Fughe


Ci lamentiamo della solitudine. Ogni pretesto è buono per pensare: quello ce l’ha con me, non mi ha salutato, sorriso, rinnovato gli auguri. È come se avessimo un’antenna pronta a captare ogni assenza di riguardo, ogni segnale diverso da ciò che ci aspettiamo, e a volte pretendiamo.
Odiamo essere soli. Ma potremmo chiederci se non siamo noi a lasciare solo il Cristo. Lui, come il Padre, scruta una strada deserta, per vedere di lontano se abbiamo il desiderio di tornare. È pronto a correrci incontro, a gettarcisi al collo per baciarci. Noi no, ci ostiniamo nel lamento, ci ribelliamo a un abbandono, a un’assenza procurata da noi stessi, con l’antica abitudine alla fuga.

2 pensieri su “Fughe

  1. la fuga è la soluzione più semplice per non affrontare le responsabilità; le scarichiamo sempre a qualcun altro. Siamo immaturi, la Verità non concilia con la nostra libertà. Toccare il fondo per fare ritorno? Ma il principe del mondo sibila le 3 tentazioni e noi abbocchiamo, ma il nuovo Adamo ci insegna quali risposte dare per salvarci. Quando ammazzeremo l’uomo vecchio?

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  2. Fuga
    La fuga dal reale,
    ancora più lontano la fuga dal fantastico,
    più lontano di tutto, la fuga da se stesso,
    la fuga dalla fuga, l’esilio
    senza acqua e parola, la perdita
    volontaria di amore e memoria,
    l’eco
    che non corrisponde più all’appello, e questo che si fonde,
    la mano che diviene enorme e che sparisce
    sfigurata, tutti i gesti insomma impossibili,
    se non inutili,
    l’inutilità del canto, la purezza
    del colore, né un braccio che si muova né un’unghia che cresca.
    Non la morte tuttavia.

    Ma la vita: captata nella sua forma irriducibile,
    senza più ornamento o commento melodico,
    vita a cui aspiriamo come pace nella stanchezza
    (non la morte),
    vita minima, essenziale; un inizio; un sonno;
    meno che terra, senza calore; senza scienza né ironia;
    quello che si possa desiderare di meno crudele: vita
    in cui l’aria, non respirata, mi avvolga;
    nessuno spreco di tessuti; loro assenza;
    confusione tra mattino e sera, senza più dolore,
    perché il tempo non si divide più in sezioni; il tempo
    eliminato, domato.
    Non ciò che è morto né l’eterno o il divino,
    soltanto quello che è vivo, piccolo, silenzioso, indifferente
    e solitario vivo.
    Questo io cerco.
    C. De Andrade

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