Luigi Maria Corsanico legge Marcello Comitini. 2

da qui

La strana favola
Novembre 2017 / Marcello Comitini ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Beth Moon
Novato, California, USA b. 1955. San Francisco Bay Area artist
http://photogrvphy.com/beth-moon-diam…

Beau Soir di Claude Debussy
Trascrizione per violoncello e piano di Nicholas Canellakis
Nicholas Canellakis, cello
Michael Brown, piano

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L’attenzione


Ci distraiamo. Facciamo una cosa e ne pensiamo un’altra. Molti mi dicono, nella confessione, che mentre pregano sono disturbati da interferenze di varia natura.
Credo che si debba distinguere: ho cercato io la distrazione? L’ho assecondata, e alimentandola l’ho fatta crescere?
Non è una questione solo religiosa. Il laico ha lo stesso problema: la concentrazione è un atto morale, pensare ad altro è un torto che facciamo a chi ci parla e che, in ogni caso, se ne accorge.
È nota la gag di Totò: alla moglie che gli chiede a cosa stia pensando, risponde che sta pensando a cosa rispondere in caso lei chiedesse a cosa stia pensando.
Se ci distraiamo involontariamente, nessuno lo metterà sul nostro conto. L’attenzione è un gesto d’amore, di quelli che passano di là, unico bagaglio concesso nel viaggio verso il cielo.

SUL TAMBURO n.63: Virgilio Moretti, “Il vicinato e i campi. Elegie”

Virgilio Moretti, Il vicinato e i campi. Elegie, Siena, Editrice Il mio amico, 2015

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di Giuseppe Panella

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C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per ridere e un tempo per piangere, un tempo per seminare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per parlare e un tempo per tacere – ammonisce Salomone il saggio nell’Ecclesiaste. Il tempo delle culture agrarie da sempre è scandito da eventi sempre uguali e mossi da moventi sempre simili nelle attese e nei risultati: la semina, la crescita delle piante, dei fiori e dei frutti, la raccolta, la vendemmia, la conservazione dei prodotti ottenuti, la programmazione sempre la stessa e sempre diversa del futuro prossimo.

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Sintonie


Non siamo abituati a fare insieme. La società ci orienta all’individualismo: comprare questo e quello per dimostrare di essere il migliore, il più bravo, il più ricco. O il più potente, il più furbo, il più vincente. Per cui, anche se si lavora in squadra, resta una scia di autoaffermazione, un istinto a cercare il primo posto, a mietere successi personali.
È un motivo d’infelicitá, perché siamo fatti per vivere collaborando, entrando in sinergia, spendendoci per una causa che ci supera, ampliando gli orizzonti del nostro desiderio.
C’è un’icona famosa, la Trinità di Rublëv, che rappresenta il dinamismo di cui sopra: ogni personaggio guarda l’altro, in un essere e fare insieme che annulla qualsiasi tendenza solipsistica.
Gesù ci chiede questo: lavorare con lui, per il bene di tutti. Non è poi una proposta così strana.

“Non c’è ombra in South Dakota”, di Andrea B. Nardi

di Marino Magliani

Le prefazioni e le postfazioni ai libri non servono; un critico italiano diceva che i libri dovrebbero giungere al lettore senza nulla, non una dedica, non un ringraziamento, non uno strillo, intonsa persino la copertina. Alla Landolfi. A meno che l’autore, dopo Ecce Deus (Impero Romano) e Ali (moderno western sideral-teologico), non scriva il suo non-western e Enzo G. Castellari non lo legga e si chieda: ma dove ti sei nascosto in questi trascorsi decenni? In effetti, ci sono libri di autori italiani che quando li leggiamo ci aprono paesaggi di praterie e vallate provenienti da un cinema che diventa sempre più insostituibile.        

Il libro s’intitola Non c’è ombra in South Dakota (Robin Edizioni, 2017), l’autore è Andrea B. Nardi.

Un altro autore con la sua voce inconfondibile che sa raccontarmi spazi e cieli è Vincenzo Pardini. Mentre scrivo queste linee, penso proprio al suo Grande Secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017), che ho qui in libreria.

Forse per il gusto di capire cos’hanno in comune le due storie e non trovarne. Se in Grande secolo abbiamo un io narrante esterno, in Dakota è il protagonista stesso a raccontarci come arriva “involontariamente” a Calahorra, nella profonda prateria, e a partire da lì l’io narrante è quasi sempre presente, giusto tranne periodi come quello della Guerra Civile, di cui in effetti ha potuto solo sentire parlare.                                             Continua a leggere

Volere volare


La cosa più difficile è identificarsi coi sentimenti altrui, considerarli tanto importanti quanto i propri. È un passaggio di stato, per cui non faccio più corpo unico con l’ego, escludendo l’esperienza che si sottrae al mio gusto, ai miei interessi, al vantaggio personale. Nessuno insegna a esercitarsi in questo, tranne il teatro, dove sentire ciò che sente l’altro è un ferro del mestiere.
Per il credente, quest’arte è ancora più importante: abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, dice San Paolo. Più sento come Lui, più voglio ciò che vuole, più la mia vita raggiunge il porto sospirato.
Quando le due volontà coincidono, sono praticamente in paradiso.

“Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella

L’ultima volta che lessi un romanzo di questa potenza fu una decina di anni fa, ed era “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza. Ne ho letti poi tanti altri, molto ben scritti e di grande valore. Ma è solo divorando “Le Stanze dell’addio” di Selvetella che la definizione capolavoro mi ha accompagnata in ogni millimetro della lettura, con quel senso di stupore magico che si prova quando si fa esperienza di qualcosa per la prima volta. Questo libro ha qualcosa in più rispetto ai pur ottimi romanzi italiani che ho letto negli ultimi anni, una qualità che alza il livello letterario di un’ottava. A prescindere dal contenuto, che da solo basterebbe, ha una densità di scrittura che pochissimi romanzieri raggiungono. Mi ha fatto pensare in primis al peso specifico quasi intollerabile di “La strada” di Cormac McCarthy; e poi a uno scrittore che pure non amo, Javier Marias, per la medesima forza espressiva e condensata della parola, che lo spagnolo spende però in una narrazione fredda e fine a sé stessa. Continua a leggere

Domenico Curtotti, Una rilettura essenziale del Vangelo di Tommaso

La rivoluzione interiore del Vangelo di Tommaso
di Franco Di Giorgi

Ci sono libri il cui contenuto organico e sistematico determina nel lettore la frammentazione e la dispersione delle sue idee. E ci sono invece scritti il cui contenuto frammentario, aforistico e disorganico suscita nella mente del lettore un movimento vorticoso che riesce gradualmente e prodigiosamente a radunare, a raccogliere e a sistemare attorno a un luogo elettivo e in via di individuazione una quantità di pensieri che da tempo risiedevano nelle latebre della sua memoria.

Capaci di generare un tale moto unificante – una specie di soffio vitale, di ruàḥ – sono sicuramente i 114 lógia che costituiscono il Vangelo di Tommaso. Continua a leggere

Fame e sete


Fame, sete: sono queste le sensazioni che ci contraddistinguono. È una verità ratificata dalle Beatitudini: beati voi, che adesso avete fame, perché sarete saziati.
All’inizio non si capisce bene di che fame, di che sete si tratti. Si inseguono il piacere, il potere, il possesso. Ci si perde in labirinti senza uscita, perché psiche e corpo, spesso, aspirano a quello che in teologia si definisce “cattivo infinito”, l’avidità insaziabile dei sensi.
Poi, a poco a poco, ci scopriamo esseri relazionali, a cui occorre guardare nello specchio dell’altro per sapere chi siano. Ancora una volta, proviamo il dolore di non essere capiti, di rimanere soli nella folla, di non trovare una risposta ai nostri desideri più profondi.
Finché non ci capita di specchiarci in Lui, nel Figlio di Dio, e ogni cosa torna al posto giusto: il dolore c’è, ma è una nota fra tante, e con le altre forma una struggente sinfonia.
Solo allora la terra assetata si riempie di brina, e sazia la sua fame di sole.

Catherine e la controrivoluzione borghese

Qualcosa manca ai molti interessanti commenti letti in questi giorni a proposito della gravissima presa di posizione della cordata francese capitanata dalla Deneuve: l’evidenziazione del fatto che queste donne firmatarie sono in buona parte rappresentanti di un mondo grande o piccolo borghese, e che ritraggono una società protetta, innamorata di sé stessa, di profilo medio alto. E quando queste donne parlano di palpate su un autobus affollato lo fanno evidentemente per sentito dire, come fosse una scenetta da film. Ché se davvero si fossero trovate su una metro affollata con qualcuno che si struscia, conoscerebbero bene il senso di frustrazione e vergogna che ti ammutolisce, facendoti preferire di cercare di scivolare oltre piuttosto che stare al centro di una scenata tra puzza di ascelle e alitosi.
E che se sei una bella donna e sfili col tacco alto a ora di pranzo per un boulevard, può anche farti piacere la fischiata. Ma ti farebbe lo stesso piacere se te la facessero alle 11 di sera in una via buia, una notte fredda in cui non c’è nessuno in giro, in una banlieu piena di malavitosi?
E anche la sfiorata di culo o l’invito a cena, per dire, magari possono farti sorridere (ma magari invece no) e lasciarti lo spazio per un diniego senza problemi se sei in un contesto paritario, tra colleghi, in seno a un ambiente di lavoro fighetto, di profilo medio alto. Ma porta la situazione in una fabbrica con contratti precari, o in una micro-ditta con un solo proprietario che è anche il paròn, o in una piccola azienda agricola del meridione. E chi ti invita a cena, magari dopo averti sfiorato il culo, non è un tuo collega “maldestro”, ma è il padrone o il suo caporale. Che fai lì? Un sorrisino e un colpetto di tacco dodici prima di premere il tasto per chiamare l’ascensore?
Fa specie anche il commento scandalizzato sul fatto che in Svezia si stia lavorando a una legge che preveda l’esplicito consenso a un rapporto sessuale come fosse un’assurdità, non comprendendo che ci sono contesti sociali disagiati dove far bere una donna per toglierle resistenza a un rapporto sessuale è un evento che si ripete continuamente, ovviamente non solo in Svezia ma in tutto il mondo, Stati Uniti in testa, e spesso questa pratica si mette in atto su giovani minorenni. E che nel 75 per cento dei casi le vittime di abuso sessuale (più o meno violento) restano del tutto paralizzate durante l’atto, per una reazione genetica che abbiamo in comune anche con molte specie animali, ovvero il “congelamento di reazione”, una cosa che serve a subire meno danni di quelli che riceveremmo in caso tentassimo un’inutile difesa da un assalitore platealmente più forte. Questo succede ogni giorno in tutto il mondo a centinaia di ragazze e donne. Ma probabilmente poche di loro abitano a Saint-Germain.

Chi vive in realtà di alto profilo può permettersi di guardare alle situazioni con alterigia, come fossero le donne a essere incapaci. Come se, finito il pane, bastasse scegliere di comprare le brioche.

Carlos Kleiber: diventare superflui per ritrovare il senso

 

musica assoluta

Bruno Le Maire è il Ministro dell’economia e della finanza in carica nell’attuale governo francese di Édouard Philippe. Ha scritto un breve romanzo dedicato alla figura di Carlos Kleiber che in Francia, pubblicato da Gallimard, si è aggiudicato il Prix Pelléas e il Prix de la Ville de Deauville, e che in Italia è approdato sui nostri scaffali, con l’editore genovese De Ferrari, grazie alla perseverante passione del traduttore e musicofilo Roberto Lana. Continua a leggere

Sorry(so)


Capita che ci imponiamo agli altri. Devono prenderci così come siamo: magari freddi, astiosi, insopportabili. La faccia conta, checché se ne dica. Se qualcuno mi guarda di traverso, non saluta, sembra che da un momento all’altro debba uscirsene con un grugnito o qualche verso simile, può essere l’anima più dolce e fulgida del mondo, ma io non me ne accorgo. È strano che curiamo l’esteriorità e poi ci sfugga un concetto così chiaro. A meno che l’altro non sia un veggente, un sensitivo, o uno che se ne intende di persone al punto da leggerne l’interno, non possiamo esigere che ci capisca molto aldilà di quello che mostriamo.
Il sorriso è importante. Ecco perché mi piace tanto un’immagine di Cristo, emersa dalla foto scattata a un sacerdote che sollevava l’ostia consacrata, e visibile in un punto dell’abito: fosse anche un falso, illustra bene il valore di un volto sorridente, un segnale che si spiega da solo, senza bisogno di postille.

Essere e tempo


di Riccardo Ferrazzi

Scoprii di essere uno scherzo di natura il giorno del mio diciannovesimo compleanno. A dir la verità, non posso escludere di aver commesso qualche stranezza anche da bambino, magari per evitare uno scappellotto, o un’indigestione, o una caduta dal sesto piano; ma di queste eventuali esperienze non ho ricordi. Non so che dire: può darsi che la mia facoltà non fosse ancora sviluppata. Ciò che non dimentico è l’inizio di una strada che, ormai, ho percorso troppe volte avanti e indietro. Continua a leggere

Tutto il resto è noia


Non ce la farò, non sono in grado, i miei limiti non me lo permettono, è inutile che tenti, vado incontro a un‘altra delusione, tornerò più depresso di prima: sono esempi di quella voce che, continuamente, ci suggerisce di rinunciare alla buona battaglia di cui parla san Paolo, o chi per lui, nella seconda lettera a Timoteo.
Se le dessimo ascolto, il mondo finirebbe in pochi giorni: sono tanti i motivi, anche seri, di scoraggiamento, e spesso hanno il potere di convincerci, sebbene, esteriormente, continuiamo a fare come nulla fosse. Mancano le motivazioni e l’entusiasmo, il pessimismo scava un vuoto che ci sembra impossibile riempire.
Poi, però, c’è un ‘altra voce: credi in me, dice, sarò io a condurti alla meta, affidati e vedrai.
Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce, dice Gesù a Pilato.
A chi daremo retta?
La nostra vita è appesa a questo chiodo, tutto il resto è noia.

Time machine: Cina, La geografia di Biagi, 1979

Succedono un sacco di cose quando si rimette a posto una biblioteca di cui da anni nessuno si occupava. Se poi la biblioteca è quella della Società Dante Alighieri di Auckland si finisce per ritrovarsi sommersi da volumi d’ogni argomento e provenienza, testi donati da studenti oramai defunti, membri del Comitato da tempo scomparsi, autori e pubblicazioni in cui non avevi o non avresti mai avuto modo di imbatterti.
E poi succede di dover fare delle scelte, scelte che spesso non si vorrebbero fare, perché molti titoli sono stati superati dalla Storia o faticano a difendere il loro posto sugli scaffali, o, più semplicemente, devono cedere spazio ad altri di più recente pubblicazione che quindi hanno maggiori possibilità di interessare eventuali lettori.
E già, perché anche quelli – i lettori – sono divenuti specie rara, o nel migliore dei casi sono finiti dietro gli schermi illuminati di tablet e smartphone, e allora diventa quasi impossibile salvare tutto quando lo spazio è limitato e i volumi troppi: occorre fare delle scelte. Bisogna scendere a compromessi, fare sacrifici.
Così mi sono ritrovato tra le mani testi di cui avrei dovuto liberarmi, ma che faticavo a distruggere. Libri che già sapevo che non avrebbero interessato più nessuno, volumi destinati a prender polvere per chissà quanti altri decenni, ma ai quali avrei voluto dare un’ultima, come dire… possibilità di lettura.
Ho deciso di farne una serie che intitolerò “Time machine”.
Il primo proviene dalla collana La geografia di Biagi, edita da Rizzoli e scritta ovviamente da Enzo Biagi, titolo CINA, 1979, di cui pubblico l’Introduzione chiarificatrice (meglio spiegarsi subito).
Come vedeva Biagi la Cina quarant’anni fa? Aveva previsto Continua a leggere

Da cosa nasce cosa


L’amore si moltiplica: è un volano che aumenta di intensità e rapidità, una pianta che cresce, un fiorire di fuochi artificiali che illuminano il buio. Tutto sta a cominciare: dici una parola delicata, cedi il posto, chiedi “come stai?”, e subito un bene tira l’altro: è come un torrente che s’ingrossa, si trasforma in fiume, in un mare dove, dalle navi, i passeggeri salutano coi fazzoletti in mano.
Il primo atto richiede fiducia: perché dovrei dare se poi rischio d’essere ignorato, schernito, giudicato? Per quale motivo uscire dalla nicchia in cui mi godo la mia tranquillità, la mia autarchia, il benessere ostentato alla faccia degli altri, che mica si sono fatti il mazzo come me: sono forse il custode dei miei fratelli? Figuriamoci di quelli che non ho visto né sentito.
Poi, un giorno, ti scappa un saluto, un favore, concedi quel tanto da farti sbilanciare, ed ecco che ti fregano, un atto d’amore tira l’altro, non puoi più farne a meno. Sei partito e non riesci a fermarti, come se il senso di questo grande circo non potesse più essere diverso.

Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 7

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FERNANDO PESSOA – ANNIVERSARIO

Da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, (a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi), Adelphi, Milano 1993.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Aniversário (15 ottobre 1929)
Álvaro de Campos, in “Poemas”
Heterónimo de Fernando Pessoa

Dmitri Shostakovich
Piano Concerto No. 2 F major, Op. 102 2nd Movement: Andante Kirill Gerstein Charles Dutoit NHK Symphony Orchestra NHK Hall

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Le cose di ogni giorno


Le cose di ogni giorno sono le più importanti. Quelle a cui non diamo peso, che facciamo quasi in automatico, di cui ci accorgiamo solo in casi estremi: se va via la luce, se ci ammaliamo, se non abbiamo tempo. Recentemente, un amico mi ha confidato di aver sentito la febbre salire e di essersi buttato sul letto vestito com’era, per due giorni. In quei momenti, ti passa davanti ciò che faresti se tutto fosse come sempre: lavarti, scegliere l’abito, riordinare la stanza, stare a tavola.
Tutto questo, fatto alla presenza di Dio, spalanca una nuova dimensione. Allora mi ricordo della veste bianca del battesimo, dell’icona sacra appesa al muro, del pane vero che è il Corpo di Cristo.
La vita cambia se offriamo alla luce del senso ultimo le minuscole faccende di ogni giorno. Chi è fedele nel poco lo è anche nel molto, ha detto Qualcuno che di vita se ne intende.

SUL TAMBURO n.62: Stefano Petruccioli, “I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia”

Stefano Petruccioli, I miglioratori del mondo. Utopia e democrazia tra letteratura, fumetto, filosofia, Bergamo, Moretti & Vitali, 2017

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di Giuseppe Panella

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Prima di tutto bisogna chiedersi chi siano “i miglioratori del mondo”. Sono coloro i quali aspirano, in realtà, più che a migliorarlo e a renderlo più adeguato alle esigenze umane, a cambiare il mondo in profondità, a creare un nuovo modello di Uomo, a rendere la vita perfetta e agibile per sempre e non solo per il limitato orizzonte di ogni individuo che vive nel presente. “I filosofi finora si sono limitati a interpretare il mondo, si tratta però di cambiarlo” – hanno scritto Karl Marx e Friedrich Engels nella undicesima delle loro Tesi su Feuerbach. Il fatto è che per rendere la realtà umana abitabile e gestibile per tutti, per portare la felicità sulla Terra, per permettere al mondo di essere ordinato, confortevole e compiutamente trasformato, libero dagli impacci della Storia e dalle angosce della mancanza di libertà e dell’impossibilità di sopravvivere senza stenti e sofferenze, quello stesso mondo deve essere distrutto e il nuovo sorgere sulle macerie del vecchio. Occorre distruggere il presente per organizzare il futuro, è necessario cancellare il passato per preparare in maniera adeguata l’avvenire dell’umanità. Si tratta di realizzare in modo compiuto e onorevole l’utopia che permetterà di cancellare diseguaglianza e dolore e instaurare il regno della libertà e dell’uguaglianza umana. Questo può compare perdite umane e dolore e sofferenza a chi si oppone al cambiamento o la fine di intere generazioni ed epoche della vicenda umana: c’è da pagare un prezzo di illibertà e di sopraffazione per una libertà futura mai conosciuta prima e per la felicità possibile da ottenere per tutti al costo dell’infelicità di alcuni. Ogni rivoluzione, ogni trasformazione storica, ogni cambiamento epocale comporta questo necessariamente. Ma quello che bisogna chiedersi è se questa palingenesi, questa “grande trasformazione” avverrà da davvero. I “miglioratori” miglioreranno davvero il mondo?

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Un centimetro


Il lamento è un confine. Metto dei paletti e dico: fin qui mi sta bene, perché sono io; un centimetro più in là cominciano le falle, i guasti, gli aspetti pesanti, intollerabili, i ritardi, tutto ciò che è passibile di lagnanza e protesta, fino alla minaccia, l’invettiva, la denuncia.
La sfida è andare al di là di quei paletti. Uscire. Approdare alla terra di nessuno in cui non ci sono più certezze, dove si apre il territorio sconfinato del diverso da me, che fatico a decifrare, a riconoscere, ad accogliere.
L’Esodo, forse, è il libro più importante del Primo Testamento, perché rivela l’essenziale: se non vado al di là di me stesso, non arrivo da nessuna parte. Resto a lamentarmi al di qua dei paletti, a un centimetro dalla libertà.