Helena Janeczek, La ragazza con la Leica

di Roberto Plevano

Che cosa rimane davvero di una persona che non c’è più? E che cosa rimane di coloro che sono rimasti?

Il libro di Helena Janeczek segue le tracce della breve vita della fotografa Gerda Taro, uccisa nel luglio 1937 a Brunete, nei pressi di Madrid, nel corso di una ritirata di contingenti repubblicani sotto attacco. Gerda fu sbalzata dal cassone di una camionetta per l’urto di un carro armato che seguiva e morì stritolata dai cingoli. Non aveva nemmeno ventisette anni.

Le venne dato un ultimo saluto in un lunghissimo corteo funebre imbandierato di rosso attraverso le strade di Parigi. Alla testa del corteo, la dirigenza del PCF, allora nella maggioranza di governo in Francia, e molte personalità, tra le quali Pablo Neruda, Tristan Tzara, Lucien Vogel, Louis Aragon con la moglie, Paul Nizan, l’affranto Robert Capa. Gerda tuttavia non era membro del PCF, l’unico legame era l’incarico da lei avuto dal periodico comunista Ce Soir, per cui era stata inviata in Spagna.

La rivista LIFE dedicò a Gerda un tributo a un paio di settimane dal funerale. Il necrologio, The Spanish war kills its first woman photographer, menziona il matrimonio di Gerda con Robert Capa, di cui LIFE aveva pubblicato in copertina qualche tempo prima la foto del miliziano caduto, presto divenuta l’emblema della guerra di Spagna. Poi, l’incendio del mondo mise in disparte il nome di Gerda Taro, ricordata tutt’al più come la compagna di Capa caduta in Spagna, l’eroina leggendaria all’ombra del mito del grande fotografo di guerra.

La ragazza con la Leica è stato scritto sulla scia di alcune recenti biografie e rivalutazioni del lavoro di Gerda. Per una stupefacente coincidenza, nel 2007 furono ritrovati i negativi delle foto della guerra di Spagna che Capa aveva tentato di mettere al sicuro dalla furia nazista: quattromilacinquecento immagini, che attestano oltre ogni dubbio che il lavoro di Capa e di Gerda in Spagna era intrecciato e spesso indistiguibile.

Le fotografie comunicano in un modo peculiare, ciò che esprimono deve comunque essere detto didascalicamente con parole. Noi dovremmo vedere ogni foto già sapendo almeno qualcosa su quello che nella foto non si vede: a cominciare dall’occhio dietro all’obiettivo. Helena Janeczek inizia appunto a narrare a partire da una foto, un uomo e una donna seduti al sole che si scambiano un risata, complici, intimi. L’uomo tiene in mano un fucile da guerra. La foto dei due, presa a Barcellona, racconta Helena, fa parte di un serie di negativi, datati all’agosto del ’36, a poco più di un anno dallo scoppio della guerra: il formato rettangolare di una Leica, la macchina di Robert Capa, e quadrato di una più economica Reflex-Korelle (o Rollei), in mano a Gerda: sono le prime foto fatte in Spagna, dove Capa avrebbe acquistato celebrità. Nei mesi successivi, Gerda avrebbe continuato il suo lavoro con la Leica, cosa che avrebbe spesso complicato l’attribuzione delle foto dei rullini di Spagna.

La foto suggerisce una storia: ma è in realtà lo specchio occasionale della storia dietro gli obiettivi, che è soltanto in piccola parte il romanzo di un amore predestinato e tragico, come il necrologio di LIFE sembra indicare. È piuttosto la vicenda di un’esule tedesca, nata Gerta Pohorylle nel 1910, la cui famiglia ebrea veniva dalla Galizia e aveva raggiunto un relativo benessere con il commercio a Stoccarda. Con l’ascesa del nazismo, Gerta fuggì a Parigi, vivendo inizialmente in ristrettezze, confondendosi con la massa di espatriati politici tedeschi e dell’Est europeo.

Come si fa a raccontare una storia dalle immagini di alcune fotografie? Janeczek ricorre a tre angolature distanziate nel tempo, tre testimoni per i quali le foto non sono semplici stampe, bensì immagini di un vissuto inciso nella memoria. Questo passaggio dalle due dimensioni della lastra fotografica alla multidimensionalità del ricordo compie il piccolo miracolo che è proprio della sola letteratura: dona volume, interezza, verità umana a un personaggio, e ricrea il tempo, il breve tempo della vita di Gerda e il lungo tempo dei rimasti, coloro che serbano la memoria, la prosecuzione della vita in un altro modo, di Gerda.

Le voci sono Willy Chardack, Ruth Cerf e Georg Kuritzkesz. Cresciuti nel vivace e cosmopolita ambiente ebreo-borghese di Lipsia, lì avevano frequentato Gerda; avevano condiviso con lei passioni culturali e politiche, e i primi due poi anche gli anni del soggiorno parigino.

Troviamo Willy nel 1960. Medico ricercatore, stabilitosi nelle solitudini spazzate dal vento di Buffalo, NY, lui ha una personalità riservata, ironica, coltivatrice di dubbi. Scopriamo che con Gerda ha avuto a Parigi una breve relazione, a dispetto delle apparenze: soprannominato “il Bassotto”, Willy non possiede l’esuberanza e l’entusiasmo per la vita che sembra attirare la sua amica, e tuttavia gli inconvenienti della vita degli esuli, come assicurarsi una doccia lontano dagli occhi degli affittacamere, porta a momenti di intimità, consumati da lui nell’imbarazzo di saperla fidanzata dell’amico Georg. Ma “lei gli camminava accanto con quel passo aereo, libera di svoltare l’angolo e sparire come un sogno”.

Ruth è l’amica di gioventù, compagna di appartamento di Gerda a Parigi, con cui i rapporti si fanno difficili dal momento in cui le presenta un giovane esule ungherese in cerca di impiego, André Friedmann. La sua voce viene dal 1938, un anno dopo la morte di Gerda. È occupata a riordinare le foto dell’archivio di Capa, ormai richiesto fotoreporter, che in realtà è l’archivio Robert Capa – Gerda Taro. Il profilo professionale di Capa, la sua poetica dell’immagine, non sarebbero esistiti senza Gerda.

Con Georg torniamo nel 1960: vive a Roma, è un funzionario della FAO. Anche lui preso dalle memorie, rivisita la relazione con Gerda tra Lipsia e Berlino, la militanza comunista, il successivo difficile incontrarsi in Italia e in Spagna, l’esperienza delle Brigate Internazionali, in un pomeriggio errabondo sotto un sole di agosto.

Tutti hanno amato profondamente Gerda, ne sono stati innamorati e cambiati per sempre, in un tempo drammatico che non permise di dare forma alle relazioni, in cui il vissuto delle esperienze e dei desideri e l’impellente necessità morale di gettarsi nel conflitto scorrevano mescolandosi, senza fissarsi.

È una storia di morti. Se la memoria pubblica di Gerda Taro per decenni è stata all’ombra di Capa, per i tre antichi amici è piuttosto Capa a vivere nell’ombra di Gerda. André Friedmann compare a Parigi come tanti altri, senza soldi, senza un mestiere, con una conoscenza del francese approssimativa, la sua Leica spesso lasciata al banco dei pegni. Fu come se Gerda lo adottasse, e in cambio dei rudimenti della fotografia lei desse direzione e proposito alla sua vita. Le riviste di moda pagavano una miseria i servizi fotografici, allora a Parigi c’era sovrabbondanza di giovani preparati e squattrinati. Gerda inventò un gioco, un’ingegnosa trovata di marketing, tovando quei due nomi d’arte, un po’ esotici, un po’ evocativi di atmosfere cinematografiche, Robert Capa e Gerda Taro, triplicando i compensi richiesti. Il gioco ebbe successo oltre ogni aspettativa. Ebbero una relazione appassionata, intensa, ma non ci fu matrimonio.

Helena Janeczek ha raccontato senza una riga di retorica la vita di Gerda e il suo mondo, quel particolare incrocio di destini tra Parigi e la Spagna negli anni Trenta, effimere speranze e lunghe disillusioni, le tante esistenze gettate nella bufera dei conflitti, divorate dalla fornace del ’900. Anche i sopravvissuti vivono nelle memorie. Per questo occorre raccontare la storia delle fotografie, che di per sé non parlano, con la raccolta delle voci superstiti, e con l’immaginazione letteraria, quando altro non c’è. Di Gerda, Helena scrive con distacco, ma con tutto l’affetto possibile per una personalità coraggiosa e indipendente, che ebbe occasione di dare un segno di sé con un’opera fotografica che non cessa di stupire e commuovere.

Noi, leggendo, capiamo che allora, tra Parigi e la Spagna, è stato sconfitto qualcosa che è ancora la parte migliore delle nostre vite.

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