Vivalascuola. Senza zaino

Questa puntata di vivalascuola è dedicata alla Scuola Senza Zaino, un modello didattico che parte dal basso e si sta diffondendo attraverso il passaparola. Senza Zaino prende le mosse dalla “Giornata della Responsabilità” organizzata in una scuola di Lucca nel 1998. Ufficialmente parte nel 2002 adottando il metodo dell’Approccio Globale al Curricolo come modello di innovazione metodologico-didattica. Molte scuole, in tutte le regioni d’Italia, hanno scoperto che era possibile aderire a questo metodo e introdurre un vero e profondo cambiamento nella scuola pubblica. Si è venuta costituendo così la Rete Nazionale delle scuole SZ. Con SZ, come con altre esperienze innovative, è la scuola che si muove controcorrente senza aspettare le direttive di chi governa, grazie alle sensibilità, al coraggio e alle intuizioni delle persone, oltre l’istituzione e le sue derive (vedi qui e qui). In questa puntata di vivalascuola Donata Miniati illustra il modello Senza Zaino e intervista il suo ideatore Marco Orsi, le maestre Ginetta Latini, Loredana Facchinetti, Beatrice Damiani e Simona Valle della scuola di via Brunacci a Milano presentano il loro lavoro e ne indicano aspetti positivi e criticità, mamme e bambini prendono la parola per dire la loro esperienza.

Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

.LA PAROLA AI BAMBINI
PAROLA DI MAMMA, di Lisa Tropea e Alessia Buffon
E DI MAESTRA, di Simona Valle
IL MODELLO SENZA ZAINO NELLA SCUOLA PUBBLICA, di Donata Miniati
INTERVISTA A MARCO ORSI, di Donata Miniati
UN’ESPERIENZA. UN’AULA RACCONTA COME SI SVOLGE UNA GIORNATA DI SCUOLA, di Ginetta Latini, Loredana Facchinetti, Beatrice Damiani
PER CONCLUDERE: ASPETTI POSITIVI, CRITICITA’ E PROPOSTE, di Ginetta Latini, Loredana Facchinetti, Beatrice Damiani
MATERIALI
SEGNALAZIONI, Comitato Nazionale “Per la scuola della Repubblica”: Convegno Nazionale sull’autonomia scolastica; un Appello per la scuola pubblica
RISORSE IN RETE

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LA PAROLA AI BAMBINI

Tutte le idee si mettono insieme ed esce un bellissimo lavoro

Tutte le mattine si va in agorà: è un angolo dove si entra senza scarpe ed è pieno di cuscini. Ma la cosa principale di questo angolo è che ogni giorno chi vuole parlare parla e racconta ai compagni come si sente o delle cose che farà o che ha già fatto.

Ogni classe ha quattro tavoli e in ogni tavolo ci sono sei o sette bambini, dipende da quanti bambini ci sono in una classe. Ma la cosa più bella è che c’è un’isola in mezzo con matite colorate, gomme, temperini pennarelli e astucci. Questo materiale resta a scuola. La cosa bella di questi tavoli è che si può lavorare in coppia e tutto il tavolo insieme e tutte le idee si mettono insieme ed esce un bellissimo lavoro.

Le tre parole del Senza zaino sono responsabilità, comunità e ospitalità.
Il programma della giornata è su una lavagna ad acqua dove ci sono scritte tutte le materie o attività che si faranno e viene letta la mattina in agorà. (Sofia e Camilla)

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La nostra scuola è bella perché

La nostra scuola è bella perché… le maestre sono brave, i bagni sono puliti, ci sono le borsine blu al posto dello zaino. Tutto il materiale si lascia a scuola ed è tutto in condivisione. Il semaforo del bagno: quando un bambino deve andare in bagno non lo chiede alla maestra ma usa la chiave. Se è sul rosso non si può andare, se è verde si può. C’è un angolo morbido chiamato agorà dove la mattina si legge il programma e si parla a turno. Ognuno ha un cassettino privato e uno per i lavori. In quello privato ci metto i disegni e il diario, nell’altro ci metto i lavori. (Alessia, Margherita, Matilda) [torna su]

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PAROLA DI MAMMA…

Una scuola speciale!
di Lisa Tropea

Come sei venuta in contatto con la scuola Senza Zaino?
Nella scuola primaria più vicina a casa mia partiva il primo ciclo di sperimentazione proprio l’anno in cui mia figlia cominciava la prima. Ho letto degli interventi del fondatore, il dirigente scolastico Orsi, e come si erano strutturate le prime scuole aderenti in Toscana: mi è piaciuto il metodo orizzontale e partecipativo e ho colto l’opportunità al balzo.

Qual è la tua impressione, ora che nei fai parte?
Continuo a pensare che sia stata una grandissima opportunità, anche se il rischio di essere il primo ciclo a sperimentare quest’ottica didattica innovativa a volte mi ha fatto sentire un po’ come un acrobata senza rete​, c​ome tutte le esperienze da cui ho veramente tratto qualcosa e nelle quali mi sono messa in gioco in vita mia. E’ una scelta coinvolgente e richiedente, come spesso sono le cose belle. E’ una scuola “speciale” che ho la sensazione di aver costruito un pochino anche io​, nel mio piccolo.​

Quali punti di forza metteresti in evidenza?
A me ha molto colpito il metodo euristico con cui i bambini arrivano ad imparare, nel rispetto dei propri tempi e senza il patema del “programma” e della prestazione. Si sta a lungo sull’apprendimento, perché esso diventi una scoperta, a partire da qualcosa di realmente vissuto dai bambini: un’uscita, una dinamica tra compagni, uno spunto discusso nell’agorà. L’agorà è lo spazio rassicurante, strutturato come un angolo morbido, in cui i bambini vengono accolti tutte le mattine, dove vengono illustrate le attività della settimana e dove anche i bambini possono esprimere liberamente i loro pensieri e le loro motivazioni​: cosa li rende felici, cosa li preoccupa, cosa è piaciuto loro nella giornata precedente. Uno spazio prezioso, dove i nostri figli vivono il diritto di prendere parola e di essere ascoltati, ma anche la responsabilità di ascoltare gli altri. E poi la scuola come luogo aperto, in cui anche i genitori hanno cittadinanza: negli anni abbiamo, ognuno secondo le proprie disponibilità e inclinazioni, contribuito a strutturare le classi, a pulire gli spazi comuni, a organizzare le feste e a finanziare i progetti della scuola; abbiamo partecipato all’agorà o visitato delle vere e proprie mostre organizzate nelle classi dai nostri bambini; abbiamo provato ad affrontare insieme alle insegnanti e agli altri genitori alcuni momenti difficili di crescita dei bambini.

Che cosa ti fa preferire questo modello di scuola a quello tradizionale?
Il coinvolgimento attivo dei bambini nei processi di apprendimento, l’apertura della scuola come spazio “comune” e orizzontale, il fatto che i bambini AMANO andare a scuola e imparano a rispettare i materiali che hanno in comune coi propri compagni.

Vuoi raccontare degli aneddoti?
M ​i vengono in mente: la volta in cui bambine e bambini in 4a hanno preparato per la festa di fine anno una canzone con coreografia che era una specie di inno della classe, con tanto affiatamento e entusiasmo che ci hanno lasciti stecchiti; la voglia di tornare in classe ogni settembre; la mostra su​lla preistoria​ in cui ogni gruppo aveva preparato un’attività diversa per ​illustrare un aspetto del Paleolitico; la gioia di scoprire che, nel parco che dovevano esplorare mia figlia e una sua compagna, c’era qualcosa che avevano notato solo loro; quando ha voluto trasformare il riassunto di un testo sulle Eolie in una specie di filmino recitato; quando hanno voluto ripetere a casa gli esperimenti di scienze fatti in classe; quando ho scoperto, in un’assemblea di classe, come stavano imparando la grammatica, scomponendo la frase in ritagli e infilando le parti del discorso in scatole diverse, che dovevano definire i bambini stessi; quando mi ha detto “è bello sapere tante cose di un argomento e poterle raccontare agli altri“; recentemente, quando mi ha fatto leggere un racconto letto in classe sulla Giornata della Memoria e io mi sono commossa e lei mi ha domandato se poteva raccontarlo in Agorà. E’ bello quando quello che i bambini imparano a scuola diventa occasione di condivisione e penso sia piuttosto raro in scuole più tradizionali.

Cos’è l’Associazione genitori, di che cosa si occupa, qual è il tuo ruolo?
L’Associazione Genitori è nata per poter dare un assetto più formale alla raccolta fondi per finanziare progetti educativi all’interno della scuola e per mantenere vivo il confronto tra genitori e tra genitori e maestre su temi importanti.
​Con altri genitori, io mi sto occupando per esempio di proporre e organizzare incontri per genitori su argomenti che ci sembrano importanti sul piano educativo o sociale e sui quali avvertiamo l’esigenza di ascoltare degli esperti e confrontarci. Per ora abbiamo concretizzato, per esempio, un incontro sulle nuove tecnologie e sulle opportunità e i rischi che esse possono rappresentare per bambini in età scolarre ma anche per noi adulti.

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Entusiasmo e apprendimento
di Alessia Buffon

Come sei venuta in contatto con la scuola Senza Zaino?
Ho sentito parlare per la prima volta di Senza Zaino cinque anni fa quando dovevo iscrivere mia figlia alla scuola primaria e nella scuola di bacino si cominciava a parlare di questa nuova tipologia di didattica. Subito ho capito che era proprio quello che cercavo, ho avuto sensazioni positive e visto un corpo docente molto motivato. Infatti mi hanno colpito molto l’entusiasmo delle insegnanti che ci hanno coinvolti in questo progetto, e un’impostazione diversa rispetto alla tradizionale: con il passaggio da una didattica verticale ad un approccio globale basato sull’imparare facendo (laboratori) e su valori che condivido pienamente nel percorso educativo dei miei figli: responsabilità, accoglienza e comunità.

Qual è la tua impressione, ora che nei fai parte?
La mia impressione è decisamente positiva, tanto che quest’anno ho iscritto mio figlio più piccolo alla stessa scuola. Ritengo non importante l’acquisizione di nozioni in sé, invece trovo fondamentale l’imparare ad apprendere, ad affrontare le difficoltà e a porsi delle domande, la curiosità. Mi piace che alla mattina inizino la giornata a scuola con l’agorà dove lavorano sulle emozioni, dedicando del tempo a ciò che sentono, a ciò che provano. Apprezzo molto l’approccio non competitivo che viene applicato, dove ognuno ha i suoi tempi di apprendimento, per cui si fa molta attenzione alle diversità. Non ho trovato carenze a livello didattico, anzi ho visto mia figlia pronta ad affrontare le medie come tutti gli altri suoi coetanei. Per altri genitori non è stato così, mettono in discussione il metodo sia perché ritengono che non siano sufficientemente preparati sia perché pensano che ci siano poche regole. Io credo che questo sia più legato alle capacità di ciascun bambino e che avrebbero avuto le stesse difficoltà anche nella scuola tradizionale o forse ancor di più. I bambini senza zaino imparano ad imparare e hanno regole ben precise che devono rispettare e far rispettare. Vorrei ricordare che questa è una scuola pubblica e che segue quindi tutte le regole delle scuole tradizionali, e se devo fare un appunto è proprio il fatto che sarebbe opportuno che gli insegnanti potessero scegliere di venire nella nostra scuola e potessero fare gli aggiornamenti nei tempi giusti in modo da essere pronti per l’inizio della scuola. Succede infatti che in alcune classi le maestre arrivino impreparate o addirittura poco coinvolte nell’applicazione del metodo senza zaino, ecco secondo il mio punto di vista occorrerebbe lavorare di più su questo aspetto.

Quali punti di forza metteresti in evidenza?
Il lavorare insieme, materiali comuni da condividere e da rispettare, la responsabilità, l’autonomia nello svolgere i compiti, l’entusiasmo e il coinvolgimento nei numerosi progetti proposti dalla scuola, le uscite sul territorio fin dalla prima, cosa quest’ultima non scontata

Che cosa ti fa preferire questo modello di scuola a quello tradizionale?
Il coinvolgimento non solo dei bambini ma anche dei genitori, che devono comunque mettersi in gioco. In quanto modello da imitare, ci sentiamo coinvolti, non tanto nella didattica che deve essere comunque territorio delle insegnanti, quanto nei valori che insieme si cerca di trasmettere ai bambini: comunità, responsabilità e accoglienza. E’ sicuramente una scuola più faticosa per i genitori, perché te lo scordi di portare e salutare i bambini e poi ognuno per la sua strada… eh no, anche i genitori spesso entrano a scuola per supportare appunto le tante attività in essere, come ad esempio la biblioteca della scuola, che rimane aperta per i bambini tutti i giorni durante la loro pausa pranzo (intervallo lungo) grazie alla presenza dei genitori e nonni. In questo modo i bambini possono prendere a prestito i libri, fare ricerche oppure soltanto rilassarsi con una buona lettura.

Vuoi raccontare degli aneddoti?
Ricordo quando mia figlia era in prima elementare e capitava che in alcuni periodi fosse particolarmente nervosa e arrabbiata quando tornava a casa. Subito ci siamo preoccupati per scoprire che a turno doveva fare la responsabile di gruppo, quindi fare in modo che l’isola delle penne e matite fosse in ordine e cercare di mantenere il silenzio, e per lei era molto faticoso e sentiva troppo il peso di questo compito! Poi assieme abbiamo cercato di risolvere questo problema e piano piano si è adattata a questo ruolo.

Cos’è l’Associazione genitori, di che cosa si occupa, qual è il tuo ruolo?
Fin dalle prime riunioni con le maestre, i genitori vengono coinvolti nelle varie attività della scuola: dal risistemare le aule, i corridoi e altri spazi comuni secondo il progetto delle aule senza zaino, all’organizzazione delle feste, della mostra del libro, della biblioteca, della falegnameria, delle attività post scolastiche, delle giornate di cura della scuola. In particolare i lavori che si svolgono prima dell’inizio della prima sono giornate importantissime da vivere anche con i bambini, perché si dà l’esempio prima di tutto e poi è un modo per fare gruppo con i genitori della classe e iniziare un percorso assieme.

Come vi ho detto le attività proposte dalla scuola sono numerose e l’associazione è nata proprio per tentare di organizzare un supporto al corpo docenti nel reperire prima di tutto i fondi necessari per lo svolgimento dei vari laboratori/corsi e degli aggiornamenti per le maestre, che dovrebbero affrontare da sole il costo, organizzare incontri per i genitori su tematiche varie non solo legate allo SZ. Questa associazione è speciale perché non è fatta di soli genitori, anche alcune maestre sono attive per la realizzazione della fabbrica degli strumenti e aggiungerei fondamentali per mantenere alto il livello di partecipazione dei genitori.

Personalmente mi sono sentita fin da subito coinvolta in questo progetto, e quindi ho visto nascere l’associazione. E’ stato un percorso lungo e non facile, ma da assemblea dei genitori abbiamo sentito l’esigenza di strutturarci un po’ di più, anche e soprattutto per le problematiche di aspetto economico. L’associazione Amici Senza Zaino Brunacci è nata da poco più di un anno, quindi non siamo riusciti ancora a lavorare su tutti gli aspetti, ad esempio la formazione delle maestre ancora è tutta da organizzare, ma altri progetti sono partiti: come gli incontri per i genitori, la lotteria, adesso stiamo lavorando con alcune maestre per far partire il book crossing e altri genitori si stanno occupando di restaurare una parte della scuola dove abitava l’ex-custode per fare la sede dell’associazione e creare uno spazio di accoglienza per tutti i genitori. [torna su]

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… E DI MAESTRA

L’arma vincente è la condivisione
di Simona Valle

Come sei venuta in contatto con la scuola Senza Zaino?
Sono venuta in contatto con la scuola senza zaino attraverso una mia cara amica collega, Beatrice Damiani, che si era trasferita in quella scuola proprio per insegnare nella scuola con il modello Senza Zaino.

Qual è la tua impressione, ora che nei fai parte?
E’ una realtà molto impegnativa che ti assorbe completamente. In particolare il primo anno in cui una docente inizia a lavorare con questo modello non è facile. Ti devi destrutturare per poi ristrutturare, ma è anche anche affascinante, coinvolgente, motivante. E’ una carica di energia non indifferente!

Quali punti di forza metteresti in evidenza?
I punti di forza direi che sono la progettazione di percorsi che rispettino i tempi d’apprendimento dei bambini, il rispetto per le diversità e gli stili di apprendimento con i quali i bambini imparano. La strutturazione di attività differenziate e lo spazio e il tempo dedicato all’emozione dei bambini, al loro sentire, alla possibilità data loro di esprimersi in uno spazio protetto, l’agorà, ogni mattina.

Che cosa ti fa preferire questo modello di scuola a quello tradizionale?
La pedagogia che c’è dietro alla strutturazione degli spazi, le modalità con cui si conducono o per meglio dire si indirizza il processo di apprendimento, il rendere i bambini autonomi e artefici del proprio apprendimento grazie ad attività strutturate con procedure, strumenti didattici costruiti proprio per raggiungere quella determinata competenza.

Vuoi raccontare degli aneddoti?
Non ho aneddoti in particolare, ma ho presente la luce che vedo ogni mattina negli occhi dei bambini sempre felici di venire a scuola.

Cos’è l’Associazione genitori, di che cosa si occupa, qual è il tuo ruolo?
Come docente da quest’anno ho iniziato a collaborare con l’Associazione genitori in maniera più stretta e sicuramente il loro ruolo è determinante per la comunità Senza Zaino. Senza l’Associazione Amici Senza Zaino si potrebbe fare ben poco ed è bello l’approccio di condivisione che hanno con gli insegnanti. L’arma vincente della nostra scuola, a mio parere. [torna su]

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LA METODOLOGIA

Il modello Senza Zaino nella scuola pubblica. Visione e pratiche di un’esperienza di cambiamento
di Donata M. Miniati

Restare liberi, restare umani. Tornare a scuola”. Mi riconosco nelle parole di Emanuele Rainone (sul numero di vivalascuola di novembre), che interpreto come l’indicazione di una prospettiva etica, pedagogica e culturale, una possibilità di libertà e di cambiamento nella scuola e a partire dalla scuola, qui e ora. Le leggo anche come uno stimolo per iniziare a raccontare esperienze realizzate di rinnovamento capaci di sbloccare l’esistente, di abbandonare ciò che sembra scontato e tanto più pervasive quanto più riescono a uscire da nicchie privilegiate o individuali, e diffondersi in orizzontale, in una rete di relazioni e scambi nella scuola di tutti, riempiendo gli spazi del sistema formativo.

Tornare (o meglio restare) a scuola, identificando nel fare scuola” il nucleo di senso, l’esperienza vitale che si confronta con la realtà delle persone che ospita, con bisogni esistenziali e domande urgenti alle quali dare risposta, in un contesto in rapido mutamento. È stata la scelta che ho cercato di seguire come insegnante, in scenari e contesti diversi, seguendo la personale biografia e il cambiare della scuola nel tempo. Dagli anni Settanta delle sperimentazioni diffuse e di ricerca sul campo, di scuola attiva promossa da movimenti innovatori sulla scia di “maestri visionari” (Lodi, Milani, Rodari, Ciari, Freire, Freinet…), delle conquiste di “democrazia”, dell’attenzione ai più fragili. E nei decenni a seguire del ritorno all’ordine, in un crescendo di riforme dirigiste con progressivo ingessamento burocratico, didattico e organizzativo, fino alla galassia eterogenea delle scuole dell’autonomia, in cerca di identità nella babele dei progetti e nel mito salvifico delle tecnologie. Un modello che non funziona nel suo insieme, che non riesce a superare le criticità, come la dispersione e l’abbandono, che stenta a essere un luogo di vita autentica e formazione umana secondo i valori ai quali dice di ispirarsi: cittadinanza, accoglienza, cooperazione, iniziativa tra i primi. Tante aspettative e buone prassi sono state disperse o non valorizzate, l’azione didattica e il valore dell’esperienza sono finite ai margini di consuetudini didattiche ripetitive e stanche. Sembrerebbe un destino ineluttabile.

L’incontro con Senza Zaino mi consente di dire che un ripensamento radicale è possibile: è stato un “tornare a scuola” ri-generativo, capace di attivare insieme pensiero critico, conoscenza, manualità, creatività, immaginazione, emozioni nella relazione insegnamento-apprendimento. In una dimensione comunitaria, insieme a coloro che ugualmente non hanno ripiegato nella frustrazione, nel lamento sterile, o nell’accettazione passiva e si interrogano sul senso e l’efficacia del proprio agire, consapevoli che «il punto essenziale è il problema di cosa fare perché il nostro fare meriti il nome di educazione», ricordando J. Dewey.

Raccontando l’esperienza, va detto che essere insegnanti Senza Zaino richiede partecipazione e presenza attiva, soprattutto nei primi anni, sia in termini di formazione sulle pratiche didattiche, sugli strumenti, sulle procedure, sia nel fare con la mente, con le mani, con l’attenzione alle relazioni, contribuendo alla crescita della comunità: dalla classe alla rete. La pedagogia di Senza Zaino (da adesso in poi SZ) però funziona anche in “ambiente adulto”: si apprende nel quotidiano a condividere risorse, idee, metodi, strumenti, a usare il tempo progettando le attività, senza le dispersioni della collegialità a parole. Insegnare, con o senza zaino, è comunque un compito “senza fine”, che si alimenta e rinnova nei traguardi visibili dei nostri studenti, piccoli o meno, con gli effetti formativi del nostro agire quotidiano. Come poter stare per il tempo necessario a fianco di P. che ha bisogno della mia presenza per capire che può farcela da solo mentre gli altri ai loro tavoli lavorano a coppie sottovoce, con i materiali messi a disposizione, totalmente presenti a ciò che fanno.

Breve storia di “Senza Zaino, per una scuola Comunità
L’esperienza di SZ nasce nel 2002 a Lucca, dall’intuizione pedagogica e dalle pratiche condivise di un nucleo di persone “di scuola”, in un istituto comprensivo come tanti, guidato da Marco Orsi, l’ideatore del modello educativo. Da questa comunità professionale si è originato un movimento in costante diffusione sul territorio nazionale, formato da una rete di scuole che conta oggi 396 plessi (singole scuole). Si tratta in larghissima prevalenza di scuole statali, soprattutto infanzia e primaria, seguono le secondarie di primo grado e alcuni istituti superiori. Insieme alla rete, il movimento è sostenuto dall’associazione , che ha il compito di promuovere la visione di scuola che è alla base del modello, insieme a iniziative di formazione e sviluppo professionale.

SZ si è diffuso sin dall’inizio per disseminazione spontanea, a partire dalla Toscana, con una sorta di “passaparola“ e scambi tra insegnanti e scuole, anche grazie a convegni, pubblicazioni, conferenze… Pure l’ Università ne ha preso atto: negli ultimi anni SZ è entrato in alcune nelle facoltà di Scienze della Formazione (Bari-Pesaro/Urbino) come un “caso di studio” e modello di scuola per la formazione dei futuri insegnanti.

Un modello di scuola: visione globale e valori espliciti
È questo aspetto la caratteristica peculiare di SZ, e anche la ragione del suo diffondersi: una proposta pedagogica, didattica e organizzativa sistemica, sostenuta da una visione globale della scuola, connotata dai valori di responsabilità, ospitalità, comunità. La cornice pedagogica è espressa da scelte didattiche ed educative coerenti, che considerano tutti gli aspetti dell’esperienza scolastica, secondo il metodo del curricolo globale.
Le piste pedagogiche si esplicitano in:

• l’esperienza e la ricerca
• il senso e i sensi
• la centralità dell’attività
• la co-progettazione
• la valutazione formativa
• l’aula come mondo vitale

Un modello quindi, non un progetto o una strategia metodologica: una sorta di “scuola di metodo” che vive e anzi si sviluppa nella gamma di contesti della scuola pubblica, mettendo al centro “come” realizzarne le finalità. Per molti insegnanti, dirigenti (e genitori) rappresenta un’alternativa possibile e praticabile alla scuola “tradizionale” (accettiamo la genericità del termine), al conformismo didattico che l’ha isterilita nell’ossessione della misurabilità dei risultati, ripartendo dai bisogni di senso e di conoscenza di chi apprende e di spessore pedagogico di chi insegna, un’apertura di orizzonte necessaria a grandi e piccini. La dimensione comunitaria del modello include le famiglie, chiamate a confrontarsi concretamente con un patto educativo esplicito, a essere parte della comunità, superando la distanza che separa scuola e famiglia.

SZ propone una scuola a contatto con il mondo reale, “con i piedi per terra”, fondata sull’esperienza che raggiunge tutti gli aspetti del bambino: pensiero, emozioni, corpo, sensi, immaginazione, inclinazioni…; e li coniuga attraverso attività “tridimensionali” con l’oggetto della conoscenza. Un approccio metodologico coerente con questa “ecologia dell’apprendimento” è il modello “dell’artigiano, che promuove creatività e cooperazione, l’apprendere seguendo l’esempio nel fare concreto, grazie alla relazione asimmetrica tra “novizi e anziani” avvalendosi di tutti gli strumenti utili, tattili o digitali che siano, riconoscendo il valore del tempo e dell’attesa per passare dal progetto alla realizzazione.

Al centro dell’insegnamento vi è dunque un sistema di attività differenziate, concrete e simboliche, situate in un ambiente che è esso stesso spazio educativo, progettato per costruire progressivamente identità, autonomia, competenze sociali e conoscenze disciplinari, in coerenza con le Nuove Indicazioni Nazionali del 2012.

In questa prospettiva educativa che stabilisce connessioni tra mondo interiore e mondo esterno, in un percorso di scoperta e consapevolezza, hanno spazio i temi cruciali per l’umanità e quindi per la formazione delle nuove generazioni, quali la cura del pianeta, la non-violenza e la pace, che sono parte della visione culturale e ideale della rete SZ.

Non si tratta di un pensiero pedagogico nuovo: si ispira a Montessori, all’attivismo e ai contributi rilevanti della pedagogia del Novecento. Nuova è stata l’intuizione (e la sfida!) di intrecciare i principi pedagogici con le prospettive aperte dalle scienze cognitive e dell’organizzazione, elaborando un modello educativo praticabile per la scuola di tutti. Non vi è prescrittività di metodi didattici per l’apprendimento, ma approcci coerenti con gli intenti formativi, quali la cooperazione e la differenziazione didattica, che si realizza attraverso una molteplicità di strumenti e attività, per corrispondere ai diversi stili di apprendimento dei bambini.

Perché senza zaino. L’ambiente formativo come spazio reale e simbolico
Un altro cardine teorico-pratico che SZ esplicita è la centralità degli artefatti materiali in un’organizzazione, che parlano silenziosamente dei suoi valori e assunti di base.

A cominciare dallo zaino, che è divenuto l’oggetto emblematico della scuola tradizionale oggi. Rappresenta infatti l’inospitalità e la precarietà di un ambiente impersonale, dove occorre portare quotidianamente ciò che è necessario, mentre il suo contenuto di tanti quaderni e libri (e fotocopie!) quanti sono gli insegnanti, ci dice della disciplinarizzazione precoce nella primaria, di un sapere sempre più frammentato e astratto, dell’enfasi sui traguardi piuttosto che sui percorsi, del “peso” di una scuola che ha rinunciato all’esperienza.

Fare scuola SZ significa riprogettare l’ambiente formativo, ripartire dall’aula, dove si intrecciano le relazioni di crescita umana e il processo di apprendimento, dove realizzare nel quotidiano i valori di ospitalità, responsabilità, comunità.

OSPITALITÀ intesa in diverse accezioni: come ambiente che accoglie gli alunni nella loro globalità e nelle loro differenze. I percorsi didattici si articolano intorno a “esperienze generatrici”, in grado di “ospitare” pre-conoscenze e potenziale conoscitivo dei bambini, guidandoli alla comprensione del mondo e di sé, attraverso percorsi interdisciplinari. I materiali di cancelleria e gli strumenti sono comuni (solitamente acquistati dalle famiglie in modo cooperativo) e gestiti dai bambini secondo un sistema di responsabilità. Lo zaino è sostituito da una borsina uguale per tutti, leggera e sufficiente a portare a casa e scuola il necessario per i compiti. Lo spazio è flessibile e articolato: la classe tradizionale viene completamente trasformata, di solito con l’aiuto materiale dei genitori (ma anche con consulenze di architetti della rete SZ), colorata, resa accogliente e “bella” con aree dedicate ad attività diverse che possono svolgersi in un tempo anch’esso flessibile, in contemporaneità e in autonomia. I banchi individuali sono sostituiti da tavoli grandi che accolgono i gruppi. La comunicazione visuale è curata e finalizzata sia all’esposizione di contenuti didattici ed espressivi dei bambini sia alla gestione condivisa dei ritmi e delle attività della classe. Gli strumenti didattici sono in gran parte ideati dai membri della rete e condivisi dalla comunità; consentono di differenziare la proposta didattica in base ai bisogni, ai profili, “ospitando” così tutte le diversità. Gli strumenti sono prodotti e raccolti in “Fabbriche degli strumenti” (quattro in Toscana e altre in fase di allestimento). Le fabbriche sono luoghi di formazione e approfondimento sugli strumenti stessi, per un loro uso diffuso. Gli strumenti possono essere riprodotti dalle scuole della rete o acquistati.

RESPONSABILITÀ come acquisizione crescente di autonomia e indipendenza degli allievi, che sono corresponsabili, consapevoli e artefici del proprio apprendimento e della vita della comunità. Nell’aula SZ le attività vengono pianificate insieme, in momenti assembleari di classe e anche di scuola, definendo i tempi e i modi del lavoro. L’apprendimento cooperativo implica l’assunzione di ruoli e la condivisione di percorsi per giungere al risultato. Anche nella differenziazione didattica vi è una responsabilità crescente dei bambini, che arriva all’esercizio della scelta dei compiti da svolgere, prestando attenzione alla cura, all’ordine, alla revisione.

COMUNITÀ come intreccio di relazioni che costituiscono il contesto vitale della scuola, nel quale sviluppo delle abilità sociali e apprendimento si incrociano. Comunità come luogo di incontro e scambio per e tra tutti gli attori della scena educativa: insegnanti, alunni e genitori. L’approccio cooperativo è necessario per poter progettare, sviluppare e sostenere il percorso. La comunità è un traguardo e insieme una premessa: interconnessa con le pratiche di responsabilità e ospitalità è un laboratorio attivo di democrazia.

Il contesto, che dalla classe si allarga alla scuola, in molti plessi SZ, offre altre occasioni di assunzione di responsabilità, come quando i più grandi accolgono all’inizio dell’anno i più piccoli e li accompagnano individualmente come tutor. Un livello più alto di partecipazione attiva è l’istituzione di consigli dei bambini, con compiti di decisione e gestione della scuola.

L’insegnante SZ nell’aula è un facilitatore dell’apprendimento, è decentrato anche fisicamente nella scena didattica: la cattedra è a lato perché le lezioni sono tenute in forme diverse, negli spazi predisposti, il binomio insegnante-lavagna è solo una modalità tra le altre. Sa praticare forme di presenza/assenza; più spesso, con la didattica differenziata e le attività per i tavoli, è un organizzatore che predispone gli strumenti didattici e di gestione, strutturando con gli alunni le procedure per il loro uso autonomo e le ritualità che conferiscono valore simbolico ai momenti di vita della classe.

Svolge un ruolo di supporto, ai singoli o gruppi, per attività di potenziamento o avanzamento. È un supervisore, che stimola, osserva e monitora e può così offrire un feedback immediato, anche non verbale, discreto: ad esempio con messaggi scritti posti sul tavolo. L’insegnante pratica esemplarmente il valore del silenzio e la pregnanza della parola limitando le sue al necessario.

La possibilità di osservare e affiancare è cruciale per la valutazione dei processi rispetto ai risultati, considerando le situazioni di partenza. In molte scuole SZ si conviene di non utilizzare i voti se non per i documenti finali e si stanno sperimentando strumenti alternativi, rispondenti alla visione pedagogica del modello e meglio condivisibili e significativi per le famiglie. Anche la somministrazione delle prove INVALSI è stata in qualche caso rifiutata.

L’approccio globale al curricolo
Un elemento fondativo del modello SZ è il metodo del curricolo globale, che vede l’ambiente formativo come un sistema che mette in relazione i soggetti (le persone) con gli oggetti materiali (spazi, arredi, strumenti…) e con gli “artefatti immateriali” (valori, contenuti, programmi, metodi, valutazione, atteggiamenti, uso del tempo…). In concreto viene pensata e ristrutturata l’aula, si rivedono i metodi di insegnamento, le relazioni tra docenti e alunni e tra docenti, i materiali didattici, i modi di progettare e valutare.

Il curricolo coincide con la globalità dell’esperienza scolastica, allontanandosi dal concetto comune di curricolo segmentato che prevede la progettazione lineare e per ambiti distinti dell’attività didattica. In questo approccio vi è consapevolezza che tutto concorre alla qualità dell’esperienza scolastica e quindi la progettazione coinvolge tutti gli ambiti e le figure della comunità, anche ciò che sta “dietro” l’attività d’aula (gestire-organizzare), in un intreccio necessario per la buona riuscita dell’azione educativa e il consolidamento della comunità.

I saperi sono intesi in una prospettiva interdisciplinare centrata sull’esperienza e l’attività. L’approccio indirizza alla progettazione di attività che considerano la globalità come:

• integralità della persona e delle sue potenzialità
• globalità del sapere (inteso come connessione delle specificità disciplinari)
• integrazione delle differenze
• globalità dell’ambiente, che con la sua complessità influenza le dinamiche cognitive

Un altro aspetto di rilievo è la globalità dell’esperienza, che permette di integrare nella pratica didattica l’astrazione e il simbolico, la realtà concreta e quella virtuale.

Un percorso aperto
Prendo dal sito SZ queste parole conclusive prima di aggiungere le mie.

«A chi vuole iniziare viene proposto non una semplice formazione ma un cammino che coinvolga tutta la comunità scolastica a partire dal gruppo docenti di una scuola. L’itinerario prevede la messa in discussione dell’ambiente formativo, la ristrutturazione degli spazi, la revisione dei modi di insegnare, il potenziamento concreto di quanto attiene ai valori fondanti: la responsabilità, l’ospitalità, la comunità. Lo sforzo che cerchiamo di fare è, in definitiva, quello di realizzare nel nostro Paese effettivamente scuole che hanno l’ambizione di sperimentare quelle piste nuove che si impongono in un mondo, quello del Terzo Millennio, profondamente cambiato».

SZ è un’avventura pedagogica aperta con il vantaggio straordinario di essere una rete, tuttavia non ha la bacchetta magica, ogni scuola si confronta – nel proprio contesto – con i limiti strutturali del sistema e gli inevitabili adattamenti: trasferimenti, arrivo a inizio d’anno di insegnanti non formati o riluttanti, dirigenti non predisposti alla leadership educativa, risorse scarse o nulle per gli allestimenti e per riconoscere tempo e intensità dell’impegno dei docenti. Inoltre essere una “scuola nella scuola” non è semplice, soprattutto in situazioni dove il modello coabita con classi “con lo zaino“, in plessi di grandi dimensioni.

La rete è la risorsa che può dare supporto e stimolo a realizzare il modello nelle sue azioni fondamentali e favorire lo scambio nella comunità, ma si misura con le risorse di cui dispone. L’espansione è un successo e anche una sfida perché il passaggio di scala pone nuovi problemi: la formazione degli insegnanti rispetto al numero dei formatori e il supporto alle scuole, per esempio, tenendo conto che quasi tutti sono insegnanti o dirigenti in servizio, e quindi immersi in molti compiti. Le risorse economiche vengono dalla quota di ingresso nella rete per le scuole, dai 200 ai 400 euro annuali a seconda del numero di classi, che copre le iniziative di formazione dei formatori, i convegni, gli incontri nazionali dei referenti, le consulenze per approfondimenti e ricerca, idee e materiali…

Il supporto esterno necessario è quello dei governi locali, soprattutto per gli arredi delle aule, a seconda della loro sensibilità verso questo modello, che in qualche caso è stato anche visto con fastidio come “collettivista”!

Per MIUR e INDIRE SZ è un caso di scuola dell’autonomia e un’“avanguardia educativa” tra le altre.

Ancora una volta, con SZ come con altre esperienze, è la scuola che si muove controcorrente senza aspettare, grazie alle sensibilità, al coraggio e alle intuizioni delle persone che la percorrono, oltre l’istituzione e le sue derive. [torna su]

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Intervista a Marco Orsi*
di Donata Miniati

Quale riflessione o bisogno sono stati all’origine del movimento?
Era un bisogno generale, connesso sia alla percezione di insufficienza della scuola tradizionale di allora, all’inizio del Duemila, sia all’esigenza di vedere realizzate molte idee di educatori e pedagogisti illustri, che si leggono, si studiano e poi non si applicano davvero nella scuola. Ho vissuto una sorta di schizofrenia tra il racconto di queste esperienze e la realtà scolastica tradizionale. Il tentativo è stato di mettere in pratica idee fondamentali per l’educazione: stimolare la partecipazione e l’autonomia, l’attenzione agli spazi (dal pensiero di Montessori), la scuola come la vita, non fondata sulla valutazione (Don Milani), il collegamento dell’esperienza scolastica con il mondo (Dewey), la scuola laboratoriale (Freinet).

La scuola pubblica nei fatti non è omogenea, una diversificazione che si è accentuata con l’introduzione della scuola dell’autonomia. Si può ancora parlare di un “modello tradizionale diffuso”?
In questo momento si stanno sperimentando alcune innovazioni metodologico-didattiche, io stesso sono stato coinvolto in un gruppo di lavoro ministeriale in merito. Però SZ si distingue da queste proposte, perché vuole realizzare una scuola comunità. Le innovazioni metodologiche possono essere positive, il movimento SZ è eclettico, sperimenta ciò che “funziona” senza preclusioni, anzi la pluralità di strumenti e approcci è necessaria per favorire la differenziazione, ma nella visione SZ queste iniziative devono diventare patrimonio di un gruppo di docenti di una scuola, per riuscire a cambiare il modello educativo, non essere iniziative individuali o estemporanee.

Comunque il modello tradizionale è diffuso. Le innovazioni metodologiche, le cosiddette “Avanguardie Educative” di cui si occupa INDIRE, riguardano una minoranza, ma la scuola nel suo insieme è tradizionale e un problema è quello della preparazione dei docenti, che non sempre è sufficiente.

Parlando di “Avanguardie Educative”, mi pare che la visione ministeriale dell’innovazione ponga l’enfasi sulle nuove tecnologie. Come vedi questo approccio?
L’idea che le tecnologie e il digitale cambino la scuola è parziale ed esagerato. La scuola deve fare i conti con le nuove tecnologie, perché il mondo cambia attorno a noi, ma non sono gli strumenti digitali il grimaldello o l’approccio unico che possa cambiare la scuola. Più recentemente, partecipando a questo gruppo di lavoro, ho l’impressione che vi sia meno enfasi su questo aspetto e si ponga l’accento sull’innovazione metodologica. In ogni caso la cultura pedagogica ci dice che solo una pluralità di approcci e di strumenti può produrre un vero cambiamento.

La percezione diffusa nel mondo della scuola è che vi sia una certa confusione sulle finalità, una deriva efficientista e che si siano smarriti per strada i valori educativi. Qual è la visione culturale di SZ al riguardo?
In linea teorica sono d’accordo, sono necessari valori di riferimento, ma devono essere connessi con la pratica didattica, altrimenti sono solo intenzioni che non producono effetti. Tutto è legato a come si imposta la valutazione, ad esempio non serve parlare di democrazia o Costituzione in una modalità astratta che si traduce in nozioni da valutare. Va recuperata nell’accezione formativa, intesa come valorizzazione e incoraggiamento a migliorare, libera dal giudizio. Si realizza nella relazione di fiducia tra allievi e insegnanti, negli atteggiamenti vissuti nel quotidiano e, paradossalmente, permette di ottenere buoni risultati proprio non focalizzando sui risultati. L’incoraggiamento a migliorare viene percepito dai bambini, nel loro mondo interiore, come uno stimolo alla crescita, un’esperienza formativa, umanizzante.

Se si pongono in primo piano i risultati, se non si praticano concretamente accoglienza e cooperazione, anche tra insegnanti, malgrado si professino a parola questi valori, nei fatti si favorisce l’interiorizzazione di atteggiamenti competitivi e individualistici.

SZ muove da una visione esplicita e ha un approccio sistematico all’esperienza scolastica. In particolare con l’approccio del curricolo globale emerge la rilevanza della cultura dell’organizzazione. Ritieni che in generale nella scuola italiana vi sia cultura dell’organizzazione?
La cultura dell’organizzazione nella scuola è generalmente carente, intesa come comunità e con una leadership chiara e riconosciuta a vari livelli. È un’organizzazione piatta, senza gerarchie “di servizio” nell’esercizio della leadership educativa. Tranne il dirigente – che non riesce a esercitarla mentre questo dovrebbe essere fondamentale, poiché il suo ruolo ora è di tipo amministrativo –, non vi sono altre figure legittimate di carattere didattico-educativo. Io sono un propugnatore della cultura della gestione: sono necessarie figure intermedie, che facciano da collante, che portino a realizzazione le decisioni. Anche nella comunità potrebbero dare ai ragazzi un senso diverso dell’autorità, oltre agli insegnanti: il preside non è una figura prossima, pensiamo alla gestione di comprensivi con 1500 alunni, otto, dieci scuole sparse sul territorio. Io sono a favore di scuole di piccole dimensioni, il comprensivo può essere un modello solo se le scuole che lo compongono sono ben organizzate.

SZ è partito, all’inizio del Duemila, in circoli didattici di dimensioni più ridotte. Quando ho iniziato a fare il direttore didattico avevo 500 alunni. Non c’erano i comprensivi. Sono nati come realizzazione di economie di scala, io non sono mai stato d’accordo, perché nella scuola non si deve fare economia di scala.

SZ è un modello strutturato che si realizza nella scuola pubblica, una “scuola nella scuola”. Tu che hai seguito questo percorso sin dall’inizio puoi identificare quali sono gli aspetti del sistema che possono ostacolare o favorire l’attuazione del mo-dello?
M.O. Innanzitutto occorre chiarire che il riferimento per SZ è il plesso, la comunità di base della scuola. In Italia ci sono tante piccole scuole, di dimensione accettabile, riunite in comprensivi: questo facilita l’attuazione del modello di scuola comunità, soprattutto nelle realtà integrate, periferiche, un ostacolo parallelo è la mancanza di una direzione presente, il tema della leadership di cui abbiamo parlato. Un altro ostacolo nel sistema sono gli insegnanti, che dovrebbero essere partecipi e convinti del modello che viene proposto. Invece si spostano secondo criteri di trasferimento uniformi, a prescindere dalla conoscenza del modello attuato nella scuola di destinazione. Questa è una contraddizione rispetto al regolamento dell’autonomia – che prevederebbe un’identità delle scuole, ma di fatto non vi è possibilità coerente di realizzarla –, e accade che vi siano conflitti tra le scelte dei singoli e ciò che prevede l’offerta formativa della scuola.

Abbiamo toccato il tema della varietà dei modelli educativi nella scuola pubblica, legati alla legge dell’autonomia. Che cosa ne pensi, nel quadro dell’istruzione nazionale?
SZ ritiene la diversità una ricchezza, quando si parla di didattica. E così anche nella comunità. Ciò dovrebbe valere anche per le scuole, rispetto alla standardizzazione, piatta, anche sul piano organizzativo. Certo, bisognerebbe promuovere maggiormente la diffusione di modelli e buone pratiche, che si sono dimostrati capaci di funzionare. SZ cerca di farlo: le pratiche che sostiene sono condivise a livello internazionale e sono anche già state fatte indagini sui risultati del modello. Su questo aspetto si continua a lavorare, per migliorare i protocolli.

Quali sono le domande e le ragioni che stanno alla base dell’espansione di SZ?
L’espansione di SZ è positiva, è il sintomo che c’è una domanda di innovazione, di autenticità da parte di insegnanti e dirigenti e genitori. Questo dice che la scuola non è un mondo fermo e bloccato, ci sono molte istanze di cambiamento che non sono ascoltate bene. SZ ha la caratteristica di essersi sviluppato dal basso, tramite diffusione orizzontale e formazione tra pari, i nostri formatori sono tutti insegnanti. È un metodo da studiare e valorizzare per il cambiamento, meglio di altri metodi organizzati dall’alto. La forza del movimento è stata la contaminazione tra insegnanti e scuole, e lo scambio orizzontale.Certamente il fatto che sia un modello coerente è anche la forza del movimento, fa nascere interesse ed entusiasmo perché è comprensibile. È difficile che ci sia un movimento di genitori che voglia far diffondere la flipped classroom!

Quali sono le prospettive del movimento? È ipotizzabile che si allarghi anche alle scuole secondarie superiori?
La sua diffusione è positiva ma mette in evidenza anche le criticità, gli aspetti sui quali lavorare. È necessario aver cura del modello, stabilizzarlo nel tempo e dedicarsi alla “manutenzione”, per aiutare le scuole a realizzare le pratiche, a percorrere consapevol-mente tutti i gradi di attuazione del modello. Pensiamo che sia necessario anche sostenere le scuole con forme di tutoraggio, sulle quali si sta riflettendo insieme.

Nella scuola secondaria di secondo grado l’approccio di scuola comunità è più complesso, poiché i docenti hanno una formazione prettamente disciplinare e sono meno orientati all’aspetto educativo. Nel procedere dei gradi di istruzione si incontra un approccio fortemente tradizionale, che però mostra i suoi limiti, soprattutto nella perdita di “fame di conoscenza”, di motivazione e partecipazione di molti ragazzi, che dovrebbe far riflettere.

C’è attenzione e sostegno, e se sì in che forma, alla rete delle scuole SZ da parte del Ministero?
C’è attenzione, soprattutto in tempi recenti, verso la proposta educativa di SZ, che è considerata una delle “Avanguardie Educative“. Veniamo consultati, come nel caso di questo gruppo di lavoro sulle innovazioni di cui ho parlato: è un’occasione per far conoscere la realtà del modello. Ma non vi è nessuna forma di sostegno.

*Marco Orsi è dirigente scolastico a Lucca, Presidente dell’Associazione Senza Zaino e ideatore del modello.

(intervista raccolta da Donata Miniati il 7 dicembre 2017) [torna su]

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UN’ESPERIENZA

Il contributo qui di seguito è a cura delle maestre di una scuola SZ di Milano.

Un’aula racconta come si svolge la giornata di scuola
di Ginetta Latini, Loredana Facchinetti, Beatrice Damiani

Gli strumenti nella pratica di una scuola senza zaino
Stare bene a scuola è una delle condizioni necessarie perché un progetto educativo possa essere condiviso ed efficace. Nel modello “Senza Zaino” questo si traduce in una molteplicità di scelte operative, ma prioritariamente in un’attenzione progettata, attenta e costante ai luoghi e agli strumenti di lavoro. Entrare a scuola e poi nella propria classe deve significare, per i bambini e per le bambine, l’incontro con un ambiente che comunichi appartenenza, accoglienza, autonomia. La cura nella disposizione degli arredi, nell’esposizione dei lavori, nella sistemazione dei materiali è di rilevante importanza per creare le condizioni di apprendimento nel rispetto delle diversità.

Anche nelle “Indicazioni Nazionali per il curricolo dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione” ritroviamo le parole che confermano e confortano sulla necessità di lavorare in questo senso:

“… La scuola si deve costruire come luogo accogliente, coinvolgendo in questo compito gli studenti stessi… Sono infatti importanti le condizioni che favoriscono lo star bene a scuola, al fine di ottenere la partecipazione più ampia dei bambini e degli adolescenti ad un progetto educativo condiviso”

e ancora….

“La scuola promuove quel primario senso di responsabilità che si traduce nel far bene il proprio lavoro… nell’aver cura di sé, degli oggetti, degli ambienti che si frequentano”

E’ proprio nell’aver cura degli ambienti, che lo spazio dell’aula diviene il simbolo di una “filosofia pedagogica” che ispira e guida il nostro lavoro all’interno del modello Senza Zaino.

Un’aula racconta come si svolge la giornata di scuola e lo racconta anche attraverso i colori, la sistemazione degli scaffali, la posizione della cattedra (quando c’è), la visibilità di tutti i materiali in dotazione. La strutturazione di una classe SZ parte proprio dalla convinzione che uno spazio progettato e curato in funzione del benessere di chi lo abita, sia la condizione per la promozione di apprendimenti che, in un Approccio Globale al Curricolo (da qui GCA), possa favorire un processo di costruzione del sapere, di valorizzazione delle diverse potenzialità, di co-progettazione tra insegnanti ed insegnanti ed alunni.

I valori cui si ispira il GCA – ospitalità, responsabilità, comunità – sono i focus culturali ed operativi attorno ai quali costruire i fondamenti di una buona e vera accoglienza. Accoglienza che si manifesta nell’aula ben organizzata, ma via via anche in tutti gli altri luoghi della scuola che, molte volte, rimangono anonimi spazi di transito; i corridoi, gli atri… Una buona accoglienza per diverse culture, lingue, interessi, intelligenze, competenze e diverse abilità. Un luogo diventa ospitale se comunica che c’è stata cura nella sua progettazione, se invita ad avere cura di sé e degli altri. Una buona accoglienza rende una scuola veramente inclusiva perché rende possibile una concreta differenziazione degli apprendimenti offrendo spazi e strumenti adeguati per intraprendere anche percorsi di scelta dei propri apprendimenti.

Se, quindi, lo spazio come luogo progettato diviene strumento di lavoro, l’aula deve riflettere tutte le caratteristiche di bellezza e funzionalità che la possano rendere riconoscibile come luogo che promuove curiosità, ricerca, esplorazione, processi di apprendimento ed auto-apprendimento.

Quali sono questi strumenti di lavoro e come si integrano in una visione di apprendimento globale? Quale “grammatica” è importante rispettare perché la visualizzazione degli strumenti crei elementi di apprendimento e di orientamento verso livelli di autonomia sempre maggiori e consapevoli? Organizzare lo spazio orizzontale significa strutturare l’aula in aree diversificate per lavori che maggiormente rispondono alle esigenze di organizzazione e di scelte didattiche differenziate. Ma significa anche attrezzare tutti gli ambiti laboratoriali che vedono i bambini e le bambine in attività comuni di tipo motorio, manipolativo, espressivo. Così come è importante per i docenti trovare in un’organizzazione di spazi orizzontali un’accogliente aula docenti che sia non solo un posto di passaggio, ma stanza per la progettazione, la riflessione comune sulle pratiche di lavoro.

Se lo spazio orizzontale invita alla praticità immediata, è nell’organizzazione dello spazio verticale che si rendono visibili le architetture organizzative, nella strutturazione della cartellonistica, nell’evidenziazione delle procedure di lavoro, nella classificazione ed organizzazione dei materiali di cancelleria etichettati e pronti per una gestione autonoma.

Per ragioni di sintesi e di maggiore comodità espositiva, proviamo ad elencare i materiali secondo una ripartizione che ne connota la funzione, ma avendo ben presente che la scelta di ogni elemento o strumento di lavoro si giustifica con le pratiche e le metodologie che si rifanno ai tre valori fondamentali cui sempre ci richiamiamo: ospitalità, responsabilità, comunità.

I quaderni e le matite. Strumenti didattici di cancelleria
Scegliere il materiale per la cancelleria, significa mettere in atto un processo di riflessione sulla funzione degli strumenti in relazione ai bisogni cognitivi dei bambini ed anche a quali obiettivi vogliamo tendere pensando ai prodotti che verranno realizzati.

Innanzitutto la scelta dei quaderni: il materiale proposto nell’ambito del modello SZ offre già una gamma di scelta ampia e diversificata pensata proprio in relazione allo spazio disponibile sul banco o ai diversi tavoli di lavoro, alla relazione tra corpo, mano, occhi e governabilità dello spazio nei suoi margini. Quaderni che presentano facilitazioni nell’orientamento spaziale delle lettere e che promuovono un gesto grafico sempre più sicuro. Predisposizione di fogli con facilitatori per l’orientamento nello spazio grafico o strutture che rimandano agli schemi richiesti, rende per tutti maggiormente possibile l’esecuzione di un lavoro ordinato e curato nella presentazione, gradevole allo sguardo, sostiene la capacità di organizzare lo spazio, costruire un metodo di lavoro che veicola anche la formazione dei concetti.

Matite ergonomiche che suggeriscono ed autonomamente correggono le impugnature scorrette. Tutti i materiali sono disposti su mensole aperte, i contenitori contraddistinti con etichette, accessibili ai bambini. Sui tavoli gli strumenti di scrittura e coloritura sono riuniti in “isole” (comunemente dei portaposate che ben ripartiscono gli spazi) e portano ad una gestione condivisa e paziente dei materiali comuni. La gestione dell’isola dei materiali è uno dei compiti che vengono affidati a turno ai responsabili del gruppo: lavoro non semplice perché implica un tempo per il riordino, un tempo per il controllo ed il mantenimento dei materiali disponibili. Non è semplice nemmeno per il gruppo entrare in una logica di condivisione, imparare a darsi il tempo di attendere che il compagno abbia terminato uno strumento di cui si ha bisogno, imparare a trattare le “cose di tutti” come fossero le proprie.

Sassi, legnetti, conchiglie. Strumenti didattici per gli apprendimenti

Intesi come veicoli programmati per la costruzione del sapere. Quindi non genericamente dei sussidi come mezzo per supportare una teoria, le parole del libro di testo, la trasmissione orale come metodo. Richiamano, oltre il loro valore didattico, anche una valenza corporea, affettiva e si rendono generativi di altri apprendimenti. Devono essere gradevoli, funzionali, ben manipolabili e in una quantità adatta ad essere utilizzati da più bambini contemporaneamente; da soli, in coppia, in gruppo.

Un uso pensato ed organizzato degli strumenti dà modo di organizzare attività differenziate, regolate sulle diverse intelligenze e bisogni, sulla possibilità di scegliere, mediatori anche del rapporto di facilitatore dell’insegnante.
Possono generare l’impiego e l’invenzione di altri strumenti, lo sviluppo di altre attività. La costruzione di strumenti pone l’insegnante in una prospettiva di ricerca e verifica continua sul loro significato in relazione alle pratiche materiali.
Possono essere generici: flash card, gli schedari, il computer, la LIM e il videoproiettore; lo stereo, libri e testi di approfondimento, i pannelli per le mappe concettuali per supportare le diverse discipline. O specifici come dispositivi per supportare le discipline: come la linea dei numeri, la tombola delle tabelline, i contenitori per le misure di capacità, i misuratori metereologici, il quaderno di legno, raccoglitori per riunire eserciziari con i testi per la comprensione.

Polivalenti e per ambiti disciplinari. Esteticamente gradevoli, ben confezionati, funzionali, facilmente raggiungibili, calibrati per un lavoro individuale, a coppie o a piccoli gruppi. L’uso di strumenti adeguati consente di far assumere all’insegnamento un carattere di laboratorialità.

• Oltre all’Agorà, nelle nostre aule sono stati da noi predisposti altri quattro spazi strutturati: l’Angolo dei computer, l’Angolo delle Scienze, L’Angolo dei numeri e l’Angolo delle parole.
Gli strumenti contenuti nei vari angoli sono quasi tutti autoprodotti ed hanno la finalità di consentire la scelta degli alunni, favorire la personalizzazione, rispondere alle varie modalità di apprendimento e alle varie intelligenze, stimolare l’acquisizione di competenze, stimolare l’autovalutazione, rendere interessante l’attività didattica, favorire l’autonomia.

• In questi spazi la comunicazione visuale è importante e l’uso di etichette consente l’autonomia delle scelte del materiale, suddiviso in scatoline apposite, inoltre per ogni lavoro viene creata una procedura scritta e visibile, con l’idea che “se faccio, capisco”.

Nell’angolo dei computer i bambini e le bambine possono trovare giochi e software didattici di varie discipline per esercitarsi organizzandosi in autonomia o per scrivere i loro testi.

Nell’Angolo delle Scienze sono a disposizione libri, schedari, mappe e i materiali naturali che i bambini portano di frequente; sassi, legnetti, conchiglie. A volte ospita temporaneamente piccoli animali come l’insetto stecco o la chiocciola, a volte semi in vasetto per la germinazione in acqua o in terra, a volte i componenti per gli esperimenti sulla materia, sempre il taccuino dell’esploratore e una grande lente d’ingrandimento.

Nell’Angolo dei Numeri i bambini possono trovare gli schedari di lavoro autocorrettivo: esercizi per il calcolo mentale e scritto posti in scatole e raccoglitori con istruzioni e di facile accesso agli alunni, la scatola dei problemi, vari tipi di carte da gioco, SudoKu, la tombola delle tabelline, le linee dei numeri del metodo Bortolato, la scatola degli indovinelli, il blocchetto per il valore posizionale delle cifre, la scatola con le cornicette e i mandala, giochi di Geometria. Sono solo alcuni esempi perché la creatività ne suggerisce molti altri.

L’Orto. Imparare facendo

Un orto a scuola perché coltivare è un gesto antico, forse il primo che ha consentito di parlare di civiltà. La realizzazione e la cura dell’orto offrono la possibilità ai bambini di scoprire tempi e ritmi della natura e di cogliere il forte legame che ci lega a ciò che mangiamo; consentono di trasmettere alle nuove generazioni, attraverso la conoscenza, la sperimentazione e la pratica, il senso di interdipendenza tra uomo e natura. Coltivare a scuola è un modo per imparare a conoscere il proprio territorio, il funzionamento di una comunità, l’importanza dei beni collettivi.

L’attività nell’orto è trasversale e costituisce un’occasione di crescita in cui si impara condividendo gesti, scelte e nozioni, oltre che metodo. Infatti nella scuola l’orto permette di “imparare facendo”, di sviluppare la manualità e il rapporto reale e pratico con gli elementi naturali e ambientali, di sviluppare il concetto del “prendersi cura di”, di imparare ad aspettare, di cogliere il concetto di diversità, di lavorare in gruppo e permette agganci reali con l’educazione alimentare e il cibo. Il nostro orto è suddiviso nei due cortili della nostra scuola e quest’anno abbiamo seminato piselli, fave, insalata, erbe aromatiche…

La fabbrica degli strumenti: la nostra Falegnameria

Siamo in una fase di avvio della “nostra fabbrica”. L’opportunità di allestimento di uno spazio che si conformasse come una vera bottega artigiana, ci ha dato concretamente la visione di un apprendimento che, nell’ottica di un Approccio Globale al Curricolo, potesse coniugare l’offerta di un ambiente strutturato con materiali specifici alla realizzazione di un prodotto ideato, progettato come soluzione di un bisogno concreto abbracciando, per la sua realizzazione, l’interdisciplinarietà dei diversi saperi.

Consapevoli che non c’è apprendimento significativo senza esperienza, senza oggetti, una pratica non è in contraddizione con le teorie che la determinano, ma la contiene e la alimenta. Per molti dei nostri bambini abbiamo verificato che l’agire metteva in moto anche pratiche di pensiero che sarebbero rimaste prive di continuità se solo formalizzate attraverso le parole o esempi unidimensionali. Hanno sperimentato la necessità di un pensiero progettuale prima della messa in opera, hanno capito che gli oggetti hanno una relazione con i materiali che devono modificare. Come in una bottega artigiana, hanno imparato attraverso una relazione di trasmissione di esempi e di informazioni, hanno provato ad essere originali sapendo entro quali regole muoversi.

I primi prodotti sono stati funzionali a rendere ancor più leggibile la specificità dell’ambiente: le scatole per contenere gli oggetti, le cornici per contenere alcuni strumenti, i quadri con gli elementi essenziali dei legno utilizzati. Ma anche i primi prodotti didattici per misurare, per contare.

Tutti i prodotti hanno soddisfatto una caratteristica importante: essere ben fatti, curati nei particolari, allestiti con chiara visibilità. La Falegnameria è un luogo di crescita nelle relazioni che si stabiliscono e per le competenze che, nella relazione, ogni bambino e bambina riesce a mettere in gioco e a d acquisire.

Strumenti didattici di gestione
Sono strumenti di regolazione della vita di classe, dispositivi che guidano verso il corretto ed ordinato svolgimento delle attività quotidiane e didattiche. E quindi indicano ai bambini ed agli insegnanti i modi di fare ed i comportamenti funzionali al buon andamento della vita del gruppo.

Pannelli per definire e gestire gli incarichi ed i turni nelle diverse attività: la formazione dei gruppi avviene secondo le regole ed i tempi stabiliti ad inizio d’anno con metodologie che vengono di volta in volta stabilite in base anche all’andamento delle relazioni che si stabiliscono sia nel momento di lavoro, sia nelle relazioni amicali. I gruppi al loro interno, ma sempre con una turnazione che dia a tutti la possibilità di essere protagonisti di ciò che si fa, individuano i responsabili dei materiali in condivisione ai quali occorre provvedere per garantire una corretta funzionalità. Così per gli incarichi che afferiscono alla manutenzione, organizzazione dei piccoli laboratori.

Pannello di ciò che si può fare nei momenti di libera attività: la programmazione del lavoro, il rispetto della tempistica per la sua esecuzione, libera tempi più o meno lunghi in cui è possibile che i bambini si occupino di scegliere tra attività libere ed attività di supporto per l’organizzazione dei materiali. Tali attività dichiarate ed esplicitate attraverso una pannellistica specifica aiutano ad annullare i momenti in cui il completamento di un’attività può generare confusione ed interferenze per chi sta ancora lavorando. I bambini sanno se devono ordinare i raccoglitori, completare una coloritura, curare le piante, ma anche fare un esperimento in autonomia, leggere nell’angolo della biblioteca di classe…

Tabelle per registrare le presenze dei bambini: utilizzando simboli e supporti tra i piu’ diversificati (magneti, tappi, alberi come sfondo, registrazione sul registro…) consentono di operare periodicamente anche in modo diversificato sia in ambito matematico, ma anche per discutere e ridefinire alcune regole che disciplinano la presenza a scuola

Pannello per registrare le nostre emozioni: come mi sento oggi? Le emozioni a volte ci sovrastano, si accavallano, le dobbiamo controllare, ma vorremmo poterle almeno dire. Arrivare a scuola magari con un piccolo problema che ha innervosito, trovare uno spazio di sicura accoglienza per questo stato d’animo, sapere che ci sarà chi si accorgerà di questo e potrà ascoltarci, è una risposta al bisogno di essere riconosciuti. I bambini trovano anche questo aiuto sotto forma di un pannello che riproduce attraverso immagini e parole i sentimenti della rabbia, della contentezza, della preoccupazione, della tristezza. Sotto questi simboli ci sono tanti gancini ai quali appendere il proprio nome, posizione che può spostarsi nell’arco della giornata perché, e di questo i bambini ne hanno consapevolezza, lungo le otto ore insieme sono tanti gli stati d’animo che si attraversano ed esplicitarli un po’ aiuta a governarli o a goderne appieno.

Planning della scuola: se parliamo di uno spazio accogliente che caratterizzi tutta la scuola, sicuramente l’atrio di ingresso costituisce il primo benvenuto che vuole subito comunicare cosa si sta facendo nella comunità. Documentare e rendere visibili le diverse attività che si svolgono nelle classi, costituisce spesso un limite alla circolarità della comunicazione. Il planning dell’istituto, mensile o annuale, ma a volte anche solo della settimana, diviene un manifesto che informa sull’andamento dei progetti, sulle uscite didattiche, che può suggerire ad altri attività da proporre. E’ uno strumento impegnativo nella sua realizzazione perché necessita di un aggiornamento contestuale e puntuale, ma che assolve all’importante funzione di rendere visibile la vita della comunità.

Planning delle attività della giornata: pianificare l’andamento della giornata, della settimana, condividerla e renderla sempre verificabile attraverso la lavagna mobile o con più cartelloni che documentino quali sono le attività, come vengono svolte, quali gli strumenti necessari, quali i compiti di ogni gruppo, coppia, o singoli alunni. E’ uno dei momenti che caratterizzano l’avvio della giornata in agorà: ci si saluta, chi ne ha bisogno comunica fatti importanti, l’insegnante legge il libro, e poi si passa alla lettura del planning già disposto dall’insegnante o concordato e scritto da qualche alunno.

Cartelloni per segnare e misurare il tempo: segnare lo scorrere del tempo, imparare i nomi dei giorni della settimana, dei mesi, l’avvicendarsi delle stagioni, registrare il tempo meteorologico, i misuratori del tempo – clessidre ed orologi vari – per tenere i tempi di lavoro e dare gli alunni la possibilità di regolare la propria attività verso sempre maggiori traguardi di autonomia

Ma anche calendari del tempo per segnare gli avvenimenti della classe, tenere una memoria di ciò che si fa insieme. Nel moltiplicarsi delle competenze, tali strumenti possono essere sempre più complessi ed articolati sino a divenire grandi linee del tempo per orientarsi nelle grandi periodizzazioni che rendano percepibile la durata delle nostre piccole ed importanti storie personali all’interno della grande storia degli uomini.

I leggii: costruiti con materiali di recupero, semplici cartoncini adattati o prodotti dagli stessi bambini nel laboratorio di falegnameria, sono il valido strumento che raccoglie le indicazioni per i tavoli di lavoro. Con un’unica procedura scritta sostenuta dal leggio, più bambini sanno cosa e come devono operare, hanno sottomano le istruzioni semplici e precise di un percorso da seguire che li rende autonomi nel gestire i materiali necessari.

Il semaforo per uscire dalla classe. Con i colori, rosso-verde-giallo, con semplici parole SI-NO, con i disegni, possiamo segnalare quando è possibile uscire dalla classe senza interrompere l’attività, senza distogliere l’attenzione da una discussione in corso. Gli alunni riconoscono il segnale, sanno che il codice individuato dà la possibilità di muoversi con autonomia e responsabilità al di fuori dello spazio dell’aula, divengono responsabili dei loro movimenti in tutti gli spazi della scuola.

Pannelli delle regole per avere presente come muoversi nella scuola, le modalità quando andiamo a mensa; come utilizzare i materiali, cosa si può fare nelle diverse postazioni. Regole essenziali che regolano la vita di base della classe e sulle quali innestare le procedure per ogni singola attività

La mappa generatrice, mappe ed aspetti chiave delle discipline: la mappa occupa nell’organizzazione dello spazio verticale un posto di rilievo nella fascia mediana perché strumento di avvio del lavoro, di continuo controllo, di aggiornamenti ed aggiustamenti. Le prime giornate del nuovo anno sono proprio dedicate alla costruzione della mappa che, partendo da una parola o una frase di suggestione, definisce le conoscenze, le aspettative, i contenuti di apprendimento dell’intero anno scolastico. Una mappa che va arricchendosi, man mano che il lavoro si delinea, di tutte le esperienze, delle mappe specifiche delle discipline, delle parole chiave che connotano il legame ed il passaggio tra i vari contenuti.

Le palline alle sedie. Sembra un escamotage banale, al quale quando si vede si pensa “ma come ho fatto a non pensarci prima”, ma è la soluzione che nell’immediato risolve e rende possibili gli infiniti spostamenti di sedie che avvengono nell’arco della giornata senza la sgradevolezza del rumore stridente delle sedie trascinate e che aiuta ad educaci ad un ascolto più profondo di quello che succede attorno a noi.

Strumenti per la gestione della voce. Imparare ad usare la voce ed il silenzio per poter lavorare nel clima giusto alla concentrazione ed allo scambio di idee. Stare insieme nei tavoli di lavoro, implica una sollecitazione sempre presente ad uno scambio continuo di chiacchiere. La continua sollecitazione ad intervenire, ad interagire, pone però il problema di trovare la giusta misura perché questo avvenga senza creare confusione e sovrapposizione di voci. Molti sono i segnali che possono aiutare ad esercitare un controllo continuo: il simbolo del pesce per un richiamo al silenzio generale, comunicazioni scritte ai tavoli “state lavorando bene, ma abbassate la voce”, messaggi individuali “per favore stai attento, la tua voce è un po’ troppo alta” per evitare comunicazioni plateali e, a volte, anche imbarazzanti. Così come può risultare utile la “maestra di legno” disegnata dagli stessi bambini che, posta al centro del tavolo, può significare “adesso non posso essere da voi, aspettate, sono impegnata con altri tavoli, un po’ di pazienza” e può, quindi aiutare a rendere superflui i continui richiami dei bambini quando hanno bisogno di aiuto.

Manuale della classe. E’ lo strumento che rende visibile e leggibile la vita della classe. E’ come un libro delle istruzioni che raccoglie le procedure di lavoro che spiegano e raccontano come si svolge la giornata, come si usano gli strumenti didattici, le schede di lavoro, i giochi, i materiali di cancelleria, il significato degli oggetti simbolo.

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… Per concludere: aspetti positivi, criticità e proposte
di Ginetta Latini, Loredana Facchinetti, Beatrice Damiani

Nell’introduzione sono state richiamate alcune parole chiave – cura dell’ambiente, condivisione, appartenenza, accoglienza, autonomia – per delineare la filosofia che anima il modello “Senza Zaino” e che caratterizzano l’ambito di applicazione riferita agli strumenti didattici ed alle metodologie che il loro utilizzo vuole mettere in atto. Richiamiamo proprio alcuni aspetti metodologici che si sostengono e possono amplificare la loro significatività didattica attraverso la gestione di strumenti progettati ed adottati per rispondere ai bisogni di apprendimento:

Cooperative lerning: attivazione di un coinvolgimento consapevole nei lavori di gruppo che promuove un indice di successo per ognuno degli alunni. Mobilitazione ed assunzione di responsabilità per la realizzazione del lavoro in una situazione di interattività che genera una positiva interdipendenza. Promozione di una riflessione per la valutazione ed auto-valutazione del percorso compiuto.

Apprendimento per problemi: sviluppo di autonomia e non dipendenza, formazione e non semplice trasmissione di istruzioni, mobilitazione di competenze, messa in atto di processi di verifica e non solo correzioni esterne, messa in atto di attività metacognitive di controllo

Strumenti quindi come veicolo programmati sia per la costruzione delle conoscenze e dei saperi generati dall’esperienza, sia come “mezzi di lavoro” per la costruzione di competenze di collaborazione e tutoraggio tra pari. In sintesi, proviamo ad evidenziare alcuni aspetti che sottolineano e sostengono funzioni ed efficacia degli strumenti nelle loro differenti catalogazioni:

-Il loro uso segna realmente il passaggio da un insegnamento trasmissivo e da un apprendimento passivo, ad una organizzazione laboratoriale soddisfacendo anche i bisogni di ricerca, sperimentazione, manipolazione dei bambini verso un apprendimento induttivo

Ridefiniscono il ruolo dell’insegnante che affianca, propone incoraggia, solleva problemi, ma non induce a soluzioni di apprendimento già definite

Equilibrano le relazione tra i compagni che, all’interno di un sistema di regole condivise e definite, costruiscono rapporti di collaborazione

Consentono di attivare attività individuali, di coppia di piccolo e grande gruppo promuovendo autonomia e responsabilità, scambio di idee, confronto ed un esercizio di confronto e scelta

-Consentono un effettivo rispetto delle diverse intelligenze permettendo una differenziazione delle attività misurate sui diversi bisogni

-Consentono di operare una possibilità di scelta delle attività programmate da parte degli alunni stessi

-Consentono di avviare la costruzione di una competenza argomentativa per comunicare i passaggi di pensiero attivati con l’uso dei materiali.

Accanto a queste enunciazioni che si sono concretizzate nella realizzazione di molti materiali, non possiamo nascondere i punti di criticità che non rendono sempre facile e lineare il percorso.

Innanzi tutto la variabile “tempo”. I tempi di lavoro collegiale sono spesso assorbiti da necessità anche di tipo burocratico che tolgono spazio al confronto ed alla progettazione. Costruire materiali necessita di momenti dedicati che, nella visione di Senza Zaino, dovrebbero essere proprio momenti di incontro, ma spesso debbono risolversi in attività che si svolgono a casa sottraendosi, quindi, al “fare” insieme che abbiamo verificato essere elemento essenziale per la costruzione di un buon gruppo di lavoro.

Un tempo per la progettazione e costruzione, ma anche un tempo necessario per la sperimentazione e la verifica dei materiali prodotti, per capire se hanno risposto alle aspettative di apprendimento, se sono risultati calibrati… altri mancati momenti che occorrerà prevedere con accuratezza all’interno del nostro planning di lavoro.

Un notevole aiuto per un parziale superamento delle difficoltà date dai limiti di tempo, pensiamo di poterlo trovare nella nascente Fabbrica degli strumenti che, avvalendosi anche dell’auto di nonni e genitori, si configura come luogo fisico in cui

Progettare e costruire materiali sempre più rispondenti ai bisogni che emergono dall’esperienza e dalle progettualità in atto

Incrementare lo scambio ed il confronto tra i docenti sulla sperimentazione degli strumenti

Costruire un luogo per l’archiviazione e diffusione degli strumenti stessi ed una loro facile reperibilità

Progettare schede di documentazione per accompagnare i materiali prodotti al fine di rendere sempre maggiormente comunicativo ed esplicito il loro utilizzo per gli alunni,

per dare chiarezza all’interno del lavoro docente e nel rapporto con i genitori che vedono concretizzarsi alcune attività di lavoro)

per favorire la comunicazione di pratiche e materiali tra insegnanti sia per valorizzare il lavoro dei genitori che vedono concretizzarsi alcune attività proseguendo nel percorso di costruzione di una scuola che sia realmente “Comunità”.

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MATERIALI

Per approfondire:
http://www.senzazaino.it

M. Orsi con G.Merotoi, C.Natali, M.B. Orsi, A scuola senza zaino. Il metodo del curricolo globale per una didattica innovativa, 2016, Ed. Erickson

M. Orsi, L’ora di lezione non basta, 2015, Ed. Maggioli

D. Pampaloni, Senza zaino! Una scelta pedagogica innovativa, 2008, Ed. Morgana

D. Pampaloni, Senza zaino: a scuola di comunità. Il modello pedagogico e didattico, Rivista dell’istruzione, 5, 2011, Ed. Maggioli

Un approccio globale al curricolo. Linee-guida per le scuole, 2013, Ed. Tecnodidattica [torna su]

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SEGNALAZIONI

Un convegno

Convegno nazionale promosso dal Comitato Nazionale “Per la scuola della Repubblica”: 20 anni di autonomia scolastica, dalla Legge 59/1997 alla Legge 107/2015 cosa è successo alla scuola in Italia?

22 febbraio 2018, dalle ore 8.30 alle 14.00, presso l’Aula Magna del Liceo classico “Torquato Tasso”, via Sicilia, 168, Roma, per informazioni e iscrizioni: 3479421408.

Convegno Roma 22 febbraio Per la Scuola della Repubblica

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Un appello per la scuola pubblica

La premessa

L’ultima riforma della scuola è l’apice di un processo pluridecennale che rischia di svuotare sempre più di senso la pratica educativa e che mette in pericolo i fondamenti stessi della scuola pubblica. Certo la scuola va ripensata e riformata, ma non destrutturata e sottoposta ad un processo riduttivo e riduzionista, di cui va smascherata la natura ideologica, di marca economicistica ed efficientista.

La scuola è e deve essere sempre meglio una comunità educativa ed educante. Per questo non può assumere, come propri, modelli produttivistici, forse utili in altri ambiti della società, ma inadeguati all’esigenza di una formazione umana e critica integrale.

È quanto mai necessario “rimettere al centro” del dibattito la questione della scuola.

Come? In tre modi almeno:

a) parlandone e molto, in un’informazione consapevole che spieghi in modo critico i processi in corso;

b) ricostituendo un fronte comune di Insegnanti, Dirigenti Scolastici, Studenti, Genitori e Società civile tutta; e, soprattutto,

c) riprendendo una lotta cosciente e resistente in difesa della scuola, per una sua trasformazione reale e creativa.

Bisogna chiedersi, con franchezza: cosa è al centro realmente? L’educazione, la cultura, l’amore per i giovani e per la loro crescita intellettuale e interiore, non solo professionale, o un processo economicistico-tecnicistico che asfissia e destituisce?

(continua qui)

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di Anief, Cgil, Cobas, Comitato Scuola Pubblica, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Cub, Gilda, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Unicobas, Usb.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

Aetnanet, Aetnascuola, Associazione Nonunodimeno, école, Educazione&Scuola, Education 2.0, Foruminsegnanti, Fuoriregistro, Gessetti Rotti, Gli Asini, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Like@Rolling Stone, PavoneRisorse, Quando suona la campanella, Rete della conoscenza, Roars, ScuolaOggi,…

Siti di informazione scolastica

La Tecnica della Scuola, OrizzonteScuola, TuttoScuola.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini) [torna su]

Un pensiero su “Vivalascuola. Senza zaino

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