, vieni qui.»
James la guardò un istante negli occhi poi le prese il piccolo cranio nudo tra le mani dandole un bacio sulla fronte. «Bella che sei… come fai a sopportarmi ancora?» Angela scoppiò a ridere. «No davvero, sono serio: come fai? Dopo ieri?»
«Lo sai come la penso.»
«Come?»
«Che devi lasciarla uscire la rabbia.»
«Se no non mi vuoi bene?»
«Se no non ti vuoi bene tu.» Sorrise lei.
«E tu però?»
«Io ti voglio bene. Dopo pranzo mi porti a fare un giro? Sono stufa di leggere.»
«Ma certo, promesso. Ce l’hai qui il giaccone?»
«Me lo prendi te?» Gli rispose dandogli il portachiavi a forma di stella.
La dolcezza intima di quel gesto.

Il ragù doveva riposare, come gli gnocchi. Minnie e Jeff avevano aiutato Francesca a prepararlo, finché verso le undici e mezza Mike si era affacciato in cucina, bussando contro lo stipite della porta aperta. «Ehi ciao!» gli aveva detto Minnie con uno dei suoi sorrisi enormi. Mike aveva ricambiato con il suo, riservato e un po’ timido. Senza dirsi altro lei si era sfilata il grembiule e l’aveva appeso con delicatezza a un gancio vicino ai fuochi. Avevano salutato ed erano usciti.

«Hai dormito bene?» gli chiese solo dopo che erano già oltre il recinto della villa.
«Sì. Ma mi sono sentito un po’ solo.» le rispose prendendole delicatamente la mano. «Tu?»
«Anche io.» disse guardandolo negli occhi.
Rimasero in silenzio qualche momento, camminando piano, respirando i suoni piccoli del lago.
«Sei così brava a ascoltare e accogliere le persone. Sai come riempire i silenzi che vanno riempiti, e lasciare vuoti gli altri. È un’arte lo sai? La gente è sempre così piena di sé, o ti sommerge di parole, o ti ignora. Tu sai lasciare che il tempo scorra, creare lo spazio per… per essere.»
Lei non rispose nulla.
«Sai far capire com’è fatta la tua anima, veramente. Però prima mentre mi facevo la barba e ti pensavo mi sono reso conto che in effetti io non so tante cose della tua vita. Anche ieri sera, mi hai più che altro ascoltato. È raro che io parli per quasi tre ore di me in questa maniera.»
Minnie sorrise.
«Sai cosa? Sei trasparente, ma sei anche molto opaca. Ed è una cosa che non si comprende subito. Bisogna stanarti, credo.»
Lei annuì, seria.
«Bisogna lasciarti tempo e spazio per arrivare a fondo.» continuò Mike con tono fermo.
Restarono ancora un po’ in silenzio, c’era solo lo scricchiolio ritmico delle loro scarpe sul sentiero. Dopo un minuto Mike riprese «Ho la sensazione che tu abbia avuto molta sofferenza nella tua vita, ma che tu l’abbia messa da parte per sostenere gli altri. Non sei stanca, adesso?»
Minnie prese tutta l’aria che poteva far entrare nei suoi polmoni, poi la lasciò uscire pianissimo, con le labbra un po’ stirate. Mike le strinse più forte la mano.
Lei disse «Stanca. Molto stanca.» poi aggiunse «Ma non mi scoraggio. Non mi scoraggio mai a lungo, solo il tempo di sentirmi pesantissima, come se gli anni fossero… macchine rotte, che devo trascinare. Poi ritrovo una discesa però. Ed è come se diventassero cuccioli da portare al guinzaglio. Ti tirano qua, ti tirano là, ma sono vivi e presenti, ti fanno sorridere, ti appartengono.» prese ancora fiato «O tu appartieni a loro, non lo so. Facciamo molte cose di cui diventiamo schiavi, anche se le abbiamo fatte liberamente, o perché volevamo essere più liberi, o più leggeri. E poi ci sono le cose che capitano e basta. Come il mio primo marito che è morto in un incidente aereo, tanti anni fa. Avevamo quattro figli. La più piccola aveva due anni allora. Io ne avevo ventisei.»
Il profilo di Mike era una scultura di marmo.
«Facevo due lavori, a volte tre. Ho cambiato tante baby sitter, confondevo i nomi. È durata un paio d’anni, finché ho conosciuto Richard, ed è stato più semplice per qualche anno. Poi non ci amavamo più. I bambini erano cresciuti intanto, sono tornata ragazza; sono stati anni leggeri, buoni. È tutto troppo compresso vero?»
«Sì Minnie. Ma so che tra qualche tempo saprò i dettagli, avrò visto le tue vecchie foto e conosciuto i tuoi figli, i nipoti, i loro cani. Non abbiamo fretta.»
Minnie spezzò la commozione scoppiando a ridere «Troppi cani! Vedrai! Ti piacciono i cani?»
«Preferisco i gatti.»
«Ci avrei giurato.»
«Ne prendiamo uno?»
«Ne prendiamo uno.»
Mike si girò a baciarla su quel sorriso, la abbracciò sotto le scapole chiudendo gli occhi, piegando il capo per entrare bene nella sua bocca con la lingua. Sete e pianto.

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