“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 10

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

10.

Gli piaceva quel suono: i piatti tolti dalla pila e messi in tavola. Di sotto stavano apparecchiando. Che ora era? Allungò il braccio per recuperare il cellulare, che emanava una luce bluastra: una chiamata persa, Carrie. Doveva aver dormito come un sasso, come un sasso morto sul fondo di uno stagno, per non aver sentito la suoneria. C’era anche un sms: “Ciao papà volevo solo farti un saluto stiamo andando alla festa dai vicini ci sentiamo domani mattina abbracci”, nessuna punteggiatura.
Erano le sette e mezza. Perfetto. Era calmo. Forse non era neanche triste. Difficile dirlo, si sentiva scollegato dai suoi sentimenti. Avrebbe dovuto svegliarsi meglio per saperlo.
Pipì.
Il bagno aveva delle piastrelle color avorio che con la luce accesa prendevano un colore più ocra e morbido. Si sentiva protetto lì dentro, nonostante avesse pianto seduto per terra nella doccia. Non importava, doveva essersi sentito protetto anche in quel momento, in fondo, altrimenti non si sarebbe mai lasciato andare così. Gli sarebbe mancato quel colore, da domani. Il suo bagno a casa era color carta da zucchero, cupo. Poi c’era quello piccolo del piano terra, ma era squallido con la lavatrice e sopra tutti i flaconi colorati dei detersivi. Non aveva curato molto la sua casa ultimamente. Le ante della cucina erano svirgolate, i cardini delle porte cigolavano, il corrimano della scala aveva perso in due punti l’ancoraggio al muro, la moquette si era arricciata ai lati degli ultimi gradini, la carta da parati faceva schifo ovunque, i rubinetti perdevano, dalle finestre del piano di sopra certe notti si sentiva mugghiare il vento. Forse sarebbero bastati 30.000 dollari per toglierle tutto quel dolore di dosso.

Angela lo abbracciò stretto a metà della scala; gli era corsa incontro, una corsa minuscola dalla porta della cucina ai primi cinque gradini. Lui le aveva preso la testa tra le mani dandole un bacio in un punto del cranio dove gli era sembrata più nuda e indifesa. Minnie li aveva raggiunti lì per abbracciarlo, mentre Jeff gli porgeva un bicchiere di spumante «Vuoi anche l’oliva? Ce l’abbiamo! Anche il formaggio, se non se l’è finito lui.»
«Se l’è finito!» disse Sam allargando le braccia, mentre Mike faceva una faccia finto-contrita masticando l’ultimo cracker.
«Non importa, non ho ancora fame, il mio stomaco deve ancora rendersi conto che è sveglio ragazzi…»
«Ciao James!» disse Francesca uscendo dalla cucina «La tua torta è in forno. Stai bene con la riga del cuscino sulla guancia, sembri un pirata!»
«Ti preferivo quando mi davi del lei, Francesca. Posso chiamarti Frances?» le disse sorridendo dentro uno sbadiglio.
«Basta che non pensi a Frances Farmer.» gli rispose facendogli l’occhietto. «Che ne dite se portiamo in tavola?» disse rivolgendosi agli altri.
Entrarono tutti insieme in cucina a prendere le vivande. Francesca notò che nessuno dava importanza al fatto di scegliere la cosa che aveva preparato personalmente, ma prendeva la prima a caso. Disposero il cibo al centro della tavola con delicatezza e si sedettero, contenti.
Il pane di Angela era bollente e profumato di spezie, come un anticipo sul Natale. Angela ne prese una sfoglia grande, ne staccò un pezzo e lo passò a James alla sua sinistra, che ne staccò un altro passandolo a Jeff. Jeff lo diede a Mike che lo fece proseguire a Minnie, che lo porse a Samuel, e lui dopo aver preso la sua parte lo consegnò con due mani a Francesca, che lo finì; poi lei si alzò per riempire i calici di ciascuno con il suo Chianti, cominciando da Angela.
Mentre la fase più intensa del mangiare andava verso la conclusione, gli sguardi iniziarono a puntarsi verso Francesca; occhi curiosi ma anche incerti, in attesa. Dopo qualche minuto lei prese la parola, sorridendo un istante prima di cominciare «Eccoci qui. Questa è la nostra ultima cena insieme. E io voglio proporvi di fare un gioco di sincerità, un gioco molto serio. Ma potete scegliere prima, se farlo o meno. Nessuno di voi si deve sentire in obbligo, non avrebbe senso.»
«Mi piace, ci sto.» fece seria Angela.
«Grazie tesoro.» Nessun altro disse nulla, e Francesca continuò «La domanda è semplice: perché siete qui. Vorrei che ognuno spiegasse agli altri con sincerità le proprie ragioni. Chi preferisce non partecipare lo dica tranquillamente.» disse girandosi alla sua destra verso Samuel.
«Sapevo che avresti guardato me, ma ti sorprenderò: ho voglia di giocare.»
«Al contrario caro, ti guardo perché vorrei che fossi tu a cominciare!»
«Accidenti, sei sempre avanti tu eh? E io ci sto, se volete comincio io.»
«Certo! Vai!» fece Minnie incoraggiante al suo fianco.
Sam si schiarì leggermente la voce e col suo solito gesto del capo scostò i capelli dagli occhi, appoggiando le spalle contro lo schienale della sedia. Un ceppo nel camino fece una serie di scoppi successivi, Samuel attese regalmente il silenzio; la sua bellezza misteriosa sembrava splendere.
«Ho fatto tutto quello che dovevo fare sapete? Non ho sbagliato…» fece una pausa di riflessione «mai niente, o quasi.» fece un sospiro «Si fanno molti errori negli ospedali, per fortuna spesso non sono errori gravi. Io ne ho fatti veramente pochissimi, vi assicuro. Quando sono lì, non c’è un millimetro del mio corpo, del mio intelletto, che non sia al 100% dedicato ai miei pazienti. Non è amore però.» aggiunse guardando ciascun commensale «Toglietevi dalla testa che la mia sia una missione umanitaria. E pure che io lo faccia per i soldi, anche se mi piace averne. No no.» disse scuotendo il capo «Non è questo: io lo faccio perché il mio lavoro mi gratifica emotivamente. Mi dice quanto valgo, mi fa sentire bravo. Bravo bravo bravo. Sono il migliore dell’ospedale. Sì, c’è un certo Simmons che se la cava, ma ogni tanto fa qualche cazzata di troppo, errori di distrazione, cose che io non farei mai. Ha una bella mano quando ci si mette, quello sì. Ma la perfezione è un’altra cosa. Un’altra cosa.» prese un lungo respiro «Ma non è per questo che sono qui, ovviamente. Sono qui perché se avessi passato il Giorno del Ringraziamento con mia moglie e i bambini, a Chicago da sua madre, anche quest’anno, forse… forse l’avrei fatta a pezzi. Non come un macellaio, anche se la vista del sangue non mi fa impressione.»
Angela ebbe un singulto.
«Ma a pezzi emotivamente. E lei avrebbe fatto lo stesso con me. Siamo a un passo dal vomitarci addosso materia biliare ininterrottamente. Io penso che se cominciassimo a dirci quanto siamo delusi uno dall’altro potremmo non finire mai. Abbiamo vent’anni di aspettative disattese. E lo so, lo so benissimo, che state pensando alle cose sbagliate su di me. Su di lei no, non vi sbagliate.
«Lei si aspetta normali cose da moglie: che io la ami, che condivida le responsabilità della casa e della famiglia con lei. Che sia contento quando porto i bambini in piscina, quando facciamo il barbecue con i vicini di casa la domenica, quando guardiamo un film la sera. Che mi ricordi di tagliare l’erba del prato senza che me lo chieda lei, queste cose cretine di cui si lamenta con la sua amica Jennifer al telefono, il pomeriggio, nelle ore in cui non ci sono – che peraltro sono tantissime: io lavoro una media di 55-60 ore a settimana, a volte anche di più, spesso con turni dritti fino alla domenica. È il mio alibi di vita.» sorrise «C’è qualcuno dentro di me che continua a dirmi “Adesso non ho tempo scusa, non lo vedi che sto lavorando?”» scoppiò a ridere «Proprio così: “Non vedi che sto lavorando?”. È un po’ comico no? Mi tengo a bada così, da quando lavoro. Anzi da prima.
«Al college mi dicevo che non avevo tempo, tempo per “me”, perché dovevo studiare, dovevo prendere il massimo in tutte le materie. E dovevo anche trovare il tempo per lo sport, e per la fica, che poi era la stessa cosa, lo sport e la fica.» disse alzando un sopracciglio. «Quando ho conosciuto Sharon ho pensato che fosse perfetta. Intelligente abbastanza da capire che doveva lasciarmi i miei spazi, i miei segreti; paziente, remissiva ma non sottomessa, no. L’avrei disprezzata se si fosse sottomessa, e lei ha lottato per non farlo, uh, quanto ha lottato per non cedere… è così stanca Sharon di tenere tutte le nostre vite tra le mani, gestire tutti i fili senza andare a pezzi, continuare ad avere rispetto di sé nonostante io sia così distante, freddo, avaro d’amore con lei. Sa che non la amo, ma resta, sperando che succeda il miracolo.»
«Ma il miracolo non succederà mai.» Lo interruppe Minnie «Perché non la lasci libera? Non puoi fare questo regalo a entrambi?»
«Libera di trovare qualcun altro che la ami come non la amo io?»
«Esattamente.»
«Sì Minnie. Questa sarebbe una grande libertà, per lei. Che forse non avrebbe coraggio di cercarsi adesso, di sua iniziativa.»
«Io credo che starebbe comunque meglio da sola, che con te così. Scusa Sam, non lo dico per offenderti ovviamente.»
«Ma non mi offendi, anzi. Credo che tu abbia ragione. Me ne rendo conto solo ora.» la voce gli s’incrinò leggermente «Sarebbe un sollievo così grande a questo senso di colpa che mi sento dentro da anni.»
Francesca si girò a guardarlo negli occhi «Siamo presuntuosi a volte. Pensiamo che gli altri non vivano senza di noi perché pensare che possano farlo ci fa sentire marginali, senza potere, deboli. E se qualcuno ha davvero l’illusione che senza di noi sarebbe perduto, è solo perché anche noi ci sentiremmo perduti senza di lui o lei. Ci nutriamo della meschina gratificazione di sentirci indispensabili per non dirci quanto poco valiamo. Prima di tutto, per noi stessi.» scosse la testa, poi gli sorrise «Per quanto ancora hai intenzione di rimandare l’incontro con te stesso, dicendoti che non hai tempo?»
Samuel portò entrambe le mani sul viso, come una maschera, respirando tra le dita. Sembrò esserci solo il rumore del suo respiro e quello del caminetto, fino a che la pendola batté il colpo della mezz’ora. Come rispondendo a un impulso elettrico, Sam tolse le mani dalla faccia. «È che io penso di sapere la cosa che nascondo, e sto facendo qualsiasi cosa pur di non vederla.»
«Non è poi così mostruosa però, vero Sam?» disse Francesca con un grandissimo sorriso.
Lui scoppiò in una risata fragorosa, talmente viscerale che dopo alcuni istanti di esitazione, cominciarono tutti a ridere con lui, sguaiatamente, senza freni, con le lacrime agli occhi, rilanciando in nuovi acuti ogni volta che la risata si sarebbe potuta spegnere. «Sono gay ragazzi. Ci voleva tanto a capirlo? Ci voleva tanto a dirlo?» disse allargando le braccia e lasciandole crollare poi lungo i fianchi.
«Sì, ma l’importante è che ora tu l’abbia detto!» fece Minnie.
«Grazie.» le rispose Sam mentre il suo corpo sembrava sprofondare nella sedia, aspirato nell’imbottitura, senza consistenza. Jeff gli sorrise.
James realizzò in quel momento che stava tenendo il tallone destro sollevato da talmente tanto tempo che il suo polpaccio si era contratto come legno, e gli stava venendo un crampo. Si alzò di colpo e tutti lo guardarono: si rese conto che il suo gesto veniva interpretato come qualcosa di conseguente alla confessione di Sam, e si aspettavano qualcosa da lui. Era un equivoco, ma non c’era modo di uscirne se non dando qualcosa. Cosa? Jeff gli mandò uno sguardo fiducioso, come stesse aspettando quell’atto da molto tempo, facendo sentire James ancora più confuso. Angela gli sorrideva. Doveva fare qualcosa, o almeno dirla. Cominciò a parlare senza sapere come avrebbe continuato. «Beh io penso che tutti noi, voglio dire, tutti, insomma. Noi abbiamo bisogno di coraggio, ecco. Cioè, dobbiamo farcelo venire, se non ce l’abbiamo.» era un discorso banale, un discorso di merda. Francesca lo guardava immobile. Restò zitto per venti secondi «Quello che volevo dire è che mi sono alzato in piedi perché avevo un crampo sotto il tallone e voi avete pensato che l’avessi fatto per qualche nobile motivo, un gesto memorabile, qualche parola degna della bomba lanciata da Sam, forse anche un discorso apologetico per essere stato un rompicoglioni con lui, attaccabrighe, lagnoso, possessivo, permaloso; come in effetti sono stato, lo so. E forse Sam mi scuserà, o forse no: gli starò per sempre antipatico. Ma vedete» sospirò «io non ho niente di tutto questo da dire o fare e anzi, il problema è che non voglio farlo perché questo è quello che vi attendete da me.» Samuel si era tirato su dallo schienale e lo guardava con occhi sottili. «È proprio questo che non so fare più: fare contenti gli altri.» Angela annuì «Dovete prendermi per quello che sono sapete? Perché non sarò più diverso per voi, o per nessuno. Certo voi non dovete “prendermi” per niente, domani mattina salirò in macchina e se ci rincontreremo per caso a una pompa di benzina di qualche statale rovente, tra due-tre anni, io vi guarderò attraverso la nebbiolina del carburante» con le dita mimò uno sfarfallio «ma non mi ricorderò di voi, e voi di me.
«Sì magari ci resterà il vago ricordo di una faccia conosciuta, ma nient’altro; non ci ricorderemo dove e quando, non sarà neanche stato importante, penseremo. Anche se invece lo era, voglio dire, lo è stato.» sospirò di nuovo «Questo fine settimana è stato importante per me. La marea della mia fatica è montata come uno tsunami e ha travolto ogni mio desiderio di compromesso. Sono stato paranoico, vi ho pensato tutti contro di me. Persino tu tesoro,» disse guardando Angela con un’espressione tristissima «anche di te ho pensato mi avessi odiato, che non mi sopportassi più con le mie gelosie. Ho pensato a un certo punto che se Samuel se ne fosse andato per causa mia mi avreste tutti odiato per questo, e avreste pensato che sarebbe stato meglio me ne fossi andato io piuttosto.» prese una piccola pausa.
«E ho pianto sotto la doccia l’altro giorno, e sono irritabile e stremato e non riesco, davvero non riesco, a pensare di fare contento nessuno in questo momento, di fare manco mezzo compromesso per far felice qualcuno adesso.»
«Puoi provare a fare contento te stesso?» chiese Minnie aggrottando le sopracciglia.
«La verità è che non so cosa mi faccia felice. Ecco. Se io tolgo il peso della fatica, del dolore per la morte di Eileen, l’angoscia di questi anni in cui l’ho assistita, ecco: se levo questo me la faccio sotto, perché ho paura che sotto non ci sia niente.»
«Non sai cosa desideri?»
«No Jeff, sinceramente ora non lo so. So solo quello che non voglio più, ma se levo tutto ciò che ho fatto, quello che sono stato fino ad oggi, il fatto di essere stato così…»
«Ubbidiente?» suggerì Francesca.
«Ubbidiente è perfetto. Ubbidiente alle persone, al fato, ai medici, ai bisogni di tutti…»
«Hai fatto la tua parte vero?»
«Sì, e se adesso mi togliete questo mi sento perso, non so cosa voglio per me, non so cosa desidero, a parte stare in pace. Ma è come desiderare di morire. E forse non voglio morire, se no non vivrei, non sarei qui.»
«Che vantaggi ti ha dato questa ubbidienza?» la voce di Francesca era calma, priva di pathos.
«Vantaggi?»
«Vantaggi. Qual è stato il tuo tornaconto?»
Sentì montare un senso di fastidio, di rabbia per quella domanda, gli parve di essere denudato, smascherato. Arrossì. Sentì che si stava vergognando e non disse più niente, si sedette di nuovo sulla sedia.
Francesca lo guardò con un sorriso. Poi si rivolse a Minnie «E tu invece cosa fai qui tesoro?».
Prima di risponderle guardò James, per capire se fosse il caso di aspettare ancora lui, ma lo vide con gli occhi a terra, in direzione della finestra, e capì che aveva bisogno di quella pausa che gli aveva offerto Francesca. Allora rifletté un momento su sé stessa e sentì affiorare una buffa sensazione di allegria. Pigiò il polpastrello dell’indice contro le labbra, come volesse dirsi di tacere, ma gli angoli della bocca le salirono in un’espressione da bimba felice di essere colta con le dita nella marmellata. «Beh, credo essere venuta qui per conoscere Mike, anche se ovviamente non lo sapevo quando ho prenotato.» scoppiarono tutti a ridere «Ma, in senso molto lato, era per questo motivo che sono venuta qui. Davvero.» disse improvvisamente seria. «E mi sento un’impostora, ragazzi, perché non ho nessuna tragedia recente che mi ha motivata a essere tra voi, scusatemi. Io… implicitamente ho mentito, venendo qua, perché ho una famiglia bellissima con cui passo a turno il Ringraziamento, sempre che non riusciamo a vederci tutti insieme e allora siamo più di venti persone, ed è una festa bellissima! Ho quattro figli splendidi, con dei nipoti meravigliosi che mi adorano, e stanno tutti bene e sono contenti delle loro vite, sì, anche felici, spesso felici, e ci vediamo sempre, e ci diciamo che ci vogliamo bene ogni volta che ci salutiamo al telefono, e sono serena.» concluse con un sorriso incerto.
Angela scoppiò a ridere «Eh beh? Ti sembra qualcosa di cui vergognarsi?»
«No, cioè, non in generale… ma qui è strano, ognuno di voi ha motivi così seri per essere venuto e io…»
«Sicuramente ne hai uno anche tu però. Il mio annuncio era tutto tranne che solare o accattivante per una persona leggera e felice.»
«Certo, è vero. Sì. C’era un motivo. Cioè, un bisogno.» prima di continuare prese un lungo respiro con le labbra socchiuse, piegando poi la testa di lato «Volevo fare nuove amicizie con persone “vere”. Persone con un» esitò sulla scelta delle parole «passato da smaltire, sì, con un vissuto di dolore che le avesse fatte diventare persone segnate ma profonde, con la capacità di capire la pena e le cicatrici degli altri.
«Ci sono persone superficiali in giro, che non hanno niente da dire, e ancora meno da dare. E ho perso un po’ di amici negli ultimi anni. Alcuni sono mancati, altri hanno traslocato lontano, e mi sono sentita molto sola a volte. La famiglia è fondamentale, chiaro, però sento di aver bisogno di stimoli diversi, esterni; altri legami. Ma non è facile trovare persone belle davvero. Non vi capita di sentirvi soli là fuori?» sospirò «A volte ci sono gesti stupidi che fanno male, perché la gente non pensa, non “sente”, ha fretta. Bisogna avere fortuna e trovare le persone giuste, quelle con cui si può scambiare qualcosa di profondo.»
«E poi?» chiese ancora Francesca.
«Beh…» sorrise Minnie «Forse cercavo anche una persona speciale per me… Ultimamente ho avuto tante relazioni che sono durate solo finché c’era il mio impegno, i miei compromessi, la mia forza, il mio entusiasmo… ma basta che smetti di dare e pompare energie, e ti rendi conto che dall’altra parte c’è solo un gran vuoto.» sollevò lo sguardo intorno a sé, Mike annuiva, anche Jeff. «Ho finito, mi pare.» concluse sorridendo.
«Brava Minnie, sei una donna vera e rara, mi hai dato molto. E ho capito che quello che descrivi è ciò che succederà a Sharon quando ci lasceremo: sentirà che era tutto sulle sue spalle.»
«E si sentirà leggera e in fondo felice che sia finalmente finita.» concluse Francesca.
«Sì!» sorrise Sam un po’ incerto.
Ci fu un silenzio meditativo per qualche istante. Poi Mike fece tintinnare la punta del coltello contro il suo bicchiere. «Credo tocchi a me, purtroppo!» disse sorridendo con espressione finto-tragica. «Beh, nessuno può accusarmi di essere un chiacchierone qui. Non ho intenzione di smentirmi, tranquilli… Ma voglio essere sincero, perché la penso come Minnie: qui c’è molta profondità e credo che in questi giorni abbiano avuto dei momenti di reale condivisione emotiva, e non credo che tra due anni non riconoscerò gli occhi azzurri di James alla pompa di benzina. E non penso francamente che lui non riconoscerà me.»
James sollevò un sopracciglio con un breve sorriso, scegliendo di non interromperlo.
«Posso solo dire che sono qui perché ho deciso di fare la pecora nera della famiglia, dopo aver tentato anche io come lui di fare tutti felici per un po’. Ci ho provato ma poi ho capito che stavo esplodendo, che ero stanco, stufo, e che volevo essere libero. Allora ho venduto tutto per farmi una base finanziaria su cui campare per i prossimi anni, e il mio unico lavoro da ora in poi sarà seguire cosa succede in borsa, per un po’ di ore al giorno. Non sarò mai ricco, ma sarò sicuramente sereno, e libero.»
«Wow!» esclamarono insieme Angela e James.
«Che fico! Pensi che un ex attore potrebbe imparare a capire qualcosa di finanza dopo un corso? No eh? Resto sull’idea del ristorante, vero?»
«Beh forse sì sai?» rise Mike «Io lavoro nel campo da trent’anni… sono cose che si assimilano col tempo.»
Jeff annuì. «Certo… e poi?»
«Poi niente… diciamo che per passare il Ringraziamento con la mia famiglia quest’anno avrei dovuto pagare onorario e biglietto aereo ai miei due legali, e alla fine ho risparmiato a venire qui e spendere i famosi ottocento dollari.»
«Ben detto Mike! Anche io sono molto contento dei miei ottocento dollari, anzi, moltissimo! Anche Sharon lo sarà. Certo, non sulle prime…»
«Ecco, magari sulle seconde!» fece Jeff «Ma alla fine, vedrai… vi scoperete entrambi il primario e vivrete felici e contenti!»
«Che orrore! È la persona meno socievole del pianeta!»
«Che detto da te Samuel… che fa, si limita a grugnire?» fece James ironico.
«Più o meno!» rise Sam. «Jeff?»
«Jeff chi? Jeff io? Cioè è venuto il mio turno? Vi state cacciando in un guaio, potrei parlare per ore a cominciare dall’infanzia di mia nonna Rosalind… vi interessa la cara vecchia Rose? No, ok… in realtà sapete già tutto di me. Sono trasparente, limpido, sincero, sfacciato come l’acqua. Vi ho già detto tutto, vi manca solo il codice fiscale, davvero… devo solo aggiungere che ho un problema di alcol e fumo, ma anche questo credo non vi sia sfuggito.» concluse tentando di sorridere.
«Ma ce l’hai da tanto?» chiese Angela con la sua vocina.
«Beh, no, così no; così solo da qualche mese…»
«Allora vedrai che andrà meglio tra un po’.»
«Non lo so tesoro. Forse è meglio che il problema dell’alcol lo affronti in modo più serio.»
«Penso anch’io. Brutta bestia.» disse laconico Samuel.
«Oddio ho già l’ansia. Ce la farò dottore?»
«Dipende da te.»
«Oh Gesù!»
«Non fare il buffone, dai. Sei intelligente Jeff, molto, perché devi buttarti via? Ti devi far curare, subito, prima che inizino a sbandare le transaminasi. Il fegato è delicato, non tutti possono trattarlo come lo scopettone del cesso: se ne pagano le conseguenze.» era serio e brusco, ma non duro «E poi vedrai che starai meglio, perderai anche un po’ di quel peso inutile sul ventre, e sui fianchi.»
«Sei crudele! Prima fai outing che sei gay e poi mi dici che sono troppo grasso per te? Non è gentile! Tanto valeva restassi etero…»
Scoppiarono tutti a ridere.
«Io lo dico per te, vuol dire che “mi sto interessando a te”, capisci? Ti manca un po’ di finezza psicologica ogni tanto, mio caro amico.» rispose Sam con voce molto ironica.
«Ops! Forse hai ragione? Ma se per restare sul dietetico sparecchiassimo e mangiassimo la crostata di James?»
Francesca guardò Angela «Tu? Prima o dopo la crostata?»

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