Vivalascuola. 1968: memoria contro damnatio

(Elaborazione grafica di Francesco Mele)

Nonostante ricorrenze e convegni, il 68 è stato condannato a una sorta di damnatio memoriae: la cancellazione di qualsiasi traccia che lo riguardi, come se non fosse mai esistito. Il 68 è imbarazzante, scomodo, da rimuovere anche per chi vi ha partecipato, sia chi non la pensa più come un tempo e lo ricorda con disappunto sia chi ne è uscito con un senso di sconfitta e ne serba la frustrazione. Eppure molte elaborazioni di quegli anni sono di un’attualità impressionante, in una realtà mutata ma in cui il nocciolo duro delle forme di potere e di oppressione resta lo stesso. Memorie e riflessioni sono perciò necessarie e pongono il problema di come trasmettere quel che è stato alle giovani generazioni. Anche vivalascuola vuole approfittare del 50° anniversario del 68 per fare memoria, convinta, come scrive Ernesto Sabato, che “Senza utopia nessun giovane può vivere in una società orribile“. Cominciamo in questa puntata dando la parola a chi il 68 l’ha fatto, proponendo i testi di Donato Salzarulo e Marilena Salvarezza e il ricordo in poesia di Graziella Tonon; proseguiremo con altre puntate dedicate specificamente alla scuola e all’università, che sono stati tra i territori principali del 68. Chi dei lettori fosse interessato a dare il suo contributo, ce lo comunichi nei commenti e sarà contattato.

Indice
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.Il mio 68: il respiro della libertà, di Donato Salzarulo
Noi credevamo, di Marilena Salvarezza
Era il 68, di Graziella Tonon
Risorse in rete

* * *

Il mio Sessantotto: il respiro della libertà
di Donato Salzarulo

1. – A diciotto anni compiuti, tra l’autunno del 1967 e l’inizio dell’estate del ’68, ho vissuto a Rivoli, un comune abbastanza popoloso della cintura torinese (ad oggi circa 49.000 abitanti).

Risiedevo a pagamento in un convitto gestito da famiglie protestanti, provenienti dagli Stati Uniti. Oltre ad ospiti come me, iscritti all’Università di Torino – io ero iscritto al primo anno della Facoltà di Magistero, corso di laurea in Pedagogia –, c’erano degli studenti frequentanti l’annessa Facoltà di Teologia, candidati a diventare pastori di Chiese evangeliche. Nel complesso residenziale, con un ampio giardino e una ricca biblioteca, funzionava anche un Liceo linguistico. Insomma, un ambiente abbastanza vivo e stimolante, per chi, come il sottoscritto, proveniva da una famiglia povera, contadina di un paese delle alture irpine.

Ero finito lì, grazie ai buoni uffici del pastore Donato Castelluccio, personalità carismatica per molti giovani del mio paese, e grazie al fatto che con il pre-salario (così si chiamava allora la borsa di studio) avrei potuto pagarmi la retta del convitto. Pagarmi?!… In realtà, senza l’aiuto dei genitori non avrei potuto, comunque, risiedere a quasi mille chilometri da casa. Ora come allora, il costo di uno studente è di molto superiore a quello della retta di un qualsiasi convitto. Dopo un anno, infatti, i miei genitori si ritrovarono indebitati. Non si trattava di cifre astronomiche, ma erano tali che decisi di trovarmi un lavoro. Le famiglie contadine non amavano far debiti.

Fu la coscienza di questa condizione che mi rese antipatica ed estranea la poesia di Pasolini, pubblicata sull’Espresso nel giugno ’68 e scritta dopo gli scontri di Valle Giulia:

«Avete facce di figli di papà.
Vi odio come odio i vostri papà.
Buona razza non mente

Figli di papà?!… Ma io non ero un figlio di papà. Ero figlio di poveri, come lo era il mio omonimo cugino, nato un anno dopo di me e arruolatosi successivamente in Polizia.

Due Donati, provenienti dallo stesso paese di montagna, due destini diversi. Io, secondo Pasolini, a far da gregario ai figli di papà che guidavano i movimenti studenteschi, l’altro ad eseguire gli ordini di altri figli di papà – Pasolini non avrà sicuramente pensato che questori o prefetti provenissero da famiglie operaie o contadine – che ordinavano manganellate sulle teste degli studenti.

Quella poesia mi procurò un forte dispiacere. Mi dispiacque perché fino a quella data avevo seguito con grande interesse l’autore, leggendo i suoi interventi prima su Vie Nuove e poi sul Tempo.

Certo, Pasolini non si rivolgeva a me e quei suoi versi, com’era suo costume, erano abbastanza provocatori. Lo capii dal dibattito che accompagnò la poesia. Ciò non toglie che la vissi come una ferita, una pugnalata inferta da una persona che consideri amica.

In seguito continuai a leggerlo, ma non più con l’immedesimazione e il trasporto di un tempo.

2. – Ma andiamo con ordine. Chi ero io, quando all’inizio dell’anno accademico 1967/68, suonai il campanello del convitto Filadelfia in Via Colla a Rivoli?… So che la memoria inganna, perciò mi limito a dati materiali, incontrovertibili.

– Ero un diciottenne da poco sposato (21 settembre 1967): «Sul mio matrimonio censuro / lo veglia sicuro il demonio / Ti giuro che avevo paura / e ancor più paura la sposa.» Ho scritto venticinque anni dopo e, nella ricorrenza del quarantesimo, misi in guardia i convitati:

«L’ultima cosa che vorremmo
è essere presi come esempio.
Non siamo, per fortuna, Giulietta e Romeo
né Tristano e Isotta. La tragedia
non è il nostro forte. Quando ci incontrammo,
quarant’anni fa, Giuseppina
vide in me il suo cantante amato
ed io in lei un’aria gitana insieme
a una grazia cittadina affascinante.
Sedotti dal bosco, andammo subito
verso la regina delle conoscenze,
che decise così la nostra unione,
esponendola a tutte le turbolenze
degli innamorati e degli amanti.»

Tutto questo giro di parole per non dire che io e mia moglie fummo costretti a un “matrimonio riparatore”. Evento che oggi sarebbe impossibile per varie ragioni. Non ultima perché c’è stato il Sessantotto. Infatti, nell’espressione dei propri affetti e della propria sessualità si può dire che c’è un “prima” e un “dopo” il Sessantotto; questo esaltò, in vari modi, l’anticonformismo, l’”amore libero”, la critica ai modelli familiari borghesi e patriarcali, la lotta contro la “repressione addizionale” (Marcuse) connessa al principio di prestazione e alle restrizioni imposte dal dominio sociale.

– In una certa fase della mia esistenza – diciamo fra i 15 e 16 anni – avevo deciso che studiare sarebbe stato il lavoro della mia vita e i buoni risultati dell’abilitazione magistrale m’incoraggiavano a proseguire in questa direzione.

La decisione era maturata sia osservando quanto fosse dura la fatica dei contadini del mio ambiente (a cui qualche volta m’ero limitato a dare una mano), sia dopo aver provato per pochi giorni quanto sudore grondasse dalle fronti dei muratori.

Questa “prova da muratore” merita un breve accenno. Adolescente squattrinato e annoiato dalle lunghe giornate estive, trascorse a chiacchierare con gli amici, una sera, al ritorno di mio padre dalla vigna, gli annunciai che non avrei più studiato (fatto al quale teneva moltissimo).
Sarei andato a fare il muratore. «Va’ pure» mi rispose. E mi trovai un mastro.
Il giorno dopo, alle sei ero in piedi, sul luogo di lavoro: stavano costruendo una casa a due piani in un angolo di piazza Duomo. Fortuna o sfortuna volle che capitai nel momento dell’armatura dei cordoli, quando bisognava far su e giù per la scala e riempire in fretta il canaletto di cemento.
Tornato a casa, dopo una decina d’ore di questo trasportare cardarelle o, come vuole lo Zingarelli, cofane in spalle, salendo e scendendo, mangiai un boccone e andai a letto. Ero stanco morto. Uno straccio. Durò giovedi, venerdi e sabato. Altro che annoiarsi in piazza!… Stringevo i denti. «È tutta una questione d’abitudine», mi dicevo. «Un po’ di pazienza e il corpo si abituerà.»
Aspettavo la domenica per riprendermi, riposarmi e tornare a fare un po’ di vasche su Corso Romuleo con gli amici. Quand’ecco che Armando, il capo di noi giovani apprendisti, «Donato – mi fa – domani mi vieni a dare una mano… Ho un piccolo lavoretto in Via Mancini…Per mezzogiorno finiamo…». Non potevo dire di no.
L’indomani alle sei ero lì, a impastare calce. Armando, che poteva avere quattro o cinque anni più di me, cominciò a pungolarmi: «Dai, sbrigati!… Sbrigati!…», e dagli inviti passò agli insulti: «Ma sei un cretino!… Muovi bene questa pala!…» e dagli insulti alle minacce: «Se non ti sbrighi, ti do questa pala in testa…» e la rivolse verso di me… Non ci vidi più. Abbandonai la mia pala per terra e me ne andai. Arrivato a casa, spiegai l’accaduto e promisi ai miei che avrei studiato per tutta la vita. Autoritarismo per autoritarismo preferivo quello dei professori – che pure non sopportavo – a quello di un capomastro.

Oltre a quello dei maestri, l’autoritarismo dei professori l’avevo sperimentato dalle Medie. Non era soltanto quello becero e codino di chi si armava di forbici e voleva tagliare i nostri capelli di adolescenti imitatori dei Beatles, dei Nomadi o dei Rokes; non era soltanto quello sfacciatamente violento di chi poteva sfilarsi la cintura dai pantaloni e brandirla contro il ragazzo che aveva disturbato o infilato una spilla nel sedere di qualche compagno seduto davanti; l’autoritarismo più diffuso e normale era quello del professore che tornava a piazzare sadicamente un due a chi ne aveva già collezionato una serie; era quello di chi umiliava, derideva, minava, in modo irreparabile a volte, l’autostima del povero malcapitato che non riusciva a correggere i suoi errori.

Per questa situazione ho un aneddoto: faccio fatica a pronunciare la “u” lombarda, quella con la dieresi sopra. In seconda magistrale, il professore di francese continuava immancabilmente a correggermi. Ma per quanto provassi e riprovassi, quel maledetto suono sulle mie labbra non riusciva a formarsi. Un giorno, non ci vidi più. Interrogato, all’ennesima correzione, presi il mio libro e lo lanciai sulla cattedra verso il professore.
«FUOOORII!… DAL PRESIDE!...». Cinque giorni di sospensione e sette in condotta. Recuperare il rapporto ed evitare di ritrovarmi rimandato in tutte le materie a settembre fu un duro lavoro. Meno duro, sono certo, di quello da muratore.
Il fatto indubbio del periodo era questo: l’autoritarismo che caratterizzava le diverse istituzioni sociali (famiglia, scuola, chiesa, impresa, ecc.) e che era uno stile di comando profondamente condiviso. (Detto tra parentesi: purtroppo in questi anni è ritornato abbastanza in auge.)

– Dopo l’importante decisione, mi attrezzai per studiare e allargare le mie conoscenze. Il che comportava l’andare oltre i contenuti dei libri scolastici: da qui l’acquisto di settimanali e di altri libri. Tra le riviste: Vie Nuove e Rinascita. (Mio padre era un iscritto al PCI dal dopoguerra). Fu sulla prima di queste riviste che lessi dei dialoghi di Pasolini coi lettori. Tra i libri: tutto ciò che riuscivo a comprare all’edicola (gli Oscar Mondadori), a rate, su ordinazione (al paese non c’era una libreria) o andando ogni tanto in città (più spesso a Foggia, certe volte ad Avellino o a Napoli).

Quando nell’ottobre del 1967, varcai la soglia della stanza assegnatami nel convitto di Rivoli, avevo con me una valigia di libri che sistemai sugli scaffali di una piccola libreria. Avevo con me, tanto per fare dei nomi, Baudelaire (I fiori del male), Leopardi (Canti), Gramsci (Quaderni dal carcere), Marx (Opere filosofiche giovanili), Sartre (L’essere e il niente, Che cos’è la letteratura?, Baudelaire) Auerbach (Mimesis), Dostojevskij (I fratelli Karamazov), Buzzati (Un amore), Pavese (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi), Vittorini (Conversazione in Sicilia), ecc.

– Si va oltre i contenuti scolastici non solo leggendo altri libri, ma anche parlando con chi ha già delle conoscenze e delle esperienze interessanti, speciali. Oltre ai compagni di scuola, in quegli anni acquistarono un ruolo importante per la mia formazione, alcune persone più grandi di me: il già citato pastore Donato Castelluccio, Nicola Arminio, studente universitario emigrato per un certo tempo in Germania, Michele Panno, maestro di scuola elementare e lettore attento dell’Espresso.

Con queste persone parlavo di tutto: dalla politica del PCI a quella dell’odiata DC, dalla questione meridionale alla piaga dell’emigrazione che svuotava il paese, da ciò che stava succedendo in Vietnam alla “Populorum progressio”, dai tentativi di colpi di Stato (il Sifar) alla nostra condizione di “sudditi americani” grazie alla Nato e agli accordi di Yalta, dai libri recensiti sui giornali ai film visti o non visti al cinema.

Ricordo che partendo per Rivoli, salutai gli amici con una conferenza nella casa del pastore Castelluccio sulla “letteratura degli anni Sessanta e l’impegno del lettore”.

Inoltre, tra il ’66 e il ’67, avevo animato con l’amico poeta Nicola Arminio un’associazione culturale denominata “Nuova Resistenza” che si riuniva nell’edificio dell’UNLA e, grazie ai contributi di quest’Ente, eravamo riusciti ad allestire una bibliotechina ordinando libri tratti soprattutto dai cataloghi Einaudi ed Editori Riuniti.

L’esigenza di promuovere questa nuova associazione nasceva dall’insoddisfazione provata nei confronti della FGCI. Per qualche anno ne ero stato tesserato, ma senza ricavarne stimoli significativi. La sua vita sociale e culturale era quasi del tutto inesistente e i responsabili locali si limitavano, per lo più, all’atto burocratico del tesseramento.

A dirla con l’occhio dell’educatore che sarei diventato, avevamo a che fare con un giovane orientato a sinistra, che aveva vissuto delle esperienze “autoritarie” anche singolari, che amava la cultura (intesa come saperi “disciplinari” e non solo), che aveva scelto con relativa certezza la sua strada (laurea in pedagogia e professioni sociali collegate), che manifestava atteggiamenti di apertura e curiosità verso il nuovo, che aveva una grande voglia di allargare la sua esperienza e di gettarsi a capofitto nella vita sociale, culturale e politica.

3.- Le prime settimane rivolesi e torinesi furono di ambientamento. Avevo addosso un forte carico emotivo da smaltire. Avevo accompagnato per una decina di giorni Giuseppina nella Svizzera tedesca, a Mels, vicino Sargans, dove lei sarebbe rimasta con la sorella e con la mamma, vedova ed emigrata. L’accordo era che avremmo messo su casa, non appena le condizioni ce l’avrebbero permesso. In pratica, appena finivo gli studi.

Intanto, stavo a Rivoli. Per fortuna, non del tutto solo e spaesato. Nel convitto c’erano persone che conoscevo: Eliseo, Pasquale, Michelangelo… I primi due erano figli del pastore Castelluccio. Il primo frequentava il Liceo linguistico, il secondo la Facoltà di Teologia (avrebbe seguito le orme paterne). Anche Michelangelo era bisaccese e frequentava il Liceo. Ci conoscevamo da molto tempo e spesso parlavamo tra di noi. Ma loro studiavano nel Filadelfia. Io, invece, ogni giorno partivo da Rivoli per andare a Palazzo Campana. C’era un filobus rosso che da Piazza Martiri della Libertà in una ventina di minuti, lungo tutto corso Francia, mi portava a Piazza Massua. Da qui prendevo un tram (francamente non ricordo il numero) e scendevo in Via Po.

Sulle pagine della “Guida per lo studente”, cercai di farmi un piano di lavoro. Cominciai col seguire le lezioni di De Bartolomeis (Pedagogia generale), di Viano (Storia della filosofia), di Giancotti (Lingua e letteratura latina)… Ascoltavo, prendevo appunti, facevo avanti e indietro. Non tutti i prof. di Magistero facevano lezioni a Palazzo Campana. Le aule non erano sufficienti. Non so quanti fossero gli studenti iscritti a Torino nel 1967: undicimila?… Dodicimila?… Tredicimila?… Sicuramente tanti. Il dato generale, che si può trovare anche in Rete, è questo: nel 1961 gli iscritti nelle Università italiane erano 250.000, nel 1968 erano 550.000. Più che raddoppiato.

Palazzo Campana era una struttura vecchia, inadeguata. Gli studenti torinesi, quelli che risiedevano in città dalla nascita, quelli iscritti a Giurisprudenza, a Lettere, a Scienze politiche, lo sapevano. Io di meno. Non ero inserito in gruppi politici, in associazioni studentesche; di pomeriggio o, al massimo, di sera, tornavo a Rivoli.

Spesso negli spostamenti da un’aula all’altra si continuavano a vedere i volti delle stesse persone, si faceva qualche domanda, si faceva amicizia. Conobbi così un gruppo di studentesse pendolari vercellesi: Maria Pia, Acheropita ed altre… Maria Pia, soprattutto, che ricordo con affetto. Con lei parlavo di più, ci scambiavamo informazioni, consumavamo qualcosa al bar, parlavamo dei tic, dei “pallini” dei professori e di ciò che stava succedendo in Università. Si prendeva un po’ cura di me. Sfogliando le pile di carta accumulate negli anni, troverei quasi certamente la lettera che accompagnava la spedizione al paese del mio libretto con su il voto registrato per l’esame di gruppo in storia della filosofia.

Negli anni seguenti, quante polemiche ho letto su questa questione degli “esami di gruppo”. Per quanto mi riguarda non ricordo di aver avuto a che fare con un gruppo di buoni a nulla o di scansafatiche. Io mi sciroppai la lettura di diversi libri di filosofia e poi preparai una relazione sul marximo di Althusser. Fu la mia unica esperienza di “gruppo di studio”. Per il resto, sostenni esami come è ancora uso fare oggi.

4. – Una mattina di fine Novembre del ’67, dopo aver preso il solito filobus e il solito tram, arrivai a Palazzo Campana e lo trovai occupato. Cercai d’informarmi, di capire. Girava la voce che volessero trasferire delle Facoltà nella tenuta della Mandria. Anche Magistero?… E dov’è ‘sta tenuta?… Boh.

Nei giorni successivi lessi il manifesto dell’occupazione e capii che non era soltanto un problema di trasferimento. Stampata tutta in maiuscolo, una scritta semicircolare indicava il bersaglio: CONTRO L’AUTORITARISMO ACCADEMICO; un’altra, sotto, quasi a completare il cerchio rivendicava: POTERE AGLI STUDENTI. Al centro delle due scritte c’era disegnato un mezzobusto statuario col volto di uno scheletro in giacca e cravatta. Sulla testa aveva un parruccone da giudice o da nobili di altri tempi, sul petto delle medaglie militari (qualcosa di simile ad una croce al merito di guerra). Dall’altra parte si vedeva il disegno di un coltellaccio o di un pugnale.

Il senso era chiaro. La scuola era violenta, autoritaria, di classe e gli studenti rivendicavano il potere di dire la loro, di intervenire nell’organizzazione dei curricoli scolastici (contenuti, modalità di trasmissione non cattedratica, ecc.). Infatti, in alto, a destra, erano indicate le proposte dei “Controcorsi” (Filosofia delle scienze – Scuola e società – Pedagogia del dissenso – Psicanalisi e repressione sociale – Il problema del Vietnam – Imperialismo e sviluppo sociale in America Latina – Lotte sociali in Europa negli anni ’60.) e dei vari “gruppi di studio” (le Facoltà scientifiche, professioni giuridiche e ruolo del giurista, metodi e contenuti delle Facoltà umanistiche, ecc.).

Da quel momento entrai in un’altra dimensione. Nella periferia di quella città stavo per studiarci. Ma qualcosa stava succedendo che mi riguardava in prima persona, qualcosa che aveva a che vedere con un’organizzazione autoritaria dello studio, delle lezioni, della vita scolastica totalmente incapace di rispondere al mio fabbisogno educativo (e non solo mio). Non era forse vero che da oltre tre anni soddisfacevo il mio bisogno di sapere andando oltre le materie scolastiche? Non era forse vero che cercavo un sapere per la mia vita, qualcosa che potesse aiutarmi a comprendere meglio me stesso? Perché altrimenti avevo comperato, in uno di quei miei viaggi a Foggia, quel libretto di Introduzione alla psicanalisi? E perché a scuola non si poteva parlare di questi contenuti?… E tutto ciò che succedeva in quelle settimane nel Vietnam non aveva davvero nulla a che fare con me?…

Quando uscì nelle edicole il numero di Quindici con allegato il manifesto dell’occupazione di Palazzo Campana, lo acquistai e lo affissi nella mia stanza.

Per le vacanze di Natale, tornai giù al paese che, per la prima volta, mi apparve così piccolo da essere poco più di un presepe. Al ritorno, per buona parte di gennaio e febbraio a Palazzo Campana furono settimane di assemblee, occupazioni, sgomberi. Ho il ricordo di una mia “presa di parola” in un’assemblea, di una manifestazione per chiedere la liberazione dei compagni arrestati. Il giorno dopo, in una foto apparsa sulla Stampa o sull’Unità (non ricordo), riconobbi il mio volto tra altri volti nelle file di un corteo. Ho quasi certamente il ritaglio conservato in qualche cartella di quegli anni. Così come ho il ritaglio di un mio intervento apparso sulla pagina torinese dell’Unità, che aveva promosso un dibattito fra i suoi lettori sulla “questione studentesca”.

Tutto questo per dire che mi sentii protagonista. Ciò che succedeva era giusto e andava fatto. Per me non aveva nessuna importanza che a scrivere “contro l’università” fosse Guido Viale piuttosto che il sottoscritto. Non mi interessava che a tenere le fila di un’assemblea fosse Bobbio, De Rossi, Rieser, Donat Cattin, Revelli o non so chi altro. Pasolini poteva anche prendersela coi “figli di papà”, ma io avevo subito sulla mia pelle quei processi che loro denunciavano. Non li avevo subiti all’Università. Ci avevo messo i piedi dentro da appena qualche mese. A studiare ci tenevo, ma non era scritto da nessuna parte che occorreva farlo per forza nei modi oppressivi che avevo conosciuto.

A Magistero eravamo, per così dire, un po’ più fortunati. Guido Quazza, il preside della Facoltà, comprendeva benissimo le nostre richieste e dimostrava una grande disponibilità e apertura. Lo stesso Francesceo De Bartolomeis proprio in quegli anni dedicava il corso monografico al “metodo della ricerca”, ma in altre Facoltà, la situazione era inaccettabile e gli studenti facevano bene a ribellarsi.

Fu in una di queste assemblee che vidi tra le mani di alcuni giovani il N. 33 (febbraio 1968) di Quaderni Piacentini. Conteneva l’articolo di Guido Viale Contro l’Università e una Cronaca dell’occupazione dell’Università di Torino. C’era anche un articolo sul Movimento studentesco d’opposizione in Germania Occidentale perché fin dall’inizio fu chiaro che il Sessantotto non era un movimento soltanto italiano. I giovani scendevano in piazza in buona parte del mondo. Comprai la rivista. Non la conoscevo e fu la prima volta. Nei mesi e negli anni successivi ne diventai un fedele acquirente e lettore. Fino alla sua chiusura definitiva, negli anni Ottanta.

Di quell’articolo condividevo l’analisi sulla funzione di “integrazione” dell’Università. Parola che nelle nostre conversazioni si colorava di significati negativi. Un “integrato” o era un figlio di padroni e padroncini o un utile idiota del sistema capitalistico. Anche la psicologia e la psicanalisi, se perseguivano l’intento di “integrare” il portatore di disagi psichici, diventavano complici del sistema. Era il caso della psicologia americana.

Contestare, dissentire, rivendicare autonomia diventò quasi la nostra identità, il nostro modo di vivere. Per i mass-media eravamo i “contestatori”. Alcune volte si correva il rischio di contestare per contestare. Ma meglio correre questo rischio, al posto di starsene zitti, umiliati e sottomessi ad autorità (scolastiche e non) che esercitavano spesso in modi più che discutibili il loro ruolo.

C’erano, però, dei punti dell’articolo di Viale che facevano a pugno con la mia esperienza. D’accordo prendersela con la “cultura libresca”, scolastica, denunciarne la separazione dai problemi della vita sociale, culturale, affettiva degli studenti; ma scrivere che i libri «sono almeno altrettanto autoritari dei docenti» mi lasciava addosso molte perplessità. L’autoritarismo che avevo sperimentato era ben altro. Un libro poteva presentare dei contenuti autoritari. Ma non lo era di per sé. Se le pagine diventavano illeggibili o davano il voltastomaco, si poteva tranquillamente buttarlo tra i rifiuti.

I dubbi aumentavano quando leggevo che «l’accumulazione dei libri ha ormai sostituito l’antico rito della raccolta dei francobolli, ma data la maggiore voluminosità dei primi e le ridotte dimensione degli appartamenti di nuova costruzione, sta letteralmente espellendo di casa tutte le nuove giovani coppie, che all’atto del matrimonio unificano i rispettivi feticci e non sanno più dove andare a dormire.» (pag. 16). Ma quali giovani coppie aveva in mente Viale?…

«Infine la commissione delle facoltà scientifiche compiva l’estremo atto liberatorio nei confronti del dio-libro: lo squartamento dei libri in lettura per distribuirne un quinterno ad ognuno dei membri.» (pag. 16). Sinceramente non riuscivo a capire cosa ci fosse di liberatorio nello squartare dei libri. Ma qui evidentemente giocavano le diverse provenienze sociali. Chi fino a 15 anni in casa non aveva posseduto che libri scolastici (il sottoscritto), si poneva il problema di allargare le proprie esperienze di lettura, oltre che di confronto e contatto con le persone; chi, invece, ne aveva già a iosa temeva di uscir fuori dall’appartamento. Non fare del libro un feticcio, un dio era preoccupazione legittima. Pensare di sostituirli prevalentemente con lavori di gruppo e contatti con gli “esperti” non mi sembrava convincente.

Su altre questioni Viale era stato onesto. Aveva suddiviso la popolazione studentesca in almeno tre strati: quelli che l’Universita “la usano (i cooptandi nel sistema di potere), quelli che “la subiscono (per andare ad occupare una posizione predeterminata nella gerarchia sociale) e quelli che ne sono “oppressi (che si vedranno legittimati la loro subordinazione). Io stavo tra la seconda e la terza fascia. E, avendo preso coscienza che «all’Università entrano in molti ed escono in pochi», che «i figli dei medici faranno i medici, e i figli dei farmacisti fanno tutti i farmacisti» e che «se il padre ha un’impresa, i figli si laureano ed ereditano l’impresa», non mi restava che la partecipazione alla lotta, l’educazione sentimentale, il sogno e la fantasia, il godersi liberamente le pagine di un saggio, di un romanzo o di una raccolta di poesie.

Quanto al lavoro per campare, avrei ereditato la vigna di mio padre e avrei fatto il maestro. Viale, infatti, assicurava: «I laureati del magistero continueranno a fare i maestri». (pag. 4) Cosa che puntualmente mi accadde. Per molti anni con passione ho cercato d’istruire ed educare bambini con modalità e contenuti diversi da quelli del mio maestro e dei miei professori. Ma, grazie al Sessantotto, ho fatto molte altre cose.

5. – A sera, quando tornavo al Filadelfia, raccontavo con entusiasmo agli amici cosa stava succedendo in Università. Non pensavo che fosse in corso una “rivoluzione”, una presa del Palazzo d’Inverno, ma qualcosa di molto importante sì, qualcosa che riguardava le nostre esistenze. Mi sembrava che l’aforisma gramsciano “tutto è politica” in quei giorni prendesse corpo. Tutto è politica: la scuola, la stampa, il cinema, la televisione, lo sport, la famiglia, la fabbrica, il manicomio, la magistratura, l’esercito, la polizia, il parlamento, il governo…E dappertutto ci vorrebbe un Sessantotto, un andare “contro (controcultura, controcorsi, ecc.) o un “anti (anti-psichiatria, anti-pedagogia, ecc.). Forse anche in questo convitto ci vorrebbe un po’ più di movimento. Ribellarsi era giusto. Lo diceva Mao Tse-Tung. Ma anche Don Milani, il priore della scuola di Barbiana. In quelle settimane, infatti, arrivava in libreria Lettera ad una professoressa. Lessi e rilessi quelle pagine che diventeranno un po’ il manifesto del Sessantotto, della lotta alla scuola di classe. Ne suggerii la lettura a chiunque mi girava intorno e ho continuato a farlo per molti anni. Anche di recente.

Oltre al sentirsi “protagonisti”, alla voglia di “prendere la parola”, ecco un altro tratto del Sessantotto indimenticabile: il contagio, la disponibilità all’ascolto, al farsi cambiare, all’incontro fra persone che sicuramente avevano alle spalle provenienze sociali e storie diversissime.

Al Filadelfia, oltre ai compaesani, diventai amico di Pippo e di Maria Grazia. Il primo studiava da pastore evangelico, la seconda studiava al Liceo linguistico. Col primo trascorsi ore ed ore a discutere di Antico e Nuovo Testamento, di fede, di teologia della rivoluzione, di alienazione religiosa; con la seconda parlavo di Kerouac, di Beat Generation, di psicanalisi e interpretazione dei sogni.

Una volta, mi invitò a casa sua e me ne raccontò uno. Aveva sognato che un maniaco sessuale le avesse tagliato dei ciuffi di capelli. Lettore assiduo della rubrica “Il lato oscuro” (o qualcosa di simile) tenuta da Lorenza Mazzetti su Vie Nuove – una rubrica in cui interpretava i sogni dei lettori – provai a farfugliare qualcosa. Non ricordo cosa. Non fu probabilmente un suggerimento molto sgradevole se, dopo la maturità, Maria Grazia intraprese la strada della laurea in Psicologia. Forse le trasmisi la voglia di approfondire la conoscenza di se stessa.

Oltre a conversare, suonava la chitarra e cantava “Honey, Just Allow Me One More Chance” di Bob Dylan. Tesoro, dammi un’altra possibilità. Maria Grazia sapeva che ero un fresco sposo. Facemmo, allora, una bella passeggiata per le strade di Rivoli fino al Castello. Nevicava. Lei indossava un maxicappotto color granata.

«Honey per questo folle progetto
Nel quale ci perdiamo sottobraccio
Lungo i viottoli di un giardino
Scosceso (in faccia bianchi smeraldi
Che fioccano sui capelli
E sulle labbra l’acre sapore
Della pioggia mista a baci ritrosi.)»

Scrissi due anni dopo in un poemetto lungo una ventina di pagine e intitolato, neanche a farlo a posta, Honey. Fu l’occasione per fare il punto cognitivo e affettivo su ciò che avevo imparato. Abbastanza. Tra i versi, montati a tratti con la tecnica del cut-up e strutturati sui giorni della settimana, si coglieva un desiderio di confronto con la neo-avanguardia, col surrealismo, con alcuni libri: i primi capitoli del Capitale di Marx, Utopia e prospettiva in Gyorgy Lukács di Tito Perlini, La politica dell’esperienza e L’io diviso di Ronald D.Laing, L’uomo a una dimensione di Marcuse, ecc.

Il montaggio si concludeva con parole tratte liberamente da un articolo di Franco Fortini Contro il rumore di fondo apparso sul N. 40 (maggio 1970) di Quaderni Piacentini. Nei miei versi quelle parole assumevano un tono programmatico contro il dilagare della ridondanza, delle carte, ecc.

Chi desiderava fare la Rivoluzione non poteva limitarsi ad opporre la parola vera a quella falsa. Aveva bisogno di un altro linguaggio, di andare a scuola dai maestri dello “stile semplice”, capace di scomporre la molteplicità.

Il mio problema era proprio questo: come dare un ordine a tutti gli stimoli che ricevevo, alle tante sollecitazioni, alla miriade di conoscenze in circolazione. E come saldare il tutto con la mia esperienza. Che i contenuti studiati alle Facoltà umanistiche o a Magistero non fossero “neutrali” lo sapevo da quando avevo cominciato a cercarmi altri testi, oltre ai manuali scelti dai professori dell’Istituto Magistrale; sapevo che su questi terreni si combatteva una “battaglia di idee”, di “punti di vista”, di “interpretazioni”. La stessa cosa accadeva anche per i contenuti scientifici. Ecco, una verità che non sapevo. Col Sessantotto crollò ai miei occhi il mito positivistico della “neutralità” della scienza e, insieme ad esso, il mito del “progresso”. Se avessi letto bene Leopardi, avrei dovuto già saperlo. Ma la scuola è scuola proprio perché “filtra” le conoscenze, le “neutralizza”, le rende innocue. Ed io, in virtù di quelle occupazioni, di quei cortei, di quelle manifestazioni capii esattamente questa verità. Scuola e società era il titolo di un’opera di Dewey del 1899. Che diventasse anche il titolo di un “controcorso” proposto dagli estensori del manifesto di occupazione di Palazzo Campana, la diceva lunga su quanto la scuola fosse in ritardo, separata dalla società e lontana dalla vita degli studenti (fossero figli di papà, di poveri o stratificati in tre fasce come aveva sostenuto Guido Viale).

Il Sessantotto era questo respiro di libertà, questa voglia di riconquistarsi la vita, questa volontà di sapere, questo bisogno di dignità, di solidarietà, di fratellanza, di collettivo, di riconoscimento tra uguali, di essere presenti nel mondo dove continuavano (e continuano) ad accadere guerre, distruzioni, imprese terribili e ingiuste, sfruttamenti, oppressioni. Non so se sia soltanto il desiderio di una generazione. Mi capita di avvertirlo ancora oggi in tanti giovani. Solo che oggi un Sessantotto non c’è. Saranno forse le circostanze storiche, gli apparati ideologici e culturali, i dispositivi di dominio che non consentono di produrre il cortocircuito e dar vita a un clima meno chiuso ed egoista, individualista e narcista di quello che stiamo vivendo.

Ci accontentiamo di consolazioni.

6. – Tra un’assemblea e una manifestazione un po’ abbandonai il timone della mia barca. Tra Marcuse e i Quaderni Piacentini, tra Nuovo Impegno e Giovane critica, nella sessione estiva l’unico esame che riuscii a dare fu Pedagogia. A settembre Luigi Marino registrò sui libretti i risultati del nostro gruppo di studio sulla storia della filosofia. Avendo dato un solo esame a giugno, non avevo più diritto al pre-salario. Meglio così. Nell’anno accademico ‘68/69, se volevo tornare al Filadelfia, dovevo trovarmi un lavoro. Ma, durante l’estate, il direttore americano mi comunicò che, per sopravvenuti motivi logistici, dovevo cercarmi un’altra sistemazione. La motivazione non scritta, era politica: un sessantottino, meglio allontanarlo.

A ottobre del ’68 da Rivoli finii insieme a mio fratello a Cologno Monzese. Lui andò a lavorare alla Candy, io a fare il maestro di doposcuola col Patronato scolastico. Con sessanta mila lire al mese potevo fare lo studente lavoratore e ogni tanto prendere il treno e andare a Torino per sostenere gli esami.

Fu in questo periodo che incontrai Ennio Abate. Stava promuovendo un Gruppo Operai-Studenti nelle piccole fabbriche della città. Tra esitazioni iniziali e incertezze mi aggregai.

Il mio Sessantotto cambiava residenza e destinatari: dal “potere agli studenti” passava al “potere operaio” e alla sua centralità.

Seduto spesso sul suo Garelli – Ennio alla guida ed io dietro – cominciammo a prendere contatto con gli operai delle fabbriche (per lo più piccole) di questa fetta di metropoli. Andavamo all’entrata o all’uscita. Parlavamo con gli operai e raccoglievamo informazioni sulle condizioni di lavoro e sulla situazione dei rapporti di potere all’interno. Mettevamo giù dei volantini e successivamente li diffondavamo. Agitazione e propaganda. Operai e studenti uniti nella lotta.
Il mio Sessantotto torinese si prolungava nella periferia milanese.
L’autunno caldo degli operai era alle porte. [torna su]

* * *

Noi credevamo
di Marilena Salvarezza

Il ’68: il luogo sognato
Avevo ventidue anni nel ’68. Da tre ero a Milano, il miraggio raggiunto per uscire dall’asfissia del paese e della provincia. Sono una di quelle e quelli che nello studio appassionato vedevano ancora una strada di liberazione. Sono una dei nati tra il Quaranta e il Cinquanta, che, anche se di famiglie modeste, poterono studiare e farsi un giro sull’ascensore sociale, in anni di mobilità verticale e orizzontale. Studenti fuori sede, studenti lavoratori, contadini dal Sud e dal Nord, lavoratori di varia provenienza approdavano alla grande città. Le famiglie cambiavano quartiere e acquistavano grazie a un tenace risparmio e a faticosi sacrifici una casa con più stanze e il bagno interno, spinte dal vento di un timido incipiente benessere che portava lavatrici, frigoriferi, mobili “moderni“. Anche i contadini barattavano i cari mobili frutto di una tradizione artigianale, con mostruosità di finto legno.

E Milano era la terra promessa, la scoperta incessante di mondi sconosciuti, però con un serpeggiare di inquietudini che non avevano ancora trovato il loro luogo.

Il luogo fu il ’68: io come molti, mi ci trovai dentro come in un naturale liquido amniotico, che conteneva le sparse e ancora vaganti spinte politiche ricevute dagli amici più impegnati, i confronti formali e lontani con i professori, una bruciante curiosità per “dell’altro” possibile rispetto al reale che da qualche parte doveva esserci. Negli anni precedenti c’erano già state occupazioni di università e manifestazioni di studenti ma fu nel ’68 che tutto trovò la sua saldatura e il suo senso.

Un prisma sfaccettato
Molte sono state le interpretazioni dell’anno che (forse) cambiò il mondo. Nel passato e nel presente il ’68 presenta estimatori ma anche e forse in maggioranza critici feroci che si ripropongono nella rivisitazione attuale. Le accuse ricorrenti sono di becero utopismo, di violenza, di scarsa incisività, di antiumanesimo. Sono indubbie storture e iperboli ideologiche che riflettevano anche la giovane età del movimento, ma mi pare che le critiche più dure non nascano del tutto in buonafede. C’è in particolare un punto di vista che sento lontano: quello che vede nel ’68 l’antecedente di una società egoistica, individualista, senza valori e limiti. Nelle intenzioni di molti e certo nelle mie, era vero il contrario.

Il ’68 nasceva in anni in cui il capitalismo era più “buono” di quanto non sarà mai più dopo: prezzi, case, presalario, lavoretti vari erano alla portata anche degli studenti più poveri. La nostra “indigenza” ci permetteva tuttavia di trovare trattorie a prezzi compatibili, case in cui i proprietari non si preoccupavano di sapere quanti eravamo e il nostro reddito. Certo lottavamo per noi, ma ci pareva di farlo soprattutto per altri: per una scuola diversa da quella che nel modo della trasmissione dei saperi aveva inscritto il DNA delle classi, per una università dove anche gli studenti fuori sede e i lavoratori trovassero i servizi e le opportunità necessarie e ben presto anche per quella classe operaia in crescita, che da una nuova coscienza rivendicava diritti sociali. Credevamo di farlo per i contadini del sud e per il sottoproletariato cittadino.

E il consumismo l’aborrivamo, come frutto marcio di una società che attraverso la facilità dei consumi obnubilava anche il ricordo del passato recente. Facevamo “tendenza” nostro malgrado anche se poi la forza onnivora dell’industria della moda si impadronì dei simboli che per noi erano un marchio di identità, il tentativo di connotare il nostro impegno e la nostra ribellione anche attraverso gli abiti. E sì, c’era il discorso della soggettività, che però solo una facile vulgata può confondere con l’individualismo attuale perché il suo nucleo teorico era l’acquisizione di una coscienza piena della condizione sociale che occupavamo nel sistema.

Difficilmente comunque si può contenere il ’68 in una interpretazione conclusa.

Come dice Luisa Passerini nel suo Autoritratto di gruppo: “il ’68 è come un prisma: i raggi convergono su di esso e ne escono scomposti in vari colori“. Per questo, per la sua vicinanza ancora alle nostre vite, è onesto inscriverlo, quando se ne parla, nella nostra storia e nel nostro vissuto. La memoria vi gioca un ruolo importante, sicuramente soggettiva, ma come dice Ricoeur è anche una forma di conoscenza perché contiene milioni di immagini e parole. C’è un prima e un dopo e qualcosa dell’interpretazione della realtà che da quella esperienza abbiamo mutuato, continua ad agire.

L’io e il noi
Nel ’68 si esprimevano un io e un noi, la dimensione di una soggettività “sociale” che si andava costruendo e quella di una visione collettiva originale in cui politica e privato erano inscindibili, proprio perché non si volevano frapporre filtri tra teoria e pratiche di vita. Le tante combinazioni del vivere insieme sperimentate rispondevano a un bisogno di fusionalità utopica che, in nome della uguale appartenenza politica, ignorava le differenze (di classe, o fra maschi e femmine) e considerava irrilevanti aspetti che invece diventano determinanti nella convivenza (l’uso degli spazi comuni, il diverso concetto di abitabilità, la condivisioni o l’elusione dei doveri). Altrettanto stereotipa è la visione del ’68 come droga e sesso. Al contrario la droga è fisiologicamente estranea al movimento nel suo momento più alto, eticamente stigmatizzata in nome di un impegno austero e totalizzante; il discorso sul sesso nasceva dalla critica alla repressione, intesa come negazione degli istinti e dal rifiuto di codificare entro canoni “borghesi” (matrimonio, monogamia apparente) le relazioni amorose; sincerità e apertura si opponevano all’ipocrisia dominante e alle pretese di esclusività e di possesso dell’oggetto amato. Anche se, certo, questa convinzione che anche le pulsioni più profonde potessero essere ideologizzate, che sentimenti fortemente interiorizzati potessero essere azzerati con un atto di volontà, spesso l’abbiamo pagata cara sul piano dell’equilibrio emotivo.

Orfani per scelta
Allora più che in qualsiasi altro momento, delle nostre vite, “noi credevamo. Credevamo che per fare la storia, bisognasse “sradicarsi” dal passato, rifiutando al movimento, figlio autonomo di una necessità storica, ogni padre nobile. Per quanto inaspettato e stupefacente nel suo irrompere sulla scena mondiale, il ’68 però era anche il frutto di molti e sotterranei fermenti degli anni Sessanta: la musica (il rock , Bob Dylan, i cantautori, i beatnik, i situazionisti, gli anarchici, gli hippy e il pacifismo, la ricerca operaistica dei Quaderni rossi, lo scandalo della Zanzara e altro). In Italia l’innocua provocazione dei “capelloni” aveva assunto nella stampa e nella mente dei “benpensanti“, categoria trasversale alle classi sociali, una improbabile pericolosità come dimostrano questi titoli:

Tutte queste anime (musicali, culturali, politiche, sociali, personali) confluiranno e si intersecheranno nel movimento, anche se forse esso non ne aveva piena coscienza, e in parte ne spiegano la poliedricità. Al di là di tutte le interpretazioni, possiamo attribuirgli alcuni caratteri indubitabili: è mondiale e giovanile; coinvolge uomini e donne; ha come luogo incubatore le università; è radicale e antisistemico; nasce in società a capitalismo maturo, nel periodo dei trenta gloriosi, nel contesto storico della guerra in Vietnam. Sono gli studenti universitari americani e poi europei a innescare un ciclo di proteste a partire dalla condizione culturale in cui vivono.

Ribellarsi è giusto
La prima parola d’ordine è ribellione a tutto il mondo adulto, portatore di una visione “autoritaria“, gerarchica, ripetitiva della vita. Ribellione ai singoli padri (spesso appartenenti a una borghesia colta e illuminata, oppure a classi subalterne che hanno sempre subito). I padri borghesi sono accusati di sfruttamento o se illuminati di non aver saputo portare fino in fondo le loro idee, i padri proletari di avere accettato una condizione di subalternità sociale senza lotta e così vengono contestati in nome del loro riscatto. Alle madri, soprattutto da parte delle figlie femmine, viene contestata la casalinghitudine, la chiusura in un mondo asfittico, l’ estraneità alla dimensione politico-sociale, la sottomissione al modello patriarcale, la sessualità repressa e negata. “Ribellarsi è giusto” è una delle affermazioni più significative del ’68. E’ giusto ribellarsi a una società che, rimossi le devastazione e i traumi della guerra, ora si appaga di consumi materiali. Anche a chi ha fatto la Resistenza spesso viene rimproverato di averla poi tradita. Ribellione ai partiti, burocratizzati e revisionisti. La volontà di tagliare radici “malate“, l’iper-politicizzazione e l’iper-ideologizzazione certamente porta a forme di ingenerosità nei confronti delle generazioni adulte, a un azzeramento storico che acceca e a un senso di onnipotenza che impedisce di vedere i propri limiti. D’altra parte è pur vero che solo questa “piazza pulita” permette al movimento di dispiegarsi nella sua radicalità.

No ai saperi di classe
Gli studenti rifiutano saperi imbalsamati, puramente trasmissivi, che si propongono come oggettivi e invece hanno forti connotati di classe. Rifiutano “i baroni” che detengono spesso per via ereditaria il potere, compreso quello di valutare e estendono il rifiuto all’intera organizzazione scolastica, in tutti i suoi ordini. Vogliono sostituire il corpus disciplinare accademico scisso da ogni confronto con la realtà sociale e con le conoscenze che nascono direttamente dall’esperienza vissuta. Rifiutano la neutralità del sapere e della scienza, strumenti invece di dominazione. Per alcuni studiosi queste prese di posizione nascono anche dalla consapevolezza che, sebbene abbiano accesso agli studi, molti giovani si rendono conto che non avranno un futuro di classe dirigente per la massificazione dell’Università. La scuola deve ricostituirsi intorno ai bisogni degli studenti, soprattutto di quelli meno privilegiati, i fuori sede, i lavoratori. Devono entrarvi i “corpi” con i loro desideri e i loro bisogni materiali. L’università deve far spazio a nuove aggregazioni dal basso come i collettivi, i seminari, i controcorsi dove i militanti affrontano argomenti nuovi e creano i loro controsaperi e la loro controcultura. Non rifiutano la conoscenza e lo studio, ma li vogliono “ricreare“. E poiché la conoscenza non è un fatto individuale, chiedono esami di gruppo e una valutazione politica, che tenga conto della realtà sociale dello studente. L’iconoclastia si estende anche alla cultura storica e filosofica; il movimento vuole inventarsi da solo oppure ripensare in modo originale i propri riferimenti (internazionalismo, maoismo, marxismo, la scuola di Francoforte).

Nostra patria è il mondo intero
Tutto ciò che accadeva nel mondo, in Sud America, nel Vietnam, in Polonia, negli USA, dovunque ci fosse una dittatura, una repressione, una guerra voluta dal capitalismo, un’ingiustizia sociale ci riguardava. Quando accadeva qualcosa lo sentivamo risuonare in noi. L’identità si costruiva nell’incontro con gli eventi, in un andirivieni continuo tra esterno e interno, noi tra noi e gli altri “oppressi“. L’autobiografia sociale prevaleva su quella individuale mettendo la sordina anche a disagi che poi torneranno a presentare il conto e determineranno le diverse evoluzioni dei singoli. Il bisogno fusionale portava a una negazione delle differenze di classe e di genere in primo luogo, come se il movimento stesso fosse la garanzia dell’essere eguali di fronte all’impegno. Ma la rimozione non può durare e quasi in contemporanea il movimento femminista darà voce al non risolto. Per le donne il ’68 era ambivalente: luogo di emancipazione e di impegno senz’altro, ma anche luogo talvolta ancillare e comunque raramente di primo piano, in cui la differenza di genere veniva riassorbita nella comune militanza dove, anche nella sperimentazione, non si azzerava del tutto una storia duratura di cultura patriarcale.

Creatività al potere
Il ’68 è per chi lo critica disordine (“chienlit” dirà con disprezzo de Gaulle), rottura rovinosa delle gerarchie di classe, spaziali, culturali. Gli studenti si appropriano delle università, mettono in discussione i saperi ufficiali e il potere di chi li somministra: contropotere, controcultura, antiautoritarismo, democrazia diretta sono le parole d’ordine. L’impegno politico ha una componente dissacrante e un po’ dada; l’azione è fondamentale e il suo motore è il pensiero creativo; l’impegno coesiste con il gioco e il divertimento. L’esperienza vale più del sapere astratto e tutti hanno diritto di parola, non c’è più un alto e un basso. “Sii realista, chiedi l’impossibile“, è un’altra parola d’ordine; il pensiero creativo “pensa” senza contenimenti ciò che nessuno sapeva o osava fare e quindi lo trasforma in azione; il cambiamento dello stato di cose presente è a portata di mano. E’ una rivoluzione, sì, ma di tipo creativo-culturale.

Violenza sì violenza no
E’ stato violento il movimento, ha incubato e espresso pratiche di violenza, come molti affermano? Di sicuro ha avuto un linguaggio violento e dissacrante, di sicuro ha avuto comportamenti prepotenti e arroganti, ha messo talvolta alla gogna quelli che pensava “nemici“, non ha rifiutato aspetti di illegalità ma direi che la sua cifra più significativa era il desiderio di affermazione e di parola, la volontà di portare “fuori nel mondo” senza limitazioni, la forza del proprio “contropensiero“. Ricordo lo stupore assoluto quando ho visto camionette di polizia circondare e colpire una manifestazione, il senso di rabbia e odio montanti, come di fronte a qualcosa che non si era previsto. Il movimento era piuttosto disordine vitale, energia intellettuale, volontà d’azione. Certo contraddizioni profonde e forse insanabili lo attraversavano: tra pacifismo e violenza, tra democrazia e imposizione, tra creazione e distruzione, tra vocazione politica e incapacità di valutazione realistica del contesto, tra organizzazione e spontaneismo. Ma direi che queste antinomie emersero con forza solo nel momento in cui il ’68, rapidamente, nel giro di un anno, si frantumò in tanti rivoli e gruppi che cercavano una strada “politica” e alleanze con le classi subalterne,

Ma cosa è stato, cosa ha lasciato?
E’ stato un movimento di epigoni di una società che si andava trasformando radicalmente, verso la deindustrializzazione e il post moderno o è stato un movimento anticipatore di tendenze future? E’ stato un movimento perdente che ha lasciato qualche traccia solo nel costume e nelle battaglie per i diritti civili che seguirono o è stato una realtà più complessa con vari strati di eredità? Ha inciso sulle trasformazioni della scuola? C’è un nesso con la realtà attuale, soprattutto quella che vivono gli studenti? Non ci sono risposte esaustive ed univoche, ma le domande possono servire da filo rosso nello scavo.

La scuola si è trasformata, soprattutto nell’introduzione di tecnologie, nel rapporto allievi insegnanti e insegnanti genitori, nell’uso di una diversa terminologia (es. “didattica per competenze“), nel ricambio generazionale, nell’alternanza scuola lavoro, in alcuni diritti di partecipazione acquisiti dagli studenti di scuola superiore, ma è davvero difficile parlare di una trasformazione adeguata alle attuali caratteristiche cognitive e sociali degli allievi. Una scuola cioè capace di  ritagliarsi ancora un ruolo significativo nell’acculturamento via internet e via social ormai dominante. Una scuola che sappia reinventare la motivazione per la conoscenza, le forme dell’apprendimento e della convivenza, che sappia rielaborare in un progetto aperto e processuale i diversi stimoli culturali e sappia proporre un modello diverso di cittadinanza in costruzione. I voti sono ancora l’unico criterio di valutazione, gli insegnanti, anche e forse soprattutto quelli giovani, tornano ad avere una visione trasmissiva dei saperi e una visione disciplinare e comportamentale spesso miope e punitiva.

Dall’altra parte ci sono sempre più studenti che si sentono estranei all’istituzione, che mettono in dubbio la validità e il senso dei percorsi scolastici, che dai social, considerati la vera fonte del sapere, ricavano una brama di visibilità e di notorietà facili e redditizie, chiusi nel loro angusto individualismo, convinti che il mondo in cui vivono sia l’unico possibile, indifferenti alla dimensione politica, oscillanti tra vuoto e cinismo. In questo tanto lontani dalle aspirazioni dei militanti del sessantotto, che della iperpoliticità e dell’impegno facevano il loro credo. Per loro le interpretazioni di classe davano a tutto un senso e una collocazione, la ricerca dell’eguaglianza creava le condizione per una società migliore, la lotta per “gli altri” era quasi un automatismo. Sembrano finiti i movimenti giovanili a stampo internazionale (l’ultima fiammata, forse, si è avuta dopo l’occupazione dell’Iraq da parte degli USA, nei movimenti di Genova e nelle manifestazioni contro le politiche dei G8). D’altra parte proprio alla vigilia del ’68 un’inchiesta francese presentava i giovani come abulici e ripiegati su loro stessi, quindi tutti noi soffriamo di miopia del presente.

Mi sembra che alcune parole d’ordine del sessantotto potrebbero essere riproposte nei tempi attuali: spirito critico, volontà di partecipare in prima persona alla costruzione del proprio sapere e del proprio posto nel mondo, lotta per una maggior eguaglianza economica e sociale. L’uguaglianza è concetto quasi scomparso dalla vulgata del pensiero unico: ognuno deve saper afferrare le opportunità, l’emarginazione sociale e il fallimento sono tornati ad essere colpa e destino, l’identità è costruita su simboli esteriori e unificanti. Dall’avere per patria il mondo intero si passa a lottare per piccole patrie e nuovi sovranismi, la dimensione finanziaria ha reso pressoché ininfluente quella politica. Forse si possono riproporre alle giovani generazioni alcuni approcci al ’68 che possano accendere i riflettori anche sulla loro realtà, facendo balenare che le “cose possono cambiare“. Forse questa potrebbe essere un’eredità un po’ più significativa di quella che solo nel cambiamento dei costumi e per alcuni dell’aumentato lassismo vede l’unico lascito del ’68. [torna su]

* * *

Era il 1968
di Graziella Tonon

A coda di cavallo
a paggio alla maschietto
biondi platinati
scuri sfumati
lisci ricci
cotonati
tutte le ho provate
non riuscivo a trovare la mia faccia.
Poi
un giorno
ho smesso
di cercarmi nello specchio.

*

Battesimo
Cresima
Comunione
Maria
Gesù
un San Giuseppe
ho fuso tutto
e finalmente possedevo
l’anello che portava la Patrizia
figlia d’avvocato
casa in centro antica
e festa in abito da sera per i diciotto.
Un anno e l’ho dato via
insieme al completino inglese
e ho indossato un giaccone a scacchi
sbiadito
sformato
come un saio.

Era il 1968.

*

Notte d’occupazione
innamorata
in un’auto scassata
a parlare, parlare
di rivoluzione
lui con l’eskimo usato
lei col montone
appena comprato da Max Mara.

*

L’avevano educata
a non essere volgare nel parlare
poi in molti le hanno dato
della piccola borghese
falsa per bene
come certe signorine
viziate delle Orsoline.

Ora tutti la trovano sboccata.

*

Non ricordo più gli oratori
per la pace nel Vietnam
al comizio di aprile.
Con lui sotto il palco
ricordo le nuvole chiare.

*

Della sera in corteo
a dicembre
con gli striscioni
gli slogan al megafono urlati
i tamburi
i sonagli
i passi e i gesti ritmati
dalle passioni dalle bandiere

è rimasta la neve.
(da Traslochi) [torna su]

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di Anief, Cgil, Cobas, Comitato Scuola Pubblica, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Cub, Gilda, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Unicobas, Usb.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

Aetnanet, Aetnascuola, Associazione Nonunodimeno, école, Educazione&Scuola, Education 2.0, Foruminsegnanti, Fuoriregistro, Gessetti Rotti, Gli Asini, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Like@Rolling Stone, PavoneRisorse, Quando suona la campanella, Rete della conoscenza, Roars, ScuolaOggi,…

Siti di informazione scolastica

La Tecnica della Scuola, OrizzonteScuola, TuttoScuola.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini) [torna su]

4 pensieri su “Vivalascuola. 1968: memoria contro damnatio

  1. Gli interventi hanno parecchi aspetti interessanti. Noto che sono scritti da ragazzi che, in quegli anni, stavano facendo un salto di classe. Figli di lavoratori, che erano riusciti a studiare, segno che il cambiamento era già accaduto. Se non ricordo male, le tavole statistiche riportate in “Lettera ad una professoressa” si riferivano ai primi anni Sessanta; perciò, nel 1968, già una parte di quei ragazzi si era, per così dire, infiltrata nella scuola superiore ed aveva raggiunto il diploma, per mettere poi piede all’Università. Non è un caso (e non l’addebiterei nemmeno alla banalità della citazione nota) che uno citi il Pasolini di Valle Giulia, per dissociarsene, per dire che c’erano anche loro e non soltanto i figli di papà.

    A distanza di tempo quell’esperienza è sentita come fondante; eppure la domanda, aggirata, elusa, non posta, è sempre una: come mai, da quella terra feconda, ricca di vita e d speranza, siamo approdati in questo “deserto del reale” che ci attanaglia ormai da decenni. Come mai gli ultimi fuochi del 1977 (quelli me li ricordo) ci hanno portato presto presto alla “Milano da bere” dei primi anni Ottanta. Gli anni Ottanta me li ricordo: non si vedeva l’ora che il decennio finisse, che ci fosse una svolta, una via d’uscita da un mondo in cui Reagan e Thatcher sembravano immortali (mentre si avviavano l’uno e l’altro verso una vecchiaia demente, una sorta di squallida realizzazione esistenziale di progetti sociali distruttivi). Insomma, al centro di tutto per me sta l’interrogarsi su quali forze ci abbiano trascinato nell’odierna palude; esistono risposte immediate (la contro-rivoluzione che scatta negli anni Ottanta procede con fermezza e sicurezza, mentre i conati post-rivoluzionari si limitano, appunto, ad essere conati) e altre più complesse.

    Altro aspetto: mi sembra (ma potrei aver letto con poca attenzione) che in nessuno degli scritti venga indicato un limite del loro 68. Uno (parlo dei primi anni Settanta, ma senz’altro era presente anche nel 1968) era costituito dalla ripetitività linguistica (ben riassunta nella canzone di Maolucci

    preludio inevitabile all’inaridimento del pensiero assembleare.

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  2. Cara Giovanna, grazie del commento, che individua punti cruciali sul tema.

    Sugli aspetti critici del 68 si soffermeranno gli interventi della prossima puntata di vivalascuola sul 68, quelli di Ennio Abate e di Lidia Goldoni.

    Come mai dal 68 siamo approdati alla palude odierna è invece un tema complesso, anche perché tanta storia è passata da allora, spero che lo affronti qualche intervento di carattere più propriamente storico, o che trovi spunti nei successivi interventi.

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  3. Il 29 febbraio 1968 è stata fondata la Cooperativa Centri Rousseau, da un gruppo di educatori che rivendicavano la politicità dell’azione educativa e di cui facevo parte. C’è un mio articolo scritto nel 1988 che ne racconta la storia e i criteri. Vi interessa?

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  4. Ciao Pina, leggo solo ora il tuo commento.

    Manda pure il tuo articolo, potrebbe essere un po’ atipico rispetto agli altri, in quanto parla di una struttura particolare, ma leggeremo con interesse e vedremo la possibilità di proporlo in una delle prossime puntate di vivalascuola.

    Grazie, per intanto, a presto.

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