Giorgio Galli, “La parte muta del canto”

Recensione di Giovanni Agnoloni

Giorgio Galli, La parte muta del canto. Vite ritrovate di musicisti, ed. Joker, 2016

Giorgio Galli è scrittore abituato al viaggio e all’osservazione dei luoghi e del tempo. Ne La parte muta del canto, raccolta di racconti-ritratto, declina tutte le possibili combinazioni di queste dimensioni. “Luoghi” significa scenari di mondo geografico ma anche dello spirito, principalmente filtrati attraverso le note di compositori, direttori d’orchestra e interpreti dalle vite difficili, perché segnate da fallimenti e frustranti rivalità. Il tempo, invece, è coinvolto, certo, in quanto le epoche osservate sono diverse, ma anche perché Galli si addentra nelle dinamiche più intime delle composizioni di (o eseguite da) questi artisti, scandagliandone lo stile, letto in controluce rispetto alle loro vicende biografiche. E si sa, la musica è quintessenzialmente “tempo”.

Ricordiamo il capitolo su Andrea Luchesi, compositore settecentesco praticamente cancellato dalla memoria storica per centotrent’anni e riscoperto solo a Novecento inoltrato, venendo considerato da qualcuno addirittura il ghost writer di certi lavori di Haydn e Mozart. Inoltre, la vita del direttore d’orchestra Guido Cantelli, legata a quella del celeberrimo Arturo Toscanini e finita prematuramente. E poi, ancora, i parallelismi tra le carriere e le visioni artistiche dello stesso Toscanini e di Wilhelm Furtwängler, di Herbert von Karajan e Leonard Bernstein, di Sergiu Celibidache e Carlos Kleiber, in una sequenza di riflessioni che genera alternanze di consonanze e dissonanze – dove le seconde contano moltissimo, perché additano i punti di frizione del destino.

Giorgio Galli tratta l’oggettività dei dati storici con la consapevolezza che non è mai assoluta, perché in larga parte frutto di ricostruzioni, interpretazioni e, a volte, mistificazioni. La sua scrittura è figlia di una grande competenza musicologica, ma anche di un notevole estro narrativo, che ovviamente non si spinge fino all’invenzione, ma intesse i fatti con movenze suadenti. Uno dei meriti maggiori di quest’opera – alcune parti della quale erano già comparse in rete, in particolare su Postpopuli.it, come l’autore stesso ricorda – è quello di proporre schiettamente e con efficacia ai lettori temi e personaggi non solo ignorati da molti, ma spesso considerati antichi e fuori moda. Tuttavia, la musica è arte che (ri)nasce a ogni esecuzione, scompare dopo la stessa e differisce dall’una all’altra: proprio per questa ragione, è capace di riemergere sempre, carsicamente, riportando a galla le menti che l’hanno creata e le vicende da cui è scaturita.

Certo, una cosa è la musica come “risultato finale”, un’altra i fatti alle sue spalle. Ma esiste anche un territorio intermedio, quello dove la vita innesca forme e armonie – sia per chi compone, sia per chi interpreta (ricordiamo il capitolo dedicato al grande pianista Glenn Gould), sia per chi dirige. È precisamente in questa “terra di mezzo”, sospesa tra la realtà solida e la sua sublimazione artistica, che la penna di Giorgio Galli s’intinge, e la sua tastiera, quasi a segnare il tempo, picchia e scava.

6 pensieri su “Giorgio Galli, “La parte muta del canto”

  1. la sensibilità e la cultura musicale di Giorgio Galli sono davvero uniche! Ma anche unico è il modo garbato, raffinatissimo e accattivante con cui lui scrive di queste cose…Per me è stato una bellissima sorpresa, un artista che non si può, davvero non si può dimenticare…

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  2. Auguro a Giorgio Galli uno splendido proseguimento della sua scrittura narrativa, così originale nel cogliere gli aspetti umani e i più fini movimenti della creatività in ogni arte, non solo in musica. Un libro di straordinaria presa sul lettore . Annamaria Ferramosca

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  3. L’ha ribloggato su La lanterna del pescatoree ha commentato:
    Giovanni Agnoloni dedica una preziosa recensione al mio “La parte muta del canto”, libro che lui ha visto nascere perché all’origine c’erano dei testi ideati per Postpopuli, su cui entrambi scriviamo. Grazie a Giovanni non solo per l’articolo, ma per la pazienza di allora verso un collaboratore che modificava all’infinito i suoi scritti fino a un’ora prima dell’uscita.

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  4. E’ stato sempre un piacere leggerti, Giorgio. Un vero arricchimento, soprattutto per me che, oltre alla letteratura, frequento con altrettanta esigenza di continuità i territori musicali (pur non avendo la tua competenza).

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  5. Pingback: Giorgio Galli, “Le morti felici” | La poesia e lo spirito

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