“TEMPO DI RISERVA” (inediti), di Silvia Rosa

QUELLA VOLTA

Quella volta che il sole
è caduto per terra
con uno sparo di voce
al centro al cuore
dentro la sua stessa luce
colpito forte, sembravano
lucciole le schegge
che mi cascavano tra i capelli
legati in un nodo,
sembrava la fine di un mondo

ma poi la vita riprende ‒ così dicono ‒
solo meno luminosa e
un poco più fredda, scomoda,
la voce torna ai suoi silenzi
collusi con le ombre, torna
a non dire a dire a metà
a farsi lieve vento tra le nuvole
che da quella volta mi seguono
premurose, in fila

non ho capito se in un corteo funebre
o per darmi l’illusione di essere ancora
una sposa ancora la stessa di prima
‒ in attesa sempre ‒ ancora viva.

***

RELIQUIA

È così che ricordo il tuo corpo
‒ sole minuscolo ingoiato
da un cielo di lucciole e assenze ‒
come candido marmo, una perla
screziata di buio per ogni silenzio
che custodisci con le mani di neve

Pochi giorni, le creste spampanate
dei soffioni turchini che si agitano
in questa distanza al rallentatore,
di paura in paura, e tu sei una statua
bellissima, terribile, senza occhi
né voce, reliquia del mio desiderio

Voglio tenerti ‒ un ossicino traslucido

una ciocca di capelli velluto
una goccia di sangue carminio
anche un dentino per la fata che sono
quando ti rubo il respiro ‒ contro il mio cuore
o nella teca dell’ombelico, voglio che
l’odore di muschio che ti sboccia umido
in un’ombra del collo mi si arrampichi
addosso, lungo la schiena

Quando tornerai ad abbracciarmi
avrò cresciuto un piccolo bosco
d’inverno, bianchissimo,
dentro le vertebre e in bocca.

***

PRIMAVERA ALTRA

Il giovane corpo robusto, folto
i capelli abitati da corvi dentro un nido
di ricci: quanto tempo è passato? Mi chiedo,
da quando eri un cucciolo magro, petulante,
con parole gracili invece che mani irrequiete,
quelle che adesso tieni sui fianchi della tua sposa,
giovinezza accecante che invidio – un bocciolo –,
per la prima volta vedo il segno delle stagioni
sul volto degli altri, mi accorgo di essere oltre
gli anni di polpa rossa da mordere, sono il frutto
per terra, ora, e osservo i fiori crescere altrove:
la mia primavera è una pallida offerta a un sole
indifferente, sono io adesso la donna che
non vale la pena. Meno male, mi dico,
da questa altezza non ho più le vertigini,
lascio a te e alla tua bella il vertice da cui
all’improvviso, inevitabile, arriva la resa,
la china dei giorni. Dopo è solo questione
di ombre da imparare a memoria,
da non avere paura di niente.

***

L’ABBANDONO POSSIBILE

La conversione dei minuti
in un adagio all’uncinetto
punto croce nella trama
inamidata del tempo: perché
non so fermare le mie mani
né le tue, perché non smetto
di mancare le lancette a colpi
di testa ‒ incoerenza perfetta
che scuce il bandolo del corpo,
ti voglio a farmi il filo e poi
il bozzolo, la conta sulla lingua
per non sbagliare mai il colore
il nome rammendato al fondo, non
ti voglio imbastito male e in fretta
sull’orlo dei miei sì in riserva,
ti voglio ancora e non ti voglio mai
una volta intera, sono la tua Penelope
schizofrenica che scopa con i Proci
e per questo non tesse alcuna tela,
uno scherzo di natura, il capriccio
di un’estate con le foglie ricamate
rame sul cuscino (abbiamo un’ora,
o più di un giorno, la notte che
non sa imbrunire o lo spazio
di una vita a ferro e fuoco)

nonostante io non sappia cosa dire
a mia discolpa, credimi questo (non) è
un gioco o un esercizio di bravura:
avrai pronto il centrino della nonna
sul tuo comodino, insieme al mio profumo,
e l’eco del piacere che non sai darmi
ti cullerà una nenia perché ti senta uomo
tra le mie gambe e nel firmamento
di questa storia senza capo né coda,
a cui manca un titolo attraente
un finale malinconico e una piega
dove nascondersi dopo la guerra
di abbracci e morsi, persa come sempre
due ‒ o poco più ‒ a zero, dici tu,
tutto l’abbandono possibile,
rispondo io, con uno spillo voce.

***

DATTERI A COLAZIONE

Datteri a colazione, mi dici, ogni giorno
e io immagino quei piccoli soli morbidi
dolcissimi, che vengono da un’altra terra,
in fila indiana tra le tue labbra passare al vaglio
dell’alba, mentre io li snocciolo una volta l’anno
nei giorni della festa, quando la neve mi ricorda
che sono altrove persa tra gli abeti incappucciati
di stelle in plastica e i lacci di luce sbiancata
a intermittenza. Datteri a colazione, ti dico, di rado
perché qui il sole è un ricordo rinsecchito passato
di un’altra vita che non ha conservato memoria

un’immagine sfocata che tu adesso mi porti in dono,
un Natale improvviso, d’estate, una piccola stretta al cuore.

Silvia (Giovanna) Rosa nasce nel 1976 a Torino. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden di Torino (2008/2009). Ha fondato e presiede l’Associazione Culturale ART 10100 ed è tra gli ideatori e curatori del progetto “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture”. Fa parte della redazione di Argo e cura per Words Social Forum la rubrica “Verso||Doppio||Senso” e per NiedernGasse la rubrica “L’asterisco e la Margherita”, firmandosi con il nome di Margherita M. Si è occupata del progetto di traduzione poetica e interviste di alcuni autori argentini, dal titolo “Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici”, pubblicato in e-book per La Recherche, in collaborazione con Versante Ripido. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: il saggio di storia contemporanea “Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960)”, Ananke Edizioni, 2013; le raccolte poetiche: “Genealogia imperfetta”, La Vita Felice 2014; “SoloMinuscolaScrittura” (con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti), La vita Felice, 2012; “Di sole voci”, LietoColle Editore 2010 (II ediz. 2012); il libro di racconti: “Del suo essere un corpo”, Montedit Edizioni, 2010.
http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=silviarosa

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