Il tuo nemico di Michele Vaccari

Ci sono romanzi scritti bene, anzi benissimo, che sovrastano con la loro perfezione al punto di far dimenticare la storia, elemento fondamentale della narrazione.
Ho comprato Il tuo nemico di Michele Vaccari quando era appena uscito con Frassinelli (aprile 2017) ma ho deciso di rimandarne la lettura a un periodo più libero da impegni e lavoro in modo da dedicargli la massima attenzione: era un libro che in qualche modo mi spaventava.

Sento che lo stile di Michele Vaccari è tanto frutto di un lavoro impeccabile tecnicamente che di un percorso artistico interiore. Credo sia grazie a quest’ultimo che lui abbia ottenuto quella voce che gli editor cercano sempre in un autore, in un romanzo; quella nota unica che lo rende riconoscibile fra tutti. Il romanzo è un continuo andare avanti e indietro nel tempo e nelle precarie esistenze dei personaggi. Una struttura costruita ad arte permette al lettore di perdersi dentro confini ben delimitati, non rimanere mai disorientato, non soffrire di vertigini in questa veloce giostra temporale. Il merito è della grande maturità stilistica dell’autore che gli permette di sperimentare, spostandosi velocemente da un punto all’altro del suo racconto in piena libertà senza mai perdere la direzione.
Da questa grande capacità tecnica vengono fuori come da un grande blocco di argilla sia la trama che la storia, forte quanto l’aspetto prettamente stilistico. (Qui la trama).

Sono tante le ragioni per cui questo romanzo è assolutamente da leggere e rompe alcune convinzioni sul narrare:

  • È possibile leggere, amare, studiare gli autori americani senza imitarli in maniera sterile, ma cogliendo il loro spirito e la loro poetica, e rielaborarli secondo la propria esigenza narrativa.
  • Non sempre tenere ben presente un potenziale pubblico di destinazione il più ampio possibile porta buoni risultati, anzi. Scrivere ciò che ci calza meglio e che sentiamo il desiderio di raccontare dà i migliori risultati.
  • Si può azzardare un linguaggio diverso, ricercato, che non risulti alla lunga estenuante ma che “tenga” per tutto il romanzo.
  • Si può progettare con consapevolezza una struttura movimentata, dinamica, che oscilli nel tempo e nello spazio senza far venire le vertigini a chi legge.
  • Un romanzo può far pensare a una serie tv e appassionare quanto uno scorrere di immagini e scene anche quando non è stato concepito come una sceneggiatura.
  • Si può stare molto attenti alla tecnica, esercitarne la profonda conoscenza senza dare l’impressione di impartire lezioni di scrittura.
  • Si può concepire un incipit che faccia saltare dalla sedia e un finale così forte e secco da far riavvolgere il nastro della storia e renderla disponibile affinché il lettore possa rivedere tutto in flash forward.
  • In un progetto impeccabile, con una trama che coinvolge possono esserci piccoli, piccolissimi “difetti” che comunque non stonano.
  • Si può concepire una realtà che metta in crisi il lettore per la verosimiglianza e aprire scenari possibili partendo da situazioni comuni: la famiglia di Gregorio è una famiglia come tante, con un padre dal carattere forte e dalle aspettative altissime, che si ritrova un figlio la cui forma di protesta o autoaffermazione consiste nel chiudersi in casa e diventare un NEET. La madre, in apparenza remissiva e sottomessa, riesce in un piano diabolico. In una realtà che sconfina nell’iperrealismo il lettore si muove cauto, come guidato al buio da un faro a intermittenza. La tensione cresce, i colpi di scena non mancano, l’adesione alla storia è totale nonostante non sia così vicina alla sfera del possibile, del quotidiano.

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