Carlos Kleiber: diventare superflui per ritrovare il senso

 

musica assoluta

Bruno Le Maire è il Ministro dell’economia e della finanza in carica nell’attuale governo francese di Édouard Philippe. Ha scritto un breve romanzo dedicato alla figura di Carlos Kleiber che in Francia, pubblicato da Gallimard, si è aggiudicato il Prix Pelléas e il Prix de la Ville de Deauville, e che in Italia è approdato sui nostri scaffali, con l’editore genovese De Ferrari, grazie alla perseverante passione del traduttore e musicofilo Roberto Lana.
È un libro piccolo (un centinaio di pagine, Musica assoluta. Prova d’orchestra con Carlos Kleiber, pref. di Bruno Monsaingeon, trad. di Roberto Lana, De Ferrari, pp. 101, € 12.90), un libro forse lontano – peccato – da ciò che viene cercato oggi dagli editori italiani, ma un testo che – questo sì – gode meravigliosamente del suo mordace e genuino affondo nella realtà di un mito della musica classica. A parlare di Kleiber è un vecchio violinista di origine austriaca, ora consumante gli ultimi ricchi manti della sua stratificata memoria in una stanza d’albergo, all’Hotel Hassler di Roma; lui, Nikolaus Marek, figlio di Thomas Marek è la voce di questo ben diteggiato monologo intorno alla musica e alla vita, di questo viaggio della memoria – nel momento in cui sta per cedere sotto i brutali ginocchi di Alzheimer, la bestia – raccolto, nella finzione narrativa, dalla viva voce dell’uomo durante tre lunghe ore di colloquio. L’intervistatore – che fa capolino a dire la sua in prima persona solo nel capitolo d’attacco – è un giornalista, ci piace dire un alter ego di Le Maire, o forse no, un avatar dell’esprit francese, a volte ironicamente strapazzato dal sagace violinista. Il quale ne sa molte su Kleiber, come un figlio ne sa di un genitore o un amante del proprio amato.
In fuga dal paesino di Henndorf – quattromila anime a 25 kilometri da Salisburgo – e da un padre banale e affettuosamente attaccato alla tradizione, Nikolaus approda in Germania e finisce per sedere tra le file dei violini dell’orchestra di Stoccarda. Lì conosce Carlos Kleiber, un padre ‘adottivo’. Perché questo di Bruno Le Maire è certo anche un romanzo che parla di padri e di figli. Di padri mancati – quello di sangue che non accetta del figlio l’inconcepibile passione per la musica né, tantomeno, la vergognosa attrazione per gli uomini (d’altronde, “in quel genere di paesini, nel dopoguerra, ma anche oggi, gli uomini come me erano considerati come maiali”) – e di padri folgoranti, trovati sulla propria via di Damasco. Carlos è uno di questi, sacerdote di tanti orchestrali e della musica stessa.
Di lui Nikolaus dice che somigliasse a Marlon Brando: “Sprigionava un’impressione di potenza e fragilità, la stessa alchimia” del celebre attore; e poi la sua bocca “aveva la sensualità dei mangiaciliegie” e tra le sue parole fioriva un micidiale umorismo; ma soprattutto aveva dentro un sapore assoluto dell’armonia: in testa “sentiva una musica e voleva che quella stessa musica uscisse dalla sua orchestra”. Ci voleva un uomo così, che “aveva il senso del silenzio, come un regista ha il senso del nero”, uno che come lui affondava la bacchetta nel corpo dell’orchestra, per domare le formazioni meno docili e conferire pieno significato al gusto amaro delle note. Là in mezzo, tra i musicisti, il suono stride, è quasi un rumore grezzo – non come in sala, dove “il suono arriva sfumato, come cera molle” –, là in mezzo, si diceva, Carlos sapeva strappare dagli strumenti il significato della musica, che è tanto più assoluto quanto è difficile e aspro (“Sì, un gusto molto più amaro delle parole, mi creda. Le parole hanno un senso al quale potersi aggrappare, la musica no”).
E non c’è da far inorridire i semiologi della musica, no. Le Maire dice in fondo una cosa che ogni strumentista, ogni interprete dovrebbe condividere: “la musica – afferma – è incertezza. E Carlos ha passato la sua vita immerso in questa incertezza fino al collo, al punto, a volte, di annegare nel dubbio”. Allora, in questo splendido libretto che narra di figli e di padri spirituali, scritto da un francese che ragiona sui tedeschi fingendosi un austriaco – e non risparmiando qua e là raffinati affondi politici – spolveriamo il ritratto di un grande direttore d’orchestra in cui l’aneddoto sfuma nella filosofia, e la paura della deriva del senso – sempre in agguato nella vita e nella musica che di essa è in fondo il contrappunto – si fonde nell’avventura sublime di un musicista che ha dedicato ogni gesto a un progetto, quello di sparire, di diventare superfluo a vantaggio dell’armonia e del senso.

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