“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 12

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

12.

«Sono senza parole. Che storia…» disse James scrollando la testa. «Io… non so cosa dire Frances.»
«Oh Gesù… Devo fumare.» fece Jeff servendosi altro Chianti. Posò la bottiglia poi ci ripensò e riempì anche il bicchiere di Francesca.
«Grazie.» gli disse lei senza alzare lo sguardo. Bevve rapidamente, appoggiò con delicatezza il calice e richiuse il dorso della cornice, controllando che la foto di suo padre fosse rimasta posizionata perfettamente al centro. Poi si alzò, la prese insieme al foglio e salì con lentezza i gradini, senza accendere nessuna luce. Stette via mezz’ora.

Quando tornò erano tutti rilassati a chiacchierare, era bello osservarli dall’alto mentre scendeva le scale, con le luci calde del salotto intorno. Mentre calcava l’ultimo gradino si rese conto che la stavano guardando in un modo diverso; in un certo senso, le parve che la stessero vedendo per la prima volta, e questo le piacque. Sentì all’improvviso il peso di un ruolo, il suo ruolo analitico di anni: le giornate di concentrazione con i suoi pazienti e la solitudine serale con sua madre davanti alla televisione, Anni così, che le avevano tolto spontaneità nei rapporti. E gli ultimi due passati nella villa le erano stati appena sufficienti per recuperare la fatica, la tristezza, per darsi vera solitudine. Lì era da sola realmente: non in compagnia di persone che occupavano la sua giornata nel bisogno di lei. Senza nessuno intorno, ma in un silenzio libero, respirato. Poteva lasciarsi andare alla compagnia, adesso?
Angela si alzò in piedi per posarle un braccio sulle spalle. James le servì del vino con lentezza: era la fine della bottiglia e voleva evitarle il deposito.
Francesca prese un cantuccino dal centrotavola e iniziò a rosicchiarlo calma e seria. Jeff con il gomito ampiamente poggiato sul tavolo teneva la testa sul pugno e la guardava. Lei sentì questo calore silenzioso e sorrise il suo breve sorriso.
«Che facciamo?»
«Io credo di essere troppo stanca per fare altro ragazzi, mi scusate vero?» Chiese Angela con la sua vocina tenue.
Mike le scoccò un bacio dal lato opposto della tavola, e James le fece una carezza. Si chiese se era il caso di accompagnarla in camera ma pensò che forse lei non aveva voglia di sentirsi considerata sempre così debole. La guardò, pensò che doveva lasciarla andare, lasciare libera. Anche di stare male, e persino di morire. Che lei era lei, e lui era lui. Non c’entrava nulla il fatto che si conoscessero da pochi giorni, non era per quello: sarebbe stato lo stesso se fossero stati anni. Era qualcosa che avrebbe dovuto pensare – “dovuto”, si disse – già da prima; e che avrebbe dovuto farlo anche se lei fosse stata sua figlia. Il bisogno di non proteggere. Non era proteggere, era controllare: quello il verbo giusto, lo sapeva. Lasciar andare, anche se andare era “morire”. Seguire il movimento del tempo, della vita con i suoi fatti, delle persone che non ti appartengono mai, comunque mai. E a te, che non appartieni a nessuno, tranne che a te stesso.
Tirò un lungo sospiro.
Angela stava salendo le scale con un passo normale. Era stanca, sì, ma forse aveva anche solo voglia di godersi la solitudine della sua stanza, piegare i vestiti senza fretta nella valigia, scrivere qualche riga sulla sua Moleskine rossa, riflettere. Se avesse avuto bisogno di qualcosa l’avrebbe chiesta; Angela era così, disarmata, disarmante, pulita.
Mike e Minnie si erano alzati da tavola e si tenevano per mano. Era percepibile il loro desiderio quasi bambino di vicinanza, di amore. James li immaginò a letto insieme, con le loro gambe lunghissime a intorcinarsi come serpenti a sangue caldo, pieni di labbra morbide e parole assolute e sentimentali. Sentì un brivido strano, inguinale. Nulla che l’avrebbe portato a un’erezione, non era quello. Era più nelle viscere, un richiamo primitivo, un senso di spinta. Si guardò le mani, la pelle rugosa, le vene in evidenza.
Mike e Minnie salutarono tutti, lei con la testa appoggiata sulla spalla di Mike. James era contento che andassero in camera a entrarsi dentro, finalmente. Con i loro gesti lasciarono nell’aria una sensazione di intimità, di luci basse.
Samuel si alzò per ravvivare il fuoco nel caminetto con gesti autorevoli e sicuri. Si versò un whisky e tornò a tavola prendendo il posto di Minnie, così ognuno di loro ne occupava un lato: erano rimasti in quattro. Jeff gli prese il bicchiere «Posso? Ho solo voglia di un sorso.»
«Certo.» gli rispose sbadigliando. Poi aggiunse «Qualcuno vuole un caffè?»
Francesca annuì, scegliendo un altro biscotto, mentre Jeff si alzò in piedi «Ti tengo compagnia.» disse a Samuel seguendolo in cucina.
James si stiracchiò sulla sedia, sorridendo «Che serata! Vero?»
«Sì! Ero preparata al gioco delle confessioni, ovviamente, ma non a trovare la lettera dello zio Andrea. È stata un’emozione fortissima, bella.» concluse con voce più bassa.
«E ora sei stanca vero?»
«Sì. Cioè no, non lo so. Sono sospesa. Aspetto che la vita entri dalla porta e mi dica qualcosa, non so cosa. Aspetto un segnale che mi faccia muovere.»

Sam aveva preso la moka di Francesca dallo scaffale, e la stava svitando «Ti ricordi come si fa?»
«Sì sì, me l’ha insegnato, ti faccio vedere.» gliela tolse di mano e riempì la caldaia di acqua fredda. Samuel ci appoggiò dentro il filtro e Jeff gli fece vedere come versarci dentro la polvere, avvitando poi sopra il bricco. «Bisogna strizzarla bene, fallo tu, cowboy.» gli disse passandogli la caffettiera. Samuel sorrise, stringendola. La poggiò sul più piccolo dei fuochi e accese. Poi si voltò verso Jeff «Mi sento un po’ stordito.»
«Ci credo.» gli rispose, e poi aggiunse «Comunque avete palle belle fredde voi chirurghi, eh? Sei qui che fai il caffè e sorridi, c’è gente che al posto tuo si sarebbe messa in macchina e avrebbe guidato fino al mattino e oltre.»
«Che bella idea… è vero lo sai? Ho voglia di prendere e fuggire a farmi un giro; adesso, subito.»
«Davvero?» chiese Jeff cercando di mascherare un po’ di delusione nella voce «Allora se devi andare vai: corri, ragazzo.»
Samuel sorrise, piegando leggermente la testa di lato «Che noia che siete voi froci, così permalosi… ti devo mandare un invito scritto?» Jeff sorrise «Vuoi tu Jeoffrey Stones venire a farti un giro in macchina con me finché alba non ci separi?»
«Dovrà?»
«Che cosa?»
«Separarci. L’alba.»
«Oh Gesù quanto corri! Sono gay da due ore e già mi vuoi sposare?»
«Sposare? Quanto sei etero, ancora. Vieni dai, portiamo le tazzine di là e teliamo.»

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