Inediti di Paolo Fichera

Paolo Fichera ha progettato e diretto, dal 2004 al 2009, il quadrimestrale “PaginaZero-Letterature di frontiera”. Per la poesia: suoi testi sono apparsi in antologie, su siti e riviste nazionali e internazionali ed è stato tradotto in inglese, francese, spagnolo, arabo, serbo-croato, albanese. Ha vinto la XXVI edizione del Premio Lorenzo Montano. Sue raccolte di versi sono: Lo speziale (LietoColle, 2005); Innesti (Quaderni di Cantarena, 2007); La strada della cenere (FaraEditore, 2007); nel respiro (L’arcolaio, 2009), Bosco (Anterem Edizioni, 2013).
Le poesie che proponiamo sono parte di un libro, Figura, suddiviso in 21 sezioni. Figura è stato scritto, almeno in questa sua prima parte, dal 2011 al 2017. Le poesie sono inedite come inedito è il libro.
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Sei stata il mio bosco
tue le rocce, le cortecce, il muschio
tuo l’albero più antico
alla fonte del fiume,
tuo l’occhio fluente e secco
che ha guardato i tronchi caduti.
Lo Spirito, se c’era, scioglieva le nevi
tramortiva la ferita, trascinandola
su foglie così mortali, in ogni
tempo del mondo vissuto oltre il sogno.
Uno strappo, la foresta attende
tra la bocca e occhi e musica
là la parola, qua la terra
tua è la mia lontananza

(sezione Iconografia)

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su un ponte. un bambino getta pane all’acqua.
una ragnatela di pesci cigola nei segni.
l’abbazia riflessa nell’acqua distorta dalla fame dei pesci.

(sezione Mappa)

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La forma oltre le ossa
muta l’anima che la ricorda
(come dire anima: l’attesa della preda
che modula il respiro per il destino)

eri uscito per mostrare la tua ossessione
là fuori o per vederla impressa
nel gioco duale che la forma

nuvole basse coprivano i boschi
un pipistrello volava a scatti di fotogrammi,
tra una luce e l’altra, apparso, in istanti
tra luce e non luce, sopra lo stagno dei girini
a caccia di libellule e la mano di tuo figlio
stretta a dirgli: guarda come il pipistrello vola,
non avere paura, come vola? gli ultrasuoni sbattono
contro gli oggetti e tornano indietro e la giovane
ragazza poco prima, in piscina, ti guardava,
così tanto giovane e guardava forte della sua attesa
le gocce d’acqua arrampicate e strette ai peli
della natica, bella e ancora da fare, e a questo
pensavi e non era metafora ma pensiero
stretto all’attesa del ricordo, inondato ed esposto,
come guardava, oltre il figlio, oltre te, per se stessa
nel gioco duale che modula il respiro, il destino
che la parola modula e muta penetrando nel ricordo
tra gli oggetti impressi, tornando indietro, in forme strette dall’attesa.

La mia Lolita ha cent’anni e la bacio

(sezione Mutazione)

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noi non sappiamo
quanto di noi resta
quanto resta, prima che muti
la grazia gravida
senza richiamo,
che resta grazia
nel dolore che resta
mentre noi in altro accade

voce non tocca
ancora accoglie
avvolta l’attesa
tolti semi alle radici, ai vagiti
tarlati per trame, per grembi
senza ipotesi avvinte, tra la vita

larva e spirito sedotti, smuove
senza terra la fibra di un sigillo
accorso al suo apparire

(sezione Figura)

**

la metrica tiene in vita
l’eccitazione che stringe
alla notte, costrizione
spalancata sulla soglia
della prima volta, ancora
promessa la vanità
tiene per mano l’esilio
così perduto. Accaduto
in figura di mani riappare
su chiostri tesi alle spoglie.
Sillaba luce nel suono
aprendo dita che toccano sangue
prima di te versato.

E quale richiamo
può mai dare natura alla voce,
se tutto è eco?

(sezione Figura)

**

come danzi, come sei piena di vita
“è la morte che mi scoppia dentro”

mistica di vagiti
scoscesi, tra raccolti
di brune etimasie
e crepe nella retina
minerale, profumo
d’alloro selvatico, miele
di mandorle amare, di cardo

prima del corpo
in relazione alla luce
inesorabile resina come
ritrovare i baci di vita non ricordati
in cui già eravamo legati
così nella carne

l’infinito attorcigliato al nome
interrata scomparsa
scorgi ancora, la danza
sottrae luce al dio che solleva
l’ombra a una voce alchemica
in echi abbattuti in forme in noi.

(sezione Desiderio)

**

Non essere stato già ti ricorda
distanza resta a terra
dà ordine al bianco, memoria
irriflessa il taglio orienta
in ogni linguaggio, lasciato
dietro alla materia, tra
il fiume contraddetto dall’uomo
delira senza attesa chi non torna.

Il mistero non è celato
sfrontato segna il fondo
indeterminato che ossessa
chi perpetuamente ritorna
al suo taglio, limite d’ogni
figura e presenza.

Ogni parola un confine che affonda
nel rito che ritorna
sottratto agli eventi,
come se appartenere fosse il confine
che resta, scaturito
in pienezza, respiro, grembo.

(sezione Dati)

**

La fioritura dei filamenti
tra la forza del tempo disadorno
inevitabile, e come taciuto, il serraglio
sotto l’ipotesi della sabbia.
Nel deserto, i passi distinguono i padri dai figli
integrano la conoscenza tra pietre uguali a pietre.
Un fossile – non narra d’ere,
carcassa di un nome rigato
da articolazioni di suoni / nel tempo.
E l’uomo cerca un’oasi di sola sabbia
per trattenere la distanza
che séguita / in altre mescolanze.

(sezione Après-coup)

**

In atto resta
intaccato come assunto
il cuore della vita innato

saldato alla goccia
fuoriuscita da principi sottili

celato in immagine resta
l’atto di un tutto congiunto

Io ti porto, in Pietà,
il corpo in grembo
Cristo con la sua Maria in braccio

dietro all’immagine l’atto
scosta dalla fronte
i suoi capelli sudati

“Dimmi tutto quel che sai
affinché io possa venire per sempre a cercarti”

La mano desidera
non il sogno
ma tu che sogni

in figura
l’unico essere
che in noi stessi siamo

impasto di trasparenze
che l’estremo vincola
ai suoi legami

(sezione Pietà)

**

Quel che attraversa
resta residuo di specchio, forcipe
di stasi in altri raccolti
riconciliando, in mezzo,
quel che tra vivi e morti non indugia
Sapere quanto dell’ombra sia
talismano di luce, a fondo
se bolgia, tra doni, sia deriva
ed estremo abitante
Mani al gelo, cadere dentro
al seme che ara sue monodiche
devozioni, come cosa lentamente
composta in riti e irruzioni
Seminare il tratto desertico
renderlo di nuovo, per il suo tempo,
iridescenza di bosco
Udire la voce di chi, mai destinato
al vano, riverbera
abbandoni fecondi: parabole di nibbio
fagiano poiane arcane, suture
tra filiture di mondi ricolmi
Ascoltare, dove giunti aprono
legami creature di voci
non viste. Abitare il bosco
inciso nel pensiero che informe
lo soffia. Desiderio
che intarsia la pienezza
del passaggio. Fendersi
come còlti da tracce
d’altri animali suscitati.
Sentire come il lupo
tumula richiami
penetrando materia
a noi manifestata.

Essere morsi e tra morsi
emanati morire.

(sezione Legami)

*

fondere attriti di tempo
evocare sintassi d’ombre
per altri mondi in noi scissi
e non segreti. taciti, a noi
preesistenti, in noi riflessi
da noi fondanti.

materiate in atto, accorse
innocenze, tra mani, la visione
esistente per essenze celata.

coinciso in incidenze giunte
a pure sembianze, intrecciate
alla radice del tempo irrevocato

ultimo quel che rivela
non profetizza nell’accaduto

il legame

(sezione Legami)

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