Il gioco come forma temporis: “L’ultimo quarto del giorno”


di Raffaela Fazio

Il tempo è il nostro alveo e il nostro orizzonte. Ma, soprattutto, il tempo siamo noi. Tra le varie modalità di vivere il tempo ce n’è una originaria e invitante: quella del gioco. Il gioco, dunque, non come mera attività ludica, ma come forma temporis. Sul gioco quale modalità di vivere il tempo vorrei riflettere, in relazione al mio ultimo libro di poesie intitolato L’ultimo quarto del giorno (Milano, 2018).

 

Se è vero, come pensava Heidegger, che ogni manifestazione dell’essere è parziale, perché non può avvenire che nella concretezza di un momento vissuto in un contesto preciso, il gioco permette all’essere di passare più agevolmente da un suo manifestarsi all’altro: non assottiglia né sbiadisce l’essere, ma lo potenzia, rivelandone di volta in volta le diverse sfaccettature.

 

Non solo. Da un lato, il gioco consente una lucida intensità: l’intensità dell’immedesimazione di chi si lascia pienamente coinvolgere, senza però perdere coscienza del reale. Dall’altro, esso offre la possibilità di fare i conti con i propri demoni. In queste due caratteristiche, il gioco ricorda molto la poesia. La poesia è infatti intensità rielaborata (esperienza e riflessione sull’esperienza) e perenne confronto con l’ombra che ci abita.

 

In primo luogo, l’ombra. Il gioco può abbracciare il buio, il tremendo, l’abisso. Con le tenebre infatti gioca l’uomo quando, nello sforzo di contenere o esorcizzare i suoi demoni, dà loro voce. In questo, il tempo umano somiglia forse al tempo divino, secondo quanto suggerisce la tradizione ebraica. Nella nota anteposta a L’ultimo quarto del giorno, ricordo: Secondo la tradizione ebraica, la giornata di Dio si compone di dodici ore. Nel primo quarto, Dio studia la Torah. Nel secondo quarto, siede sul trono di giustizia e quando vede che il mondo è tanto colpevole da meritarsi la distruzione passa dal trono di giustizia a quello di misericordia. Nel terzo quarto, Dio dà da mangiare ai viventi. Nell’ultimo quarto, gioca nel mare con il Leviatan, come sta scritto nel Salmo 104,26: “Tu hai fatto il mare e il Leviatan per giocare con lui”. La forza del gioco consiste proprio nel domare la potenza distruttrice del mondo e della psiche, snudandone il lato sorprendente, come chi svela, ad ogni colpo di coda del Leviatan, la leggerezza degli abissi.

 

La leggerezza degli abissi: così s’intitola la seconda sezione del libro, incentrata sull’esperienza dell’ombra che pervade il quotidiano. L’abisso è il mistero dell’assenza (“Mi rincorro/ come un cane/ la coda/ mozzata:/ il tempo ha per lama/ la tua assenza”, p. 42) e la paura della perdita. È l’irrazionalità del reale con la sua inconsistenza. È il dubbio, “è l’ora/ tra il cane e il lupo/ quando il ciglio non sa/ se all’erba sposarsi piano/ o cedere al dirupo” (p. 31). È “una stagione convulsa/ come di erbe/ in periferie notturne” (p. 36). L’abisso è anche l’impossibilità di appagamento del desiderio, sebbene il desiderio rimanga il motore irrinunciabile della vita: “Immobile è la vita/ fino all’istante/ in cui da fuori/ aprendo il baldacchino/ la tocca il desiderio…” (p. 69); “E come nell’aria/ l’aria che precipita/ vero verissimo/ è per voi l’improbabile/ se resta l’artefice/ del desiderio/ e nuovo/ imprendibile” (p. 19).

 

Integrare l’ombra è possibile se riusciamo a giocare con il Leviatan e con la sua imprevedibilità. Questo gioco richiede coraggio, capacità di lasciarsi sorprendere e fiducia in sé e negli altri: “Ma troverai/ in altri umani un segno/ che mitiga il mistero/ e improvvisata appesa/ a un davanzale/ una mangiatoia di legno/ con qualche seme/ di girasole” (p. 47); “Come i bambini sanno/ (ignari della noia/ maestri d’espedienti)/ basta chiudere gli occhi/ contare fino a dieci/ riaprirli/ per vedere/ che è nuova quella fiamma/ nuovo il viso degli amici/ rischiarato/ tutto è nuovo/ reso nuovo esattamente/ dall’esile porzione/ di bagliore/ che ha acconsentito/ per poco a farsi buio/ a immergersi nel Niente” (p. 17). Il gioco presuppone la capacità di superare i confini dell’io, aprendoci al mistero inscritto in ogni realtà ed insito in chi ci sta accanto: “così dovrei imparare/ a prendere la forma/ che tu hai/ quando a me vieni/ ricevere il tuo tempo/ plasmandomi a misura/ e predisporre ad esso/ come a un dono/ il senso della gioia/ e quel che sono” (p. 21). Allora, la leggerezza si rivela non solo come un mezzo per vincere lo scoraggiamento che potrebbe trascinarci sul fondo, ma anche come una caratteristica costitutiva della vita. La vita che, per ogni suo aspetto drammatico, ha un lato luminoso e leggero, e che, proprio per questo, non va divisa in parti, ma presa nella sua interezza.

 

Il gioco, oltre ad offrire un’opportunità di confronto con l’abisso, è uno spazio di dinamica intensità, che corrisponde a un “eterno presente”, un tempo raccolto ma non chiuso, concentrato ma non impermeabile a ciò che è stato e a ciò che sarà. È intenso, perché non svuotato da proiezioni che spostano continuamente l’attenzione verso un altrove irraggiungibile. In questo “eterno presente”, a cui ho dedicato in particolare la prima sezione del libro intitolata Tra il gioco e il mondo, non si attende una risposta finale, riassuntiva, esplicativa, ma si vive di ciò che viene esperito man mano sul percorso, che è un continuo divenire: “Non ne attendo/ la strofa finale/ che segnali il suo intento./ A me basta il cammino/ di ronda/ nell’incerta ragione/ del suo divenire./ Lui, il Tempo/ io, suo confine” (p. 54). Il presente si accende di attimi, come “istanti luce”, punti luminosi che, con la loro forza attrattiva, richiamano prepotentemente a sé la vita, accentuandone il piacere o il dolore. Per percepirli, occorre che i sensi siano all’erta, proprio come avviene nel gioco, che sollecita in pari misura intelletto e fisicità. I sensi, allora, non rappresentano una realtà contrapposta al pensiero: sono la sua cassa di risonanza, la sua convalida: “Che il pensiero/ non cerchi un’uscita/ ma un’eco/ nell’estesa caverna/ dei sensi./ E tra i sensi/ ritrovi inesausto/ il compenso/ la più inquieta, la sola/ risposta” (p. 25).

 

Questi istanti di rara intensità non sono però isolati, a sé stanti, ma sono parte di uno scorrere incessante. Si tratta infatti di trovare un equilibrio tra prontezza e pazienza del vivere: nel cogliere il momento (kairos), lo si introduce all’interno di un flusso più ampio. Mi è piaciuto esprimere quest’idea con l’immagine dell’arriccio, in una poesia dedicata a mio figlio. L’arriccio è lo strato sul quale, nell’affresco, si riporta il disegno prima di stendere l’intonaco trasparente che riceve il colore; per imprimere il bozzetto, l’arriccio deve essere sufficientemente asciutto, ma non secco. In “Affresco”, ho scritto: “Se volessi fermare/ nell’arriccio/ questo attimo perfetto/ di dolcezza/ (sabbia pura di fiume)/ tradirei il senso/ ancora in divenire/ la parte di te/ forse migliore/ il tuo vero pigmento./ E invece ogni momento/ va steso, non sottratto/ al suo destino:/ va dato al tempo/ quando il tempo/ è ancora fresco./ Così/ sul fondo che ti spetta/ anch’io devo lasciare/ che tu cresca” (p. 18). L’ “eterno presente”, dunque, non è né cristallizzato, né atomizzato. È un tempo concentrato ma fluido, perché tempo di “relazione” attraverso la ricerca di senso.

 

Il senso non solo distingue un istante dall’altro, conferendo a ciascuno un contorno preciso, ma intesse il legame tra i vari momenti in rilievo. È il senso che, nel tempo, evita sia l’accelerazione nevrotica verso una meta irraggiungibile, sia la stasi indistinta priva di movimento e di direzione. Grazie ad esso avviene la trasformazione dell’evento in esperienza, nella durata.

 

Ed è ancora il senso che sposta le frontiere del tempo: nella dinamica vitale tra passato e presente, il presente modifica il passato rileggendolo di volta in volta, ed il ricordo forma, incidendo su di esso, “l’instabile profilo del presente/ che di sé trova/ volgendosi/ l’ennesima variante” (p. 53). A questa fluidità del tempo si riferisce soprattutto la terza sezione del libro, intitolata La danza dei confini. Vi è dunque un gioco sempre nuovo d’interpretazione: “Il tempo s’affolla/ di ritardi/ e così matura:/ dove torna/ ritrova rinnova/ semi radici/ sguardi” (p. 51). Eppure, se la ricerca di senso fa variare la visione, essa conduce anche alla consapevolezza che la prospettiva non può essere che parziale. Ad un certo punto della vita, è un bene che sia così: la parzialità diventa qualcosa di positivo, ci permette di occupare un posto, di affezionarci ad un pezzetto di esistenza, di compiere una scelta, se è vero che ogni direzione intrapresa ne esclude necessariamente un’altra (chi vuole il tutto e l’assoluto, alla fine non sceglie niente): “Mi piace/ questa finestra/ col suo offrirsi parziale/ al vento./ Altrove ci sono/ più fini strumenti/ ragioni intuizioni ampie orchestre./ Ma è qua che io torno./ È qua che s’intona un affaccio/ che un giorno – lo so –/ sveglierà di riflesso/ il colpo lontano, lucente/ di un altro battente” (pp. 70-71).

 

Il variare di prospettiva può essere a volte persino un ribaltamento. Il gioco, infatti, permette anche questo: di introdurre un’apertura al paradosso, all’unione degli opposti, al sovrapporsi degli estremi. Consente un capovolgersi di altezze (è il titolo della quarta sezione del libro), una sovversione che è, insieme, riscatto, risposta, trasformazione creativa e audace. Di questo paradosso parla ad esempio una poesia dedicata a due tipi di bellezza. La bellezza più vera e duratura risulta proprio quella che all’inizio pare mostrarsi come il suo contrario. È la capacità di dare un senso agli aspetti più duri della vita, in una tensione etica più che estetica: “C’è una bellezza/ che sovrasta/ e travolge a distanza./ Si riconosce/ per la forza/ che tutto ammutolisce/ per la coincidenza/ tra l’apice e l’inizio/ della fine./ Ma l’altra/ non è data mai/ in partenza./ La precede/ l’asprezza/ il masticare lento/ il fare posto./ Poi accade/ un capovolgersi/ di altezze/ se si stacca/ dal fuoco passeggero/ una lingua/ tra i rovi/ una lucentezza/ che si conserva/ ardente/ nella prova” (p. 79). È questa bellezza che ha saputo riconoscere una persona straordinaria come Etty Hillesum, che è arrivata ad amare l’esistenza persino nel momento della barbarie, “lei che la vita/ l’ha scelta tutta quanta/ lei che negli altri/ si spoglia come polline si sfa/ senza zavorra/ baciandoli/ sui prati/ del cielo e della terra” (p. 80).

 

Nel capovolgersi delle altezze, il tempo della fine sa di essere un nuovo inizio, là dove lo sguardo riesce ad abbracciare un orizzonte più vasto. Il moto del tempo e del senso è rinnovamento continuo, un rinnovamento permesso dall’apertura all’altro e all’alterità, dal “donarsi – sorretto dal vuoto – / di un bordo/ all’altro contiguo/ stupito/ come di barca in barca/ passa la luce/ dall’acqua/ all’infinito” (p. 78), nella consapevolezza che la nostra esistenza è parte di un mistero, di un gioco più grande che prosegue incessante grazie all’amore: “Quando il mio tempo/ pende/ sul più azzurro versante/ intravede/ la sua stessa fine/ il suo segno più in basso/ come il rotolare/ di un sasso/ nell’erbetta nuova./ E nella vita/ che senza me prosegue/ forse un ricordo/ di quel lieve/ franare:/ prova/ in fondo/ che oltre la morte/ solo l’amore/ è guardia di frontiera” (p. 88).

3 pensieri su “Il gioco come forma temporis: “L’ultimo quarto del giorno”

  1. Una mia poesia su ” MEMORIA e OMBRA ”

    La sua nota alta/ non pretende attenzione/indelebile / ha un talismano prezioso / per ogni ritorno al suo infinito/ dopo improvviso apparire e svanire/ in lame di luce/
    Impreparati al risveglio/ sussultiamo alle sequenze / che riportano a noi / e ai tanti assenti/
    in un rapido scorrere / con ancora in grembo/ l’umido diffuso e…tanto altro/ dell’ignoto bambino
    che siamo/ ostinato nella difesa dell’io / di una ronzante bugia/ utile gradino per oltrepassare e…andare …andare.——Nella memoria noi / ombra troppo vasta/ in una prigione di frammenti minimi/ confusi di travaglio schiamazzi inconcludenti/ tra ragione e destino/ noi facili alla reticenza/ al risucchio per un nonnulla / nel sopravvento di quinte strampalate/ sul remoto ieri /
    noi tumulto in crescendo/ forse in tutta la sua vastità/ oltre ogni oltre /

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  2. Pingback: Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno | Poetarum Silva

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