“Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella

L’ultima volta che lessi un romanzo di questa potenza fu una decina di anni fa, ed era “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza. Ne ho letti poi tanti altri, molto ben scritti e di grande valore. Ma è solo divorando “Le Stanze dell’addio” di Selvetella che la definizione capolavoro mi ha accompagnata in ogni millimetro della lettura, con quel senso di stupore magico che si prova quando si fa esperienza di qualcosa per la prima volta. Questo libro ha qualcosa in più rispetto ai pur ottimi romanzi italiani che ho letto negli ultimi anni, una qualità che alza il livello letterario di un’ottava. A prescindere dal contenuto, che da solo basterebbe, ha una densità di scrittura che pochissimi romanzieri raggiungono. Mi ha fatto pensare in primis al peso specifico quasi intollerabile di “La strada” di Cormac McCarthy; e poi a uno scrittore che pure non amo, Javier Marias, per la medesima forza espressiva e condensata della parola, che lo spagnolo spende però in una narrazione fredda e fine a sé stessa. Yari Selvetella ha la potenza scrittoria dell’estrazione di una radice quadrata: ogni frase così densa e compatta, senza orpelli eppure così ricca, senza gigionerie eppure così sentimentale. Ogni capitolo come una composizione del pianista jazz Esbjorn Svensson. Dolorosa da ascoltare, ma così rara e pregiata.
“Le stanze dell’addio” è un romanzo che parla del dolore per la morte della sua compagna, Giovanna De Angelis, ripercorrendo le fasi di quell’accadimento quasi inenarrabile come fossero dei passaggi di reparto di un ospedale, di stanza in stanza il percorso di malattia, morte e resurrezione. Affianco al memoir, necessari elementi di invenzione fittizia, perché talvolta per raccontare l’inenarrabile c’è bisogno di traslazioni simboliche. Ma le aggiunte narrative sono sempre ancorate a una verità talmente reale da essere non solo visibile, ma vivibile. Il colore dell’ospedale, il suo odore, i suoi suoni, il brusio dei corridoi, i suoi oggetti freddi e spaventevoli di persecutoria cura che ci facciamo diventare amici, complici per la nostra volontà di speranza; lo squarcio incredulo sulla crudeltà di un verdetto senza appello. E con il protagonista e il suo alter ego percorriamo la necessaria ascesa verso l’ossigeno di superficie, bracciata dopo bracciata, mentre la luce del sole si fa strada lenta ma costante; e arriviamo all’ultima stanza, quella che deve essere esfoliata, stuccata, ridipinta e aperta all’aria fresca per far posto a un nuovo amore, che nulla vuole rimpiazzare, ma che crea invece un nuovo mondo dove ridiventa possibile abitare, vivere; dopo la costruzione di questo Taj Mahal letterario.

3 pensieri su ““Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella

  1. Pingback: Le pagine ritrovate di Giovanna De Angelis – Brancati | La poesia e lo spirito

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