Giancarlo TRAMUTOLI. Lampadina nera. Nota di lettura di Giovanna Menegus

Giancarlo Tramutoli, Lampadine (Ermes, 1998)

 

Giancarlo Tramutoli, potentino, classe 1956, si presenta come «produttore di lampadine», ovvero di «piccole illuminazioni, calembour, aforismi, epigrammi, poesie ludiche». Sebastiano Vassalli lo definì «uno dei rari poeti giocosi che ci siano oggi in Italia: paese, come tutti sanno, con la più alta concentrazione di poeti seri e seriosi del mondo e, forse, dell’universo».
Questo post per “La poesia e lo spirito” nasce proprio da un suo calembour – «Esistono i lettori astemi. / Non tollerano i libri spiritosi» – e dalla per me conseguente domanda: lo spirito è (anche) spiritoso? Domanda retorica, certo. Sì, lo spirito – nella più ampia accezione che si possa dare al termine, minuscolo o maiuscolo – è anche spiritoso. E tanto più ha bisogno di esserlo quanto più è circondato da quella seriosità coatta e stanca, istituzionale, che sempre gli è nemica e lo soffoca, ci soffoca. Tramutoli porta dunque avanti e vivifica in versi, prosa e colore-materia – è anche notevole pittore, fra Chagall e Basquiat diciamo – la salutare linea del “lasciatemi divertire” di Palazzeschi, della decostruzione verbale-semantica di Toti Scialoja, Gianni Rodari, Totò, e del paradosso comico, il sistematico capovolgimento delle strutture, linguistiche e gerarchiche, la maledizione («Maledico questa vita / avendo una pessima pronuncia / sono un afasico di provincia»), che in Italia risale almeno a Cecco Angiolieri… Per farlo, indossa i panni e la maschera del guastatore in servizio permanente, il bastian contrario, il misantropo (“Confessioni di un misantropo” è il titolo di una sua futura opera «in lavorazione, lentissima»), il malmostoso («Certi giorni / mi rivolgo a me stesso / chiamandomi / Sua Malmostosità»). Vicino alla posizione e al tono di Attilio Lolini – non a caso autore della prefazione a una sua raccolta (“Versi pure, grazie”, Manni, 2006) – afferma: «Trovo illeggibile gran parte della poesia contemporanea, noiosa e sussiegosa. Se la poesia è questa solita, prevedibile accademia, insomma, l’implacabile poesia dei professori, beh, posso tranquillamente dichiarare che io la poesia la odio. Che il genere è degenerato. Che per restituirle un po’ di vitalità, occorre sporcarla col linguaggio quotidiano, contaminarla con quello che ogni giorno vediamo, ascoltiamo, diciamo. Che serve sempre più invenzione, gioco, feroce autoironia». E se nei momenti di stanca di una produzione molto vasta ed estemporanea, affidata all’improvvisazione e alle occasioni più varie, il gioco tende a scadere in trivialità gratuita, freddura da cabaret o battuta da bar, l’autore non si preoccupa troppo: è il rischio che è ben disposto a pagare a una retorica bassa. Pare dirci: molto meglio scivolare così, gaglioffi e grevi, che scivolare a vuoto verso l’alto in finti voli pindarici e pretese nuvole di poetichese.
“Lampadine” è già il titolo di una sua raccolta del 1998, pubblicata dall’editore Ermes. Nel 2015 è uscito invece presso l’editore potentino Calebasse il corposo “Oggi è una bellissima giornata: piove a dirotto. Poesie 1982-2015”. Autore anche di tre romanzi, dal 2010 Tramutoli conduce un fluviale blog (giancarlotramutoli.blogspot.com/), in cui, per esempio, sotto la data 14 ottobre 2016 si può leggere la “lampadina” relativa a lettori astemi e libri spiritosi.
E al 9 ottobre dello stesso anno questa: «Empatie / Ai pittori, piacciono i miei libri. / Agli scrittori, i miei quadri».
Solo dopo aver deciso il titolo di questo post (Le lampadine…) e averlo in parte scritto, ho cercato fra le opere grafiche di Tramutoli un’immagine adatta ad accompagnare il testo. L’ho scelta senza minimamente pensare che il soggetto – il grande volto al centro di un campo di forze azzurro – potesse essere (anche) una lampadina, e senza conoscerne il titolo: “Lampadina nera”. Il caso mi pare non casuale: un felice segno di coerenza e necessità formale da parte dell’autore, che esprima il proprio mondo con le parole o con i colori.

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