BMW (di Ambra Stancampiano)

Il giorno che sono andato a prendere la BMW c’era un sole giallo e cattivo.
Guardavo dallo specchietto della mia vecchia 127 lo squallore del rione in cui sono cresciuto con un fremito su per lo stomaco: potevo farcela, ne stavo uscendo.
Il venditore mi ha fatto firmare un sacco di carte e ha preteso documenti e buste paga, poi mi ha consegnato le chiavi. Scintillavano.

La BMW mi aspettava nel garage della concessionaria, bellissima come la donna della tua vita quando la immagini da ragazzino.
Il commesso ha disattivato l’antifurto col telecomando, quel bip bip mi è sembrato più dolce del suono di un’arpa.
Sono salito sull’auto, mi sono lasciato avvolgere dall’abbraccio degli interni in pelle, mi sono guardato intorno: quella era la mia macchina. Neanche colei che si sentiva padrona della mia vita poteva interferire. Era la prima cosa solo mia a parte il lavoro con cui mantenevo entrambi in quel quartiere di merda.
Mi sono guardato allo specchietto, ho sfoderato il mio sorriso da venditore; inutile rovinarsi la giornata coi brutti pensieri, a mamma la macchina sarebbe piaciuta.

Al mio ritorno tutto sembrava più bello, perfino le baracche in misto cemento e lamiera attaccate ai pali della corrente per rubare la luce al comune. La BMW mi faceva sentire una spanna al di sopra del degrado che mi circondava, mentre la gente affacciata alle finestre e ai balconcini si passava la notizia che “Micuzzu, u figghiu da ‘za Tana, si fici i soddi” più velocemente dei miei 90 cavalli.

Quando mi sono fermato nel cortile davanti al palazzone grigio in cui abito, si era già formata una piccola folla di curiosi che voleva vedere la macchina, toccarla, specchiarsi nella sua vernice nera lucida.
Qualcuno mi ha fatto i complimenti, ho intuito con la coda dell’occhio la zia Assuntina del piano di sopra mollare un sonoro ceffone al figlio maggiore, che non aveva mai voluto seguire il mio esempio e studiare.
Ho visto mia madre sbucare dall’ingresso del palazzo e avvicinarsi lentamente alla BMW, la folla è ammutolita. Raramente ‘za Tana lascia la cucina del suo bilocale, se non per andare in chiesa.
Mamma si è fermata a qualche passo dalla macchina e l’ha squadrata. Mi sono avvicinato a lei, impettito dall’orgoglio:
– Ti piace mamma? L’ho presa a rate con l’azienda.
La vecchia mi ha guardato, sospettosa:
– Troppi soldi. – ha mugugnato.
– Possiamo permettercela, – ho mentito col mio miglior sorriso – guardala meglio, avvicinati!
Senza smettere di fissarmi, mamma si è avvicinata di qualche altro passo alla BMW, ha alzato una mano e ha timidamente toccato lo sportello. È partito l’antifurto.
Il suono acuto l’ha colta alla sprovvista, è balzata all’indietro ed è inciampata, cadendo col sedere sullo sterrato del cortile.
Sono accorso in suo aiuto, lei urlava come una gallina spennacchiata:
– Maria! Maria! Male mi sento! E’ il demonio, c’è il demonio là dentro!
Mi sono ricordato del telecomando, ho disattivato l’antifurto e l’ho aiutata a rialzarsi. Mi ha coperto di improperi, dichiarando che non sarebbe salita su quella diavoleria finchè non l’avessi fatta benedire dal prete.

Non so che rapporto abbiate voi coi preti, il mio non è eccelso. Sostanzialmente facciamo lo stesso lavoro: crediamo ciecamente in un prodotto che cerchiamo di vendere a più gente possibile. Solo che il loro prodotto non mi convince, richiede un eccessivo investimento di energie.
Mia madre invece li adora, e passa tutto il suo tempo china sugli inginocchiatoi a sgranare rosari, o a spettegolare nel confessionale con padre Giacomo, che ora è seduto qui di fronte a me e mi guarda con un sorriso largo e unticcio. La voce del mio arricchimento è giunta fino a lui:
– E quindi ti sei fatto la macchina, Micù? Complimenti.
– Grazie padre, ma l’ho solo presa a rate.
– E pensare che tua madre era così arrabbiata quando hai lasciato l’università, non credeva che avresti trovato un lavoro così buono.
– Be’, la BMW mi serve per lavorare, ma ancora sono agli inizi…
– Bravo ragazzo! La modestia è una gran virtù! Ma non bisogna mai vergognarsi di ciò che si ha, se lo si condivide con gli altri…
– Certo…
– Ma veniamo a noi, tua madre era molto agitata quando mi ha telefonato. E’ vero che la BMW si è messa a urlare come fosse posseduta appena lei si è avvicinata?
– Ma no! E’ solo scattato l’antifurto.
– Sai che tua madre è molto sensibile, e comunque è giusto far benedire le cose importanti, è un modo per rendere partecipe il Signore delle nostre vicende quotidiane.
– Veniamo al sodo, padre: quanto mi costerà?
– Non posso accettare denaro per una benedizione, solo opere di bene.
Padre Giacomo ha indicato il soffitto; all’inizio ho pensato che volesse intendere che tutto dipendeva da un bene superiore, poi ho capito che invece indicava proprio il soffitto. Tre giorni prima mamma mi aveva detto che il manovale gli aveva chiesto 500mila lire per rifarlo.
Sono scattato in piedi, furioso:
– E quattro gocce d’acqua dovrebbero costarmi mezzo milione? La benedizione me la faccio da solo o la chiedo al mio cane!
Ho sbattuto la porta alle mie spalle con un certo piacere: coi clienti non posso farlo.

Mia madre mi aspettava di guardia alla finestra come un mastino; tempo di aprire lo sportello e ho sentito la sua voce isterica investirmi:
– Disgraziato! Mi ha telefonato padre Giacomo. Sei la mia vergogna!
Tutto intorno la gente ha alzato gli occhi da ciò che stava facendo per affacciarsi alle finestre e godersi la scena.
Ho finto di non accorgermene, mi sono inginocchiato alla finestra e l’ho guardata con l’amore e la disperazione di quelli che hanno capito tutto di Catullo, e odiano e amano la stessa donna che è anche la loro madre; ho tolto il telecomando dalla tasca e gliel’ho mostrato:
– Ascoltami, mamma: quello che ti ha spaventato è l’antifurto, che dipende da questo telecomando; ma se io lo rompo – ho gettato sullo sterrato il telecomando e l’ho calpestato – l’antifurto non funziona più.
Ho dato una bottarella allo sportello, per dimostrare che il demone aveva abbandonato l’automobile per sempre; mamma mi ha guardato, seria:
– Se non fai benedire quella cosa, stasera non rientrare a casa.
Ho urlato:
– Basta! Mi hai rotto i coglioni! Sono stanco di te e dei tuoi ordini. Io ora salgo, faccio le valigie e me ne vado! Tu non mi permetti di vivere!
Lei è sbiancata, ha avuto una sorta di mancamento che l’ha portata un po’ troppo vicina alla finestra, gli occhi vuoti:
– Come hai potuto mancarmi di rispetto così?
E’ caduta, scomparendo alla mia vista. Tutti coloro che avevano assistito si sono messi a parlare nello stesso momento, le loro voci sono esplose nella mia testa mentre aprivo il portone e correvo su per le scale.

Mia madre giaceva accanto al davanzale, il respiro debole. Sono corso al telefono, ho chiamato il numero di emergenza: occupato.
Ho guardato verso il soffitto, come a cercare quel bene superiore di cui non c’era traccia nell’ufficio del prete; in quel momento ho sentito la voce della mia BMW, che si accendeva alle carezze di un altro. Sono corso alla finestra giusto in tempo per vederla svoltare l’angolo e sparire per sempre dalla mia vita.

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