Capelli struggenti, di Franz Krauspenhaar


di Alessandro Bigarelli

Capelli struggenti di Franz Krauspenhaar è una raccolta di liriche in cinque tempi. La suddivisione rimanda ai probabili cinque movimenti di una sonata atipica, essendo quattro i movimenti canonici. Una sonata piena di sterzate lessicali che spaziano dentro dimensioni oniriche, biografiche, assumendo forme di una ribellione combattuta tra l’estetico e il realistico. La scansione in cinque parti pare eseguire una partitura dove il cinque quarti, come improvvisa e inattesa anomalia, infrange l’ancestrale equilibrio in parte rassicurante del due e del quattro quarti. Sono tutte liriche cantabili, ricche di musicalità che riconosce se stessa nell’elettronica dei primordi, e nelle sfarzose melodie sperimentali degli anni Ottanta. L’ispirazione per il titolo sembra avere origine dall’ascolto dei Wang Chung, raffinato prodotto commerciale di quell’epoca, genere new wave, pop elettronico inglese. Il nome del gruppo si richiama alla “campana gialla”, la prima nota della scala musicale cinese la quale, all’ascolto di un occidentale, risuona piuttosto dissonante. E’ proprio tra dissonanze emozionali – struggente come nostalgia e melancolia dolorose- e dissonanze lessicali – che i capelli possano essere struggenti è frutto sì di un’evidente sinestesia ma insinua nel lettore il desiderio ardentemente romantico di scoprire a chi possano appartenere quei capelli: la madre? l’amata come eterno feminino forse, e solo forse, raggiunto e conquistato al termine del viaggio interiore? Il folto sbattere delle ali della poesia? – è tra queste dissonanze che si dipana il viaggio lirico del poeta. Non sono più capace di perdere, / devo vivere ogni minuto come/ fosse il mio futuro in vent’anni, si recita in Tutto perso, straordinaria lirica, degna del migliore Novecento italiano. Durante la lettura si ha sempre l’impressione che il poeta intenda abbandonare la parola, alla ricerca del ritmo assoluto con e senza le parole. Ma nel tentativo di dare una forma ai colori, ai suoni, ai pochi odori presenti – stupisce l’idea del gusto del sangue contenuta nel titolo provocatorio Sapidità dell’ematoma-, si ritrova affranto a selezionare semplici e affilate parole, prese da un vocabolario povero e sofferto, messo e rimesso di nuovo in discussione da sussulti linguistici di rara efficacia e bellezza espressiva. L’autore conosce il male oscuro, il malessere che incupisce, e lo ritrova in quel dolore passato/solo dal tempo, non dall’ignominia: folgorante e tagliente la scelta di un termine quale ignominia che di lirico e poetico avrebbe davvero poco. E’ questa una cifra stilistica ricorrente nell’opera. Un’altra è la riesumazione ‘roboante’, per quanto colpisce cuore e sentimenti, della Scapigliatura milanese, applicata allo strapotere dirompente della digitalizzazione. Ho un cellulare spazioso/ nella mia mente sedotta/ dal niente. […] La tecnologia mi fa rombare/ nel sole, stabilisce la mia terra, è un dove/ ed è un nulla. L’Io si ritrova ovunque, sparato fuori di sé nel mondo, e finisce col sentirsi ‘tagliato’ fuori dallo Schermo, spinto forse troppo in avanti quando invece il futuro è qui dentro/ nel corpo ansioso, che teme di fermarsi (Il corpo), ancorato tenacemente al luogo dove si dà la vita come ne Il futuro dove si legge […] le tue gambe accavallate/ sollevano fatue il futuro, carico di ‘struggente’ nostalgia per un mondo di persone che si chiamavano per nome perché il nome è tutto quello che/ abbiamo (come si legge in chiusura di Del tuo nome sul network), e il resto è solo distanza, lontananza, spersonalizzazione, o nelle migliori delle ipotesi, un anonimo nick, unico posizionamento di sé. L’improbabile fuga dalla tecnologia riporta l’ansiosa attenzione sul tempo che scorre, sull’invecchiare, sul bene e sul male, sul senso della vita ovvero dell’esser-ci per la morte: Siamo tutti invecchiati, piccolo grande gioiello di raffinata poesia dagli echi lombardo-milanesi, esotismo o misticismo gotico, rinnovato e rinvigorito da una specie di saggezza di fronte alla quale l’Io del poeta si spaura. A ciò segue una ballad del miglior poeta arrabbiato che si svela e si rivela: Amerei non amare di questi brutti tempi […] passione […] per la disperazione ne L’indigenza che sta lì a suggerire la povertà smarrita della parola e dell’Essere al quale, tolto il tempo che fu, la giovinezza come unico vero attributo del passato, resta la consapevolezza di Tutta questa carne allegra, titolo che stride con la tonalità in minore e la prosodia discendente dello stupendo testo, sciolto nell’illusione/ estrema di fronte, a noi che non sappiamo/ chi siamo, e non vogliamo saperlo. Non resta che la consolazione onirica meno mistificatoria della realtà (La notte ho sognato elefanti). Quando si crede che l’arroganza dell’avanguardia lessicale si sia stemperata e inchinata al cospetto della classica nostalgia per il tempo che fugge, ecco aprirsi l’incredibile terzo movimento, bellissimo, intenso. E’ poesia sublime. E’ una rivelazione, che fa male per quanto si insinua leggera nei pensieri del lettore. E’ la sezione più lunga dove la ritmica elettronica s’impadronisce del battito del cuore durante la lettura. Qui Krauspenhaar combatte con gli universali fantasmi dell’essere umano, immerso dentro spazi angusti eppure sperduto. Il titolo dice già di per sé molto, La pertosse dell’anima. La fase tardo-adolescenziale e la prima maturità di uomo faticano a svestirsi di ciò che le rende uniche e forse eterne, l’anima. L’attributo principe dell’anima è il suo essere vissuta come giovane, per sempre giovane o addirittura fanciulla. Ma l’anima del poeta conosce le sottili sofferenze connaturate alla sua anima e a quella del mondo tutto, perciò ce le serve sul piatto fastidioso e inaspettato di una malattia dei bambini, la pertosse. Non manca nemmeno l’altro attributo dell’anima, la solitudine, come sentimento di smarrimento e timore della sconfitta: E’ venuto il nostro male / a trovarmi, con un colpo di scure, come il condannato / si piega alle ginocchia sul palco della vittima. / M’è venuta la prigione dell’anima a prendere, insolita, / senza legami con la mia vita. Siamo dentro La città dei poveri che sono i poeti non laureati di antica memoria, solitari, sempre in conflitto con un altrove (sociale) cui non sentono di appartenere. Poco oltre, ne La vera povertà, il poeta recita: Come per uccidere, in mutande vago per pensieri / discesi agli inferi. E ci si sente spiazzati, non sapendo se predomini Eminem o emergano echi rimbaudiani. Ma quasi alla conclusione di questo terzo movimento, il poeta riconosce umilmente la sua umanità, e pur non accettandola del tutto, dopo confronti impari con altri ‘illustri sconosciuti’ – difficili da individuare i rimandi letterari; nella raccolta ci si trova, qui e là, lirica gotica e testi ribelli di lingua inglese e tedesca – ammette: Io no, sono prigioniero / mai vinto, girerò per la cella della vita / fino a una morte qualsiasi, quotidiana (Una morte qualsiasi). Col quarto movimento il viaggio a ritroso dove la memoria si confonde con l’eterno presente, mai ingombrante e in un qualche modo accolto e accettato, giunge a compimento. Viaggio poetico dunque come ricerca di un antico amore? Probabile, come solo di un probabile amore pare trattarsi, occasione perduta ma pur sempre amore. La vita interiore-esteriore ha portato il poeta ‘un milione di miglia’ altrove, lontano da quel corpo e da quel tempo. Die lei cosa resta? Chissà come sei tu, stasera, canta il poeta tra pop e rap vagamente melanconico nella lirica che dà il titolo alla raccolta. I capelli di quel tempo non ci sono più: …non ho più attaccati / i folti capelli di una volta […] sono per noi diventati struggenti. Ora non dobbiamo più interpretare ma solo ascoltare il canto dei versi, e comprendiamo: Struggenti ricordi di cose cadute, esalate, spinte all’incontrario. Col quinto movimento, giunge inattesa nella forma l’anomalia. La poesia si fa dichiarazione di poetica, e la musicalità della sintassi   lirica diventa prosa ancor più ritmica delle poesie.  

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