“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 8

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

8.

Si misero in macchina appena finito il pranzo, silenziosi. Poi il trillo troppo alto del cellulare di James interruppe Cohen sul più struggente dei suoi “It’s a cold and it’s a broken allelujah”. Lo sfilò dalla tasca scusandosi con Angela, chiedendole di leggere che nome apparisse sullo schermo.
«Dice “Carrie”.»
«Mia figlia. Premi il tasto e me lo passi? Scusa!» fece un lungo sospiro prima di rispondere «Ciao Car, sto guidando, ti posso chiamare dopo? Sì, tutto bene, ci stiamo facendo un giro per le vallate intorno. Io e una mia amica, Angela. Dì ciao a Angela!»
«Ciao Carrie!» fece Angela sventolando anche la mano.
«Ma certo che va tutto bene, ti sembra di no? Non ho la voce strana, e non sono per niente arrabbiato, per cortesia. Ti chiamo dopo ok? Ciao.» concluse buttando il cellulare sopra il cruscotto.«Allora è vero!»
«Cosa?»
«Che non ti arrabbi mai.»
«Perché dici?»
«Perché se tua figlia trovava che avessi la voce irritata adesso che eri calmissimo, vuol dire che di solito sei olimpico.»
«Lo vedi? Non dico balle.»
Angela gli poggiò la mano sul polso. «Certo che no. Entriamo qui nel bosco, un minuto? Ti va?»

Gli abeti sembravano aspettarli con le mani in tasca e lo sguardo basso, come schivi signori. Sotto i coni d’ombra permaneva il bianco della brina. Seguirono per qualche minuto un sentierino appena visibile, senza parlare; terminava in un ruscello che scorreva tra ampie lastre di pietra piatta e levigata. Angela camminò lentamente tutto intorno soffermandosi ogni tanto, fino a sostare in un punto dove allargò le braccia, sollevandole piano. James la guardava respirare. Teneva la bocca leggermente dischiusa, le narici tonde e gli occhi serrati; dondolava il corpo leggermente avanti e indietro. Poi a un tratto li riaprì e gli sorrise, come avesse dormito.
«Cos’era?» le chiese.
«Energia cosmica. Prova. In questo punto. Vieni.»
Trovò la richiesta imbarazzante, ma prendendo fiato si sforzò a non essere cinico, e a non ridere. No, forse no, non gli veniva da ridere, in realtà.
Si mise al posto di Angela e provò a allargare le braccia.
«Chiudi gli occhi. La senti?»
«Come un prurito nel palmo della mano?»
«Esatto!» fece lei tutta contenta.
«No mi dispiace Angela, non sento nulla.»
«Non fa niente.» disse lei dopo un po’. «Andiamo?» la sua voce era tenue come sempre.
James si sentì in colpa ma incapace di dire o fare qualcosa per renderla felice; abilità esaurita, per quanto potesse frugarsi nelle tasche; labbra cucite. Tornarono indietro.
«Scusami.» le disse poi a bassa voce, mentre apriva la serratura della macchina.
«Mi dispiace che stai male.» gli rispose in un sussurro quasi perso nel tonfo della portiera che si chiudeva.
«È normale no?»
«Certo. Hai fatto bene a venire qui.»
«Così ci siamo conosciuti?» le chiese con un po’ di esitazione.
«Anche!» gli sorrise.
«Perché in questi giorni ho la sensazione che tutti sappiano cose che io non so?»
«Secondo me sei solo un po’ paranoico sai? Anche con Sam. Ma è tutta roba che hai dentro, e ti inquina: meglio farla uscire.»
James stava per girare la chiave di avviamento ma si fermò girandosi a guardarla «E tu? Come fai tu a essere sempre così perfetta, intelligente, equilibrata? Come fai a reggere tutta questa angoscia che hai dentro, me lo spieghi?» le chiese con calma, senza difese.
«Cerco di rallentare, scalo le marce, faccio andare la vita più lenta, e le cose quando vai piano sono più… chiare. Insomma le digerisci meglio, se le prendi una alla volta invece ficcartele tutte in bocca troppo di corsa. Non ci stanno, né quelle belle né quelle brutte. Quando sei troppo stanca anche per pensare e tutto il tempo e l’energia che hai devi usarli per guarire, impari a tirare avanti con l’essenziale.»
«Non per tutti è così. Eileen alla fine viveva solo nella paura, si nascondeva dentro di me, mi chiedeva di proteggerla. E io le dicevo che l’avrei fatto, che l’avrei salvata, capito? E con cosa? Non lo so con cosa, lei non me l’ha mai chiesto. Io pensavo che bastasse questo capisci? Che bastasse ubbidire a tutto quello che dicevano i suoi medici, seguire i protocolli, stare attenti all’alimentazione. Essere stati bravi non è servito a un cazzo invece.» scoppiò a piangere. «Non siamo stati capaci… non sono stato capace…»
«Sh…» gli passò una mano sui capelli «Non c’è bravura. Puoi solo fare il tuo meglio e sperare. Se va male non hai colpe.»
James incrociò le braccia sopra il volante; singhiozzava cercando di fare meno rumore possibile. Sentiva che non c’era fretta, anzi. Che lei lo avrebbe atteso tutto il tempo necessario a calmarsi. Che lei pensava che fosse buono che lui piangesse. Era una tale liberazione. Quello che lei voleva da lui, in quell’istante, era la sua debolezza. La esigeva quasi. Voleva un bambino che offrisse la natica a un’iniezione nonostante il terrore. Così finiva la paura, e la medicina lo avrebbe guarito.
Angela gli diede un fazzolettino per soffiarsi il naso. Dopo un po’ lui vide con la coda dell’occhio che ne tirava fuori un altro, e lo usava per sé. Smise subito di piangere e si girò a guardarla: si asciugava lacrime minuscole dalle guance; gesti piccoli e furtivi, gesti bambini. La abbracciò tirandola a sé, inciampando col polso nella tesa del cappellino che rotolò per terra, tra i due sedili. Nessuno dei due piangeva più, stavano con gli occhi socchiusi a sentire il calore dei raggi del sole attraverso il parabrezza posarsi sui loro vestiti, beati.
Dopo un quarto d’ora lei gli disse «Hai capito adesso come?»
«Sì. Ma ho la sensazione che potrei farlo solo qui, adesso, con te. Che appena mettiamo in moto e arriviamo alla villa tornerò a tirare dritto senza ascoltarmi, a andare di fretta; che dimenticherò subito la lezione.»
«Io credo che se te la scordi è perché non ti serve, o perché non ti interessa. Quindi se succede, vuol dire che va bene così.»
«Allora vedrai che imparo. Magari ci metto un po’ però. Ma che abbiamo fretta noi?» le disse facendole l’occhietto.
«No, nessuna, per l’appunto!»
«Ah ecco!» sorrise lui. Mise in moto la macchina e tornò in carreggiata, superando un gradino di asfalto. Nel rimbalzo dell’ammortizzatore il suo cellulare cadde dal cruscotto, e Angela si chinò a raccoglierlo, insieme al suo berretto.
«Dimmi di Carrie. Assomiglia a Eileen?»
«Oh no, Carrie è figlia di Christine, la mia prima moglie. Abbiamo divorziato due mesi dopo che Carrie si era trasferita al college. Eileen l’ho conosciuta l’anno successivo, era la segretaria della mia facoltà.»
«E io le assomiglio un po’, a Carrie?»
«Che buffo che me lo chiedi… perché in effetti le assomigli un po’, sai? Il naso, la bocca, le spalle forse, anche l’andatura.»
«Forse sei il mio padre misterioso?»
«Come si chiamava tua madre?» le chiese con un sorriso sornione.
«Ma dai, sto scherzando… era molto più giovane di te, poi. Si chiamava Joanne, comunque.»
«Nessuna Joanne, mi dispiace. La lista del resto non è molto lunga!»
«Ti dispiace davvero?»
«Cosa?»
«Che non sono tua figlia?»
«Non lo so… posso considerarti un’amica vero?»
«Certo!»
«Allora preferisco. Non so se sono stato bravo come padre. Forse più che altro io e Christine non eravamo una bella coppia, e siamo stati rigidi come genitori. Non so, dovresti chiedere a Carrie.»
Angela annuì «Beh io credo che mi saresti piaciuto come padre.». Aveva la voce triste, inchiodata in gola.
James capì finalmente a cosa stesse pensando lei. E non sentì nessuno sforzo nel risponderle «Con una figlia come te anche io sarei stato un buon padre. Forse persino un po’ possessivo e geloso, ti avrei rotto le scatole e ti avrei chiesto di restare a casa più spesso, la sera, perdio!»
Angela scoppiò a ridere, era di nuovo contenta.

Per cena Francesca aveva preparato delle quiche con insalata. Dopo gli gnocchi al ragù ci voleva qualcosa di leggero, aveva detto seria, suscitando l’ilarità degli ospiti. “Un’iniziazione! Questo cibo è un’iniziazione” aveva detto Jeff.
A tavola furono tutti più silenziosi, assorti nei loro sospiri, lenti. Arrivò la pioggia e il suo suono attutito sulla tettoia della veranda, e ci fu ancora più silenzio. I primi a salire in camera furono Mike e Minnie, seguiti da Francesca e Angela.
James si alzò ma non aveva sonno. Andò davanti alla libreria guardando le coste con le mani in tasca, mentre Jeff e Samuel parlavano di Parigi. Ce n’era uno con la copertina gialla, una tonalità che gli piacque. Si chiamava “Introduzione ai fiori di Bach”. Ne aveva sentito parlare da qualcuno. Sì, da quella infermiera del reparto radiografia, quella con gli occhi scurissimi. Lo aprì e lesse “Centaury: incapacità a dire di no”. Lo richiuse subito, ma senza metterlo via.
Tornò a tavola. Samuel e Jeff si stavano versando ciò che restava del vino; gli offrirono l’ultimo goccio ma declinò ringraziandoli; aveva deciso di andare in camera, con il libro.

Gli piacque accendere la luce del comodino, vederla ocra e calda per la sua testa sul cuscino. Si lavò i denti pensando che avrebbe letto per un’oretta: era così presto, ancora. La pioggia continuava a cadere, regolare e piccola. Con il libro sul petto chiuse gli occhi pensando di riposarli per qualche istante prima di cominciare, ma si addormentò subito.

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