Educazione sentimentale # 2

Leggere il mondo

di Stefanie Golisch

Oggi mi accompagnano per la prima volta in biblioteca.
La biblioteca della nostra piccola città si trova in uno scantinato del municipio. Dietro un banco molto alto c’è una signora e dietro di lei s’intravedono delle lunghe file di scaffali pieni di libri.
Non ho mai visto tanti libri insieme.
Sono agitata, perché questi libri stanno proprio aspettando me.

Leggo da quando ho imparato a leggere.
Quando nel primo anno di università, un compagno mi chiede quale facoltà frequentassi e cosa avrei voluto fare in futuro, rispondo senza rifletterci: studio lettere perché mi piace leggere.
Mi sembra evidente. In fondo, non c’è nulla da spiegare.
Leggere era ed è tuttora il mio modo di stare nel mondo. Ho bisogno della presenza dei libri ovunque io sia, come oggetti, amici, protettori. Mi piace il loro aspetto, il loro formato relativamente piccolo, mi piace toccare la carta e mi piace il loro odore, in particolare quando sono vecchi, vissuti, consunti. Quando, oltre a raccontare una storia, essi stessi sono diventati una storia, non raccontata, soltanto intuibile.
I libri mi hanno spiegato e non spiegato il mondo, mi hanno accolto e respinto, mi hanno fatto capire chi sono e chi non sono e quando pensavo di aver finalmente compreso come stavano le cose, si sono allontanati per riapparire in caso di bisogno, pronti a distrarmi, a confondere le mie idee e qualche rara volta a farmi intuire una possibile risposta.

Mi hanno consolato e tormentato, portato in alto e in basso, mi hanno aperto gli occhi e me li hanno chiusi di nuovo. Mi hanno esaltato e deluso. Ho trovato in essi me stessa, e i miei mille contrari.
Ovviamente i libri non mi hanno insegnato nulla e non mi hanno mai impedito di commettere un errore che era da commettere. Nei libri migliori ho ritrovato la mia intima contraddittorietà e nessuna via d’uscita. Ogni fallimento è a sé, dice Tolstoi, ognuno è infelice a modo suo, non hanno ragione né Levin, né Anna, né Stepan Arkadjewisch. È giusto insistere sul senso della vita ed è altrettanto giusto opporsi all’idea di una verità ultima, un credo definitivo capace di metterci in salvo.
Tra il nichilismo di Naphta e l’umanesimo di Settembrini e la forza vitale originaria di Peeperkorn si aprono abissi, ma a nessuno di loro è concesso il privilegio dell’ultima parola.
Inutilmente l’ingenua di Hans Castorp ha cercato di capire per sette lunghi anni quale teoria della vita fosse quella giusta.
Semplicemente non c’è, conclude Thomas Mann, devi sapere, mio caro Castorp, che mi sono permesso di utilizzarti, anzi di sacrificare il tuo io alquanto insignificante sull’altare di un romanzo perfetto, impeccabile.
Che cosa vuoi di più? Nel raccontare il tuo fallimento, ti ho reso eterno.

Non c’è salvezza.
Nemmeno per il protagonista del racconto Uva spina di Anton Cechov, il quale per tutta la vita ha sognato di coltivare nel suo orto l’uva spina la cui inconfondibile dolcezza è il più bel ricordo della sua, del resto, infelice infanzia. Ma l’uva spina, in verità, è il frutto più aspro che ci sia e ora che gli cresce in abbondanza, nessuno vuole condividere con il vecchio uomo che è diventato i verdi frutti indigesti.

La solitudine.
Comunicare in solitudine.
Lasciare che la propria vita si riempia di destini altrui. Farsi sordi per ascoltare meglio le voci che vengono da lontano, da altri paesi e altri tempi. Cogliere frasi, parole, sillabe mai pronunciate, ombre, echi e misteri. Dimenticarsi di se stessi, trasformarsi, travestirsi, amare, odiare, vincere e perdere, rischiare tutto per un niente e provare, improvvisamente, compassione per il caos che regna su di noi, la solitudine, la nostra condanna e il nostro sublime privilegio.
Accarezzare un gatto di carta, sentire un profumo di viole che non sono cresciute su nessun prato. Diventare un bacio, il vento che sfiora il viso di colei che attraversa la notte correndo. Perdere la giusta distanza, smarrirsi in vite che non sono la propria, rendersi indifesi, abbandonarsi. Difendere il mondo contro il mondo, se stessi contro se stessi. Trascorrere un pomeriggio ozioso in un salotto a Mosca, passeggiare verso sera su un grande boulevard parigino e contemporaneamente nella neve alta di un freddo inverno giapponese.
Confondersi e, improvvisamente, riconoscersi. Quella frase che è la mia frase, che qualcuno ha formulato proprio per me. Provare sollievo, terrore, smarrimento.
A volte, la pace nelle braccia di una parola.

Innamorarsi.
Posso innamorarmi di un libro e di conseguenza anche del suo autore, non importa se vivo o morto. A volte l’innamoramento si trasforma in un amore maturo, durevole, a volte è soltanto un eccitante fuoco di paglia. A volta si è in vena di avventura, pronti a farsi sedurre da un’elegante scrittura, dai bei modi e dalla piacevole apparenza. Fa parte del gioco, perché anche giocare può essere il mio leggere, il mio divorare vite mondi lamponi maturi.

La sostanza e la leggerezza.
Lo scrittore, ricercatore della verità o brillante bugiardo? Ogni nuova lettura è un viaggio o una vicenda a sé. Mi posso innamorare di autori imparagonabili tra di loro. Nelle vaste pianure della letteratura, nessuno esclude l’altro, c’è spazio per ognuno perché senza la sgraziata gobba del personaggio dell’uno, il povero zoppicare di quello dell’altro, il prezioso velluto viola con il quale un altro ancora copre le spalle nude della sua bellissima protagonista, il panorama del mondo non si completerebbe.
Posso amare un autore per l’imponente edificio della sua opera, ma anche, a volte, per una frase sola, un tono particolare, o per il bellissimo vestito di seta verde chiaro che fa portare alla sua signora in un certo pomeriggio d’agosto dell’anno 1867.
Non ero presente, che peccato, quel pomeriggio, ma ci sono ora ad aspettare insieme a lei l’arrivo del suo amante, un uomo bello, ma inaffidabile che non può che condurla alla sua rovina.
Non importa.
Se fossi lei, farei esattamente la stessa cosa. Così come lei mi apre il suo cuore, io le apro il mio. In uno spazio immaginario stiamo una accanto all’altra e la futura rovina – la sua, la mia – in questo momento non può nulla contro la nostra impaziente complicità.

Una frase.
Quella frase.
Quando improvvisamente mi devo fermare perché mi è impossibile andare avanti. Il momento in cui mi scaglio contro quella frase che pazientemente mi ha atteso per molto tempo.
Quella frase che è stata scritta proprio per me.
La storia di queste frasi, copiate accuratamente nei miei quaderni che, a loro volta, formano un libro a sé. È il libro dei viandanti, dei senza fissa dimora e io sono il loro asilo notturno. Accolgo nelle mie piccole stanze interiori uomini e donne e bambini, vincitori e vinti, folli e filistei, pagliacci e suicidi. Sono vasta, dentro di me, c’è spazio per tutti. Potete dormire, riposare, urlare, fare all’amore, piangere, ridere, dire sciocchezze, poetare, uccidere. Vi conosco perché siete come me e, in qualunque modo avrete l’intenzione di rovinarvi, io non vi abbandonerò mai.
Non vi preoccupate, sarò sempre al vostro fianco.
I vostri stracci sono i miei, i vostri falsi giuramenti e i vostri rimorsi di coscienza e la vostra incerta voglia di amare e di essere amati, non per quello che siete, ma per quello che potreste essere.

Apro a caso uno dei miei quaderni, un block notes con fogli ingialliti, e trovo questa frase dal Don Karlos di Schiller, annotata nell’autunno del 1988: È questo il destino di ogni speranza? Non posso più trovare in me il desiderio che non è stato esaudito.
Tante letture si dimenticano, ma certe frasi continuano a lavorare dentro, camminano mute al nostro fianco per essere là nel momento del bisogno.
Leggendo, cerco di tenere insieme i fili, costruisco ponti, cancello le distanze, elimino il tempo.
Mi faccio ingannare distrarre divertire soltanto per ritornare sempre allo stesso punto di partenza: l’enigma che sono diventato io per me stessa. Sono queste le parole con le quali S. Agostino descrive la grande sfida dell’individuo davanti a Dio e a sé.

Sfuggire alla realtà in un altro mondo.
Mia nonna, che non ha mai posseduto in vita sua né una radio né un televisore, di pomeriggio leggeva romanzi Harmony che suscitavano in me una grande curiosità. C’è stato un periodo, a tredici, quattordici anni, in cui divoravo questi romanzetti anch’io, insieme a intere tavolette di cioccolato. L’atmosfera di queste letture è tuttora viva in me: la solitudine della mia buia stanza, la banalità degli intrecci amorosi tra uomini nobili e le loro domestiche, il cioccolato con le noci intere che mi gonfiava la pancia, la coscienza cattiva di aver buttato via il mio tempo prezioso e il vago pensiero di mia nonna che in questi poveri romanzi cercava… che cosa?

Ogni venerdì pomeriggio vado in biblioteca.
Da quando è finito il tempo dei libri d’infanzia, leggo, senza nessuna guida, ciò che mi capita girovagando tra gli scaffali. Ogni volta prendo cinque o sei libri, cibo per esattamente una settimana. Per far colpo sul giovane bibliotecario, per distinguermi dalle altre ragazze della mia età, scelgo sempre qualche libro dal titolo ambizioso che spesso a casa non apro nemmeno.
Sono impaziente e non ho alcun rispetto. Faccio dei libri ciò che mi pare, salto le pagine quando mi annoio o leggo l’ultima pagina per prima. A volte le sporco, perché mangio e bevo mentre leggo ed è facile che mi sporchi le mani, lasciando svariati segni del mio passaggio.
I libri della biblioteca, pieni di tracce di passaggi altrui, non mi fanno schifo, anzi, mi piace l’idea che un libro abbia una vita propria. M’incuriosiscono le sottolineature e i commenti al margine. Il libro consumato, macchiato, vissuto, magari pieno di orecchie d’asino ispira la mia fantasia.
Adoro i libri scritti in lingue che non conosco, il discreto fascino dell’ungherese con le sue parole interminabili, indecifrabili.
Ovunque mi trovi, non posso fare a meno di entrare in una libreria. Mi piace girare senza meta precisa. Di tanto in tanto prendo in mano un libro, preferibilmente di un autore sconosciuto, e proprio il fatto di non comprenderne nulla, lo rende ancora più desiderabile.
Ma amo anche aprire un libro nuovo, che nessuno prima di me ha toccato, amo lo spazio che precede la prima frase, lo spazio vuoto di un breve respiro in cui tutto è ancora possibile.

Atmosfere.
Ho forse dodici anni e a scuola leggiamo un racconto che s’intitola Der Zuckerfresser. Parla di uno scrittore che verso la fine della stagione estiva trascorre alcune settimane su un’isola nel Mare del Nord. Fa amicizia con un ragazzo che ha un gabbiano ferito e ogni giorno gli regala dei dadi di zucchero per nutrire l’animale. La mattina scrive sulla spiaggia, al pomeriggio prende il tè in un piccolo caffè del villaggio.
Si è fatto quasi autunno ormai e fuori è buio e fa freddo e la padrona del locale fa scegliere al suo ospite preferito della musica da tenere in sottofondo, musica da camera di Scarlatti.
Non ho la minima idea di chi sia questo Scarlatti e nemmeno so cosa s’intenda per musica da camera, ma la melanconica atmosfera pomeridiana in questo Witthuis mi si trasmette immediatamente. La sento come se fosse l’anticipazione di una mia futura atmosfera.
Alcuni anni fa ho riletto questo racconto e, con sensazioni ambigue, davvero mi sono riconosciuta nella figura di quest’uomo solitario, probabilmente non più tanto giovane, probabilmente tormentato, alla ricerca di un po’ di pace.
È uno scrittore quasi dimenticato, un cosiddetto minore di nome Jens Rehn, che mi ha fatto questo regalo misterioso.

La vergogna.
Ho quattordici anni e un ragazzo che mi piace molto, un giorno mi parla di Hermann Hesse.
Questo nome non mi dice nulla, ma in qualche modo riesco a nascondere la mia ignoranza. Mi vergogno, e il pomeriggio stesso corro in biblioteca per farmi un’idea di chi sia questo Hermann Hesse.
Molti anni dopo commetto un errore imperdonabile.
Parlando dei Fratelli Karamazov con un compagno universitario che ammiro per la sua infinita cultura, mi confondo, dicendo Kazamarov invece di Karamazov.
Lui mi corregge con una smorfia di disprezzo e mi sento sprofondare. Lo stesso giorno, mi procuro questo capolavoro di Dostojewskj e mi costringo alla faticosa lettura dei due grossi volumi che non hanno alcuna voglia di essere letti da un essere ignorante come me. Nonostante i miei sforzi, mi sbattono in faccia una porta dopo l’altra. Il grande Dostojewskj, evidentemente, ha deciso che non è ancora venuto il momento di farmi entrare nel suo mondo.

Frasi.
Nomi, grandi e piccoli. Consigli, vergogne, mode. Autori che si leggono e autori che sono fuori discussione. Giudizi superficiali, dettati dal cosiddetto Zeitgeist, dal pregiudizio e dalla mancanza di coraggio di difendere i miei autori.

Trovare alleati. Trovare quella voce che è in sintonia con la mia, che mi comprende e mi sostiene.
Rilke.
Rilke è proprio il mio poeta.
Non mi ricordo né dove, né come l’ho incontrato per la prima volta, ma so che mi ha parlato al primo istante e da allora non ha più smesso. Suonano le sue poesie ed è in esse un’ampiezza senza pari. Le sue sfumature sono infinite, anche se non è affatto un poeta perfetto, da giovane tende al kitsch e non sempre riesce a mantenere le sue poesie al livello dei suoi singoli versi.
Amo Rilke proprio perché non è perfetto, perché non è soltanto la sua poesia che attraversa la vita, ma essa stessa viene attraversata dalla vita vissuta, calda, incomprensibile, inaffidabile, inafferrabile.
Rilke mi fa sentire meno sola.
È l’inconfondibile atmosfera sospesa, incerta, nella quale mi trovo a casa, come se appartenessimo alla stessa famiglia, come se la sua ricerca mi guidasse nell’unica direzione che mi sarà possibile prendere.
Parola come salvezza.
Provo anch’io a scrivere poesia.
Poetare significa vivere, poesia come seconda voce, terra inesplorata, paese ancora innocente dove sono libera di dire tutto ciò che nella realtà non ha né luogo, né destinatario. Le mie poesie sono il mio rifugio, il mio tentativo di stabilire un rapporto con il mondo e di collocarmi in esso.

Il rifiuto assoluto delle letture scolastiche.
Per principio non leggo ciò che mi dicono di leggere. Non mi piace ripetere una lettura già fatta da altri. Voglio essere io la prima a conquistare la terra nuova, l’esploratrice di continenti mitici sommersi da acque millenarie.
Leggere non significa soltanto leggere, ma prima ancora, trovare un libro, o forse piuttosto farmi trovare, stare all’erta, tenermi pronta a nuovi incontri, farmi sorprendere.

Avevo quindici anni quando mi ha trovato Theodor Storm, autore cupo, nordico, apparentemente mite, tormentato da intuiti e desideri abissali all’interno di sé. È il narratore delle grandi aspettative e dei piccoli naufragi quotidiani.
Nel suo racconto Immensse, uno dei più tristi racconti d’amore che conosca, rievoca il sogno d’amore nei ricordi di un uomo anziano che da giovane ha perso la sua amata, la quale per volontà della propria madre ha sposato il suo migliore amico.
Il mondo di Storm è quello delle piccole città di provincia, stretto e soffocante. Una società bigotta e ottusa che, nell’interesse del mantenimento del suo ordine irremovibile, sacrifica i sentimenti e ogni forma di passione.
Secondo le convenzioni dell’epoca, il fallimento dell’amore tra Reinhard e Elisabeth è un tabù che non deve essere nominato per alcun motivo, tanto è vero che nel loro lessico non esistono nemmeno parole adatte per esprimere la catastrofe della rinuncia che ha distrutto la loro vita.
In un clima di massima tensione – al protagonista quasi sorgono i dubbi sulla fedeltà interiore dell’amata – succede che un giorno il suo sguardo cade sulle mani della donna.
Furono le sue mani, scrive Storm, a confessargli tutto il dolore che la sua bocca doveva tacere.
È una scoperta senza seguito.
Non ci sono parole, ma soltanto il dolore, condannato all’eterno silenzio, che si è raccolto nelle belle mani di Elisabeth, facendole invecchiare prima del tempo.

Guardo le mie mani e comincio a guardare quelle degli altri.
Cerco di leggere, di capire.

Provo repulsione istintiva per gli autori che si credono in possesso della verità.
Diffido del grande edificio compiuto, del senso ultimo, trovato e stabilito una volta per sempre e mi rifiuto di accettare delle autorità indiscusse.
Preferisco muovermi senza insegnante, senza guida, ignorando con arroganza tutti coloro che si ritengono le colonne portanti della letteratura mondiale. Invece di incominciare dall’alto, incomincio dal basso, laddove la buona e la cattiva letteratura è ancora un tutt’uno. Invece di Thomas Mann, leggo Jack Kerouac e mi rimarrà per sempre l’odore dei fagioli in scatola riscaldati sul fuoco all’aperto sotto il grande cielo dell’America.
Sono stanca come la pantera di Rilke per la quale, poiché rinchiusa da troppo tempo, il mondo muore ogni giorno un poco. Voglio partire insieme a Japhy Ryder, scoprire mondi, accendere mondi dentro di me. Voglio provare sensazioni forti, aprire tutte le stanze chiuse, buttarmi dal balcone, volare sopra le cime degli alberi. Voglio sapori odori rumori nomi mai sentiti prima, gesti estremi per arrivare alla vita, la sua essenza che intuisco in un odore, una veduta, un gesto forte compiuto tra le pagine di un libro, nell’altra realtà.

Raskolnikov.
Nomi che contengono in sé l’essenza della persona. Lo vedo salire le misere scale verso la casa del delitto, faticosamente, gradino per gradino. I suoi stracci puzzano e il rumore dentro di lui lo stordisce, impedendogli ogni pensiero razionale. Rassegnata al mio destino inevitabile salgo le scale insieme a lui, compio il delitto insieme a lui e insieme a lui attendo la sua e la mia redenzione.
Vivere più di una vita.
Vivere mille vite parallele e trovare in ognuna l’intima realtà mia.
Non accettare alcun limite.
Partire e ritornare soltanto per ripartire di nuovo.
Vivere mille giorni in uno solo. Perdersi in ogni nuovo destino che s’incontra. Farsi toccare, penetrare, sporcare, amare, dissiparsi, diventare un’altra donna e un’altra ancora.
La bellezza della doppia e della tripla vita, della personalità multipla, delle infinite metamorfosi dell’io.
Il vero lettore è un poco di buono, una persona ambigua, poco affidabile, che sa che dietro il chiarore attende l’oscurità e dietro l’oscurità, un’oscurità ancora più oscura. È l’eterno debitore delle sue letture che gli chiedono audacia e coraggio di vita. Insaziabile, attende impazientemente il suo turno per rendere la sua esistenza degna di essere narrata, perché ogni vero lettore è alla ricerca del suo autore.

Qual è il titolo del romanzo che mi sta cercando?
Sono in attesa, anche se la mia vita attuale non sembra proprio il teatro di un grande romanzo.
Faccio del mio meglio. Mi travesto, cambio nome, arricchisco il mio lessico di parole bizzarre e inconsuete. Mi bastano pochi requisiti: qualche piuma colorata, un vestito nero lungo, l’irresistibile profumo delle poesie che scrivo di nascosto.
Sono in attesa.

Il gusto della tragicità.
Leggo Baudelaire e Rimbaud, e siccome sono troppo pigra per cercare nel dizionario le parole che non conosco, molti versi rimangono senza significato preciso, puro suono, puro sogno, pura lingua francese.
Leggo, salto e riempio gli spazi vuoti con la mia vita e le mie parole. Leggo come mi pare e piace, facendo di ogni libro il mio libro.
A diciassette anni conosco un ragazzo che m’insegna che è un abuso leggere esclusivamente in riferimento a se stessi. La sua cultura letteraria è solida e vasta. Conosce la storia della letteratura e del pensiero filosofico. Ogni lettera che mi scrive è una rivelazione. Come una spugna, assorbo i suoi consigli di lettura, cercando, in qualche modo, di portarmi al suo livello.
Mi fido ciecamente di lui. Gli mando le mie poesie e, siccome le prende sul serio, non può sfuggirgli la loro saltuarietà e la loro inscusabile trascuratezza formale. Lui è pronto ad aiutarmi, ma non sono pronta io, troppo distratta dalle mille pulsioni e dai sentimenti che combattono dentro di me.
Mi piacerebbe che lui scrivesse una poesia dedicata a me, ma non lo fa, perché è un poeta serio, mentre io sto soltanto giocando con le parole. Faccio piovere la vita su di me, desiderosa di essere colpita da un fulmine.
Soltanto molti anni dopo scopro che fu Aristotele a sostenere che è proprio la reazione fisica – la pelle d’oca, la commozione fino alle lacrime – la prova che letteratura in qualche modo sia successa.
In questo senso, alla giovane lettrice totalmente impreparata che ero, letteratura è successa.

Mi ricordo una frase, ma non l’autore: Partirono, e la loro nave fu un crivello. E un’altra, questa volta di Josef Conrad: E anche questo luogo, un tempo, è stato uno dei luoghi bui sulla terra.
Anche questo luogo.
E anche questo.
E quell’altro ancora.

Entrare nel mondo della ragione.
Non ho modelli. Non so in che modo si conduce una vita intellettuale. Farò la maturità, poi andrò all’università, ma poi?
Nell’ultimo anno del liceo seguo un corso di teologia tenuto dalla preside, una donna piuttosto avanti negli anni, di vasta cultura e che possiede una naturale autorevolezza. Per la prima volta ho davanti a me una persona per la quale provo rispetto e perfino ammirazione.
Frau Aetna ci prende sul serio.
È un’ottima insegnante proprio perché si rifiuta di vestire i panni della pedagogista. Senza le insopportabili banalizzazioni sopportate per lunghi anni, questa donna straordinaria ci parla dei grandi teologi e filosofi del ventesimo secolo, ci introduce all’esegesi biblica e di tanto in tanto ci legge ad alta voce articoli di giornali e settimanali che non avevo idea che esistessero.
A volte accenna, con molta discrezione, al suo passato quando, ai tempi del nazionalsocialismo, era venuta in contatto con alcuni esponenti della chiesa confessante, cioè quel ramo del protestantesimo tedesco che aveva partecipato attivamente alla resistenza contro il regime.
Chi possedeva un patrimonio interiore, diceva, sopportava meglio la prigionia, l’isolamento e perfino la tortura, chi aveva letto tanto e sapeva delle poesie a memoria era più protetto contro le barbarie che avvenivano intorno a lui.
Non accontentatevi – questo era il suo messaggio – ma al contrario, lottate!
Io sono. Ma non mi ho. Perciò noi diventiamo.
Non ho più dimenticato il finale del Principio speranza del filosofo Ernst Bloch, che lei mi fece conoscere.
Fu questa donna alta e pesante, piuttosto maschile e non certo attraente, a far sì che intravvedessi per la prima volta i tratti di una vita intellettuale.
Più di una volta avevo pensato di contattarla, ma dopo un primo tentativo non riuscito, mi scoraggiai e, poi, due anni fa appresi la notizia della sua morte.

Studierò lettere. Che altro?
All’Università di Bonn siamo in tanti, anzi in troppi.
È il primo anno in cui è entrato in vigore il numero chiuso per le materie più importanti e così nella Facoltà di Germanistica i pochi appassionati si trovano assieme a tutti quelli che si sono iscritti soltanto perché a causa del numero chiuso non potevano fare altro. I docenti sono visibilmente seccati e le loro lezioni nelle aule affollate non trasmettono alcun entusiasmo.
Questa non è un’università, ma assomiglia piuttosto a un macello. Qui si uccide la letteratura e quella materia morta che si viviseziona nei seminari non suscita in me alcun interesse.
Sono delusa. Non erano state, le mie letture, una promessa?
Una promessa, a quanto pare, non mantenuta, una specie di miraggio.
Sono in trappola.
Anche se non proprio gloriosamente, supero gli esami del primo anno. Non posso negare di aver imparato qualcosa, per esempio come si rinchiude in modo formalmente impeccabile un testo nella gabbia di una teoria letteraria. Ho appreso che ne esistono diverse. Alcune sono di moda, altre no. Basta sapersi muovere, cioè, citare i critici giusti, evitare di esprimere una propria opinione, mai usare la parola io e mai dimenticare le note a piè di pagina.

Sono anni incolori.
La mia stessa immagine è sfocata, tanto che neanche nella memoria riesco ad afferrarla come vorrei. Sfuggo a me stessa, non scrivo più. Come potrei osare, davanti a quei monumenti letterari che ora studio con una certa sistematicità?
Libri come mattoni, solido materiale edilizio, e io costruisco, così come mi è stato insegnato.
Purtroppo, i libri non profumano più e nemmeno puzzano. Dalle loro pagine non emana alcun odore, seducente o ripugnate, capace di portarmi lontano da me stessa, lontano da questa enorme sala della biblioteca universitaria, illuminata dalla luce verde delle lampade da lettura. Per quanto mi sforzi, non riesco proprio a trovarmi tra gli studenti, diligentemente immersi nella lettura dei loro libri.
Solo di tanto in tanto una frase risuona leggermente.

Da una parte la vita, dall’altra la letteratura. Che cosa posso fare perché questa forbice si chiuda di nuovo?
Sto dentro la grande macchina università che, una volta messa in moto, funziona secondo la sua meccanica.
Faccio del mio meglio per portarmi al livello dei discorsi teorici correnti – la psicoanalisi, la critica marxista – e imparo ad assumere un certo tono e un certo modo di argomentare. Una buona dose di retorica… e il gioco è fatto.

E le letture di quegli anni?
Per un breve periodo mi sento molto attratta dalla figura tragica di Klaus Mann, figlio maggiore di Thomas, nel cui lascito letterario m’immergo in un archivio di Monaco.
È estate.
Sono venuta qua apposta e anche se le mie ricerche rimarranno inconcluse, scopro che è proprio quel lavoro solitario che mi piace. Aprire un cartone con delle vecchie foto, toccarle, sentire il loro odore, leggere delle lettere non indirizzate a me, entrare in un’altra vita, un’altra logica, fuggire da me stessa, così lontano che alla fine non mi riconosco proprio più.

Ci vogliono anni affinché le letture vere ritornino. Mentre allatto mia figlia, leggo Celan, ad alta voce nel tempo sospeso d’interminabili pomeriggi invernali, nutrendola di latte e di poesia.
Come un tempo, mi affido al caso, alle occasioni che capitano, a un nome sentito alla radio, una bella copertina, una foto che mi attrae. Libera e perfino più libera che mai, perché cosciente della mia libertà riacquisita faticosamente.

Letteratura e vita.
L’ho già visto.
Conosco quel vecchio uomo con un sacchetto di plastica pieno di ortaggi, intravisto in metropolitana stamani. Anche se non ricordo dove, ci siamo certamente già incontrati da qualche parte. Conosco la sua storia, così come lui conosce la mia. Mi trovo in ottima compagnia con quella coppia giovane e felice, ma anche quella vecchia e infelice non mi è estranea. Conosco gli sguardi desiderosi dell’una e l’indifferenza dell’altra, le sciocche chiacchiere iniziali e il gelido tacere finale. Conosco quella donna nel suo vestito di velluto rosso scuro che avevo incontrato una sola volta molti anni fa. Riconosco il suo profumo amaro che allora fu una promessa, non mantenuta, mantenuta, non mantenuta.

Sono sempre indecisa tra Anna e Levin.
Ma devo davvero decidermi? Perché non posso invece abbandonarmi, confondendomi con la gente che questa mattina popola la piazza del mercato, con vincitori e vinti e con tutti quelli che riescono, poco gloriosamente, appena a stare a galla.

La bellezza delle imprese impossibili.
Quel mantello di pelli di criceto, faticosamente cucito dal fratello del protagonista in Pastorale americana di Philip Roth per la ragazza della quale è follemente innamorato. Sarà, nella vita, un personaggio d’insopportabile cinismo e naturalmente quel mantello brutto e maleodorante non convincerà l’amata, ma, almeno una volta, ha tentato l’impossibile.

Sono a Varenna.
Sul lago di Como, un velo di foschia, solo di tanto in tanto qualche raggio di luce irrompe dal fitto manto di nuvole. L’enorme glicine nella Villa Cipressi è in piena fioritura. Sullo sfondo delle vecchie mura si distingue elegantemente il suo antico viola. Il blu-grigio del lago e il viola del glicine sono una melanconica immagine di bellezza nell’attimo della minaccia.
Mi accompagna in questa passeggiata domenicale Vladimir Nabokov. Nei suoi racconti mi parla della bellezza perduta, ritrovata e di nuovo perduta.
Seduta davanti all’enorme glicine leggo uno dei suoi racconti più veri e tristi: Nuvola, lago, castello, scritto nel 1937.
Un piccolo impiegato russo che vive a Berlino vince un viaggio a un ballo di beneficenza. Essendo un tipo piuttosto solitario, inizialmente è scettico, poi si convince a partecipare nonostante un brutto presentimento. Si tratta di un viaggio di gruppo, quattro uomini e quattro donne, uniti dalla volontà di divertirsi, costi quel che costi! Con l’istinto animalesco, il branco individua nell’ultimo arrivato il prototipo del diverso, la vittima perfetta su cui immediatamente si scatena un atavico risentimento. Non perdono occasione per prenderlo in giro e lui, ovviamente, non è il tipo che si sa difendere. Ben presto si pente di aver partecipato a questo viaggio-incubo, ma appena arrivati alla meta, ci sarà una svolta imprevedibile.
Niente di spettacolare.
Un paesaggio, scrive Nabokov, com’è diffuso in tutta la Mitteleuropa: nuvola, lago, castello. Ma è proprio in quell’insieme quasi insignificante che facilmente allo sguardo può sfuggire che il suo protagonista riconosce l’immagine di bellezza, l’eterno ricordo di una felicità perduta.
I viaggiatori prendono alloggio in una locanda vicino e, per puro caso proprio dalla camera del protagonista si apre la vista su quel panorama utopico. All’istante decide di rimanerci per sempre. Ora che ha trovato ciò che nemmeno sapeva di cercare, non può più tornare indietro.
«Amici» gridò, giunto sul prato dopo aver rifatto di corsa il cammino lungo la riva.
«Amici, vi saluto. Rimango qui, per sempre, in quella casa laggiù. Non continueremo insieme il viaggio. Non proseguo. Non vado da nessun’altra parte. Addio! »

Naturalmente, il racconto non può finire qui.
Davanti a quell’arrivo, davanti al sogno di bellezza realizzato, il gruppo non può non reagire. Spinto dalla forza vitale di chi deve affermare a tutti costi la realtà contro il sogno, non ha scelta. L’utopia deve essere distrutta.
Tra insulti e botte trascinano il loro compagno di viaggio in stazione. E non appena il treno parte, cominciano a picchiarlo con bastoni e cinture. Si divertirono un mondo, commenta seccamente Nabokov.
Tornato a Berlino, l’impiegato va immediatamente dal suo capo per dare le dimissioni, dichiarando di essere sfinito, di non aver più la forza di fare ancora parte del genere umano.

Sono sempre a Varenna.
La giornata non si è schiarita, anzi, il blu-grigio oramai si è fatto tutto grigio e da lontano il viola del glicine non si distingue quasi più dallo sfondo.
È ora di andare in stazione.
E come se la letteratura, nei suoi momenti migliori, fosse più vera della vita, in stazione incontro l’eterna comitiva: un grande gruppo chiassoso in abbigliamento sportivo, con lunghi bastoni colorati alla fine di un’allegra gita domenicale in montagna.

Vi conosco.
Vi ho riconosciuto subito.

Da: Stefanie Golisch: Luoghi incerti (2010)

Il quadro è di Federico Faruffini: La lettrice

8 pensieri su “Educazione sentimentale # 2

  1. Bello, Stefanie! I libri di una vita, una vita attraverso i libri. E ognuno ha il suo tempo, il suo luogo, la sua occasione. Grazie!

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  2. la letteratura, nei suoi momenti migliori è più vera della vita!
    Grazie, complimenti e condivisione…

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  3. Grazie delle vostre letture e dei vostri commenti…
    Sono felice della condivisone e ancora più felice di potermi vantare della biografia di una lettrice…comminciata molti anni fa in una camera da ragazza senza metà precisa…e, ovviamente, non ancora finita!
    Ho preso in mano un mese fa “Giuseppe e i suoi fratelli” di Thomas Mann (mai letto prima…) e mi sembra di aver appena imparato a leggere…
    E’ la storia del genere umano sulla terra, il tentativo di comprendere e l’umiltà di ammettere che no si potrà mai comprendere, ma solo narrare “what it is all about”…

    Sono curiosa delle prossime educazioni sentimentali e intellettuali…

    Buoni pensieri

    Stefanie

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  4. Cara Stefanie, sai ripercorrere con una prosa di limpida bellezza la tua scoperta del mondo (anche) attraverso i libri: dall’ingenuità, ma anche dall’intuito dell’adolescenza alla sapienza astuta dei corsi universitari. Di quanti autori ti innamori! E certi amori rimangono per sempre: anche perché in essi scopri negli anni nuovi aspetti, perfino profetici, del mondo in cui viviamo, del mondo che sta cambiando insieme con noi. La lettura è il grande amore umano che non tradisce e che rende sopportabile la malattia della vecchiaia (naturalmente parlo per me).
    Mi hai infinitamente emozionato. Grazie.

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  5. Pingback: Educazione sentimentale | Matteotelara's Blog

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