La bontà


La bontà, oggi, è un genere in disuso. Prevalgono il cinismo e la furbizia, sottospecie dell’intelligenza; l’arte della manipolazione, dell’attacco preventivo, della vendetta che va servita fredda. Il punto è questo: il cuore è imprigionato in una morsa gelida, uscire dalla quale è almeno problematico.
Assistiamo a una prevalenza dei sistemi difensivi, che preservano da delusioni, sofferenze, traumi. Sperimentato il dolore, lo si vuole evitare a tutti i costi. A scapito degli altri. Pullulano i manuali di self-help in cui si insegna a dominare o raggirare il prossimo. L’uomo è lupo all’uomo, sosteneva Hobbes, ma è anche volpe, sciacallo, avvoltoio; animali, peraltro, degni del massimo rispetto (ma bisognerebbe chiedere un parere anche a cadaveri e galline).
L’arte del vivere degenera in arte dell’inganno, appresa alla scuola del Principe della Menzogna.
E la bontà?
Dio continua a essere buono, nonostante. Ma attenzione: il suo non è buonismo, altra malattia dei nostri tempi. La sua bontà è vincente e convincente, disarciona l’arroganza, ricolloca i valori al posto giusto, restituisce alla propria identità.
Come tesaurizzare tutto questo? Guardandolo negli occhi.
Ma pochi lo fanno.

Educazione sentimentale # 2

Leggere il mondo

di Stefanie Golisch

Oggi mi accompagnano per la prima volta in biblioteca.
La biblioteca della nostra piccola città si trova in uno scantinato del municipio. Dietro un banco molto alto c’è una signora e dietro di lei s’intravedono delle lunghe file di scaffali pieni di libri.
Non ho mai visto tanti libri insieme.
Sono agitata, perché questi libri stanno proprio aspettando me.

Leggo da quando ho imparato a leggere.
Quando nel primo anno di università, un compagno mi chiede quale facoltà frequentassi e cosa avrei voluto fare in futuro, rispondo senza rifletterci: studio lettere perché mi piace leggere.
Mi sembra evidente. In fondo, non c’è nulla da spiegare.
Leggere era ed è tuttora il mio modo di stare nel mondo. Ho bisogno della presenza dei libri ovunque io sia, come oggetti, amici, protettori. Mi piace il loro aspetto, il loro formato relativamente piccolo, mi piace toccare la carta e mi piace il loro odore, in particolare quando sono vecchi, vissuti, consunti. Quando, oltre a raccontare una storia, essi stessi sono diventati una storia, non raccontata, soltanto intuibile.
I libri mi hanno spiegato e non spiegato il mondo, mi hanno accolto e respinto, mi hanno fatto capire chi sono e chi non sono e quando pensavo di aver finalmente compreso come stavano le cose, si sono allontanati per riapparire in caso di bisogno, pronti a distrarmi, a confondere le mie idee e qualche rara volta a farmi intuire una possibile risposta. Continua a leggere

La stanza


Insomma, qual è la vera casa? Abbiamo parlato di residenze alternative, terrestri e celesti, di abitazioni materiali e della casa del Padre, ma il problema può essere visto da un’altra prospettiva. In giro c’è una certa confusione: la gente è spaesata, ha perso i punti fermi, è alla ricerca di un senso che non trova. Le ragioni sono tante: cambi rapidi di paradigmi, l’invasione di tecnologie che assottigliano i confini tra reale e virtuale, una propaganda capillare che manipola le scelte quotidiane. La pressione è evidente, gli stimoli sono sempre più incalzanti: pensiamo al dilagare della pornografia, l’impero dei sensi cui si accede con un clic.
Su questo sfondo, diventa chiaro quale sia la vera casa: la camera in cui possiamo fermarci, restare in silenzio, a quattrocchi col profondo; oppure, se siamo in mezzo agli altri, il nostro cuore, il luogo dove abita chi non potrebbe mai condizionarci, ma solo guarirci e liberarci, la settima stanza di Teresa d’Avila. Lì c’è il Cristo, l’Archetipo del Sé, l’antidoto a ogni genere di alienazione.

Luciano De Giovanni



Il poeta “stagnino” di Sanremo

 

Scritto da Alida Airaghi

 

Capita a tutti noi di provare un po’ di commozione ascoltando una musica particolare, o rileggendo una poesia imparata al liceo. A me succede di emozionarmi ogni volta che ridico tra me e me questi semplicissimi sette versi:

 

Un’ape morta

nell’acqua della grondaia.

Ehi, sorellina!

 

Sole di gennaio

e cielo azzurro

per l’ape morta

nell’acqua della grondaia.

 

Forse mi intenerisce l’immagine di questo poeta-idraulico-spazzacamino, che ripara le tegole del tetto di una casa sulla riviera ligure, e svuotando la grondaia colma d’acqua trova un’ape annegata.

“Ehi, sorellina!”. Quasi stupito, appena addolorato, la sgrida come a dirle “Cosa stai facendo? Svegliati! È inverno, fa freddo, ma c’è il sole e il cielo è limpido. Perché sei morta, allora?”

Un minimo e preziosissimo Cantico delle creature, di francescana umiltà e letizia: come tutte le poesie che ci ha lasciato Luciano De Giovanni, nato a Sanremo nel 1922 e morto a Montichiari nel 2001. Continua a leggere

Così lontano così vicino


La vita, si dice, è fatta di alti e bassi. Bisogna specificare, tuttavia: ci sono i molto bassi e i molto alti. Questi ultimi, forse, sono rari, ma lasciano una traccia: la cosiddetta peack experience ricorda che siamo fatti per un’altra dimensione, sciolta dai lacci della contingenza, in cui si vola senza più zavorre. I molto bassi riflettono l’angoscia dell’assenza, plasticamente evocata nella débâcle del figlio prodigo: “partì per un paese lontano”.
Ecco perché, quando appare sulla scena, Gesù ci rassicura subito: il regno di Dio è vicino. Come dire: c’è un cortocircuito necessario tra la disperazione e la speranza.

BMW (di Ambra Stancampiano)

Il giorno che sono andato a prendere la BMW c’era un sole giallo e cattivo.
Guardavo dallo specchietto della mia vecchia 127 lo squallore del rione in cui sono cresciuto con un fremito su per lo stomaco: potevo farcela, ne stavo uscendo.
Il venditore mi ha fatto firmare un sacco di carte e ha preteso documenti e buste paga, poi mi ha consegnato le chiavi. Scintillavano.

La BMW mi aspettava nel garage della concessionaria, bellissima come la donna della tua vita quando la immagini da ragazzino.
Il commesso ha disattivato l’antifurto col telecomando, quel bip bip mi è sembrato più dolce del suono di un’arpa.
Sono salito sull’auto, mi sono lasciato avvolgere dall’abbraccio degli interni in pelle, mi sono guardato intorno: quella era la mia macchina. Neanche colei che si sentiva padrona della mia vita poteva interferire. Era la prima cosa solo mia a parte il lavoro con cui mantenevo entrambi in quel quartiere di merda.
Mi sono guardato allo specchietto, ho sfoderato il mio sorriso da venditore; inutile rovinarsi la giornata coi brutti pensieri, a mamma la macchina sarebbe piaciuta.

Al mio ritorno tutto sembrava più bello, perfino le baracche in misto cemento e lamiera attaccate ai pali della corrente per rubare la luce al comune. La BMW mi faceva sentire una spanna al di sopra del degrado che mi circondava, mentre la gente affacciata alle finestre e ai balconcini si passava la notizia che “Micuzzu, u figghiu da ‘za Tana, si fici i soddi” più velocemente dei miei 90 cavalli. Continua a leggere

Scarico


La Grazia, da qualche parte, deve entrare. Preghiamo, ma pensiamo ad altro; pretendiamo una risposta da Dio, e gli sbattiamo la porta sulla faccia. Poi diciamo che la preghiera è inutile, che la fede è un imbroglio; che abbiamo fatto, fatto, senza mai vedere nulla. O almeno lo pensiamo.
Se voglio che la Grazia entri, il minimo sindacale è che mi concentri su Gesù. Allora sì che lo Spirito scorre.
Altrimenti scorre solo l’amarezza, nello scarico della nostra ambiguità.

Una giornata di lavoro

Mercoledì. E il mercoledì a Forte dei Marmi era giorno di mercato.
Stefano “Vale” Valentini guidava sul lungomare che da Marina di Massa doveva condurlo alla ricerca di una mattinata di lavoro. Aveva trentacinque anni. Era disoccupato da cinque mesi. In precedenza era stato rappresentante di bevande, prima ancora aveva venduto dolci preconfezionati ai grandi magazzini o ai piccoli commercianti. O meglio, ci aveva provato. Mondo difficile quello dei rappresentanti.
Era stato anche barista. Aveva fatto il bagnino, il commesso, il cameriere. Ma questo era avvenuto molto tempo prima, quando era ancora giovane. Adesso che era disoccupato guardava a quei tempi con un misto di rabbia e di rimpianto. Adesso qualsiasi lavoro sarebbe andato bene, qualunque cosa, purché non cancellasse quell’idea di dignità che negli anni si era costruito. Continua a leggere

In bilico


Siamo sospesi tra virtù e superbia perché, se la prima si trasforma in vanto, va in malora. È meglio essere impeccabili e altezzosi o scalcagnati e con i piedi in terra?
La vita è fatta di bivi come questi: aspiri al bene, ma ti tocca accertare che la cosiddetta perfezione non diventi vizio, come in Lucifero, vittima di uno splendore che lo ha portato alla rovina, in quanto causa di orgogliosa vanità.
Ciò spiega perché, dai tempi antichi, la virtù regina è l’umiltà: è l’unica a impedire di passare dalla porta posteriore del Cielo alla bocca spalancata dell’inferno.

L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 12

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Giorni di guerra, Giovanni Comisso (1923)

Raccontare in presa diretta, la prima guerra mondiale, da tragico esordio della distruzione di massa, regredisce allo stato di guerra ordinaria, come tante, anzi una delle tante, in quello scorcio non riappacificabile di vita europea che è stato il “doppio secolo” del XIX-XX secolo. Vissuta così e così raccontata, la Grande Guerra diventa, nella sua normalità, un evento eccezionale solo per chi l’ha vissuta. Per il giovane arruolato, preso dal tedio tutto moderno della generazione piccolo borghese dei ragazzi di inizio secolo, la guerra non è una sfida eroica ma una “vacanza”, una fuga, un’avventura a contatto della natura e nella massima tensione possibile dell’arco della propria giovinezza.

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Sangue giusto di Francesca Melandri: la Storia bussa alla porta

Sarebbe bello studiare e conoscere la Storia presente e passata attraverso le persone che l’hanno scritta, ancor prima che gli storici. Sarebbe costruttivo seguire sul campo tutti, dal più semplice ferroviere che in epoca di guerra si occupava dei convogli pieni di giovani baldanzosi all’andata, e di feriti con il loro forte odore di sangue, sudore e rassegnazione al ritorno. Guardare negli occhi uno di quei “capi” che ordinava di gettare iprite sulle persone inermi, al tempo delle Colonie fasciste in Africa; un uomo con un passato, e un presente fatto di convinzioni reali e pensieri indotti.

L’occasione oggi ce l’abbiamo ed è un regalo costato anni di ricerche e fatica alla scrittrice Francesca Melandri. Sangue giusto (Rizzoli, 2017, 527 pagine) è un’opportunità per scoprire avvenimenti della nostra Storia forse poco conosciuti, di cui si parla a bassa voce e le cui conseguenze arrivano fino a oggi. L’epoca del colonialismo fascista è stata raccontata come un’epoca di grande civiltà, dei bravi colonizzatori che andavano a civilizzare i popoli d’Africa, costruivano strade, acquedotti, creavano forza lavoro. E sopprimevano le ribellioni della popolazione occupata con l’iprite. Di questo si parla poco, come si parla poco di quanti con una mano scrivevano libri e manifesti sull’inferiorità della razza africana e con l’altra accarezzavano una moglie eritrea che amavano e con cui mettevano al mondo dei figli in piena clandestinità e contraddizione. Continua a leggere

La casa


Tornare a casa: per ognuno è diverso. Qual è la mia casa? Quella di mia madre, dove sbarco il sabato sera con la scorta di noci, uva passa o cioccolato? O il Santuario, con la stanza che è un deposito di libri e oggettini ricevuti in dono e che non ho il coraggio di sfrattare?
Il marito e la moglie tornano trovando, a volte, situazioni peggiori che al lavoro. Gli anziani stanno a casa, se va bene, ma più spesso li spediscono in ospizi come merce scaduta, da smaltire nel modo più indolore.
Per il malato, il carcerato, lo straniero, la casa è un’utopia che appare, a volte, in sogni colorati, da cui si svegliano ancora più confusi.
Tutto questo fa pensare: forse la casa vera è un’altra. Ed è lì che stiamo andando, tutti insieme.

Entro a volte nel tuo sonno

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C’è uno scrittore – un poeta diresti – che scrive frammenti lirici, lasse di testo che hanno una consistenza piumosa e, a un tempo, abbondante. È Sergio Claudio Perroni – io lo conoscevo soprattutto come traduttore di Steinbeck – che ora pubblica, con La nave di Teseo, un bellissimo libro, Entro a volte nel tuo sonno (pp. 180, euro 12), una sorta di modernissimo Zibaldone di pensieri, più aderente alle piccole cose, più intimo ancora, un diario senza tempo che lo sguardo può scorrere in un senso e anche nell’altro, poiché la forza dell’insieme sta nello scorcio sempre inedito che ogni rigo getta sulla vita. Continua a leggere

L’eternamente giovane


Cos’è il nuovo? L’attività umana tende a essere ripetitiva. Quante volte si percorre una strada, s’incontrano le medesime persone, si fanno e dicono le stesse cose? Replica oggi, replica domani, il materiale si accumula nei magazzini polverosi di una memoria sempre uguale. La mattina ci si alza già stanchi, rassegnati a un congegno che esclude sorprese e ricambi di energia. Perfino le cosiddette distrazioni assumono il colore e il ritmo dei gesti proposti all’infinito. C’è una via d’uscita?
La svolta è imbattersi in Dio: è il Creatore, rinnova tutto quello che tocca e ne ricava qualcosa di inatteso. Con Gesù, una catena di montaggio si trasforma in un rosario di epifanie interiori. Anche il dolore e la tristezza si tingono di azzurro, immersi come sono in Colui che è eternamente giovane.

Sentimenti


Parliamoci chiaro: i sentimenti fanno acqua da tutte le parti. Siamo presi da dubbi e aridità, le budella si contorcono per una delusione, un fallimento, un inizio di scoraggiamento. La chiamano negatività: un territorio avvolto nella nebbia, con sabbie mobili e crateri imprevedibili, sempre pronti a ingoiare l’esistenza. È il lavoro ai fianchi del male, che produce sottobanco la sua azione corrosiva, distruttrice, sottraendo speranza ed energie.
È allora che Gesù ci propone qualcosa: prendere i suoi sentimenti, lasciarsi contagiare dal suo desiderio di vivere in eterno. Quando ne facciamo l’esperienza, ci guardiamo allo specchio e ci sembra impossibile non averci mai pensato.

Giorgio Galli, “La parte muta del canto”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Giorgio Galli, La parte muta del canto. Vite ritrovate di musicisti, ed. Joker, 2016

Giorgio Galli è scrittore abituato al viaggio e all’osservazione dei luoghi e del tempo. Ne La parte muta del canto, raccolta di racconti-ritratto, declina tutte le possibili combinazioni di queste dimensioni. “Luoghi” significa scenari di mondo geografico ma anche dello spirito, principalmente filtrati attraverso le note di compositori, direttori d’orchestra e interpreti dalle vite difficili, perché segnate da fallimenti e frustranti rivalità. Il tempo, invece, è coinvolto, certo, in quanto le epoche osservate sono diverse, ma anche perché Galli si addentra nelle dinamiche più intime delle composizioni di (o eseguite da) questi artisti, scandagliandone lo stile, letto in controluce rispetto alle loro vicende biografiche. E si sa, la musica è quintessenzialmente “tempo”. Continua a leggere

O Capitano


Sparire, o quasi. Come il lievito nella pasta, o il sale nei cibi. Accettare d’essere nulla, perdendosi nella fiducia, come un mare in cui navighi ignorando la rotta, senza porti domande, fidandoti del capitano.
O Capitano, mio Capitano, ti sei impegnato molto perché imparassi l’arte di svanire, il gusto dello stare in disparte, in una grotta, in un pezzo di pane e un po’ di vino.
Prendete e mangiate: si diventa nutrienti acconsentendo a uscire, una volta per tutte, dallo scatolame dei sistemi difensivi.
O Capitano, mio Capitano, prendiamo il largo, per approdare insieme nella Terra dell’Esserci Per Sempre.