Domenico Curtotti, Una rilettura essenziale del Vangelo di Tommaso

La rivoluzione interiore del Vangelo di Tommaso
di Franco Di Giorgi

Ci sono libri il cui contenuto organico e sistematico determina nel lettore la frammentazione e la dispersione delle sue idee. E ci sono invece scritti il cui contenuto frammentario, aforistico e disorganico suscita nella mente del lettore un movimento vorticoso che riesce gradualmente e prodigiosamente a radunare, a raccogliere e a sistemare attorno a un luogo elettivo e in via di individuazione una quantità di pensieri che da tempo risiedevano nelle latebre della sua memoria.

Capaci di generare un tale moto unificante – una specie di soffio vitale, di ruàḥ – sono sicuramente i 114 lógia che costituiscono il Vangelo di Tommaso. Un Vangelo tuttora ritenuto apocrifo: non solo per il suo kérygma, a un tempo misterico e apocalittico, ma anche per la natura necessariamente apoftegmatica del suo contenuto; non solamente perché, a differenza dei Vangeli canonici o sinottici, questo contenuto non presenta come supporto narrativo un quadro di riferimento o una cornice orientativa, ma soprattutto perché proprio la sua peculiare disorganicità – un po’ come succede con la Recherche proustiana – esige la partecipazione attiva del lettore per tentare di rintracciarne un senso organico. È per questo motivo, infatti, che l’instancabile lavoro ermeneutico degli esegeti, oltre all’interpretazione degli elementi simbolici e alla ricostruzione del senso religioso e kerigmatico di ogni singolo lógion, mira parallelamente a individuare un filo logico che tenga insieme i lógia nel giusto ordine e a ricostruirne anche il contesto storico. Assieme ad altri testi risalenti all’inizio dell’era cristiana, il Vangelo di Tommaso, scritto in lingua copta, è stato rinvenuto nel 1945 nei pressi di Nag Hammadi, nell’Alto Egitto. In parte esso corrisponde al contenuto dei tre papiri greci di Oxyrhinchus, scoperti sempre in Egitto, a Behnesa, e pubblicati tra il 1897 e il 1904. Gli studiosi fanno risalire questo Vangelo agli inizi del secondo secolo dopo Cristo, per quanto concerne la sua prima versione greca, e al quarto secolo la sua trascrizione in copto sahidico.

A favorire la compartecipazione performativa del lettore è senza dubbio la recente edizione curata da Domenico Kogen Curtotti, uscita per i tipi delle Edizioni Clandestine nell’ottobre scorso. Più che delineare la pragmatica dei Detti (Valantasis), cogliere i profondi aspetti poetico-esistenziali (Leloup), individuarne e approfondirne i legami con il pensiero gnostico (Puech) o con singoli autori (con Ireneo, ad esempio, come fa la Pagels), oppure svolgere la classica disamina filologica (Grosso), Curtotti (che quanto alla traduzione si rifà alla più aggiornata Scolars Version) riesce a sollecitare e a coinvolgere il lettore perché si limita sapientemente a fornirgli stimoli e suggestioni in merito a tutte le direzioni ermeneutiche indicate dagli altri studiosi.

In questa sua intenzionale autolimitazione, egli dispone i suoi misurati ma intensi suggerimenti in tre sezioni distinte: una relativa ai collegamenti e ai richiami interni al testo tommasino, una seconda nella quale riporta i parallelismi con la letteratura neotestamentaria e subapostolica, e una terza in cui evidenzia le corrispondenze tra i vari esegeti. In virtù di questa lucida sobrietà, il lavoro di Curtotti risulta forse più divulgativo delle traduzioni e degli altri studi succitati, perché assolve meglio al compito di trasmissione della spiritualità religiosa e filosofica. E ciò grazie sicuramente al mestiere di insegnante dell’autore che è di formazione filosofica. Tra i suoi recenti lavori ricordiamo Ragione, trascendenza, libertà. Un’ontologia del “limite” e della “forma”: Martinetti, Jaspers, Hersch, Pareyson (2009) e Il velo e l’enigma: i volti del divino (2005), sempre per la medesima casa editrice.

Ad ogni modo, l’elemento che maggiormente contraddistingue il kérygma spirituale e soteriologico di Tommaso non è quello fideistico, su cui si fonda il messaggio di Giovanni, ma quello estetico-gnoseologico. Questa distinzione è stata probabilmente sufficiente a Ireneo e agli altri padri della Chiesa per ritenere degno di far parte del novero dei quattro Vangeli canonici non il primo, bensì il secondo apostolo. Ecco, in ogni caso, come viene annunciato quell’aggélion gesuano nel precetto 5 con le parole di Tommaso: «Conosci ciò che ti sta davanti agli occhi». Ciò significa che il Regno o il Luogo della Vita, al quale aspirano i discepoli di Gesù («Mostraci il Luogo dove tu sei, poiché ci è necessario trovarlo» (lógion 29), risiedono in quello che sta semplicemente dinanzi agli occhi degli uomini.

Si tratta di un Luogo libero e incustodito nel quale, peraltro, Leloup ha saputo cogliere l’Aperto rilkiano. Solo che essi non sono antropologicamente in grado di coglierli nella loro purezza, perché li percepiscono attraverso le forme a priori dell’intelletto. Bisogna dunque che essi apprendano un altro modo di guardare e disimparino il modo vecchio, ossia quello gestito dal liebe Selbst, dal vecchio caro io: quello, diciamo, di tradizione cartesiano-idealistica e che Pascal già definiva moi haïssable, io odioso. Per disimpararlo occorre che questo io venga in-essenzializzato dall’incontro salvifico e casuale con l’Altro, con un Tu che Gesù divinamente simboleggia; il quale, sulla scorta della sapienza delfica depositata nello gnothi seautòn, invita a conoscere se stessi, a osservare il mondo e a considerare gli altri non più attraverso l’intelletto o con la logica umana (la quale continua a generare quei mostri e quelle mostruosità che tutti ben conosciamo), bensì attraverso la paolina pístis agapica, vale a dire una fede radicata nell’agápe, nell’amore per l’umanità.

Senza una tale trasmutazione gnoseologica, senza una trasformazione profonda e radicale dell’ánthropos, così come l’annuncia e continua ad auspicarlo Gesù dopo due millenni attraverso il vangelo di Tommaso – Curtotti la definisce addirittura una «rivoluzione interiore che ci fa vedere il mondo con occhi nuovi» (lógion 56) –, gli esseri umani non potranno mai risvegliarsi dal sonno indotto dalla ragione strumentale e, come Giacobbe, quando per loro sarà probabilmente troppo tardi, saranno costretti ad esclamare con timore e tremore: «Certo, il Signore – cioè il Regno, il Luogo della Vita, il Mondo, gli Altri e noi stessi – [il Signore dunque] è in questo luogo e io non lo sapevo» (Gn 28, 16-17). E ciò a conferma del fatto che noi, proprio mentre viviamo, non ci accorgiamo di esistere.

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