Etty Hillesum, Lettere 1942-1943


di Barbara Pesaresi

Esistono libri dai quali vien quasi istintivo difendersi. O almeno a me succede. Sono quei libri che raccontano vite vissute scomodamente, come quella di Etty Hillesum.

Chi ha letto Diario, 1941-1943 (Adelphi), troverà anche in Lettere, 1942-1943, (Adelphi), la stessa sensibilità e profondità di pensiero, l’ostinata fiducia nella vita, quella fede incrollabile che  la porterà a scrivere nel diario: “E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio”.  Smarrisce, la disarmata lucidità di Etty nel registrare e raccontare, attraverso minuziose e nude cronache, l’inarrestabile divenire dei tragici eventi che l’hanno vista protagonista. Di lei possiamo dire che è stata sino all’ultimo, grazie anche alla scrittura, testimone attiva della sua storia e del suo tempo.

Le lettere risalgono perlopiù agli ultimi mesi della sua vita trascorsi a Westerbork, un campo di smistamento olandese nel quale finivano gli ebrei catturati durante i rastrellamenti nazisti, e dove restavano in attesa di essere deportati nei campi di sterminio dell’Europa centrale.

Il treno è una presenza costante nelle lettere, pare dotato di volontà propria quel treno che a cadenza regolare arriva e riparte dal campo con il suo carico di disperazione, oscillando come un pendolo tra speranza e annientamento.

Quando ad Etty viene proposto di fuggire e salvarsi, rifiuterà e sceglierà di condividere lo stesso destino di morte dei genitori, del fratello e delle tante persone confinate a Westerbork.

Di fronte al mistero di una scelta così radicale ed estrema, in questo caso maturata in circostanze che di normale non avevano più nulla, ogni strumento di indagine a mia disposizione pecca di insufficienza, pertanto preferisco affidarmi alla sua voce:

“Certo, accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante. Io credo che per ogni evento l’uomo possieda un organo che gli consenta di superarlo. Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare  – se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale.”

Leggendo le lettere, si ha la sensazione d’esserne noi i destinatari, e le sue parole suonano come un monito quando, ad esempio, riferendosi a coloro che prima della guerra vivevano una buona vita, scrive:

“La loro ben forgiata armatura di posizione, reputazione e proprietà s’è sfasciata, e ora essi sono rivestiti soltanto dell’ultima camicia della loro umanità. Si trovano in uno spazio vuoto, delimitato da cielo e terra, dovranno riempirlo da soli con le loro potenzialità interiori – là fuori non c’è più niente. Ora ci si avvede che nella vita non basta essere un abile politico o un artista di talento, la vita richiede tutt’altre cose nella miseria estrema. Sì, è vero, siamo messi alla prova nei nostri fondamentali valori umani.”

Etty con poche parole ci restituisce il non senso di un tempo buio della nostra storia in cui ogni umana coordinata sembrava smarrita, e che ancora oggi non cessa di proiettare le sue lugubri ombre mentre la memoria, che come tutto ciò che è prezioso necessita di cure, diventa sempre più fragile:

“Sono salita un momento su una cassa che si trova fra i cespugli per contare il numero dei vagoni merci, erano trentacinque, preceduti da alcuni vagoni di seconda classe per la scorta. I vagoni merci erano completamente chiusi, ma qua e là mancavano delle assi, e dalle aperture spuntavano mani a salutare, proprio come le mani di chi affoga.

Il cielo è pieno di uccelli, i lupini violetti stanno là così principeschi e così pacifici, su quella cassa si sono sedute a chiacchierare due vecchiette, il sole splende sulla mia faccia e sotto i nostri occhi accade una strage, è tutto così incomprensibile.”

Il 7 settembre 1943, Etty sale sul treno che la porterà ad Auschwitz, dove morirà il 30 novembre del 1943 all’età di ventinove anni. Da quel treno lancia fuori una cartolina postale. Verrà ritrovata lungo la linea ferroviaria qualche giorno dopo e spedita al destinatario e alle future generazioni.

Abbiamo lasciato il campo cantando, scrive Etty in quest’ultimo messaggio. Sembra il verso di un salmo, se di invocazione di aiuto o di resa alla volontà divina non so dire.

E par di vederlo quel treno che si allontana nella notte per condurre Etty e gli altri prigionieri in quell’inferno dal quale è uscito, mentre una cartolina si libra nell’aria, sospesa tra cielo e terra come una preghiera, indecisa se innalzarsi  o precipitare.

2 pensieri su “Etty Hillesum, Lettere 1942-1943

  1. in circostanze simili solo lo Spirito la può far parlare e scrivere…testimonianza da condividere in quanto l’uomo anche in certe condizioni riesce ad elevarsi…incredibile…

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  2. Adesso, per me, è ancora una volta NATALE…Dopo aver letto queste parole così pregnanti di Etty Hillesum e la notizia della sua scelta di non ” salvare il suo corpo” sento solo il desiderio di ringraziare per un esempio così ALTO di FEDE e ASCESI:

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