“Dimmelo se ti disturbo” di Eeva Karin Kilpi

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Una breve poesia di Eeva Karin Kilpi, scrittrice Finlandese che mi fa pensare ad Alda Merini. Trovo che questi brevi versi siano non solo intensi ma anche perfetti per augurarvi un 2018 pieno di vibrazione e baldanza 🙂
Li ho tradotti dalla versione svedese di Kerstin Holm-Lindqvist e Ulla-Mari Kankaanpää della raccolta “Canti d’amore”.

Dimmelo se ti disturbo

Dimmelo se ti disturbo,
disse mentre entrava,
ché me ne vado subito.

Non è che disturbi e basta,
gli risposi,
tu mi scaravolti l’esistenza.
Entra pure.

L’ombra che ci abita: una rilettura poetica del mito


di Raffaela Fazio

 

Qualche tempo fa, nel presentare la mia raccolta poetica Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017) dedicata a 28 personaggi femminili della mitologia classica, ho privilegiato, come possibile chiave di lettura, quella dell’ombra.

 

In questo contesto, mi limiterò a citare poche figure che esemplificano il tema e che possono essere raggruppate in tre categorie. Nella prima, l’ombra è presenza fatale, perché non risanata. Nella seconda, essa è un’opportunità, perché in parte ascoltata ed integrata. A queste due si aggiunge, in una riflessione conclusiva, l’ombra considerata come inevitabile alter ego. Continua a leggere

Roba da preti


A volte ci sentiamo aridi, incapaci di dare. È una sensazione potenzialmente duratura. Può dipendere da traumi o blocchi che risalgono, magari, all’infanzia, ad anni lontani, a nodi e problemi mai risolti.
Si reagisce in maniere diverse a quest’impasse. Possiamo abbatterci, trascinarci stancamente per il resto dei giorni, o diventare dei volontaristi, che fuggono il malessere tuffandosi in frenetiche evasioni.
Ci sarebbe un’altra via, che richiede fede, umiltà, capacità d’ascolto: mettere il peso nelle mani di Gesù, chiedendogli di farne quel che vuole, di trasformarlo in codici condivisibili. È un circolo virtuoso, in grado di sostituire i circoli viziosi dell’aridità.
Ma è roba da preti.

Poeticilibri #4

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Prosegue POETICILIBRI con il quarto appuntamento alla LIBRERIA BELGRAVIA di Torino in via Vicoforte 14/d, previsto per sabato 13 gennaio 2018 alle ore 17.30

15 minuti di tempo massimo per raccontare il proprio lavoro, poetare e convincere. Una selezione di autori per avvicinare i lettori alla poesia italiana contemporanea

Saranno presenti con i loro libri i poeti:

Sergio Donna (Torino) con le due opere in edizione bilingue italiano-piemontese “Sgnorete e Lusariòle” e “Ciameje nen Haiku”
Alessandra Corbetta (Como) con “Essere gli altri” (Lietocolle)
Carla Bertola (Torino) con “Ritrovamenti” (Eureka) e “Affetto affettato affitto” (Offerta Speciale Ed.).
Alberto Vitacchio (Torino) con “Il torpore dei gradini” (Eureka)
Alessandro Prusso (Genova) curatore di “El canto mayor”, antologia dedicata ad Alejandra Pizarnik
Carlo Molinaro (Torino) con “L’effimera commedia” (Miraggi)

Un evento ideato e condotto da Max Ponte
In collaborazione con la Libreria Belgravia Via Monginevro 44 bis e Via Vicoforte 14/d Torino. Tutti i libri saranno disponibili nel corso dell’evento e successivamente nello scaffale “Poesia”.
Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Pagina FB di Poeticilibri

Le gran voyage

di Stefanie Golisch

in memoriam Francesco Zaccaria (1930-2017)

Un uomo parte. A mani vuote, in mente un
romanzo da finire, ma non sa come. Ha
dimenticato il nome del suo cane d’infanzia
e non ricorda il viso di sua moglie da giovane.
Nella sua stanza suona sempre la stessa ora.
Il giorno è una domenica piovosa. Tante cose
si avrebbe potuto fare, ma è sempre troppo
presto. Le frasi rimaste pesano poco. Sono
stanco, ma non voglio dormire, ho sete, ma non
voglio bere. Ha sempre detestato le domeniche
e in particolare quelle piovose. Vorrebbe dire
la sua frase e chiudere in bellezza, ma quella
frase non c’è. Il suo romanzo finisce così. Con
il protagonista che si è appena alzato e che ora
si sta vestendo faticosamente

Permesso di soggiorno


Nove anni. Mi chiedevo, allora, come avrei reagito, ma c’era una dose d’incoscienza, una via che si perdeva in illusioni fatali. Eppure dentro me c’era qualcosa, una scintilla residua che impediva la resa, che obbligava a credere che da qualche parte, da parte di qualcuno, sarebbe arrivato un dispaccio decisivo, la concessione della grazia.
E infatti arrivò: in forma inattesa, fragile come un oggetto di cristallo, traballante come un bicchiere su un tavolo sconnesso. Devi esserti impegnato parecchio per far sì che quel giorno, mentre ero seduto a confessare, sfidando resistenze maligne che sempre in questi casi si frappongono, avviando un processo lungo e doloroso di radicale conversione, mi arrivasse quel biglietto che sentii immediatamente, nonostante la mia – allora – inguaribile insipienza, come il permesso di soggiorno in Dio.

L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 11

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Vedrò Singapore, Piero Chiara (1981)

Si domanda il giovane aiutante di cancelleria prima di imbarcarsi come scrivano di bordo su di una nave diretta in Estremo Oriente: “Vedrò Singapore?”. Siamo all’epilogo delle disavventure del narratore, il giovane impiegato di infimo livello dell’amministrazione giudiziaria, trasferito d’ufficio da una sede all’altra dell’istriano e del Friuli.

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Un libro in cartella: La giovane morte di Mario Pietrantoni di Enrica Belli

Uno dei libri che ho regalato a Natale è uscito poco più di due anni fa per Frassinelli: La giovane morte di Mario Pietrantoni di Enrica Belli. Romanzo nato da una curiosità della scrittrice verso la storia del ciclista Ottavio Bottecchia, morto nel 1927 in circostanze misteriose. Questo romanzo non è una biografia del ciclista, ma ne trae ispirazione, dando vita a una vicenda appassionante e profonda.

La storia in breve è questa (non voglio rovinarvi il piacere di leggerla, svelando troppo): c’è un ragazzo morto, un giovane ciclista di successo e due rei confessi spontaneamente si presentano al cospetto del commissario Linguiti e si autoaccusano dell’omicidio.

Sembra un giallo, ne ha tutti gli elementi e le caratteristiche ed è stato definito come tale; ma La giovane morte di Mario Pietrantoni è molto più che un giallo. Circoscrivere un romanzo così equilibrato, “pieno”, perfetto in una etichetta di genere è a mio parere riduttivo. Continua a leggere

Per miracolo


Oscilliamo fra il tutto e il niente. A volte ci sembra di essere dei geni; il giorno dopo, dei mentecatti incapaci di capire. Il mistero della vita ci avvolge e ci impedisce di definire la realtà. Siamo il punto d’incontro di multiversi inconoscibili, di reti di atomi e particelle subatomiche che al tempo stesso distanziano e avvicinano, attraggono e respingono. Siamo corpo e spirito, grandezza e piccolezza, tristezza e gioia, vittoria e fallimento, presi in un vortice che può trasfigurarsi in contemplazione e silenzio. In tutto questo, la sola certezza sono gli occhi di Cristo: se lo guardo, mi sembra che gli infiniti mondi s’inginocchino di fronte al suo volere, alla sua offerta d’amore. Le turbolenze cosmiche, le esplosioni di enormi supernove, i collassi di galassie e sistemi planetari, l’ultimo attrito col confratello prete, sono un’eco addolcita e armoniosa nello sguardo mite di Gesù, dove tutto ciò che è vita ritrova se stesso, per miracolo.

“TEMPO DI RISERVA” (inediti), di Silvia Rosa

QUELLA VOLTA

Quella volta che il sole
è caduto per terra
con uno sparo di voce
al centro al cuore
dentro la sua stessa luce
colpito forte, sembravano
lucciole le schegge
che mi cascavano tra i capelli
legati in un nodo,
sembrava la fine di un mondo

ma poi la vita riprende ‒ così dicono ‒
solo meno luminosa e
un poco più fredda, scomoda,
la voce torna ai suoi silenzi
collusi con le ombre, torna
a non dire a dire a metà
a farsi lieve vento tra le nuvole
che da quella volta mi seguono
premurose, in fila

non ho capito se in un corteo funebre
o per darmi l’illusione di essere ancora
una sposa ancora la stessa di prima
‒ in attesa sempre ‒ ancora viva.

***

RELIQUIA

È così che ricordo il tuo corpo
‒ sole minuscolo ingoiato
da un cielo di lucciole e assenze ‒
come candido marmo, una perla
screziata di buio per ogni silenzio
che custodisci con le mani di neve

Pochi giorni, le creste spampanate
dei soffioni turchini che si agitano
in questa distanza al rallentatore,
di paura in paura, e tu sei una statua
bellissima, terribile, senza occhi
né voce, reliquia del mio desiderio

Voglio tenerti ‒ un ossicino traslucido
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Dettaglio di “Santa Lucia” di Francesco del Cossa, e alcune poesie di Franco Fortini, scelte da Giovanna Menegus

Un dettaglio dalla Santa Lucia di Francesco del Cossa, conservata alla National Gallery of Art di Washington. Che è anche l’immagine di copertina di Una volta per sempre di Franco Fortini, di cui ricorre il centenario della nascita (Firenze 1917-Milano 1994).

Di seguito alcuni versi tratti dal libro (Einaudi 1978, Supercoralli), che comprende quattro raccolte: Foglio di via, Poesia e errore, Una volta per sempre, Questo muro.
Come si legge nel retro di copertina del volume il titolo Una volta per sempre è ispirato a queste parole di Alessandro Manzoni: «Un vero veduto dalla mente per sempre o, per parlare con più precisione, irrevocabilmente».

 13 dicembre 2017 Continua a leggere

Nei panni di


Stare nei propri panni non è qualcosa di scontato. A volte li sentiamo stretti: non ci valorizzano, ci impediscono di realizzare le nostre aspirazioni. Oppure ci stiamo troppo larghi, come se da noi si esigesse l’impossibile, issandoci su un piedistallo da cui abbiamo paura di cadere. In un caso e nell’altro c’è un disagio, soffriamo la distanza tra l’apparire e l’essere.
Per uscirne, occorre una certa fluidità, l’attitudine a sincronizzare le varie prospettive: come ci vedono, come ci vediamo, quanto valiamo per gli altri e per noi stessi, quanto possiamo coinvolgerci e a quanto, invece, è saggio rinunciare. Per i credenti, il modello è Gesù. È singolare un Dio che si riduce a un pezzo di pane e a un po’ di vino, felice di trovarsi in panni così stretti. Da Lui c‘è sempre da imparare; per arrivare, magari, a ridere di sé.

Luigi Maria Corsanico legge Boris Pasternak

da qui

Boris Pasternàk
La neve cade
(Traduzione di Angelo Maria Ripellino,
“Poesie” Boris Pasternàk, Einaudi,1960)

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Claude Debussy – Des pas sur la neige (Préludes – Book I)
Daniel Barenboim (excerpt)

Image by Ron Hallman, United States

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Il senso di Chiara per il licenziamento – la mobilitazione dei lavoratori museali torinesi

foto musei

Sabato 15 dicembre 28 lavoratori della Fondazione Torino Musei apprendono da un quotidiano di essere stati messi alla porta, insomma messi in esubero, fatti fuori, liquidati, gettati alle ortiche. Nello specifico si tratta di 13 lavoratori del Borgo Medievale di Torino, 6 della Biblioteca d’Arte della Gam, 6 della Fototeca sempre della Gam (Galleria d’Arte Moderna) e 3 del Museo della Resistenza. Fra questi fortunati “licenziandi” anche chi vi scrive, impegnato come rappresentante dei lavoratori. La vicenda si sviluppa poi in vari incontri in cui il responsabile principale è l’amministrazione pentastellata di Chiara Appendino che naviga in una condizione di inadeguatezza totale, in cui i risvolti variano fra Gadda e Kafka con interessanti esempi di schizofrenia politica. Il Comune di Torino è il socio principale di Fondazione Torino Musei (assieme a Regione e fondazioni bancarie), colui che è proprietario di immobili e che ha nominato il presidente della Fondazione Torino Musei Cibrario, ma evidentemente vorrebbe andare in letargo o darsi per morto oppure fuggire ad libitum in una scia di autoprodotti terremoti e lapilli. Continua a leggere

Destino


Chissà perché la parola “santo” è così ostica. C’è, per i termini che usiamo, un’istintiva simpatia o antipatia, dipendente dalla sensibilità e la storia personali. Se dico “prete”, per esempio, mi risulta familiare, mentre a qualcuno scappano gesti apotropaici. “Lotta” è un vocabolo soggetto a reazioni contrastanti: mentre il vecchio comunista penserà al mondo operaio e proletario, a me viene in mente la battaglia quotidiana col maligno. Il lemma “seno” ecciterà il lussurioso e susciterà contemplazioni astratte in una mente matematica, che gli appaierà il “coseno”.
“Santo, santità”, a ben vedere, mettono d’accordo: da una parte ci sono i religiosi, propensi a vedervi un territorio amato e conosciuto; sulla sponda opposta, tutti gli altri, che avvertono un senso di distanza non colmabile, una barriera naturale di fumi d’incenso e odor di sacrestia.
In realtà, nasciamo per santificarci. Ma bisogna volerlo. È la scelta decisiva e ultima, l’atto libero per eccellenza, che ci stampa addosso il bollo per passare di là, dove c’è il Santo. Ogni tanto qualcuno lo ricorda, provocando reazioni colorite. Fino a quello che il Vangelo definisce, col suo stile radicale, “odio del mondo”. Strano destino essere allergici alla propria identità.

Non dimenticatemi


Da     Non dimenticatemi  di Pavel A.Florenskij

Le lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo

 

 lettera alla madre, 23 marzo 1937

 

…Gli uomini di tutte le epoche considerano solo se stessi come uomini e vedono tutto ciò che è relativo al passato come uno stato quasi animalesco; e quando scoprono nel passato qualcosa che assomiglia ai loro pensieri e sentimenti, i quali soli ritengono autentici, la lodano dall’alto della loro boria:” Erano delle tali bestie, eppure in qualcosa i loro pensieri si sono avvicinati ai nostri”. Il mio punto di vista è del tutto opposto; l’uomo è sempre e ovunque stato uomo, ed è solo la nostra prosopopea che in passato più o meno lontano gli attribuisce sembianze scimmiesche. Non vedo cambiamenti sostanziali nell’uomo stesso, cambiano solo le forme esteriori della vita. Al contrario, l’uomo del passato, del lontano passato, era più umano e più acuto dell’uomo più recente, ma soprattutto era incomparabilmente più nobile.

 

[A cura di Annamaria Ferramosca]

Compagni di viaggio


La sofferenza è lo scoglio che non si può evitare: prima lo riconosciamo meglio è. I miti ci aiutano a inquadrare la questione: se non è Scilla, sarà Cariddi a conciarci per le feste.
Il problema nasce se la nostra mappa personale non coincide con la vera: ci incaponiamo a disegnare itinerari dove il male è rimosso, in cui ci s’incammina come se niente e nessuno potesse ostacolarci, finché non ci schiantiamo contro il solito muro.
Bisogna fare pace col dolore, guardarlo in faccia e conversarci a lungo, tanto lui non ha fretta, anzi, ci gira intorno con solerte insistenza.
È anche simpatico, se lo accogliamo nella cerchia dei nostri conoscenti: ci parla, esortandoci a servirci di lui per maturare, scoprire abilità e risorse finora sconosciute. E così, dopo averlo temuto, convinti che buttandolo fuori dalla porta rientrerebbe dalla prima finestra disponibile; persuasi altresì che resterebbe tra i piedi in ogni caso, finiamo col farci amicizia, lo promuoviamo a compagno di un viaggio che, grazie a lui, ci porterà alla meta.

Il cavallino di Natale e il suo calesse

di Kika Bohr

Erano ancora gli anni della scuola elementare. Agli Oh! Bej, Oh! Bej con i miei genitori avevamo ammirato un giocattolo gigantesco: il grande cavallo nero, di legno decorato, fissato sulla sua piattaforma azzurra con piccole rotelle gialle. Un cavallo a grandezza naturale, da sellaio con tutta probabilità. Avevamo anche chiesto il prezzo, e mio padre aveva commentato che non era molto caro. Per notti intere l’ho sognato, come portarlo a casa, sarebbe bastato il mio salvadanaio? Forse ci stavano pensando i miei… non era molto caro. E i quattro piani, anzi cinque, l’ultima scala era un po’ stretta, sarebbe passato? Con delle assi, pensavo, tirandolo su, sulle sue piccole rotelle. Il nostro appartamento era minuscolo ma a stare stretti stretti ci sarebbe stato un po’ di posto per lui nell’entrata, vicino all’attaccapanni. E mi piaceva questo stare stretti stretti! Sarebbe stato un po’ come il Cavallo d’ebano delle Mille e una notte, un racconto che ci aveva letto la mamma. Chissà se si sarebbe potuto farlo muovere come quello, in qualche modo.
Ma Natale si avvicinava, gli Oh! Bej, Oh! Bej erano finiti: sapevo che il sogno non si sarebbe avverato. Continua a leggere

Cerchi


Quando si comincia a crescere? Come si sbloccano i meccanismi del cambiamento personale?
Non è che l’uomo e la donna rifiutino di evolversi. L’esperienza delle confessioni, per esempio, insegna che esiste il desiderio di vincere quella sorta di maledizione incombente su coloro che vogliono uscire dal peccato. Cogliere il punto è decisivo: volere non è potere, non basta sognare d’essere virtuosi per esserlo davvero.
C’e un segreto, qualcosa che intuiamo senza riuscire a definirlo, e per questo ci lascia come prima.
Il trucco risiede negli anelli. La crescita dell’albero si mostra nei cerchi concentrici che con pazienza si formano nel tempo. Tutto sta a cominciare: la pianta cresce per destino, noi solo se vogliamo diventare ciò che veramente siamo.