Niente è più come prima


di Elisabetta Bordieri

Mi sembro un asintoto matematico, quella retta a cui una curva tende indefinitamente senza mai raggiungerne il contatto. Mi estendo all’infinito, mi avvicino senza arrivare ad allinearmi mai a niente. Tanto meno a te. Alla fine sto qui. Sempre qui. E oggi questo cielo plumbeo e livido non aiuta certo a venirne fuori. Il ricordo del tuo viso si dissolve seguendo ritmi disarmonici, si sfrangia in modo asimmetrico. Come uno smembramento sproporzionato dei tessuti delle guance che si allungano verso l’esterno e poi vengono sfilacciati e strappati via a brandelli. Una sorta di scena horror dove alla fine restano solo le cavità vuote degli occhi e lo scheletro della testa. Mi fa uno strano effetto pensare alle fattezze del tuo volto come un’accozzaglia di ossa e pelle morta. Tento, sto tentando di fermare il degrado della storia, di riacchiappare i pezzi che volano via, ma sfuggono dalle mie mani, scivolano giù. Non sono io ad aver ridotto la tua faccia a una maschera di cellule deforme e ripugnante. É stata la tua malsana ossessione compulsiva per me. Il tuo delirio di onnipotenza. Guarda tu cosa combinano i sentimenti, quelli infidi e bastardi che si infilano dentro le storie importanti. I tuoi, per intenderci. Ma ormai niente è più come prima. Poi vedo un’infermiera con un camice che pare nero, così mi alzo di scatto e vado verso di lei.

«Posso vederlo?»
«Deve riposare»
«Le chiedo solo un attimo»
«Un attimo potrebbe nuocergli»
«Aspetto qui fuori, allora»
«Non ti conviene, vai a casa»
«Aspetto qui fuori, ho detto»

Rigida e scostante, peraltro mi dà del tu, mi gira le spalle e se ne va. Meglio, io torno a sedermi su questa sedia traballante e gelida. Non dovresti essere qui. E nemmeno io. I piani erano altri. I nostri programmi erano altri. Ricordi? Sembra una vita fa. Vorrei essere accanto a te ora, non per altro, ma magari riusciresti ad ascoltarmi a dispetto di cosa dicono i macchinari ai quali sei attaccato e ti spiegherei che i piani erano decisamente altri. Quelli dell’altro giorno poi non erano nei miei pensieri e direi che mi ci hai costretto tu. Ma anche quelli non sono andati come avrebbero dovuto. Colpa mia, questa volta, solo mia. Fossi stata più accorta ora sarebbe diverso. Invece mi sono lasciata fregare. Quasi a darti un’ultima possibilità. Quasi a fidarmi ancora. Ed ecco. Siamo qui. Sì, niente può essere più come prima. Eccola di nuovo. Ma resto seduta, prevedendo l’esito delle risposte.

«Mi scusi, posso ora?»
«Veramente ti ho già detto di no poco fa»
«Ma io devo vederlo»
«E’ grave, molto grave, lo vedrai»
«In pericolo di vita?»

E infatti di nuovo le sue spalle. Ultima domanda al vento. Quel tu mi infastidisce parecchio, a dire il vero, come quel colore inquietante del suo camice. Sembra ci sia un’unica infermiera di turno qui. Sempre lei che gravita intorno alla tua stanza. Strano. Quanto meno insolito. Se non fossi presa da te, ora mi fermerei a chiederle qualcosa. Anche solo per spezzare il tempo. Ma il pensiero di te e di questi pochi mesi macina chilometri nella mia mente. Ho vissuto questa massa di giorni in funzione di te. Dimenticandomi di me. Sono stata una folle a credere che tu fossi diverso. E infatti lo eri. Ma chi avrebbe immaginato così. Per questo nulla potrà mai essere più come prima. Lei sempre qui intorno. Un rovinoso mal di schiena mi fa muovere scomposta sulla sedia.

«Prenderei un caffè mentre aspetto, vuole farmi compagnia?»
«Non posso»
«Non può? O non vuole?»

Si allontana di nuovo stizzita. Devo averla infastidita. Ma intanto se ne è andata ed è entrata in una stanza che suppongo essere l’infermeria, sbattendo la porta. Bene. Mi alzo da quella sedia maledetta e provo ad avvicinarmi alla tua stanza. Devo capire come stai. Un rapido sguardo intorno e abbasso la maniglia. Spingo la porta. Entro. Richiudo. Una luce soffusa si alterna al bagliore dei led dei congegni che ti tengono in vita. Silenzio, a parte i fastidiosi suoni dei dispositivi. Ti guardo. Sei intubato dappertutto. Nessun ripensamento emerge dai tuoi occhi chiusi. Lo sapevo. Un movimento impercettibile si riverbera dalle lenzuola del tuo letto. Sai che sono qui, vero? Cos’è? Piacere di rivedermi? O semplice terrore? Do un’occhiata ai meccanismi delle macchine che potrebbero rilevare il tuo stato. Nessun segnale diverso. Sembri morto. Giaci impassibile. Ma ora non è il momento per agire. Meglio che esca. Tornerò a breve perché lo vedi anche tu, niente è più come prima. Sono fuori. Mi risiedo. Stessa sedia. E, incredibile, con un tempismo perfetto, stessa infermiera.

«L’invito del caffè è sempre valido»
«Come hai fatto?»
«Scusi?»
«Come hai fatto a ridurlo così?»
«Credo di non capire»
«Devi aver agito da poco»
«Ma cosa dice? Ma chi è lei? Chi caspita sei?»

Sento il sangue ribollire di rabbia. Chiudo gli occhi come a tentare di reprimere l’ira ma evidentemente per un tempo troppo lungo perché quando li riapro lei non c’è più. Mi alzo, vado dritta in infermeria, deve essere tornata lì. Cosa voleva? Pochi passi quasi volando e senza bussare spalanco la porta. Nessuno. Chissà dove è finita. Non intendo salire agli altri piani dell’edificio per cercarla. Tornerà. Sono sicura che tornerà. Cosa diavolo voleva? Sembra che anche lei sappia che niente è più come prima. Torno a sedermi e aspetto. Poi una voce. La sua. Mi giro e non c’è. Da dove viene?

«Sono qui»
«Leggi anche nel pensiero ora? Qui dove?»
«Anche e sono qui»
«Allora cosa vuoi e chi sei?»
«Vuoi raccontarmi ora?»
«Non mi va»
«Allora guarda dove ti trovi»
«Su una sedia scomoda in un corridoio di ospedale a parlare con un infermiera invadente e con un camice nero. Lo vedo»
«Guarda meglio»
«Cosa dovrei guardare?»

Poi un mal di testa fortissimo. Mi accascio al suolo. Percepisco a malapena suoni strani come sibili acuti incessanti. Rumori forti di voci concitate che non riesco a definire. La testa urla dal dolore da non poterne più. Vorrei ora che invece fosse tutto come prima, maledizione! Ma alla fine, a darmi sollievo, finalmente, il buio. Un bel posto il buio. Caldo e rassicurante. Quanto sono stata lì allo scuro? Non lo so. So solo che poi, di nuovo, torno alla luce.

«Che succede?»
«Cosa è successo vorrà dire. Ben tornata, sono un medico, una dottoressa. Stavamo per perderla, sa?»
«Perdermi? E ora?»
«Ora è ancora qui e può parlare finalmente»
«Qui dove?»
«In un letto di ospedale. Non ricorda nulla?»
«Ospedale? No, non mi sembra di ricordare»
«Dovrebbe provarci invece»

Una donna con camice verde mi sta parlando educatamente. Provo a richiamare alla mente qualcosa ma affiorano solo flash discontinui. Ombre grigie e offuscate. Due persone, forse. Poi mi sembra di vedere me che litigo per l’ennesima volta con te. Vedo ancora te che armeggi con un coltello. Flebili e pochi ma nitidi flash.

«Dov’è l’infermiera?»
«Quale infermiera?»
«Quella con cui parlavo prima, qui fuori nel corridoio. Quella con un camice nero»
«Prima non poteva parlare e qui fuori è pieno di infermiere ma nessuna ha un camice nero»
«Non me la sono sognata»
«Qualcosa di simile invece, direi. Lei è ricoverata in ospedale da diversi giorni e nemmeno troppo tempo fa è stata vittima di un tentato omicidio»

Ecco, ora ricordo meglio. Il coltello sì, era nelle tue mani. Lo hai preso dal cassetto lì in fondo, quello dove tengo anche delle banconote di emergenza. Pensavo volessi prendere i soldi. Invece hai preso il coltello. Me lo hai puntato contro. Lo tenevi alto nella mano destra e avanzavi minaccioso e io retrocedevo. Poi sono inciampata e sono caduta. Ricordo un dolore lancinante alla testa e poi il nulla.

«Tentato cosa?»
«Omicidio. Deve riposare ora, ma le posso spiegare in breve quello che la Scientifica ha rilevato. C’è stata una colluttazione e lei ha perso l’equilibrio e nella caduta ha sbattuto violentemente la testa. Invece per quanto riguarda la sfera medica di mia pertinenza, posso dirle che si è riscontrato la presenza di un edema cerebrale post traumatico ed è stato necessario sedarla per proteggere l’encefalo e non compromettere il sistema nervoso centrale e per questo le abbiamo somministrato farmaci ipnotici uniti ad anestetici oppiacei. In sostanza un coma farmacologico indotto. Poi però ha improvvisamente presentato un’aritmia ventricolare prontamente cardiovertita con una scossa a 220 Joule. Il ritmo sinusale è riapparso sul monitor e tutti i parametri sono tornati nella norma. Un evento del genere rallenta i tempi di risveglio e l’abbiamo tenuta sedata per alcuni giorni ancora, le abbiamo quindi ridotto progressivamente i farmaci per svegliarla dal coma artificiale. Questa la sua situazione pregressa, quella attuale è che stiamo valutando i possibili danni e un piano di recupero»
«In altre parole sono viva»
«Direi di sì»
«Ma io ero nel corridoio, parlavo con quell’infermiera e lui era nella stanza attaccato alle macchine, sono entrata, volevo ucciderlo, volevo finire quello che avevo iniziato»
«Può capitare, al risveglio, di ricordarsi di essere stati vittime di allucinazioni o incubi. Non è stata lei. E’ stato il suo… non so come definirlo, che voleva ucciderla e non c’è riuscito per fortuna. Credo che si sia trattato solo di un meccanismo mentale, una sorta di transfert psicoanalitico, come se lei avesse traslato le sue pulsioni e i suoi desideri inconsci, un processo che ha subito forse per salvaguardia o tutela o magari sopravvivenza o difesa. Un terapeuta l’aiuterà in questo. So che hanno trovato un coltello in terra pulito. Deve essersi spaventato quando è caduta perdendo i sensi ed è scappato. Così almeno hanno detto. Ma questa non è competenza mia, ci saranno delle indagini, non posso dirle di più. Ma lo troveranno, vedrà. La saluto ora e cerchi di riposare»

Se ne va. E resto sola. Ti troveranno sì, e la storia avrà il suo corso. Un camice nero e un camice verde. Una percezione e una realtà. Una coscienza ambigua e una schiettezza pura. La morte e la vita. Tu ed io. Ma né la nera infermiera, né la verde dottoressa possono sapere ora come sento il letto farsi leggero sotto di me. Il cielo non deve essere più così plumbeo e livido là fuori. Sento che continuo a tendermi come un asintoto verso l’infinito, l’unico posto dove so che invece è possibile incontrare e raggiungere quello che si desidera. La mente umana non è fatta per capire l’infinito. Vorrei spiegarti meglio ma tu appartieni al passato assoluto mentre io devo gustarmi l’imminente ultima battaglia per la vita, vorrei spiegarti che mi sento così felice da non sapertelo dire perché finalmente ormai niente è più come prima.

10 pensieri su “Niente è più come prima

  1. Potrebbe essere una perfetta scena di un episodio thriller. ..televisivo …i chiaro /scuro dell’anima che prendono forma con la tua abile scrittura .

    Piace a 1 persona

  2. Bel racconto…la fervida e vivace fantasia del genio che fa sembrare vissuti anche i brutti momenti. Brava! Mi piaci!
    Un abbraccio

    Mi piace

  3. Un femminicidio mancato di poco che, dopo il dramma, diventa il punto di partenza di una nuova vita, priva finalmente di legami invasivi? Ancora un’ottima narrazione con finale non scontato e, forse, ambiguo

    Piace a 1 persona

  4. Una scrittura perfetta, inquietante, ambiguamente misteriosa, con un ritmo scandito da dialoghi asciutti e ben dosati. Forse il tuo racconto migliore: chapeau!!!

    Piace a 1 persona

  5. La miglior qualità di questo racconto è di essere dilaniante come la situazione che evoca. Ti fa sentire esattamente lì. Ottimo lavoro.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.