1915-1918: i fumetti in trincea

1915-1918: i fumetti in trincea

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di Claudio Bertieri

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Quando si stava profilando il centenario del primo conflitto mondiale, un po’ dappertutto sono iniziati ad apparire progetti di mostre, di eventi, rievocazioni, testimonianze, riletture storiche, analisi critiche e via sunteggiando. Molti indubbiamente i testi riuniti assieme, da semplici ricordi personali a più strutturate indagini prospettive, i quali, nel loro insieme, hanno accostato argomenti al massimo disparati. Comunque, recando in ogni caso un utile contributo alla rievocazione di una immane tragedia che l’arte figurativa, il cinematografo, la narrativa, la satira, la cartellonistica, e sicuramente ancora altre forme creative, non hanno ignorato di accostare.

Probabilmente, tra tanto scrivere, parlare, esporre, indagare, un particolare capitolo, senz’altro di variante tensione e mutevole sguardo, non ha goduto di altrettanto interesse. Quindi, di una indagine ampia ed approfondita che ne ponesse in rilievo la non risicata partecipazione al drammatico evento, seppure espressa in maniera contrastante, giacché le atmosfere della sua presenza trapassano -nonostante la diversa nazionalità- dall’acceso entusiasmo alla ferma denuncia, dal patriottismo esaltato alla testimonianza di una realtà amara e sofferta. Per dirlo in stretti termini, dal sorriso che tende ad allentare la tensione al rispetto della verità.

Alludo alla narrativa disegnata nel suo assieme, ché, in questa circostanza, non è possibile infatti stabilire una precisa distinzione -com’è invece di regola- tra comics e cartoons. Vuoi perché i primi, all’epoca, stanno ancora vivendo la stagione dell’adolescenza (o, se si vuole, della maturazione prima che irrompa l’avventura a tutte lettere), e pertanto non hanno ancora assunto definiti caratteri linguistici, di struttura e narratività; vuoi, in quanto è avvertibile come tavole e strisce s’intreccino con notevole frequenza l’una nell’altra, oppure si accostino per meglio sottolineare una situazione o per scaricare con una battuta sorridente una testimonianza non proprio allegra.

Di questa vicenda narrativa, sviluppata su diversi fronti, si è occupato con qualche anticipo un numero della rivista britannica Illustration, raffinato e virtuoso trimestrale riservato alla grafica e all’incisione, dedicando un esemplare ampio saggio al “caso” non affatto comune di Old Bill. Ossia, del personaggio immaginato dal capitano Charles Bruce Bairnsfather, character che può vantare una ben prolungata popolarità -rispetto a colleghi di carta nati al pari suo nei giorni del conflitto 1915/18-, considerato ch’essa s’è mantenuta viva in Gran Bretagna sino nel corso della seconda guerra mondiale.

Ferito in combattimento in territorio francese e reso inabile al servizio, Bairnsfather non per questo smette il suo lavoro di cronista per immagini (iniziato appunto al fronte). Anzi, viene promosso dal comando militare inglese Officer Cartoonist perché l’estro della sua matita prosegua attivamente a schizzare momenti della vita di trincea. Non di fumetti si tratta, bensì di una ricca collana di vignette di cui è protagonista il fantaccino Old Bill, fuor di dubbio alter ego del suo creatore, pubblicate dalla rivista The Bystander e quindi riunite in tre antologie edite tra il 1916 e il 1918.

Lui è un tipo dalla testa pelata e con un paio di baffoni da tricheco, che si presenta d’abitudine in disordine, infilato in un impermeabile sempre impregnato d’acqua e di fango. La guerra la racconta alla sua maniera, come lui la vede e la vive, un giorno dopo l’altro, tra le trincee, i morti, i radi attimi di pausa, le carneficine, certi insospettabili incontri tra nemici una notte di Natale nella “no man’s land”. è abbastanza evidente che Bill fa del suo meglio per stendere un sorriso sul volto del soldato inglese, ma non sempre gli riesce, ché le situazioni ch’egli descrive mai risultano soggette a un qualche compromesso con il vero o venate di ambiguità di comodo.

La sua straordinaria popolarità discende in massima parte da un salutare avvertimento passato ai commilitoni attraverso una battuta divenuta proverbiale: «Se trovi una buca migliore di quella in cui sei, buttatici!» («If you know a better ‘ole, go to it!»). Proverbiale al punto che ad essa s’intitola il passaggio di Old Bill alle scene londinesi quale protagonista della commedia The Better ‘Ole – Fragments of France (1917). Spettacolo accolto con calorosa simpatia dalla platea e seguito a due anni di distanza dalla omonima versione cinematografica diretta da George Pearson, nota anche col titolo The Romance of Bill.

L’enorme successo riscosso dal personaggio varca l’Oceano e nell’ottobre 1918, al newyorchese Greenvich Village Theatre, viene messo in scena The Better ‘Ole, the Romance of Old Bill, interpretato con felice adesione da Charles Coburn. Passato qualche anno, mentre in Gran Bretagna il personaggio viene riportato negli studios per essere al centro di Old Bill Through the Ages (1924), diretto da Thomas Bentley e interpretato da Syd Walker, l’americana Warner Bros. decide di mettere in cantiere un remake del film, scritturando quale protagonista Sydney Chaplin.

Il bizzarro canovaccio, dal titolo Old Bill of the Better ‘Ole (1926), viene affidato alla regia dell’artigiano Charles Reisner, che si dimostra però non troppo sicura nella accentuazione ironica che dovrebbe permeare l’impianto favolistico. Riportando il “tommy” tra le trincee, dopo che una golosa mangiata di presunta “aragosta in scatola” lo ha serenamente accompagnato nel mondo dei sogni, si vorrebbe infatti fargli “visitare” vari momenti della storia inglese, coinvolgendo re Giovanni, Guglielmo il Conquistatore, Shakespeare, Drake il corsaro, e qualche altra figura di riguardo.

Sono queste le ultime battute, decisamente non fortunate, prima di un prolungato silenzio riaccesosi soltanto nel 1941 con la realizzazione di Old Bill and Son diretto da Ian Dalrymple. Il film, privo di una salutare vitalità, se non critica almeno sincera sul piano della rappresentazione, immagina che Bill sia stato richiamato in servizio e venga dislocato poco lontano da dove è acquartierato suo figlio. I troppo prevedibili spunti “comici” e il patetico rapporto tra i due congiunti sottolineano in maniera evidente come la pellicola sia debitrice ad un passato ormai fuori tempo.

Se si esclude il caso della servetta francese Bécassine, per altro brillantemente impostasi sulle pagine di La Semaine de Suzette sin dal suo debutto nel 1905, quindi ben prima di trovarla patriotticamente impegnata a sostenere le forze alleate nel conflitto mondiale, e ancora non meno vitale e ricca di entusiasmo nei giorni della seconda grande guerra (al punto da essere censurata e “sequestrata” dalle forze naziste durante l’occupazione di Parigi), rarissimi eroi di carta possono vantare uno stato di servizio prolungato come quello di Old Bill oppure della coppia Mutt & Jeff, ideata dall’americano Bud Fisher nel l907.

Accostando con essa il vasto universo del cartoonismo stelle e strisce, che nel periodo 1915/18 vede salire alla ribalta della carta stampata -particolarmente dei quotidiani- una fitta schiera di personaggi, figurette, caratteri, di varia età e condizione, è da sottolineare come alcuni di questi -è il caso proprio di Mutt & Jeff- si confrontino con la vita militare, le sue regole e le sue assurdità, e pure con quanto sta accadendo sui fronti europei, prima ancora che gli Stati Uniti decidano di varcare l’Atlantico (2 aprile 1917) per unirsi alle forze alleate.

Vestita la divisa, il piccolo Mutt e l’allampanato Jeff hanno pertanto modo di sperimentare in anticipo le loro scombinate virtù guerresche, nonché di solidarizzare con la comune causa antitedesca, partecipando ad azioni condotte su diversi fronti, incluso quello difeso dai soldati italiani. Un capitolo particolare delle loro vicende “militari” è strettamente legato alla stessa vita privata di Fisher, che, chiamato in servizio e destinato a Camp Meade, nel Maryland, per essere addestrato, si offre volontario per raggiungere anzitempo il fronte occidentale europeo.

Aggregato alle truppe inglesi e promosso capitano, gli riesce di entrare a far parte dello staff redazionale di Lord Beaverbrook, potente editore di diverse testate britanniche, dal London Evening Standard all’Evening Express, al Daily Express. La favorevole condizione consente a Fisher -caso del tutto anomalo per l’epoca- di poter così diffondere le storielle di Mutt & Jeff anche nel Regno Unito. Per un certo periodo, volendo sottolineare che si tratta di materiali realizzati direttamente sul fronte di guerra, la striscia porta accanto alla firma dell’autore la dicitura Somewhere in France.

Altro caso di autore presto passato dalla vita borghese a quella di caserma e quindi a quella rischiosa vissuta tra le linee di combattimento francesi, riguarda il disegnatore Percy Crosby, ufficiale della 77a Divisione americana sbarcata in Europa. Per il vero, le piccole e in genere sorridenti vicende che coinvolgono un giovanotto scansafatiche, di nome Rookie, assegnato alla 13th squad, come precisa la testata originale, Crosby aveva iniziato a schizzarle prima ancora di vestire la divisa.

A scorrere le pagine della coppia di antologie che tra il 1917 e il 1919 hanno riunito i cartoon e le strisce dedicate al soldatino, per la massima parte ambientate in zona di operazioni, viene da sospettare che Rookie sia in pratica servito quale prova generale per la successiva creazione crosbiana di Skippy, il monello degli slum metropolitani, il quale, osservando quanto gli sta attorno e più ancora i comportamenti degli adulti, elabora un proprio modo di vivere. Non diversamente si comporta infatti la giovane recluta, caratterizzata dal suo fare solo apparentemente distratto, in verità defilato dalle ritualità imposte dalla divisa, estraneo -se possibile- a virtuosità non affatto condivise.

Di tutt’altra pasta risulta invece il piccolo ed entusiasta Barry the Boob. Uno “stupidotto”, come anticipa la aggettivazione che ne accompagna il nome, pronto sempre a scattare, ad accettare ordini improbabili, a portare a termine imprese rischiose. Situazioni ch’egli rende tuttavia furbescamente farsesche per quanto di assurdo e di inopinato vi aggiunge e vi aggrega. Una sorta di clown lillipuziano che il disegnatore Elzie Crisler Segar, alle sue prime prove, traccia con quel gusto per l’iperbole e la geniale caratterizzazione che avrà modo di esaltare di lì a qualche stagione con la creazione felicissima di Popeye e degli amici e congiunti che a lui si uniscono nell’iniziale Thimble Theatre.

Alla giornata dei giovani coscritti, di tanti ragazzoni staccati d’improvviso da una quotidianità non ancora costretta entro obblighi precisi, ma piuttosto sollecitata da sport e divertimenti, si dedicano alcuni validi disegnatori, assumendo quale squisito ambiente di indagine i luoghi di addestramento allestiti dall’esercito americano nel 1917 per preparare le truppe destinate a combattere sul fronte europeo. Ossia le camerate di Camp Taylor o di Camp Meade.

Il secondo, dove si sta formando la 79a Divisione di fanteria, impegnata mesi più tardi sul fronte delle Argonne, è al centro pertanto di puntuali cronache pubblicate quotidianamente sotto il titolo: “Over Here” at Camp Meade. Una sorta di luogo deputato, dunque, di palcoscenico privilegiato, ove si esercita la matita di Walter McDougall, non certo conformista, abile nel mettere in luce sentimenti, delusioni, rimpianti, e soprattutto attese per quanto dovrà accadere, di una popolazione giovane costretta ad una nuova vita.

Al “Back and Now”, a considerare cioè il prima e il dopo l’essere stati arruolati, si riserva con sottile e sorridente vena introspettiva anche il pennino di Abian A. Wallgren, per i lettori solamente Wally. Lavorando intensamente per le pagine di Stars and Stripes, il giornale dell’American Expeditionary Forces, quindi per un foglio destinato essenzialmente ai militari, il disegnatore mette assieme un cospicuo bagaglio di considerazioni, umori, critiche, nonché di fondamentali avvertimenti. Wally sceglie infatti di corredare le sue strisce di una serie popolarissima di cartoon, gli Helpful Hints, che elencano con allegra ingenuità quanto i soldati non debbono assolutamente fare.

Una vena di sorridente surrealità anima a sua volta un singolare gruppo di strisce, di sottolineato taglio antimilitarista, realizzate nel 1915, quando gli Stati Uniti non sono ancora coinvolti nel conflitto. Il loro autore, un non meglio identificato Wells, immagina il personaggio di Old Nicodemus Nimble, una curiosa figura di inventore, basso di statura, grandi occhiali e cappello calato in testa, il quale, proponendosi di difendere la popolazione civile e di porre fine alla guerra che sconvolge l’Europa, si dedica con indomabile passione ad escogitare di continuo salvifiche trovate scientifiche piuttosto che strampalate apparecchiature.

Tra tanta maschinilità una figura femminile comunque emerge ed è quella di Kitty Khaki. Un’autentica sorpresa, ché all’epoca un ruolo di protagonista ben difficilmente veniva assegnato ad una donna, per di più con indosso la divisa di soldato, unita a un molto di civetteria nei comportamenti. Il segno elegante con cui Hughes la schizza presto diviene però il suo limite o, per chiarire, l’elemento che la allontana dal sollecitante clima militaresco per farne piuttosto una castigata “pin up” che si barcamena tra obblighi ed incarichi di caserma. Qualità certo apprezzate dai giovanotti sotto le armi, che la invidiano per quanto si dimostra disinvolta nei rapporti con i superiori e non meno spreoccupata nell’affrontare da diligente “pretty girl” le pratiche del servizio.

Per considerare come si sviluppi in Francia e Italia l’azione sollecitatrice, oppure blandamente critica, è d’obbligo compiere un gran salto. Essa mostra infatti tutt’altro carattere rispetto a quanto sin qui scritto, giacché la stampa quotidiana cede totalmente il passo ai giornalini per i ragazzi e i cartoon sono costretti a rinserrarsi nel fortilizio delle testate satiriche. E questo perché all’epoca, come si sa, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, le strisce giornaliere e i fumetti in genere non trovano spazio nelle pagine dei giornali di informazione.

I solleciti patriottici escogitano allora una diversa strategia: si affidano alla stampa giovanile, determinando così il passaggio del testimone dalle battute ora sorridenti, ora irrispettose, talvolta polemiche, di character fasciati dalla divisa a quelle di generosi ragazzetti che li vanno sostituendo nel dialogo con i lettori. Il traguardo dell’operazione è quanto mai scoperto: attraverso le gesta azzardate e le improbabili azioni affidate a dei piccoli eroi, non solo viene stimolata l’immedesimazione dei giovani lettori, loro coetanei, ma genitori e parenti sono altrettanto coinvolti nello slancio propagandistico.

Ne è popolarissimo esempio la bretone Bécassine cui già si è fatto cenno. Immaginata da Maurice Languereau (testi) e da J.P.Pinchon (disegni), la ragazzetta, conclusa una lunga serie di viaggi al seguito di una aristocratica di cui è a servizio, non tarda a schierarsi a fianco delle truppe francesi e già nel 1914 si batte contro i turchi sul fronte balcanico. è una icona amatissima per come si prodiga tra i militari in trincea e tra la gente comune, aggredita dai traumi della guerra e dalle necessità quotidiane. I suoi autori la raccontano pertanto in un gruppo di albi in cui essa risulta mobilisée, pendant la guerre, chez les Alliés.

Affidandosi entrambi a dei giovanetti, sono due in pratica gli autori che in Italia si dividono l’incarico di sostenere il clima patriottico tra le pagine del Corriere dei Piccoli: Attilio Mussino e Antonio Rubino. Il primo inizia il proprio contributo solidaristico già nei giorni della guerra di Libia, mettendo in tavole le ripetute delusioni provate dal piccolo Nello, avvilito perché impossibilitato a seguire il fratello maggiore nel deserto tripolino. Dove comunque compie imprese strepitose il soldatino Gian Saetta, che lo stesso Mussino dota di una davvero invidiabile fantasia tenuto conto di come gli riesce ogni volta di scansare le trappole nemiche e di mettere nel sacco gli avversari.

Ed è ancora Mussino, replicando senza paraventi la falsariga narrativa caratterizzante le storie immaginifiche di Little Nemo, a firmare quelle di Schizzo. L’utilizzo del tracciato americano risulta tuttavia puramente strumentale, giacché la propaganda frena del tutto la fantasia. Mentre infatti il ragazzino di McCay, addormentandosi dopo un pasto serale troppo goloso, sogna mondi ed avventure fantastiche, di superba originalità, il suo coetaneo nostrano, colto anche lui dal sonno nel primo quadretto della tavola, non può che immaginare vittoriose azioni tricolori o farsi egli stesso protagonista di imprese eccezionali, come nel caso del volo di D’Annunzio su Trieste.

Senza dubbio maggiormente legate al mondo della fiaba si rivelano le storie che Rubino mette in pagina sollecitando l’amor di patria dei giovani lettori del Corrierino. Le costanti dispute che mettono di fronte il piccolo e generoso Italino e l’asburgico Kartofel Otto offrono la riprova di un racconto sempre giocato, anche visivamente, con allegre tonalità, ove il Davide della situazione riesce a porre in ridicolo l’avversario escogitando per ogni puntata brillanti, tricolorati coups de théatre.

Non meno felici appaiono nell’impostazione gli scontri che oppongono il virtuoso Abetino, principe di Legnazia, al violento Piombino, figlio di Arcipiombo imperatore. Si è in presenza questa volta di una singolare vicenda, non poco originale, popolata com’è di coloratissimi pupazzi (come pezzi di una scacchiera) e di figurine di stagno. Contrapposti dal loro autore in una disputa ove acciaio, cannoni e mitraglie non possono comunque primeggiare, essi animano un gioco metaforico, brillantemente portato avanti a conferma della strepitosa vena di favoliere che consente a Rubino di svicolare dalla ovvietà sollecitatrice.

Alla maniera del francese La Baionette, giornale riservato alle truppe transalpine, certamente di notevole prestigio per le firme dei collaboratori e l’ottima cura editoriale, anche i soldati italiani hanno goduto di una stampa militare loro riservata, talvolta realizzata da loro stessi. Tra le diverse testate, un posto di riguardo merita senz’altro La Tradotta, il giornale della 3a Armata, di cui ancora il sottotenente Rubino, in solidale collaborazione con il pari grado Renato Simoni (una pratica, la loro, attuata per altro sin dalla nascita del Corriere dei Piccoli nel 1908), sono da considerare tra i più attivi firmatari, se non le vere colonne.

Non per caso, l’impostazione grafica delle tavole autoconclusive firmate da Rubino, o dal tenente Giuseppe Mazzoni, si richiama immediata a quella del giornalino milanese: un fumetto “all’italiana”, che abolisce i balloon e li sostituisce con i distici rimati. In tale forma nascono caratteri come il forzuto Matteo Muscolo, soldato in grado di scompaginare un’intera armata in solitario, il borghese Apollo Mari o l’ingegnoso Bertoldo Ciucca. Mentre il primo, ogni volta bisognoso di un qualche aiuto, non trova alcun conforto ai propri guai causa l’intensa attività che donne e uomini rimasti in città svolgono a favore dei soldati al fronte, l’altro, a capo dell’ufficio “disboscamento”, seppure con scarsissimi risultati, si propone di sradicare con i più fantasiosi artifizi l’inamovibile Imboscato dal suo confortevole cantuccio.

Altri caratteri, al pari del Caporale C.Piglio o del soldato Baldoria, vivono anch’essi momenti di popolarità tra le trincee, per la schiettezza con cui riflettono la ben strana quotidianità del vivere al fronte e per quel tanto di sollievo che possono recare. Suggerendo ora un sorriso, ora sberleffando l’odiato Cecco Beppe, in uno col fedelissimo Feldmaresciallo Von Conrad che Rubino gli pone al fianco.

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