Luciano De Giovanni



Il poeta “stagnino” di Sanremo

 

Scritto da Alida Airaghi

 

Capita a tutti noi di provare un po’ di commozione ascoltando una musica particolare, o rileggendo una poesia imparata al liceo. A me succede di emozionarmi ogni volta che ridico tra me e me questi semplicissimi sette versi:

 

Un’ape morta

nell’acqua della grondaia.

Ehi, sorellina!

 

Sole di gennaio

e cielo azzurro

per l’ape morta

nell’acqua della grondaia.

 

Forse mi intenerisce l’immagine di questo poeta-idraulico-spazzacamino, che ripara le tegole del tetto di una casa sulla riviera ligure, e svuotando la grondaia colma d’acqua trova un’ape annegata.

“Ehi, sorellina!”. Quasi stupito, appena addolorato, la sgrida come a dirle “Cosa stai facendo? Svegliati! È inverno, fa freddo, ma c’è il sole e il cielo è limpido. Perché sei morta, allora?”

Un minimo e preziosissimo Cantico delle creature, di francescana umiltà e letizia: come tutte le poesie che ci ha lasciato Luciano De Giovanni, nato a Sanremo nel 1922 e morto a Montichiari nel 2001.

De Giovanni per tutta la vita ha svolto lavori umili, portalettere dapprima, poi idraulico; abitava con la moglie e due figli in un piccolo appartamento sulle colline della Pigna, nella Sanremo vecchia, vicino al Santuario dell’Assunta. Amando in modo ingenuo e appassionato la poesia, appena poteva si ritagliava uno scampolo di tempo per studiare Lao Tzu, Bashô, Emily Dickinson, Rilke, Eliot, i Vangeli, i grandi del nostro ‘900. Tra di loro, anche Carlo Betocchi (altro maestro dimenticato…), che fu il primo ad accorgersi di lui, presentando alcuni suoi versi sulla rivista Letteratura nel 1956.

Così lo descriveva ai lettori: “un poeta che io stimo religioso, che ha diritto alla grazia del suo patire…”, mettendone in luce sensibilità, misura, precisione, in qualche modo derivategli dal suo mestiere di “azzurro stagnino”, riflessivo e solitario nel lavoro, attento alle cose e ai gesti, a contatto sempre con l’acqua: in piedi sui tetti, vicino al cielo, dimentico di se stesso.

 

“Gli uccelli / possono volare / perché sono / innocenti / non è questione / d’ali”, “Due bambini / con due cagnolini / a giocare nel cortile / della grande casa. / A me ch’ero sul tetto / a riparare una gronda / sembravano quattro sassi / caduti in fondo al pozzo”, “Non sanno le cicale / perché all’improvviso smettono il loro canto // perché all’improvviso / lo ricominciano”, “Ho aiutato una foglia a cadere, / l’ho sfiorata con una carezza / e s’è fatta coraggio, è andata. // Fingeva, poverina, / d’essersi dimenticata / che si deve anche morire”.

A Luciano De Giovanni (molto riservato nei rapporti con gli altri, quasi intimidito e forse timoroso di dover rivelare sia le sue ristrettezze economiche sia gli scarsi studi che aveva portato a termine) piaceva camminare nei boschi, lungo le stradine di campagna, fiancheggiando i torrenti, in silenzio, mostrando una coscienza anticipatamente ecologica. Un suo critico e mentore fedele, Stefano Verdino, così scriveva di lui: “Stupisce la frontalità della sua poesia, vale a dire il suo essere costantemente canto e voce della natura, nelle sue misure più lineari ed elementari”. Il mare, il bosco, la montagna, le foglie sono elementi presenti soprattutto nelle prime esili raccolte, e già preludono a un rapporto intenso con la spiritualità e il divino, non chiesastico ‒ ovviamente ‒, ma vivo nell’attesa stupita di una epifania prodigiosa:

“Il miracolo consueto della foglia / al quale non prestiamo attenzione / e non ci meraviglia / in cerca come siamo / del miracolo”, “Il sentiero che rasenta i castagni / e trattiene gli odori / degli arbusti che attraversa / tu non sai dove va dove porta / potresti non imboccarlo mai più / potresti non averlo trovato / eppure proprio te ha cercato”, “Lamentandosi / il mare / cerca rifugio / tra gli scogli // non c’è pace / per chi è / immenso”, “Mammelle gonfie di pioggia / è diventato il cielo, / desolate onde / rovinano sulla scogliera, / delle verdi colline / avviluppate di nebbia / niente si sa: // ‒ Soffri, / terra madre?”.

Anche l’atmosfera domestica (la casa, la moglie, i bambini) rientrava a pieno diritto nell’universo poetico di De Giovanni, raccontata con un lessico scarno e volutamente impoverito, privo di ricercatezze e neologismi, quasi che l’arredamento linguistico e mentale dovesse per onestà riflettere quello modesto dell’abitazione, teneramente intiepidito degli affetti familiari:

“Venitela a vedere la mia bambina / in questo mattino di miracoli / saltellare tra le zolle dell’orto: / i raggi del sole la seguono. // Si china e muta ogni cosa / in preziosissime gemme / fa un lieve cenno alla terra / e subito nasce una rosa”, “Il mio, lì nella culla, / dorme gonfio di latte, / il destino e gli eventi / ancora non l’hanno destato. // Un giorno si metterà la cravatta / frettoloso, / dirà ‒ al diavolo tutti ‒ sbattendo la porta”, “Presto non sarà più anonimo / questo pezzo di terra, / ci farò una casa / e un pergolato di vigna. // … In un momento di dolcezza / diventerà del tutto diverso / e la sedia a sdraio / vicino alla finestra / si gonfierà di vento”, “Ho fatto un sogno strano: / ero un albero in un prato / e tu un nido sopra il mio ramo”.

Questa sua propensione alla solitudine e alla meditazione lo avvicinava a una versificazione leggera, a descrizioni delicatamente tratteggiate, che sembrano ereditare la levità elegante della poesia orientale, il desiderio di fondersi con l’innocenza del tutto:

“Dolci sono le more / i rovi sono spinosi // per bere alla sorgente / si deve prima raggiungerla / ma anche la sorgente / ha faticato / e anche il rovo”, “Penso / che il paradiso / sia ciascuno di noi / quando dimentica / il suo nome”, “Ero andato / al torrente / per leggere / Ciuangzè // ma non ci fu / niente da leggere / il torrente era / Ciangzuè”.

I rapporti sociali lo lasciavano indifferente, quando non lo infastidivano: anche questo motivo contribuì al suo isolamento letterario, per quanto ci siano stati intellettuali e critici che apprezzarono e incoraggiarono la sua produzione (i già citati Betocchi e Verdino, ma poi Baldacci, Caproni, Lagorio, Chiappelli), che ottenne premi e riconoscimenti editoriali, con pubblicazioni in plaquette e finalmente, nel 1993, nell’antologia milanese di Scheiwiller Tentativo di cantare una nuvola.

La sua rude scorza ligure sapeva a volte manifestarsi in toni più risentiti e scabri:

 

“Diranno che fui pessimo operaio / e un pessimo padre di famiglia, / un pessimo uomo d’affari / e un pessimo poeta / Io me ne starò vergognoso / nella mia fossa sicura / e penserò che dopotutto / ero in un pessimo mondo”, “Io poi / quando sarete andati / e avrò sparecchiato / e lavato i piatti / e tolte le cicche / dai portaceneri // mi sdraierò per terra / e guarderò dal basso / questo mondo inutile / ancora sporco di chiasso”.

Era comunque sempre la vena meditativa e malinconica a prevalere, soprattutto negli ultimi anni di vita, in cui più stringente divenne il rapporto con la fede cattolica, vissuta con devozione popolare, ma assolutamente non bigotta:

“Benedetto sia il tuo nome / anche se non lo conosciamo, / noi che nulla possiamo / oltre il limite della parola. // Benedetto per le umili cose / armoniose che hai creato. / Benedetto per i colori // che instancabile tracci nell’aria / per il profumo che varia / nella rosa, nella viola”, “Ho osato chiamare il divino / con la parola Signore, / il nome dolcissimo / di quando ero bambino // ho osato dividere / il suo pane e il suo vino, / abbandonarmi leggero / a un dolcissimo sogno / quasi dimenticato: // Signore, mio bisogno”.

Se si cercano gli scritti di Luciano De Giovanni, non si trova in pratica più nulla nelle librerie online: probabilmente solo l’ultima pubblicazione, un romanzo autobiografico composto di brevi capitoli rievocanti situazioni, persone, abitudini e paesaggi del passato, in un confronto impietoso con la più arida contemporaneità. Oltre a ciò, del “poeta stagnino” di Sanremo rimane in pochi lettori una vaga eco dei versi, forse troppo tenue e gentile per farsi strada nel frastuono indifferenziato che ci circonda.

 

 

 

Luciano De Giovanni

Tentativo di cantare una nuvola

 

All’insegna del pesce d’oro, Milano, 1993

Con uno scritto di Carlo Betocchi e una postfazione di Stefano Verdino, pp 127.

BIBLIOGRAFIA:

 

Di Luciano De Giovanni sono state pubblicate soprattutto plaquette in edizioni numerate, e talvolta illustrate, ormai difficilmente reperibili. Ecco un elenco delle sue opere:

 

Viaggio che non finisce, Rebellato, Padova, 1957

2 poesie del’72, C.Curzi e F, Pisa, 1979  

Cautamente presente, Managò, Bordighera, 1987

Il bosco, Managò, Bordighera, 1991

48 sonettini, Borla, Roma, 1995

Sfiorare le cose, Sintesi, La Spezia, 1995

La montagna bianca, Nuova Anterem, Roma, 2000

Viaggio sotto la luna, Associazione culturale La Luna, Fermo, 2007

Le case vicino al torrente (romanzo), Philobiblon Edizioni, Ventimiglia, 2009

 

Pasquale Verdicchio, Luciano de Giovanni, tesi di dottorato, University of California, Los Angeles, 1988

5 pensieri su “Luciano De Giovanni

  1. ho avuto la fortuna di conoscerlo: una persona dolcissima, candida e schiva. Un vero, autentico poeta, di quelli rari, anzi, rarissimi. Dovrebbero ristampare i suoi libri,dovrebbero….Ci conto.

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  2. Una poesia pura, scarna e densa di umanità . Prova luminosa che essa sgorga soprattutto dove il lessico semplice , non ricercato, assolutamente senza velleità formali, segue i movimenti profondi di mente e cuore. Con risultati universali. Sì, come dice anche Lucetta Frisa, questo grande poeta poco conosciuto dovrebbe essere riproposto. Grazie ad Alida Airaghi per la sua lettura e a Fabrizio per l’ospitalità.

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  3. Molto bello, partecipe e preciso, sa far capire nel breve spazio i caratteri fondamentali della poesia di Luciano De Giovanni.

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  4. Mi ricordo quando andavamo a trovarlo, nella sua casa al Roca’, sulla strada di San Romolo. Io avevo otto anni, credo. Salivamo, la mia mamma ed io, sul Galletto di Giovanni Ermiglia, il grande amico di tutti noi, e insieme ci arrampicavamo lungo i tornanti, ignari di problemi di sicurezza. Ricordo le sere d’estate in mezzo alla campagna terrazzata, ad asoltare i grilli e guardare la luna. Luciano non era un poeta: era la poesia che era dentro di lui.

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