Essere e tempo


di Riccardo Ferrazzi

Scoprii di essere uno scherzo di natura il giorno del mio diciannovesimo compleanno. A dir la verità, non posso escludere di aver commesso qualche stranezza anche da bambino, magari per evitare uno scappellotto, o un’indigestione, o una caduta dal sesto piano; ma di queste eventuali esperienze non ho ricordi. Non so che dire: può darsi che la mia facoltà non fosse ancora sviluppata. Ciò che non dimentico è l’inizio di una strada che, ormai, ho percorso troppe volte avanti e indietro.
Il mio destino cambiò verso la fine del primo anno di università. All’appello di giugno portai cinque esami, convinto di superarne due o tre. Invece, con molta fortuna e un po’ di sfacciataggine, riuscii a levarli di mezzo tutti e cinque. All’appello di ottobre mi presentai a matematica. Passai lo scritto, con che voto non so, non me lo dissero mai, e il giorno del mio compleanno fui chiamato a sostenere l’orale.
Alle nove del mattino un assistente si presentò in aula con il fiato corto per aver salito due piani di scale. Non si degnò di salutare i presenti, gettò le sue carte sulla cattedra, accese una sigaretta, buttò a terra un cerino scosso ma non spento e chiamò il primo candidato.
Si fece avanti un ragazzo magro, dal viso rettangolare, che portava occhiali senza montatura e capelli a spazzola: sembrava un ingegnere tedesco. E sapeva tutto. Dal calcolo combinatorio alle equazioni differenziali snocciolò risposte precise, sviluppando i ragionamenti con una logica percussiva e quasi irritante. Dopo cinque domande e altrettante risposte l’assistente lasciò cadere il mozzicone, lo schiacciò sotto il tacco, e propose:
“Ventisette. Le va bene?”
Il poveraccio si sentì sprofondare: si era preparato per il trenta. Chiese di poter rispondere a un’altra domanda. L’assistente scosse il capo.
“Se crede, può ritirarsi.”
Lo studente sbatté le ciglia sugli occhi miopi, si alzò senza una parola e uscì.
Mi feci avanti con l’animo rimescolato da un presagio di catastrofe. L’assistente aprì il libretto e contemplò i miei cinque voti che, all’insegna della mediocrità, planavano dal ventiquattro al diciotto. Lessi nel suo sguardo che quel mattino avrei fatto meglio a non venire.
“Il secondo teorema di Napier” mormorò.
Non saprei dire cosa mi successe. Ai tre teoremi di Napier avevo dedicato lunghi pomeriggi di impegno, tormento e conquista. Attaccai la dimostrazione con il sollievo di chi vaga in un quartiere sconosciuto, svolta un angolo e ritrova la strada di casa.
“Ha problemi di udito? Le ho chiesto il SECONDO teorema!”
Una luce bianca mi esplose nel cervello.
“Torni a febbraio, se per allora avrà imparato a distinguere il secondo teorema dal terzo.”
Non ebbi il coraggio di aprir bocca. Uscii dall’aula e andai a sedere sui gradini della scala con i gomiti sui ginocchi e il viso nelle mani. Pensavo a mia madre, che aveva preparato una torta, e a mio padre che era sceso in cantina a prelevare una bottiglia di spumante. E io tornavo a casa con un calcio nel sedere. Se avessi potuto cancellare l’ultima mezz’ora, se qualche perversa singolarità nella struttura dell’universo mi avesse fatto regredire di trenta minuti, non mi sarei lasciato smontare da un commento sarcastico. E non avrei buttato via tre mesi a ristudiare quel che sapevo già.
All’improvviso mi sentii battere su una spalla. Un compagno di corso mi disse: “Be’, cosa fai, non vieni?”
Non so nemmeno perché lo seguii. Tornai in aula e mi schizzarono gli occhi dalle orbite. L’orologio segnava le nove e dieci. Il ragazzo con la faccia da ingegnere stava rosolando sulla graticola.
Dapprincipio accaddero le stesse cose. L’assistente propose il ventisette, il candidato implorò di essere interrogato ancora, ma soggiunse che aveva bisogno di un voto alto per mantenere la borsa di studio. L’esaminatore lo guardò con disprezzo, domandò una inezia qualsiasi, tanto per la forma, e scrisse il voto ancor prima che lo studente avesse finito di rispondere.
“Ventinove” sentenziò porgendo il libretto. L’altro lo prese e se ne andò, non esultante ma neppure disperato.
Venne il mio turno. L’assistente tralasciò di ispezionare i miei precedenti. Mi rivolse una domanda di routine e sanzionò le mie incertezze con occhiatacce, grugniti e gesti di fastidio, ma evitò di infierire.
Alla fine, mi diede ventitré. Solennizzai l’avvenimento con tutte le consuetudini del caso, dalla pubblica confricazione del libretto sulle parti più intime del corpo fino a un lussurioso intermezzo in un albergo a ore.
Fu un bel compleanno.
***
Sono un uomo pratico. Credo che ognuno si comporti come vuole, come può, o come è costretto a fare. Il passato, o l’abbiamo voluto o l’abbiamo subito. Il passato è passato.
È curioso che proprio io, l’unico essere umano che abbia risalito il fiume del tempo, pensi e dica, in tutta sincerità, “il passato è passato”. Eppure ho i miei motivi.
Quella prima esperienza mi procurò, dopo l’euforia iniziale, alcuni giorni di sbandamento, in capo ai quali decisi che solo con una vita irreprensibile avrei potuto riscattare una mezz’ora di sostanziale immoralità. Non intendevo diventare un bacchettone, ma provavo rimorso a godere i vantaggi di una facoltà unica, che non avevo meritato e non sapevo come giustificare. Persino chi vince una fortuna alla lotteria, se non altro, ha sperato di vincere tanto da arrischiarci dei quattrini. Io non avevo fatto neanche quel poco. Mi vergognavo di non aver saputo risolvere da me i miei problemi e ingigantivo le cose equiparando un privilegio a una rapina.
E poi, immancabile come la mela nel paradiso terrestre, mi si parava davanti la tentazione di sfruttare la mia facoltà per fini di lucro. Potevo leggere sul giornale i numeri estratti al lotto, regredire di un paio di giorni e scommettere sul sicuro. Potevo seguire il listino di Borsa e muovermi avanti e indietro nel tempo speculando al rialzo o al ribasso. Se respinsi la tentazione non fu per una forza d’animo o per una tensione morale che non avevo. In un certo senso, si trattò di spirito scientifico.
Seduto in poltrona, alle tre di notte, provai a regredire di trenta secondi, poi di tre minuti, poi di dieci. Ogni volta la lancetta dell’orologio ripercorse esattamente gli stessi spazi nello stesso tempo, ma accaddero degli imprevisti. Il primo esperimento trascorse identico a quella che seguitavo a chiamare “la realtà”. Durante il secondo una motocicletta passò rombando giù nella strada. Durante il terzo una donna si affacciò a una finestra del caseggiato di fronte e gridò “Aiuto!”.
Nelle notti successive, con estrema cautela, provai e riprovai questo tipo di esperimenti: tornai indietro nel tempo per periodi sempre più lunghi, annotando durate e variazioni.
Più si allungava la permanenza nel passato più aumentava la probabilità che gli avvenimenti deviassero dal percorso originario. Altri numeri potevano uscire sulla ruota di Milano, notizie inattese potevano affossare i miei titoli. Giunsi alla conclusione che sì, avrei sempre avuto a disposizione una seconda chance, ma le mie regressioni temporali ripristinavano la libertà dell’intero universo. Quando il calendario e l’orologio tornavano al punto di partenza la storia non era più la stessa.
Non tentai l’esperimento opposto: il futuro mi appariva più inviolabile del passato e la curiosità aveva l’aria di una profanazione.
***
Non sono mai stato un mostro di coerenza, lo ammetto. Ci ricascai. La mia unica scusa è che lei era bellissima e io la volevo. Non avevo mai provato un desiderio così intenso e i miei buoni propositi furono spazzati via in un attimo. La conobbi in una sera d’estate, al mare, durante una festa caotica nei giardini di un castello. C’erano forse un migliaio di invitati e nel giro di un paio d’ore ognuno aveva perso qualcosa: il portafogli, le chiavi di casa, la fidanzata. Io vidi lei e persi la testa. La condussi in una terrazza affacciata sul mare. Ogni volta che una parola, un tono, un’espressione, non le risultavano graditi compivo un microbalzo all’indietro nel tempo, ci riprovavo e insistevo nei tentativi finché vedevo i suoi occhi illuminarsi di un sorriso sincero.
Sapevo che la moralità del mio comportamento lasciava a desiderare, ma sulle prime il risultato mise a tacere i rimorsi. Più tardi, quando lo stupore della conquista venne meno, mi accorsi degli inconvenienti.
Tralascio le piccolezze come il tubetto del dentifricio schiacciato al centro o la mania di cambiare in continuazione mobili, quadri e tappeti. Si trattò di ben altro: di un inconveniente che rendeva la vita di coppia intollerabile come un soggiorno in gattabuia. Lei era sempre bellissima, ma aveva sviluppato una forma patologica di possessività che la portava a considerarmi non un essere umano, ma un suo sosia, un replicante, un clone. La infastidiva l’idea di comunicarmi le sue fantasie: secondo lei avrei dovuto intuirle e fargliele trovare esaudite, risparmiandole il fastidio di parlarne. Che cosa pretendevo? Che chiedesse come un bambino insistente, che strepitasse come un’arpia, che si abbassasse a intavolare una trattativa? No: se davvero l’amavo avrei dovuto leggere i sogni nei suoi occhi, sognare con lei, fare in modo che il nostro (il suo) sogno diventasse realtà. Insomma: mi chiedeva, come una cosa logica e naturale, di non essere più me stesso.
La lasciai. Avevo il cuore a pezzi e un dubbio straziante nel cervello: che fosse stata colpa mia? Muoversi nel tempo con troppa disinvoltura, come avevo fatto io, poteva alterare l’equilibrio della psiche, i meccanismi neurologici, la struttura dell’essere?
C’era solo un modo per saperlo: proseguire negli esperimenti. Mi inoltrai in un catalogo di brunette scattanti per l’estate e di bionde opulente per l’inverno. Ma il ritmo delle avventure divenne così frenetico da far passare inosservati pregi e caratteristiche delle mie compagne. Non riuscivo più ad apprezzarne lo spirito o la cultura. Finii per non badare nemmeno alla bellezza, convinto come ero che tutto ciò che mi accadeva fosse precario: in un batter di ciglia potevo renderlo mai esistito (così credevo). Al termine di una sarabanda di episodi, reali solo finché io lo volevo, mi domandai se la mia stessa volontà, dalla quale tutto sembrava dipendere, avesse un punto fermo a cui fare riferimento.
Tornai indietro, esasperato. Tornai alla sera degli esperimenti col mio primo grande amore, e tanto pesava l’ombra della disillusione che non feci nemmeno un tentativo. Me ne andai, inseguito da due occhioni gonfi di vuoto e di impossibile. Chissà: se avessi tentato un’altra volta, forse il libero gioco dell’essere mi avrebbe riservato un futuro anteriore tutto diverso. Ma non me la sentivo più.
***
Quanti miraggi, quanti falsi scopi! Ho percorso fino in fondo una vita piena di successo e quattrini. Sono tornato indietro. In capo a un altro tentativo, ho abbandonato una vita di gloria e di sopraffazione. Per non farmi mancare l’essenziale, ho vissuto anche vite di rivolta, di fallimento, di depravazione. Sono tornato indietro solo quando ho visto il boia avvicinarsi con la siringa in mano.
Infine, quando il dubbio era diventato la mia unica certezza e la precarietà dell’esistenza mi stava conficcata tra le costole come il pugnale di un sicario, ho studiato la natura dell’essere. Ho dedicato una vita alla filosofia e un’altra alle scienze occulte. Ma tirando le somme di tutte le mie esperienze ho dovuto ammettere che ne sapevo quanto prima. Avevo rivissuto cento volte la stessa vita cercando di penetrarne il segreto e non c’ero riuscito mai.
Al rientro dall’ultima vita ho visto intorno a me soltanto strade già percorse. Una stanchezza più morale che fisica mi gravava addosso: era il disinganno di una ricerca senza esito, era la desolazione e l’angoscia di una piazza deserta, arroventata dal sole e inumidita dalla luna. Mi restava da attendere un’ora troppo lontana: avrei dovuto vivere lunghi anni senza uno scopo che mi aiutasse a sopportare la noia, le fatiche e le ingiurie quotidiane.
Fino allora non avevo mai osato affrontare il futuro. Quando mi accorgevo di essere finito in un vicolo cieco ricominciavo daccapo. Ma ormai non volevo più ricominciare: volevo finire per sempre.
Ho fatto un salto in avanti di duecento anni, al di là della più ampia speranza di vita di ogni essere umano.
E qui, dove il futuro non esiste, ogni mio passato si squaderna davanti a me in un immenso, immobile panorama. Tutti gli orologi si sono fermati. Tutti i corpi celesti hanno compiuto il periplo del mulino galattico. Tutto è compiuto.
Non saprò mai cos’è veramente successo. Ho vissuto mille vite virtuali, ho esplorato i più promettenti vicoli ciechi, e mi piacerebbe che la memoria tramandata dei miei eccessi dissuadesse gli uomini dal ripercorrerli. Ma non sarà così. Gli uomini ripetono sempre gli stessi errori. Ogni generazione seguiterà a far rivivere Icaro e don Giovanni. Aprile, inconsapevole mescolarsi di putrefazione e rigoglio, condanna all’eterno ritorno di una spirale senza fine.
Veri sono soltanto i miti: frecce scagliate oltre l’indifferenza dell’essere, oltre la crudeltà del tempo.

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