“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 9

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

9.

«Mi sono dovuto prendere una pastiglia per il mal di testa, mannaggia a te! Da quanto sei sveglio?» Samuel era uscito sul portico con solo un pile addosso, i pugni sui fianchi accusava Jeff con un sorriso storto.
«Seee… stai a vedere che te l’ho fatto bere con l’imbuto quel whisky! Guarda che ti ho offerto solo il primo, ma vorrei sottolineare che poi la bottiglia te la sei messa tu sul tavolino accanto. Io ne ho bevuti solo due, era dal college che non me ne stavo così sobrio. Piuttosto te, che mi hai fatto fumare due canne di fila… ma quanta roba ci avevi messo là dentro? C’era tabacco o no?»
«Pochissimo cowboy, giusto un minimo per impastarlo.» gli rispose sorridendo.
«Comunque io mi son dovuto bere due tazze di caffè per riuscire a connettere, di là in cucina. Però ora ho imparato a fare anche la carbonara: sono pronto per il ristorante. C’è penuria di locali italiani a Seattle?»
«Non saprei… Tra lavoro e famiglia riesco a andare a mangiare fuori solo quando parto per i miei congressi, un paio di volte all’anno. Le mie ore d’aria.» concluse con un sospiro.
«Senti, non voglio sembrarti invadente, ma ti ho visto veramente isterico l’altra sera. Situazione non recuperabile con tua moglie?»
«Non lo so.» chiuse le labbra in un filo sottile.
Jeff si accese una sigaretta da quella che aveva appena finito di fumare. «Ok.» disse solo.
Samuel si sfregò le braccia per scaldarsi: il portico era all’ombra. Jeff restava in attesa, in silenzio, guardando un punto in basso.
«Ho freddo. Che fai tu? Hai da fare?»
«A parte fumare, niente. E mangiare, tra mezz’ora. Ho sempre fame, qui! Però bevo meno, è questo è meglio. Non dimagrisco, ma almeno non mi spacco il fegato.»
«Però mi sa che il famoso pacchetto di sigarette l’hai bello che superato eh?»
«Che palle che sei dottore. Fai il salutista con me dopo che ti sei fumato un campo da golf di maria ieri sera?»
«Passa al tabacco senza additivi. Comunque fa freddo; che fai entri con me per un aperitivo prima di accenderti la prossima?»
«Lo vedi che sei tu che mi fai bere?» scoppiò a ridere Jeff.
«Ma no, io cerco solo di farti smettere di fumare!» rise Samuel «Però mi sa che sei un caso abbastanza disperato di dipendenza da qualsiasi cosa tu.» concluse scuotendo la testa.
Jeff si adombrò. «Che ne sai? Mi vedi oggi, è un momento difficile, non giudicarmi ora, per favore.»
«Scusa ho detto una stronzata. Se me l’avessi detta tu, ti avrei dato un cazzotto in faccia. Non ho nessun diritto…»
«Ma no, per favore Sam, non prenderla così seria, non volevo farti sentire in colpa!»
«E invece è così. Tu sei troppo morbido, hai la tipica debolezza dell’attore, vuoi compiacere le persone per essere amato. Ma chi ti ama lo fa per quello che sei, e se non lo fa, vuol dire che non ti ama. E allora che cazzo te ne frega di piacergli?»
«Guarda, è tutta la vita che mi faccio questa domanda e la risposta non ce l’ho. Posso solo dirti che anche se è sbagliato, me ne frega. Quando sarò un uomo forte, risolto e maturo, probabilmente avrò anche la risposta. Ovvero non me ne fregherà niente, come dici tu. Anzi, come sei tu. A te non ti frega di quello che pensano gli altri vero?» disse con un filo di asprezza nella voce.
«Non molto, no. A volte sì. Di sicuro posso dirti che non faccio compromessi con nessuno. Neanche con mia moglie. Un po’ con i miei figli, ma non abbastanza. Almeno a sentire lei. Comunque mi fa piacere che ti sei alterato, almeno non ti frega niente di conquistare me.»
«Che ne sai? Magari è una manovra per piacerti.»
«Dammi il cinque cowboy!» scoppiarono a ridere. «Ma non mi gelo le palle per te: io entro, se vuoi vieni, se no crepa.»
«Come resistere a un invito così suadente?»

«Che buoni, che buoni, che buoni! Questi spaghetti sono pura magia! Vado a vivere in Italia!» disse Angela con gli occhi socchiusi «Mai mangiato niente di simile, vi giuro!»
«Porc…» fece Samuel che si era schizzato per la seconda volta la camicia con il sugo.
Francesca gli sorrise sollevando un sopracciglio di scuse «Le avevo detto di mettersi il tovagliolo annodato intorno al collo, guardi il signor Stones com’è stato bravo!»
Jeff fece una faccia da primo della classe.
«Peccato lei sia troppo pieno di boria ogni tanto signor Olsen.» sospirò Francesca «Con la sua intelligenza è quasi strano che sia così, lo sa?» Gli disse facendogli l’occhietto.
James sospirò.
«Qualcosa non va signor Harlott?»
«No cara, va tutto benissimo. Posso solo chiederti di darci del tu? Sei l’unica che ci dà del lei, è buffo… qui negli Stati Uniti non si usa…»
«Lo so. Stasera però. Non adesso.»
«Perché stasera? Che succede stasera?» Chiese Angela con la faccia di una bambina a Natale.
Francesca si girò a farle una carezza sulla guancia «Stasera vi dirò delle cose, tutto qui.»
«Uh mi piace!» rispose facendo schioccare le dita.
«Anche a me!» esclamò Minnie, prendendo la mano di Mike sotto la tovaglia.
Jeff si fregò i palmi «Altri segreti culinari? Io ormai ho deciso per il ristorante.»
«Basta mangiare!» fece Sam.
«A proposito di mangiare: per la cena di stasera vorrei che ognuno, ripeto, ognuno di voi preparasse qualcosa.» disse Francesca facendo il giro della tavola con lo sguardo. «Agli ingredienti penso io, basta che mi diate la lista, tra poco vado a fare la spesa. Niente di complicato, va bene anche un’insalata, ma ognuno deve preparare da solo qualcosa.» prese un respiro «Ci sono obiezioni? Domande?»
«Va bene se faccio la crostata di mele?»
«Magari signor Harlott, sono proprio curiosa di assaggiarla finalmente!»
«Polpette.» disse Mike «Polpette secondo la ricetta di zia Edith.»
«Che buone! Io potrei fare la purea di patate e la salsa marrone con la salvia da abbinarci!» disse Minnie battendo le mani.
«A questo punto io mi farei carico dell’insalata, ne abbiamo un disperato bisogno.» sorrise Samuel. «La vostra religione vi vieta i ravanelli?»
«Mi fanno schifo ma li scanso senza problemi. Ti piaccio così assertivo Sam?» fece Jeff tirando fuori la mascella.
«Moltissimo, fai grandi progressi cowboy.»
«Pane azzimo come lo faceva mia nonna. Con i semi di sesamo. Voglio fare questo, anche se non vi piace, scusate…» disse Angela con voce piccola.
«Molto meglio il pane senza lievito, mi piace un sacco!»
«Grazie Sam.» gli sorrise lei piegandosi in avanti per superare Francesca che era come sempre seduta al centro della tavolata, tra loro due. Poi chiese a Jeff seduto di fronte a lei: «Ti va di fare quegli involtini di verdure con la menta che mi dicevi ieri?»
«Quelli di couscous? Certo stella!»
«Bene, direi che siamo a posto così, mi darete la lista dei cibi che vi servono così compro tutto.»

Francesca tornò dal supermercato verso le tre e mezza. Non fece in tempo ad aprire il baule della macchina che James e Jeff le erano già affianco per aiutarla a portare dentro le buste. Gli altri erano in attesa in sala da pranzo, come bimbi prima di un gioco. Entrarono nella grande cucina, come una squadra. Francesca distribuì cibi, grembiuli e utensili per ciascuno tirandoli fuori da armadi e credenze che odoravano di vanillina e di mamma.
Diede a Mike un’insalatiera grande di ceramica decorata sui toni dell’ocra e del verde, larga e pesante. Lui ci mise dentro la carne macinata con gli altri ingredienti e cominciò a impastare la carne con le mani, lentamente, come la massaggiasse.
Angela faceva lo stesso con la sua farina, sull’enorme spianata di legno da pane che Francesca aveva sfilato da uno spazio tra due pensili. Aveva un’aria antica quel piano, con nodi che sembravano occhi che avevano visto cose e orecchie che avevano ascoltato. E bocche che volevano raccontare storie, storie di donne che avevano saputo ma non avevano potuto dire e allora avevano piegato farina e acqua versandoci sopra i loro silenzi. Angela ci si appoggiava quasi per pigiarla, la fronte appena sudata, il berretto calzato al contrario le dava un aspetto da writer concentrato. Aveva metodo e ritmo, ma la stanchezza le accorciava il fiato.
«Lo so che non è prevista musica, ma io impasto meglio se ho qualcosa di allegro in sottofondo… non è che sarebbe possibile…?» disse Angela guardando uno stereo appoggiato sulla finestra.
Francesca guardò i suoi ospiti con un sorriso complice, incontrando cenni di assenso. Allora accese lo stereo, pigiò su play e partì l’attacco di basso di “Psycho Killer” dei Taking Heads. Samuel cominciò a cantarla, con una voce molto profonda e intonata, e tutti gli andarono dietro sul ritornello, finendo quasi per urlarla, stonatissimi sulla coda del crescendo. Ridevano scemi e sciolti, e quando finì Jeff la mise da capo, smettendo di preparare il suo couscous per mettersi a ballare. Senso eterno di un istante che impressiona come pellicola, che sarà duro lasciare andare. Fuori è freddo, buio da mezz’ora.

«Beh non ve l’ho detto che so leggere un po’ la mano io?» disse Jeff mentre finivano di mettere in ordine la cucina.
Mike fece un sorriso un po’ distaccato mentre Minnie si illuminò «Ma davvero! Non ce l’hai detto! Ti prego, leggici!» gli disse tendendogli la sua.
«Ma Jeff, è una pura casualità anatomica, dai… vorrei proprio vedere la linea della mano di uno morto d’infarto a cinquant’anni, scommetto che è lunga uguale a quella del mio nonno danese morto a novantacinque, pace all’anima sua.» fece Samuel un po’ sprezzante.
«Allora leggo solo la mano di Minnie… la sua vita sarà lunghissima, questo non c’è bisogno di leggerlo per saperlo, comunque.» le disse accarezzandole il palmo con il pollice.
«E piena di amore e bellezza per gli altri.» aggiunse Angela con la voce piccola. «Io però non ho voglia che mi dici quanto è lunga la mia vita. Non adesso, ok?»
«Ma certo cucciola, però sarà lunghissima, vedrai. E bella.»
Angela annuì e James non riuscì a trattenersi dall’abbracciarla da dietro, dandole un bacio sulla guancia. Lei fece un sorriso debole e girò il capo per ricambiare il bacio con uno schiocco sonoro. Intorno a loro sospensione di fronte alla bellezza di quella intimità. Francesca li guardò serena, si appoggiò con la schiena sul bancone, incrociò le braccia e disse «Se vi va bene ceniamo tra due ore. Vi regolate da soli per tornare qui a finire di cucinare, ok? Stasera non abbiamo inservienti, hanno il sabato sera libero, quindi sparecchieremo noi.»
«E anche questa cosa fa parte del nostro programma di riabilitazione inconsapevole che ci è costato 800 dollari, signora Chimenti?» chiese Sam con tono malizioso.
«Certamente.» gli rispose placida.
«Ho capito chi mi ricorda, sa?» replicò rivolgendole l’indice. «Lo sa chi è lei? Lei è Mary Poppins!»
«Cazzo se è vero!» esclamò Jeff «Lei è proprio la mia Mary! Con chi ne parlavamo l’altro giorno?»
«Con me!» fece James «Ho una cotta lunga sessant’anni per Mary.»
«Giusto!»
«Ma Mary è una bugiarda che dice ai bambini che si sono inventati tutto quando tornano a casa!» disse Angela facendo un cenno di diniego col capo «Prima gli fa vivere delle avventure incredibili e poi gli dice che non è vero, che raccontano cazzate! Non mi piace Mary Poppins. È rigida e antipatica, sembra che quell’ombrello ce l’abbia ficcato in culo, perdonate l’espressione.»
«Mi piaci bambina…» le disse Samuel dandole un buffetto sulla guancia.
«Addirittura il lupo cattivo che fa il tenero? È il mondo alla rovescia ormai, qui!» James tentò di essere spiritoso ma il tono venne fuori un po’ acido.
«Sei più geloso di mia moglie Harlott, che ha molti più motivi di esserlo di quanti ne hai tu in questo caso.»
«Senti dottore» cominciò James, ma Francesca gli posò una mano sull’avambraccio, con un sorriso furbo.
James alzò le mani in segno di resa «Ha vinto lei: mi arrendo! Faccia di me ciò che vuole.» crollò la testa ridendo «Ma se potesse anche darci delle dispense da leggere magari la prossima volta torno più preparato e sparo meno cazzate!»
Lei gli sorrise «Non credo che avrà bisogno di tornare. Ma sono contenta se lo fa.»
James la guardò. Si prese il tempo per studiare la sua espressione, lasciar scendere le parole, stavolta. Sospensione della fretta di reagire, scattare come un congegno a molla. Era stanco di prestazioni. Sentiva di nuovo il pianto montargli dentro, le cartucce di rabbia finite. Le poggiò una mano sulla spalla. «Ciao Francesca, io vado a riposarmi di sopra, nella mia stanza degli scoiattoli, con la vista sulla quercia e sul lago. Chiamami per cena, forse riuscirò a dormire un po’.» e mentre lasciava scivolare la mano dalla sua spalla lei gliela raccolse al volo, come dovesse cadere a terra, stringendola un istante.
«La torta te la inforno alle sette e mezza James, ok?»
Lui annuì e si voltò per uscire.
Angela guardò Francesca alzando un sopracciglio facendo come per andargli dietro, ma lei fece un cenno di diniego; Minnie annuì. Sam incrociò le braccia appoggiandosi contro il frigorifero, emettendo un sospiro.
«Quel vino bianco di prima è finito? Abbiamo due olive e cracker, e un po’ di formaggio?» indispensabile Jeff.

Non accese la luce entrando, non importava più. Sollevò la trapunta con un gesto da torero e ci si sdraiò sotto togliendo solo le scarpe. Era fredda e troppo liscia, ma sarebbe stata calda in un minuto. Chiuse gli occhi. Sentì il bozzo del cellulare nella tasca destra e quello del portafoglio nella sinistra. Li sfilò entrambi continuando a tenere gli occhi chiusi, poggiandoli sul lato vuoto del letto. Fece in tempo a pensare che forse sarebbe stato meglio spegnere il telefono e a dirsi che tanto nessuno lo avrebbe cercato, un istante prima che il sonno gli investisse la faccia.

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