“Non c’è ombra in South Dakota”, di Andrea B. Nardi

di Marino Magliani

Le prefazioni e le postfazioni ai libri non servono; un critico italiano diceva che i libri dovrebbero giungere al lettore senza nulla, non una dedica, non un ringraziamento, non uno strillo, intonsa persino la copertina. Alla Landolfi. A meno che l’autore, dopo Ecce Deus (Impero Romano) e Ali (moderno western sideral-teologico), non scriva il suo non-western e Enzo G. Castellari non lo legga e si chieda: ma dove ti sei nascosto in questi trascorsi decenni? In effetti, ci sono libri di autori italiani che quando li leggiamo ci aprono paesaggi di praterie e vallate provenienti da un cinema che diventa sempre più insostituibile.        

Il libro s’intitola Non c’è ombra in South Dakota (Robin Edizioni, 2017), l’autore è Andrea B. Nardi.

Un altro autore con la sua voce inconfondibile che sa raccontarmi spazi e cieli è Vincenzo Pardini. Mentre scrivo queste linee, penso proprio al suo Grande Secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017), che ho qui in libreria.

Forse per il gusto di capire cos’hanno in comune le due storie e non trovarne. Se in Grande secolo abbiamo un io narrante esterno, in Dakota è il protagonista stesso a raccontarci come arriva “involontariamente” a Calahorra, nella profonda prateria, e a partire da lì l’io narrante è quasi sempre presente, giusto tranne periodi come quello della Guerra Civile, di cui in effetti ha potuto solo sentire parlare.                                            

Tra l’altro, la diversità di scenari tra i due romanzi è impressionante, senza ostacoli alla vista uno, con ondate di fieno e solchi di acqua, verdura, e baracche, legname (non boschi, ma legname affettato e trasportato dalle carovane) e mattoni, e rigorosamente assenza di pietre, mentre nella Garfagnana e Media Valle del Serchio di Grande secolo, abbiamo pietra in abbondanza, mineralità e poi boschi e tetti di ardesia e muschio.                                      

Alla fine, ciò che lega due libri del genere potrebbe trovarsi giusto nel tempo lungo, ossia in qualcosa da dilatare come fa il vetraio, che sa che un soffio in più rovinerebbe tutto, e a sua volta lo scrittore renderebbe la pagina pura cronaca.                                                          

Forse – domanda – Pardini, in armonia con un ambiente spezzato e scheggiato, che appare e sparisce, e mostra vuoti come possibilità di estensioni marine, ora ombra, ora luce, ha lavorato sui diversi e possibili montaggi, qualcosa come la più conveniente selezione di multipiani fisici e temporali? E – altra domanda – Nardi avrà rovesciato davanti a noi il fiume di una prateria da raccontare attraverso il livello cronologico, senza fermarlo né spingerlo, ma esattamente come fa il cavallo dello sceriffo Isaac Collquitt, che passo dopo passo, senza la guida del cavaliere, è giunto in mezzo alle case di Calahorra e là, sentendo in qualche modo che era la meta, si è fermato? Non è così; nessuno dei due ha scelto la strada spianata dalla natura, ma è come se entrambi avessero accettato una sfida, la meno facile e tuttavia la più brillante e in qualche modo spiazzante.                                                           

Pardini ci catapulta in una stanza bianca come un sudario per mostrarci dove termina la corsa di Leonide Francesca Lusetti dei Longobardi, ultima discendente del casato. Per poi restituirci la protagonista di nuovo viva e bella, di una bellezza non curata, e portarci alla genesi e da lì iniziare con lei risalire il corso d’acqua.                                    

Nardi, al contrario, ci mostra un disegno della mappa che sembrerebbe stendere il racconto come un lenzuolo e invece, dopo averci raccontato come il cavallo sotto la pioggia abbia portato lo sceriffo in paese e nella stalla (dalla quale lo sceriffo uscirà dopo tre giorni di sonno), passa a quando Calahorra non aveva neppure un nome. Seguono dei salti, e il lettore si perde, ma in fondo neanche ci riesce. Dove vai, chiede un vecchio al ragazzo a cavallo. Non lo so, risponde il ragazzo. Allora non ti perderai. È il racconto che non ci abbandona mai, e ci fa attraversare i tempi, balza e si ritrae, ci mostra stanze senza aprirne le porte, e porticati sul retro, dalla cui sedia a dondolo si guarda la distesa.

In cosa sarebbe, tuttavia, diverso il Dakota da una pianura davanti a una Locate Triulzi nel 1860, e cosa non sarebbe quel microcosmo dilatato dall’esercizio dell’occhio, se al di là di costumi, di diverse coltivazioni e tramonti, e ferocia di umani, indigeni o gente appena giunta in Dakota, non ci fosse la Storia? E la Storia qui è necessariamente quella di una Guerra Civile che doveva durare poco tempo ma si è protratta per anni, assieme alla storia minima di passaggi di carovane, di indiani uccisi con restituzione di cadaveri, di gesti pieni di dignità e umanità, come quelli del maestro che ha insegnato ai bambini di Calahorra a non essere solo terra di mandrie e piantagioni, ma a essere coltivazione di sogni.        

Da l’ultimo, l’Est, le moderne città sull’Atlantico, una specie di scalata, e la nostalgia dell’io narrante che, malgrado il successo, non avrà mai la consolazione di poter portare con sé i genitori e dar loro una vita più confortevole di quella che offre la dura campagna senza ombra.            

Un giorno scoprirà che quei vestiti che mandava a Calahorra il padre non li aveva mai indossati. Già, che gusto c’è a mettersi un cappello nuovo nei campi del Dakota. Eppure quel gusto ci sarebbe stato, se quel figlio, che non era figlio, fosse tornato.

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