“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 11

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

11.

Era davvero buona. Aveva una qualità diversa, come se ogni cosa fosse stata scelta fino alla selezione della molecola per essere perfetta, armoniosa, assaporabile. “La più buona torta di mele che abbia mai mangiato” aveva detto Samuel. “Sa di mamma” era stato il commento di Angela, che ne aveva presa una seconda fetta più piccola dopo la prima. Poi si era messa a tirarne su le briciole schiacciandole metodica con i rebbi. La testa le era crollata leggermente dentro le spalle e sembrava ancora più piccola così, nel suo liscio lucore. Non aveva più indossato il berretto dentro casa dopo i primi due giorni. Ora il suo sguardo era fisso nel piatto, più stanco che triste. Francesca si era girata verso di lei, appoggiandole una mano sulla spalla come una carezza, e le aveva sussurrato qualcosa all’orecchio. Angela aveva sorriso arricciando il nasino, restando con la testa incassata, poi si era sollevata sulla sedia, alzando il capo con la flessuosità di un cigno.
James pensò al balletto di Čajkovskij e sentì una fitta al cuore, ma si ricordò dell’altra storia, quella del brutto anatroccolo di Andersen, dove il pulcino diventa cigno e tutti lo accolgono, e si senti più calmo.
Angela aveva sbadigliato coprendosi la bocca con la mano destra, mentre stirava la sinistra a pugno al di sopra del capo; poi aveva poggiato gli avambracci sul tavolo in un gesto composto. «Insomma tocca a me adesso… mhm… preferisco stare defilata, lo avete capito, credo.» fece un lungo respiro «Sapete tutti della mia malattia, non c’è molto da dire, e ho apprezzato il fatto che ne avete parlato poco anche se mi avete fatto sentire sempre che eravate attenti a me, davvero, in ogni momento, e questo era quello che volevo: vicinanza senza ossessioni, senza ansia, senza angosce.» respirò di nuovo profondamente «È per questo che sono qui e non dai miei parenti in Connecticut. Loro sono… deliziosi, molto. Ma sono in ansia per me, hanno uno strano senso di colpa come se potessero fare qualcosa che non fanno, mi dicono di andare lì, però vorrebbero che ci andassi a fare la malata, capite?
«Non voglio sradicarmi, devo stare nella vita come prima. Se poi diventerò terminale ci andrò, ma adesso no, non posso farmi carico della loro angoscia nascosta, alla fine mi sento in colpa a essere malata. Mi dispiaccio perché stanno male, capite? Sono venuta qui per questo. Per quello che proponeva la pubblicità, per l’assenza di obblighi sociali. Questo mi ha fatto pensare che se non c’erano, quello che avrei preso sarebbe stato gratis, spontaneo, non dovuto. Forse non ci sarebbe stato nulla, solo questo lago, questi alberi bellissimi, magari un po’ di sole, buon cibo, riposo, e sarebbe andata bene così, per me. Ma ho riflettuto che per come era scritto l’annuncio ci potesse essere del tepore, qui. Non caldo, non freddo: tepore. Qualcosa che puoi bere se vuoi, se no lo lasci accanto al tuo comodino finché non ha la temperatura giusta; non ti scotta le dita, ma gli è rimasto quel calorino. Come l’altro giorno in macchina io e te James, ti ricordi? Come mici sotto i raggi, così è bello.» disse sorridendo dentro un altro sbadiglio. «E ho trovato James, che mi ha dato una cosa importante che stavo cercando.»
«Cosa?» chiese lui un po’ sorpreso, poi ricordò le parole in macchina, e le fece una carezza sulla guancia.
«Ho preso tutto, credo. Ora posso tornare a casa… A proposito, se qualcuno di voi va verso l’aeroporto domani mattina mi darebbe un passaggio? Il taxi all’andata mi è costato una fortuna.»
«Ma certo!» fecero tutti in coro.
«Miao!» rispose Angela «Grazie!»
«È stato un bel gioco Francesca, sai? Ci voleva…» disse Jeff.
«Non credo sia finito.»
«Perdonami Angela, pensavo avessi concluso!» si scusò.
«Sì sì, io sì; ma manca Francesca.»
Portarono tutti lo sguardo su di lei, senza dire nulla. Era vero: mancava la sua verità, come mai solo Angela se ne era ricordata?
Francesca li guardò uno ad uno, come ad accertarsi che ci fosse un reale interesse ad ascoltarla.
«Ha ragione Angela, scusaci Frances.» mormorò Minnie.
«Di che ti scusi? In realtà credo che alcuni di voi si siano chiesti il mio ruolo qui. Cercando di capire come mai oltre a cucinare i pasti io stessi anche seduta a tavola a consumarli con voi.» disse con un tono leggero.
«Io sì, me lo sono chiesto.» fece Samuel, col gomito appoggiato al bordo dello schienale della sua sedia. «Sei misteriosa tu, ma in un modo che mi piace.»
«Grazie Sam, anche tu mi piaci. Per la verità mi piacete tutti, sono stata molto fortunata. Stavo per chiudere le iscrizioni a cinque persone, poi è arrivata la tua mail, e ho apprezzato l’antipatia del tuo tono: ho pensato che fossi una persona autentica, e ti ho detto di sì.»
«Davvero? Che fortuna! Lo vedi che l’antipatia paga, James?»
«Davvero, sì: tu sei autenticamente antipatico, questo è proprio vero!» rise James.
«Chi sei tu? Cosa fai negli Stati Uniti?» le chiese Minnie con profondità.
«Ho ereditato questa casa da uno zio di mio padre. Ero venuta qui per venderla, tre anni fa, poi sono rimasta.» disse con un tono sbrigativo.
«Io credo che tu ci debba dire di più Frances. Non pensi di dovercelo, in un certo senso? Tocca a te, è il tuo turno, capito?» fece James, serio.
Francesca si guardò di nuovo intorno, studiandoli. Erano attenti. Prese fiato e cominciò «Sì, va bene… Sono venuta qui per l’eredità, dicevo. Avrei potuto lasciare tutto in mano allo studio legale che aveva seguito la questione del testamento, ma ci ho pensato un po’ e alla fine ho deciso di aspettare a mandargli la delega. Era primavera. Mi ricordo benissimo che ero a Piazza del Campo, a Siena, quella dove si corre il palio, sapete?, e guardavo i miei piedi camminare, in salita. E mi sono sentita stanchissima, di tutto.» fece una pausa «Mia madre era morta da poco, di Alzheimer. Avevo passato l’ultimo anno a curarla senza fare altro a parte lavorare con gli ultimi pazienti che tenevo ancora in terapia, senza prenderne di nuovi. L’ultimo aveva finito quattro mesi prima. Sono una psicoterapeuta.» spiegò guardando ciascun commensale. «Credo di averlo deciso in quel momento di venire di persona. Volevo vedere questo posto. Lo studio mi aveva spedito alcune foto via mail e… mi aveva dato un senso di pace.
«Non conoscevo lo zio Andrea, non l’avevo mai visto, sapevo solo che era un pianista, un concertista con una vita solitaria. Un uomo dolcissimo, mi avevano detto. Pensai che volevo vedere gli oggetti di un uomo introverso che aveva scelto di lasciare tutto a una nipote sconosciuta, a lei e solo a lei invece che a qualcun altro dei suoi cinque nipoti, o a tutti e cinque. Perché proprio io?»
Mike scosse la testa «In effetti è strano, detto così… l’hai mai scoperto poi?»
«Veramente no, continuo a chiedermelo ma non lo so. L’unica cosa che mi ha fatto pensare che la scelta non sia stata casuale è stato trovare una foto di mio padre qui, uno scatto di quando era bambino. Era incorniciata e stava appoggiata sul ripiano della veranda, di sopra, dove sta ancora adesso. Ed è l’unica foto di famiglia che c’è, in tutta la casa.»
«E cosa c’è scritto, dietro la foto?» chiese James.
«Dietro? Boh, penso nulla, non so, non ci ho mai guardato…»
«Ma come!» fecero eco tutti.
«Magari non c’è nulla, però almeno una dedica, un’annotazione, un indizio, qualcosa.»
Lei porto una mano sulla bocca «Oddio, avete ragione, ma non ci ho mai pensato… davvero, che idiota, come mai non ho mai guardato il retro di quella foto? Non mi è mai venuto in mente.»
«Posso andare a prenderla?» fece James alzandosi.
«Beh sì, certo, grazie, non ci sarà nulla di sicuro, ma se vuoi andare, beh, grazie.» Francesca cominciava a sentire un’accelerazione dei suoi battiti.
James salì e riscese le scale quasi di corsa, tenendo la cornice con due mani e porgendogliela.
«Magari non c’è scritto nulla però, ok? Stai tranquilla!» le disse Angela vedendola turbata.
«Certo…» le rispose, prendendo in mano la cornice e girandola per sganciare i fermi metallici posteriori, che però erano un po’ bloccati dalla ruggine. Dovette levare il piatto della torta che aveva ancora davanti a sé per appoggiare la cornice sulla tovaglia a faccia in giù, aiutandosi con la punta del coltello per far ruotare i ganci. Jeff e Minnie si sollevarono dalla sedia per vedere meglio, non volava una mosca.
Fece leva con il coltello per sollevare il fondo, che si aprì con un suono quasi di sottovuoto. C’era un cartoncino, e sotto un foglietto piegato in quattro. Versi di sorpresa mentre Francesca lo sollevò lentissima, prendendo lentamente fiato. «La data è il 31 dicembre 1999. È scritto in italiano, aspettate un attimo.» disse velocemente.
Lo lesse tre volte, senza mai alzare lo sguardo su di loro. Poi lo tradusse ad alta voce, esitando su qualche passaggio «“Allora sei venuta fin qui Francesca, per vendere questa casa. Hai letto il testamento, e non sai perché ho lasciato tutto a te. Non ti ho voluto scrivere nulla, non volevo te lo dessero gli avvocati. Non ci conosciamo e ti chiederai come mai io abbia deciso di nominarti mia erede universale. È semplice: lo faccio perché sei l’erede di tuo padre.
«“Porto nel cuore il ricordo del piccolo Guido, che vidi bambino l’ultimo giorno prima di partire da Siena, nel 1938. Aveva quattro anni, io diciotto. Era sera, aveva gli occhi pieni di sonno, ma tuo nonno, mio fratello, lo obbligò a non andare a letto perché voleva che mi salutasse. E lui non si lamentò, anzi, restò in piedi quasi in dormiveglia a mandarmi bacini con la mano, e quando ormai uscito sollevai lo sguardo verso la finestra della cucina lo vidi ancora lì, a mandarmi l’ultimo bacio, l’ultimo da una patria in cui non sono mai più tornato, per tanti motivi. Ma anche se con gli occhi ho voluto seguire nuove rotte, i miei ricordi tornano come vecchie crepe. L’odore dei miei campi e di polvere da sparo, sono vecchie crepe nella mia mente. E il miele con cui le ho sigillate sono quei baci che tuo padre mi mandò quella sera. Soffrii moltissimo della sua morte prematura. Grazie per essere venuta fino qui. Devi essere anche tu una persona sentimentale.”» Francesca posò la lettera davanti a sé «Questo c’è scritto.».

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