Vivalascuola. 1968. Feci bene a partecipare a quella rivolta?

Dopo gli interventi di Donato Salzarulo e Marilena Salvarezza, vivalascuola presenta il 68 di Ennio Abate e di Lidia Goldoni. E’ un 68 che continua a porre domande, come riferisce Ennio Abate: “Feci bene a partecipare a quella rivolta di studenti? erano di gran lunga più potenti e insidiose le sotterranee manovre dei partiti di destra ma anche di quelli di sinistra per bloccare la rivolta e non si fu in grado di respingerle? e perché buona parte di quelle élites, i nostri compagni, che sembravano i nuovi portavoce di noi intellettuali di massa e degli operai, si riciclarono così presto nei posti di potere mentre tanti di noi si dispersero rassegnati e delusi nelle filiere dell’insegnamento medio o superiore o nel basso lavoro impiegatizio o altrove?”. Di fronte a tali cambiamenti Lidia Goldoni pone il tema della individuazione di un “filo rosso” nelle proprie scelte. “Ecco, il mio filo rosso è questo, che non ho messo in discussione certi assoluti. Per me esistono una realtà, una verità e una conoscenza autentica, per quanto noi possiamo accedervi in modo limitato. Questo mi ha mantenuto in salute (virtualmente parlando) in mezzo a tutte le vicissitudini della vita”. Anche Ennio Abate riferisce un “filo rosso”: “Dal ’68 avevo imparato che è possibile lottare assieme agli altri; e che potevo continuare a cercare compagni con cui farlo”. Chi dei lettori fosse interessato a dare il suo contributo, ce lo comunichi nei commenti e sarà contattato.

Indice
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.Da Renzo Tramaglino (meridionale) a Samizdat. Scavando nel mio ’68, di Ennio Abate
Il mio 68: rotture, traumi e fili rossi, di Lidia Goldoni
Segnalazioni: Convegno: Aprire le porte: creazione sociale e pedagogia del mercato. Per una scuola e un’università inclusive, ecologiche e cooperative; Seminario Il Sessantotto nelle canzoni d’autore, fra ricerca, didattica e divulgazione
Risorse in rete

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Da Renzo Tramaglino (meridionale) a Samizdat. Scavando nel mio ’68
di Ennio Abate

1. Che fatica dopo cinquant’anni! Cancellato un futuro possibile, appena intravisto, è – ahimé – ancora:

uno sputo catarroso/ il sessantotto/ non la calamita onniprensile/ che emergeva/ attraeva/ oggi si delira/ sotto puteolenti compromessi/ e su una montagna di surrealistica spazzatura/ famelici nouveaux philosophes/ rivendicano/ saccheggiano/ impacchettano/ quel nostro facile operaismo da pop-artisti della politica/ dimostratosi sterile lievito nelle fabbrichette di periferia/ e che ora in vaghi ghirigori viene offerto/ strenna drogata/ in mezzo a macerie/ recenti macerie

E a ben poco sono serviti studi e rituali celebrazioni allo scoccare dei precedenti decennali. Sarebbe forse meglio dimenticarlo il ’68 invece di continuare con il suo vilipendio, cominciato purtroppo con Pasolini e proseguito da troppi suoi sputazzanti nipotini. Una burletta di rivoluzione? Un dannoso arrembaggio di “semicolti” distruttori dell’università, della cultura, della stessa tradizione marxista? Una rivolta dei “figli di papà”? Nessun assalto al cielo o contestazione dei saperi di Das Kapital ma solo fisiologica modernizzazione americanizzante? Basta. Non ne posso più. Fatemi invecchiare scavando nel mio ’68.

2. Avevo 27 anni allora. Alle spalle «un passato/ orecchiato sommerso/ sprofondato assieme/ alla gente magramente contadina». E un contorto percorso che, nel ’62, mi aveva portato, interrompendo gli studi universitari a Napoli (primo anno di Lingue e letterature straniere), da Salerno alla Milano del boom economico; e poi a Cologno Monzese (la «Milano, Corea» degli immigrati di Danilo Montaldi o, per me, «il guanto rovesciato del Sud», «Colognom»). Altre contorsioni subito dopo.

Licenziatomi nel ’63 dal Comune di Milano dove ero stato assunto come impiegato, tornai per breve tempo studente di liceo artistico per inseguire una mia soffocata passione. («Vissi d’arte, vissi d’amore,/non feci mai male ad anima viva!»). Ottenni, nel ’65, l’abilitazione in disegno e poi l’ammissione all’accademia di Brera nel corso di scultura di Marino Marini. Ma l’anno prima ero già sposato. Avemmo subito un bimbo (1966) e una bimba (1967); e disponevamo soltanto del magro stipendio della mia giovanissima moglie, anche lei immigrata da Taranto. Che feci allora? Troncai pure gli studi artistici appena cominciati; e accettai, per la seconda volta, il primo lavoro che mi capitò: operaio notturnista alla SIP di Milano (poi Telecom). Qui altra contorsione. Incitato da colleghi studenti lavoratori, dal ’66 ripresi l’università riscrivendomi alla Statale di Milano, però a Lettere con indirizzo storico. Nel frattempo – tra il ’67 (morte di mio padre) e il ’68 (morte di mia madre) – la mia famiglia d’origine si disfaceva e l’unico mio fratello di qualche anno più giovane, saliva a Milano pure lui in cerca di lavoro. Venduto l’appartamento dei genitori veniva meno anche il legame materiale più solido con la Salerno della mia prima giovinezza.

3. Nel ’68 dunque, più anziano di moltissimi studenti, riapprodavo in un’università che stava diventando di massa. Lavoratore studente (o studente lavoratore) alla SIP, conobbi Francesco Forcolini. Si occupava del sindacato, praticava una strana cosa per me – l’entrismo nella CGIL – ma presto fu il fondatore di uno dei primi CUB, quello della SIP appunto. Le riunioni sul contratto dei postelegrafonici, alle quali m’invitò, non mi attiravano. Ci capivo poco o niente. Sempre lui mi introdusse, quasi come in una Carboneria ai suoi inizi, nel giro dei futuri fondatori di «Avanguardia Operaia». In Via Ausonio, dalle parti di Sant’Ambrogio, dove allora c’era la sede di una rivista che si chiamava «Falce e Martello», si tenevano un po’ di riunioni. Ad una si affacciò anche Giangiacomo Feltrinelli in compagnia di una donna elegantissima che portava al guinzaglio un levriero ancora più elegante. Quel clima da Carboneria che si respirava in quegli incontri un po’ mi attirava ma ero a disagio. Certi operai sindacalizzati, che rispettavo e un po’ temevo perché sapevo bene di essere un ignorante sulle questioni sindacali ed economiche, diffidavano di me. Sì, ero un lavoratore, un proletario, ma studente, e cioè un po’ una pecora nera nel loro ambiente. E così non legai molto. Fui, invece, immediatamente attratto dalle prime iniziative studentesche che portarono poi all’occupazione della Statale. L’occupazione, l’occupazione! Controllo sul Web: alla Statale iniziò il 23 febbraio 1968, mentre, tra gennaio e marzo ’67, a Milano c’era stata già quella di Architettura; e il 17 novembre, sempre del ’67, quella della Cattolica .

4. Ricordo non la data esatta ma alcuni particolari della prima manifestazione a cui partecipai nell’autunno del ’67: una veglia per il Vietnam, allora sotto i bombardamenti degli Stati Uniti. Di sera e fino a tarda notte in una cinquantina di studenti o più occupammo simbolicamente la Statale. Mentre si svolgevano trattative col rettore, rimanemmo tra i corridoi, l’atrio e il bar interno, che era in un sottoscala. Per la prima volta mi fu facile chiacchierare con studenti che prima mi erano del tutto estranei. Un piacentino, rimasto per me senza nome, aveva con sé Verifica dei poteri di Franco Fortini e mi consigliò di leggerlo. Un altro mi parlò de L’uomo a una dimensione di Marcuse. Conobbi anche Giuseppe Manenti, studente pure lui di Piacenza. Era dello Psiup e mi prestò la copia di una rivista a me ignota: il numero speciale sull’America latina che i «Quaderni Piacentini» avevano fatto insieme alla redazione di «Quaderni Rossi».

5. Franco Fortini – lo scrittore italiano di cui ho poi letto, credo, tutti i libri finora editi, che ho conosciuto di persona negli anni Ottanta e che molto ha influito sul mio orientamento politico e culturale – lo vidi per la prima volta proprio alla Statale occupata da pochi giorni. Doveva essere il 29 febbraio. Al pomeriggio c’erano stati attorno a via Festa del perdono scontri tra studenti e fascisti con l’intervento della polizia. Mi accostai a un capannello di studenti che all’ingresso dell’università commentavano le aggressioni. C’era un adulto che discuteva con loro e colsi al volo una sua frase:«Non bisogna strusciarsi addosso ai giovani». Mi parve una raccomandazione rivolta ad altri ma anche a se stesso. Seppi più tardi che era Fortini.

6. Nei mesi dell’occupazione mi sentii un meridionale Renzo Tramaglino alle prese con un tumulto che gli era piovuto addosso inaspettato e che sconvolgeva le regole – innanzitutto quella del rispetto per le autorità – a cui era stato educato fin da ragazzo. In una delle prime assemblee in aula magna, quando fu votata l’occupazione, venne il rettore in persona per rabbonire e dissuadere. Appena cominciò a parlare e pronunciò la frase: «Noi spezziamo per voi il pane del sapere», fu sommerso da ululati e fischi e dovette allontanarsi. Ero incredulo. Non fischiai né urlai, ma provai un improvviso e ambivalente sentimento di forza e di rivalsa. Sempre durante l’occupazione, qualche mese dopo, quando a uno dei baroni più in vista, il terribile Cazzaniga, professore di latino, che prima del ’68 durante gli esami si concedeva ampie libertà specie con le studentesse (me lo raccontò un’amica), fu imposto di tenere gli esami di gruppo alla presenza degli studenti del movimento, provai di nuovo quel sentimento. Ragionandoci adesso, quella mobilitazione collettiva veniva incontro alle mie difficoltà materiali di studente costretto a lavorare e a partecipare alla gara universitaria portando addosso un fardello che gli altri studenti non avevano. E tuttavia allora ero combattuto tra la vecchia e la nuova morale che pareva delinearsi. E così mi trascinai a lungo un senso di colpa per quell’esame di latino “agevolato”, tanto che anni dopo, agli esami di abilitazione all’insegnamento, rifiutai di concorrere alla prova di latino, proprio perché l’avevo studiato in modo insufficiente. Non so, dunque, quanto sentissi giuste tutte le azioni dissacratorie e comunque di forza del movimento studentesco. Eppure partecipavo convinto alle sue iniziative.

7. Fui soprattutto un volenteroso apprendista politico. Ero incuriosito ma impacciato. Prima non avevo avuto quasi nessun interesse esplicito per la politica. A Milano, attraverso gli esami che davo, m’ero avvicinato alle questioni di storia in generale e di storia del movimento operaio e, dunque, un po’ anche all’opera di Marx e di vari marxisti, ma ora sentivo l’urgenza di esplorare al più presto un continente ignoto o censurato (al liceo classico di Salerno il professore di filosofia ci aveva fatto saltare Marx, perché “non importante”). E perciò bazzicavo spesso nelle due librerie milanesi della Feltrinelli e cominciai a comprare opuscoli politici e soprattutto riviste. Il loro linguaggio era oscuro e complicatissimo, ma non desistevo. Così, sotto l’influsso dei discorsi che ascoltavo, mi spostavo dai miei precedenti interessi letterari e artistici. Le nuove letture non avevano quasi più nulla a che fare con le mie precedenti di letteratura e arte, che nell’immediato passarono in secondo piano. Partecipavo poi a quasi tutte le assemblee e a diversi controcorsi. E riassumevo puntualmente con la stilografica prendevo appunto dei principali interventi degli oratori. Quasi fossi un cronista. Lo facevo per me, ma qualcuno, vedendomi così intento a scrivere, mi chiese una volta se fossi un giornalista. A casa poi li trascrivevo a macchina con la mia Olivetti lettera 42 aggiungendovi qualche mia impressione.

Perché tanto zelo? Ero d’un tratto di fronte a una miniera disordinata di temi – sociali, politici, economici, filosofici – trattati da persone in carne ed ossa, studenti o docenti attivi nell’occupazione e dai più diversi e spesso contrapposti punti di vista. In parte riuscivo ancora a collegarli ai miei nuovi studi storici. In parte debordavano anche da quelli. Infatti, la lettura quasi d’obbligo tra i partecipanti all’occupazione di vari quotidiani – dal «Corriere della sera» a «L’Unità» al neonato «il manifesto» – mi trascinava verso l’attualità più ribollente delle vicende nazionali e internazionali (Vietnam, Berkley, Pantere nere, il ’68 a Parigi o a Berlino). Almeno con la mente ero io pure scaraventato di forza, sempre sotto il pungolo dell’occupazione, nel villaggio globale. Però restavo sconcertato dalle contrapposizioni tra i vari gruppi studenteschi (del PCI, dello Psiup, dei marxisti-leninisti, dei situazionisti, dei “capanniani”) che in teoria avrebbero dovuto orientare uno come me. E non me la sentii mai di parlare nelle affollatissime e spesso burrascose assemblee. Di rado lo feci nei controcorsi. E spesso goffamente.

Una volta m’infilai in un’aula non sapendo che c’era una riunione riservata a studenti psiuppini o simpatizzanti. Aprii la porta e mi affacciai mentre lo storico Stefano Merli aveva già cominciato a parlare; e mi trovai addosso gli sguardi diffidenti, suoi e dei presenti. Dall’imbarazzo mi salvò Manenti, dichiarando di conoscermi. Un’altra volta, durante un controcorso sulla questione dell’università, mi azzardai a suggerire la lettura di un saggio appena letto su «Quaderni Piacentini» (forse «Contro l’università» di Viale); e fui fulminato da un’occhiata di sprezzo di Cafiero, che presiedeva, e bloccato dal silenzio dei presenti. Provai comunque immediata antipatia per le posizioni sostenute dal rappresentante del PCI e distanza crescente dallo Psiup, malgrado la mia amicizia con Manenti. Poco mi convinsero pure i situazionisti. Maggiore attenzione diedi all’unico, pacatissimo, rappresentante dei «Quaderni Rossi». (Si chiamava Banfi, non ne ricordo più il nome, ma lessi anni dopo che aveva scelto di fare l’operaio all’Alfa Romeo di Arese). E ricordo con simpatia SalvatoreToscano, meridionale pure lui e tra i leader della Statale sicuramente il più cordiale e alla mano, col quale andai una volta insieme ad altri a incontrare dei delegati in una fabbrica di Milano (non so più dove).

In altri momenti cercai approcci più individuali a caccia di suggerimenti. Ne chiesi a Stefano Levi Della Torre, che avevo ascoltato con interesse in una conferenza nazionale in aula magna, dove erano convenuti leader studenteschi da tutta Italia. Poi a Franco Della Peruta. Prima dell’occupazione avevo in mente di dare con lui, che insegnava Storia del Risorgimento, la tesi su Gramsci e gli intellettuali. In un colloquio gli confidai il mio interesse per un libro di Gorz appena uscito, Il socialismo difficile, e ne ricavai una delusione: non solo mi diceva di lasciar perdere quell’autore ma mi raccomandava la lettura di uno scritto di Stalin sulla questione della lingua.

8. In quell’anno ogni studio approfondito che potesse risolvere in un senso o nell’altro le mie incerte simpatie, che ora andavano ai discorsi sul potere operaio ora a quello sul potere studentesco, era intralciato e impossibile. A causa dell’incalzare degli eventi, degli scontri coi fascisti e la polizia, delle numerose manifestazioni per le vie centrali di Milano e della tensione e euforia che respiravo ovunque. Malgrado il lavoro di notturnista, gli esami e la tesi da preparare, la cura dei bambini, le rimostranze di mia moglie che si sentiva trascurata, fui presente in alcune fluviali manifestazioni di piazza.

Ricordo un enorme corteo di operai che partendo dalla Magneti Marelli di Sesto San Giovanni si spinse a piedi fino a piazza Duomo; e che, dopo il comizio, Pizzinato, uno dei dirigenti della CGIL, si affannò a dirottare lontano dalla Statale occupata. Diversi operai però disobbedirono e alla fine, in aula magna, si tenne una improvvisata ma sparuta assemblea di studenti e operai. Partecipai pure ad alcuni picchettaggi in appoggio ai primi scioperi operai. Ho dimenticato le date ma una volta mi alzai alla 5 del mattino per andare sul mio motom da Cologno Monzese a fare picchetto davanti a una fabbrica milanese (forse la Ferro Tubi?) vicina al Parco Solari. Un’altra mattina, sempre con altri studenti della Statale, andai alla Innocenti di Lambrate per rinforzare un picchetto che doveva impedire agli impiegati, che si rifiutavano di scioperare, di entrare nella loro palazzina separata dallo stabilimento. I picchetti erano un’occasione di sfida e di scontro, ma paradossalmente anche di confronto. Fui presente anche in un’occupazione del rettorato della Statale, da cui i poliziotti ci sgombrarono trascinandoci di peso fuori uno ad uno; e nella protesta del 7 giugno – la data la desumo oggi ancora dal Web – quando il movimento degli studenti di Milano bloccò l’uscita del «Corriere della sera» dalla tipografia vicino via Solferino. Si volle denunciare la faziosità di quel giornale nel dare la notizia dell’attentato di un estremista di destra contro Rudy Dutskhe, il leader del SdS a Berlino (11 aprile 1968). E accadde che, uscendo con amici a mezzanotte dalla sede della SIP in Piazza Affari alla fine del nostro turno di lavoro, vedemmo una marea di studenti che bloccavano il traffico in piazza Cordusio e nelle vie adiacenti. Il corteo si dirigeva lentamente verso la sede del «Corriere della Sera» per duplicare in Italia la protesta fatta dagli studenti di Berlino contro il giornale di Springer. Dopo un po’ iniziarono gli scontri. Una fila di poliziotti avanzava verso l’incrocio tra via Pontaccio e Corso Garibaldi picchiando ritmicamente i manganelli sugli scudi, che allora erano ancora metallici. Sbandamento della folla. Persi di vista i miei amici, mi ritrovai in mezzo a un gruppetto organizzato. Seppi che erano di «Potere Operaio» e venivano da Roma. Uno di loro, per evitare che i poliziotti ci localizzassero, centrò con mira formidabile la lampada del lampione che illuminava la stradina in cui, inseguiti, ci eravamo rifugiati. Per la prima volta tirai anch’io qualche sasso.

Comunque mi andò bene. Non mi trovai mai coinvolto in scontri fisici diretti né con la polizia né coi fascisti, anche se ne fui sfiorato almeno in tre occasioni: la sera dell’accerchiamento del «Corriere della sera»; il pomeriggio in cui ero all’interno della Statale al momento in cui i fascisti l’assaltarono dall’esterno (probabilmente doveva essere in quel 29 febbraio che ho già nominato); e ricordo che accompagnai un’amica che doveva telefonare all’apparecchio a gettoni posto nell’atrio della Statale vicinissimo all’ingresso mentre sul pavimento arrivano i sassi scagliati da fuori, ma riuscimmo a uscire in un momento di tregua; una mattina presto quando per i corridoi della Statale erano in giro ancora pochi studenti favorevoli all’occupazione e un gruppo di fascisti penetrò dal cortile del Filarete; ma fu respinto nell’atrio davanti l’aula magna, grazie alla prontezza di Cafiero, che ci fece disporre in cordone.

9. Tra legami coi dissidenti del PCI che poi confluiranno in «Avanguardia Operaia», assemblee e controcorsi nella Statale occupata e manifestazioni di piazza, imboccai senza troppe teorizzazioni una traiettoria, che oggi mi è chiarissima: da un atteggiamento a-politico o impolitico alla militanza politica; dalle suggestioni del potere studentesco a quelle del potere operaio; dalle intenzioni di scrivere la mia tesi di laurea su Gramsci e gli intellettuali con Della Peruta alla scelta di farne una in storia contemporanea con Franco Catalano sulla vicenda recentissima dei «Quaderni Rossi». La preparai alla svelta e con affanno, come tante cose che allora si potevano fare solo così; e in una università ancora in subbuglio. La discussi davanti a Catalano e ad un distrattissimo Carlo Salinari che, ascoltandomi, non si risparmiò una battuta contro l’”oscurità” del linguaggio di Raniero Panzieri.

In fondo su quelle mie scelte molto influirono i legami con le persone frequentate quotidianamente. E forse la mia “svolta” operaista maturata proprio durante l’occupazione mi rese più pronto a cogliere una richiesta che stavolta mi venne proprio da Cologno Monzese. Degli operai che conoscevano mio suocero, lui pure operaio in una piccola fabbrica di plastica, gli chiesero di incontrarsi con qualche studente che avesse partecipato alle occupazioni delle università a Milano. Misi su così un «Gruppo operai-studenti». E, dato che di contratti, di salario o di cottimo, come già detto, capivo poco, mi rivolsi a Luigi Vinci (di lì a poco diventerà uno dei principali dirigenti «Avanguardia Operaia»), che ci aiutò a fare un’analisi meticolosa delle buste paga degli operai metalmeccanici della Bravetti e della Panigalli, due piccole fabbriche metalmeccaniche di Cologno Monzese, coi quali avevamo cominciato a riunirci. Un altro milanese, Roberto Cerasoli, cominciò a tenere lezioni sul Manifesto di Marx e il Che fare di Lenin. Ci riunivamo nel sottoscala di un bar. E così diventai il tessitore di rapporti tra questi giovani operai di piccole fabbriche, alcuni studenti delle scuole superiori di Milano (VII ITIS, Molinari), che abitavano a Cologno, e «Avanguardia Operaia». Ma questa è già storia del ’69.

10. Su questo mucchietto di ricordi del ’68 torno spesso un po’ da storico e un po’ da narratore:

Dal fiume erano usciti nuotando in due, lo storico e Samizdat. Lo storico si era asciugato e poi se n’era andato in disparte sotto un albero. Aveva inforcato gli occhiali e, aperta la borsa ancora gocciolante, aveva cominciato a riordinarne il contenuto: volantini, giornali, documenti, cassette con le registrazioni delle voci di quegli anni. La sua mente ora lavorava, non del tutto insensibile al fluire che continuava; ma ormai sopportava senza preoccupazione la separazione dall’elemento acquoso e torbido nel quale fino a pochi attimi prima era immerso.

Samizdat invece era rimasto sotto un’arcata in ombra, che immetteva in una grande sala illuminata dal neon. Temeva il convegno. Appena ascoltò le prime voci al microfono che cominciavano a rievocare i fatti tremendi di quegli anni, fu preso dal desiderio di ritirarsi in un cerchio di solitudine.

Ma, vista l’aria che tira oggi, a cinquant’anni dal ‘68, non so più se parlarne possa servire a qualcosa o a qualcuno. E allora, come il mio personaggio, sono tentato io pure di ritirarmi «in un cerchio di solitudine» a riflettere e a farmi domande per conto mio: feci bene a partecipare a quella rivolta di studenti? feci bene a orientarmi verso l’operaismo? perché non avvenne una vera saldatura tra noi in basso e i leader del movimento, i fratelli politici (a volte maggiori di età e a volte minori) ai quali mi accompagnai? perché non arrivai a prendere la parola in quei luoghi (assemblee, controcorsi) che venivano presentati – ed in effetti furono – più liberi e democratici delle istituzioni partitiche o degli organismi studenteschi pre-‘68? soltanto per limiti miei e resistenze legate alla mia precedente educazione o alla mia condizione di periferico? o troppe idee e cose “straniere” entrarono di botto nella mia mente e nel mio cuore in quell’anno eccezionale e quell’accelerato apprendistato politico non bastava? ci fu un limite effettivo di democrazia nelle nuove forme di organizzazione (assemblee, controcorsi, manifestazioni di piazza) che non erano in grado di reggere all’urto di bisogni e desideri insoddisfatti e tendevano a chiudersi (come sostenne Elvio Fachinelli in Gruppo aperto e gruppo chiuso? e come dimostrò pure l’esperienza del femminismo subito dopo)? erano di gran lunga più potenti e insidiose le sotterranee manovre dei partiti di destra ma anche di quelli di sinistra per bloccare la rivolta e non si fu in grado di respingerle? ci fu un limite di autorità, come sostenne Fortini ne Il dissenso e l’autorità? e perché buona parte di quelle élites, i nostri compagni, che sembravano i nuovi portavoce di noi intellettuali di massa e degli operai, si riciclarono così presto nei posti di potere mentre tanti di noi si dispersero rassegnati e delusi nelle filiere dell’insegnamento medio o superiore o nel basso lavoro impiegatizio o altrove? Eccetera, eccetera.

11. Queste domande le lascio a un eventuale lettore vecchio come me, che avesse capito meglio di me il significato di quell’anno, in cui a me parve che «l’azzurro respirato dai padri» nella Resistenza o nell’ Ottobre del 1917 potesse ricomparire tra la nuvolaglia buia e opprimente della storia. Invece, a un meno probabile giovane lettore di queste mie note, che voglio immaginare precario o disoccupato e non “figlio di papà”, oltre a ricordare i famosi versi di Brecht: «pensate a noi/ con indulgenza.», vorrei dire di come cambiò il mio modo di sentire in quell’anno. Ero rientrato all’Università dalla porta di servizio e prima dell’occupazione della Statale, quando a volte uscivo al mattino dal turno di notte alla SIP e andavo ad ascoltare qualche lezione, lasciando il motom incatenato a un palo della segnaletica vicino al muro di via Festa del perdono, non sopportavo gli studenti borghesi, impettiti ed eleganti che oziavano lì attorno; e lo stesso mi capitava quando a sera, sempre sul mio motom, andavo a lavorare alla SIP nel palazzone di Piazza Affari, passando davanti alla Scala illuminata per qualche concerto e sfiorando la dolce vita dei signori. Soffrivo solitudine e esclusione sociale. Con la partecipazione al ’68 un po’ ne uscii. Solo un poco. Perché mi accorsi presto – e ancora devo citare Brecht – che anche nel movimento degli studenti «Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe!» (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo!). Quando poi s’interruppe quel frenetico ma fecondo lavoro di contrabbando intellettuale tra università e esterno (bisognerebbe informarsi sull’ormai dimenticata esperienza delle «150 ore» partite nel 1973!), mi accorsi che dal ’68 avevo imparato comunque che è possibile lottare assieme agli altri; e che potevo continuare a cercare compagni con cui farlo. Sì, «sul fondo», anche scrivendo da solo i miei poverissimi samizdat ciclostilati in proprio e distribuiti a poche persone. [torna su]

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Il mio 68: rotture, traumi e fili rossi
di Lidia Goldoni

Una breve presentazione
Sono nata a Modena nel 1955, dove ho frequentato le scuole dell’obbligo, poi, dopo esperienze varie di vita e di lavoro, mi sono laureata in pedagogia a Parma. La “vocazione” di insegnante è arrivata tardi per scelta personale. Infatti, fino all’età di 30 anni non ritenevo di aver nulla da dire alle future generazioni, e quindi neanche nulla da insegnare. Sono insegnante di scuola primaria dal 1991.

Prima del sessantotto
Autunno 1961, primo giorno di scuola, accompagnata dalla mamma (per l’unica volta, poi sarei andata da sola), le ultime raccomandazioni per vedere se mi ricordavo dove e quando ero nata, poi eccomi in classe, con altre 24 bambine (e nessun bambino). La maestra era vecchia, arcigna e anaffettiva. In aula regnava il silenzio, interrotto solo dalla voce della maestra e da qualche sussurro. Una volta che mi sono persa a chiacchierare ho ricevuto uno scappellotto che non mi scorderò mai più, per l’umiliazione subita.

Ogni mattina, prima di cominciare le lezioni, si dovevano recitare cinque preghiere in piedi dietro il banco. Io stavo in piedi a bocca chiusa, perché la mia famiglia non era cattolica e perciò non pregavo, questo provocava la reazione indispettita della maestra e le sue occhiate minacciose, cosa che mi metteva a disagio e mi intimoriva, ma che non servì a farmi desistere dalle mie convinzioni. Per il resto, era una bravissima maestra e ci insegnò l’italiano in modo eccellente. La matematica era una materia di serie b e non prevedeva spiegazioni, o la capivi o eri un somaro. Le altre materie non esistevano. Scrivevamo con la penna, il pennino e il calamaio con l’inchiostro, non uscivamo mai in cortile a giocare, l’intervallo voleva dire fare merenda sedute e andare in bagno, dieci, quindici minuti, poi di nuovo lezione. L’unica volta che siamo uscite in cortile fu in quinta, il giorno dedicato alla festa degli alberi, dove assistemmo alla cerimonia per i quattro giovani tigli che erano stati piantati in giardino.

Scuola media dopo la riforma, selettiva nella costituzione dei corsi, formativa e “democratica” in apparenza, di altissimo livello didattico e con professori di grande professionalità (almeno nella mia città e scuola). L’anno 1968 mi sorprese tredicenne con grande curiosità e attrazione per quel manipolo di studenti che, di fronte alle finestre della mia aula, sfilavano e manifestavano davanti al Liceo Scientifico. Ero sensibile alla politica per averla respirata in casa mia (i miei genitori erano entrambi attivisti di un partito). Sulla bocca di alcuni professori tornava spesso l’espressione “la riforma della scuola non è finita…”. Con l’insegnante di religione si parlava di tutto e di niente. Il latino, che avevo scelto come materia opzionale, mi appassionava molto di più.

Anno Domini 1968
Bisognava scegliere la scuola superiore. I professori avevano detto a mio padre che potevo fare quello che volevo, il che significa tutto e niente. Infatti, primo, non sapevo quello che volevo, secondo, non c’era stato alcun orientamento per noi alunni e per le famiglie sui possibili percorsi successivi alla scuola media. Mio padre (con una saggezza quasi profetica) pensò che l’Istituto Magistrale potesse fare al caso mio.

La situazione però alle Magistrali era piuttosto movimentata: ricordo l’impressione che mi fecero gli studenti dell’ultimo anno con i banchetti dei libri usati davanti all’ingresso, capelli lunghi e jeans a campana, le ragazze in minigonna e sigaretta e, cosa ancor più scandalosa, in jeans pure loro. La cosa mi piacque tanto che adottai quella tenuta, jeans e giacca blu di velluto, praticamente per tutto il primo anno, con la variante dell’eskimo in inverno, con l’immancabile tascapane come accessorio.

Un episodio che rese memorabile quell’anno scolastico fu che uno studente del terzo anno, durante una giornata di sciopero e occupazione, scaraventò giù dalla finestra un banco, cosa che gli procurò un sacco di guai e una “espulsione da tutte le Scuole del Regno” per un anno intero. La nostra scuola finì sul giornale e noi ne fummo onorati.

Secondo anno, la mia classe era composta tutta di femmine, i maschi erano pochi e ambiti alle Magistrali. Noi ragazze dovevamo indossare il grembiule nero, rigorosamente abbottonato, i ragazzi invece no. Ricordo però che occhieggiavano attraverso gli ultimi bottoni lasciati aperti dalle ragazze con nonchalance.

Tutti i giorni, davanti all’ingresso della scuola, c’erano studenti che distribuivano volantini per indire assemblee, scioperi od occupazioni. Gli argomenti di contestazione erano: l’autoritarismo e il paternalismo dei professori, il nozionismo della scuola, la sua chiusura verso il mondo, la necessità di essere ascoltati e coinvolti negli argomenti di studio, il collegamento studenti e operai, che stavano scioperando per i loro diritti e per un rinnovamento dell’intera società.

I professori erano intimoriti e si erano irrigiditi su posizioni reazionarie, tranne qualche raro esempio di professore “democratico”, che dialogava con noi studenti ed era amatissimo. Di solito, dopo uno sciopero o un’assemblea, chi aveva aderito doveva aspettarsi un’interrogazione. Se aveva aderito l’intera classe, un compito in classe punitivo.

Terzo anno, ormai ero diventata una militante del movimento studentesco. Il ragazzo che era stato espulso rientrò a scuola e ricominciò l’impegno politico, ma con maggiore consapevolezza e prudenza. La vita scolastica era passata in secondo piano rispetto agli eventi esterni, che andavano dal volantinaggio davanti alle fabbriche per coinvolgere gli operai nelle rivendicazioni studentesche, alle riunioni nelle sedi degli “extraparlamentari”. Spuntavano come funghi comitati, centri, gruppuscoli e nuove formazioni politiche. Si parlava di tutto, avevamo idee su come avrebbe dovuto andare il mondo, solo che non avevamo il potere di farlo. La lotta diventò lotta per il potere, rivoluzione. “Noi” eravamo i “buoni”, gli “altri” erano i “cattivi”.

Erano gli anni in cui professori emancipati ci accoglievano nelle loro case e dissertavano con noi dei massimi sistemi, ma non sapevano cuocere un uovo sodo. Erano disponibili con noi perché amavano circondarsi di seguaci, alla maniera dei grandi maestri, ma ci vendevano illusioni. I veri “grandi” per me erano quelli che si mettevano in gioco personalmente e pagavano per i loro ideali, a volte con il carcere, a volte con la vita: Che Guevara, Gramsci, Mandela, Gandhi… Non amavo le mezze misure. Quegli intellettuali anemici mi stancarono presto. Cercavo una passione radicale, un impegno totale. Leggevo Freud, Jung e Marcuse, W. Reich e la sua rivoluzione sessuale, i libri di testo scolastici (Promessi Sposi, Divina Commedia ecc.) non li toccavo neanche (peccato… ho dovuto recuperare dopo). Vedevo la scuola come irrimediabilmente inutile e scollegata alla vita, mi stavo preparando alla rivoluzione personale. Il 17 maggio dello stesso anno fu assassinato il commissario Calabresi.

Ultimo anno di scuola superiore, erano i tempi dell’austerity, nei giorni di festa si andava solo a piedi e in bicicletta, ma tra di noi era già molto avere un motorino a presa diretta. Intanto la compagine dei gruppi politici si stava dimostrando molto fragile, era un continuo fare e disfare, ma soprattutto ciò che mi deluse fu la constatazione che anche al loro interno vigeva una invisibile ma ferrea gerarchia: chi parlava meglio e con la voce più alta era il leader, poi c’erano i gregari, mentre le donne erano chiamate: “la compagna di…”. Partecipai a una riunione di femministe (la prima e l’ultima) in cui ragazze emancipate imitavano lo stile maschile di comando. Circolavano sostanze di ogni genere e molti dei miei amici lasciavano la politica per darsi all’esplorazione di realtà psichedeliche e di mondi alternativi. Arrivavano notizie di alcuni che andavano a imparare la guerriglia per poi passare alla lotta armata. Cominciavo ad accorgermi che i “cattivi” non erano solo fuori, ma anche dentro. Anche dentro di me. Piano piano scivolai in una lunga e profonda crisi depressiva. Lasciai la scuola e gli amici e per lunghi mesi provarono a guarirmi. Le mie compagne di scuola non mi capivano, da una parte mi invidiavano perché facevo quello che volevo, dall’altra credevano che la mia crisi fosse un capriccio. Il mio ragazzo non si dimostrò all’altezza della situazione e provò a trovare gratificazione altrove.

Al termine di quei giorni, più consapevole e più sola di prima, riuscii a sostenere l’esame di Stato e lo superai con un discreto punteggio. I professori erano stati clementi e mi avevano aiutato. Ma la mia malattia non era di quelle che potevano risolversi in pochi mesi.

Dopo il 68
Uscita dalle superiori, allentai i contatti con il movimento studentesco, mentre cominciai a frequentare pseudo collettivi, circoli autogestiti e ambienti equivoci, in cui circolava ogni tipo di droga e di personaggi ambigui. I miei amici mi introdussero all’uso della marijuana, ma non disdegnavo gli allucinogeni. Non mi piaceva tanto lo sballo, ma la sensazione di poter intravedere il senso delle cose. All’università mi iscrissi così, per inerzia, ma ero affetta da un certo antiintellettualismo, il mito della cultura non mi affascinava, ambizioni professionali non ne avevo, non avevo in realtà alcuna ragione per impegnarmi nello studio. Il 1974 fu l’anno delle stragi, Brescia, l’Italicus, in Portogallo c’era stata la rivoluzione, in Italia era arrivato il divorzio.

C’erano cose più importanti da fare che studiare, c’era la rivoluzione alle porte, una rivoluzione che si poteva fare senza ricorso alle armi, ma solo con le nostre azioni concrete nel segno del cambiamento. Decisi di uscire dalla casa paterna e di vivere insieme al mio nuovo ragazzo, vivevamo lavorando saltuariamente, ma con generosità, pronti ad accogliere quelli che condividevano le nostre idee. Né padre, né patria, né padrone, questa la sintesi della nostra filosofia di vita. La nostra casa divenne una specie di centro sociale in città, rifugio di ragazzini in fuga, di drogati allo sbando, di artisti incompresi.

Ricordo l’estate del ‘75, torrida e tragica, quando decidemmo di andare in Portogallo per entrare nel vivo degli eventi storici. Molti altri giovani erano partiti dall’Italia e si ritrovavano a Lisbona, in Rua Do Prior n. 4. Estate torrida per il fuoco che ci bruciava, tragica per la delusione di quella esperienza. A Lisbona c’era una grande instabilità sociale e molta desolazione nelle campagne. Non solo non trovammo nessuno che ci raccontasse della rivoluzione, ma dovetti constatare, mio malgrado, che le nostre aspirazioni, le nostre forze, le nostre idee di miglioramento si scontravano con la realtà. E la realtà era che ognuno cercava la gratificazione personale, l’affermazione egocentrica, l’esaltazione di sé.

Altruismo e internazionalismo, fratellanza e uguaglianza, erano solo fumo negli occhi. E forse gli oppressi e i diseredati della terra non erano tutti buoni, solo per il fatto di essere vittime dell’ingiustizia sociale. Lo dimostrava l’assassinio di Pasolini. Cercavo, con una parola che oggi può suonare naif, la verità. Ma dove, o chi, che cosa è verità? Chi è tanto giusto e onesto, anzi, integerrimo, da poter dire cosa è verità al di sopra di ogni personale interesse? Al ritorno da quel viaggio, qualcosa si era spezzato dentro di me. Decisi di voltare pagina, mi ritirai dall’università, cominciai a dedicarmi allo studio dei testi sacri indiani e alla pratica dell’ascetismo come stile di vita. Mi misi a girare l’Italia in autostop per conoscere altri che come me erano attratti dalle filosofie orientali. Mi feci nuovi amici e conobbi anche molti personaggi strani e malintenzionati. Cercavamo il ritorno alla natura, a uno stato di innocenza e di purezza originario che avevamo perduto, la civiltà e il progresso erano i nemici.

Ma nel luglio del ’76 mio padre morì. Aveva avuto un infarto dieci mesi prima e io non ero nemmeno andata a trovarlo in ospedale. Fu un colpo tremendo. Non ero ancora arrivata, ci vollero altri cinque anni e altri frangenti per rielaborare non solo quel lutto ma tutta la mia vita.

A questo punto però la mia storia personale e anche la grande Storia entrarono in una nuova era, la crisi globale era alle porte, sensazioni apocalittiche attraversavano l’opinione pubblica, il sessantotto faceva ormai parte di un passato remoto.

Oggi: il filo rosso
Chiedersi cosa è cambiato rispetto a oggi è compito arduo, molto è cambiato, in meglio o in peggio. Qualcosa rimane. È cambiata la cornice sociale e culturale, la scuola si è sempre più massificata, sono cambiate la qualità dell’insegnamento e la motivazione all’apprendimento, che oggi sono in caduta libera. È cambiata la gestione della scuola, sono rimasti gli insegnanti vecchi, forse meno arcigni ma molto meno bravi, sono rimasti i gabinetti alla turca e i serramenti malandati, è rimasta la religione e sono rimaste le discriminazioni nei confronti di chi non se ne avvale. È cambiata la didattica, che ora assomiglia sempre più all’intrattenimento, salvo rari casi di eccellenza, ed è sempre più raffazzonata e smembrata, ridimensionata e piegata a esigenze burocratiche di sistema, alla faccia della libertà dell’insegnamento. Sono rimasti, alla fine, i bambini e i giovani, oggi nativi digitali, molto intelligenti e poco maturi, disorientati e inascoltati, ma sempre curiosi, aperti e bisognosi di sapere.

Provando a fare un confronto con i ragazzi di oggi mi sembra che, a differenza nostra, siano stati privati di ogni punto di riferimento, mentre sono stati pasciuti dall’edonismo consumista. L’antiautoritarismo elevato a sistema ha prodotto una generazione di genitori e di educatori (noi) incapaci di offrire ideali e motivi per studiare, lavorare e vivere. Il resto lo ha fatto la televisione e i social. Sono ancora certa che aveva ragione M. Luther King quando diceva che se una persona non ha un motivo per morire, non ce l’ha nemmeno per vivere. Ne è uscita una generazione di invertebrati con un cervello sviluppatissimo e un carattere di burro. Sono convinta che noi ex sessantottini abbiamo molto da riflettere, non per rinnegare, ma per assumere le giuste responsabilità, e non scaricarle addosso ai giovani, aspettando da loro “la salvezza del mondo” (cfr. Edgar Morin), perché sarebbe come aggiungere al danno la beffa.

Ci sono diversi modi di rivisitare il passato, ma è necessario comunque mantenere una continuità, un filo rosso che rappresenta il percorso intellettuale e personale nel tempo. Nel mio caso il filo rosso è rappresentato dalla personale coerenza a valori assoluti. Nel sessantotto c’è stata una trasformazione di molti assoluti in relativi: il mito illuminista della conoscenza come mezzo di liberazione, per esempio, che si è dissolto nel passaggio dalla cultura di élite alla cultura massificata, ma (come predisse Nietzsche) depauperata e, per così dire, “disinnescata”. Il mito arcaista del “buon selvaggio”, motivo tanto sempreverde quanto smentito dalla storia, o meglio dalle storie dei popoli che si sono emancipati dal colonialismo per cadere poi nelle dittature o nelle guerre civili. Il mito della democrazia assembleare, che si è rapidamente burocratizzata ed ha svuotato la scuola di ogni possibilità di miglioramento. La caduta degli assoluti però si è trasformata essa stessa in assoluto, un assoluto relativismo, ontologico, epistemologico, etico. Questo paradosso non lo si riconosce come tale infatti, se lo si riconoscesse, molti dovrebbero semplicemente tacere. Infatti che senso avrebbe anche solo fare un’affermazione, se è vero tutto e il contrario di tutto?

Ecco, il mio filo rosso è questo, che non ho messo in discussione certi assoluti. Per me esistono una realtà, una verità e una conoscenza autentica, per quanto noi possiamo accedervi in modo limitato. Questo mi ha mantenuto in salute (virtualmente parlando) in mezzo a tutte le vicissitudini della vita. [torna su]

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SEGNALAZIONI

Convegno: Aprire le porte

Superare i commi più discussi della Legge 107/15 attraverso una soppressione legislativa, perché gli “aggiramenti” del nuovo contratto non soddisfano e soprattutto non offrono garanzie: a sostenerlo è l’Officina dei Saperi, che per argomentare e motivare la cancellazione della chiamata diretta, del bonus merito e dell’alternanza scuola-lavoro ha prodotto il documento “Carta di Roma per la scuola pubblica”.

Il testo nasce come contributo autonomo realizzato da studiosi alla lotta aperta dall’Appello per la scuola pubblica redatto da un folto gruppo di insegnanti e sottoscritto da oltre diecimila cittadini.

Se ne parlerà al convegno Aprire le porte: creazione sociale e pedagogia del mercato. Per una scuola e un’università inclusive, ecologiche e cooperative, a Roma, venerdì 16 marzo, all’anfiteatro di SPIN TIME, via Santa Croce in Gerusalemme, 55.

Il convegno è promosso da: Officina dei Saperi, Associazione nazionale per la scuola della Repubblica, Appello per la scuola pubblica, Comune-info.net. Clicca qui per leggere la locandina.

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Il Sessantotto nelle canzoni d’autore

Iris promuove il Seminario Il Sessantotto nelle canzoni d’autore, fra ricerca, didattica e divulgazione, che si svolgerà lunedì 19 marzo 2018, fra le 14.30 e le 16.30, nel Salone dell’Unione Femminile Nazionale, a Milano, in Corso di Porta Nuova 32.

Il Seminario prevede l’esonero per il personale delle scuole di ogni grado e ordine. E’ possibile scaricare il programma in https://www.storieinrete.org/storie_wp/?p=18575

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di Anief, Cgil, Cobas, Comitato Scuola Pubblica, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Cub, Gilda, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Unicobas, Usb.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

Aetnanet, Aetnascuola, Associazione Nonunodimeno, école, Educazione&Scuola, Education 2.0, Foruminsegnanti, Fuoriregistro, Gessetti Rotti, Gli Asini, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Like@Rolling Stone, PavoneRisorse, Quando suona la campanella, Rete della conoscenza, Roars, ScuolaOggi,…

Siti di informazione scolastica

La Tecnica della Scuola, OrizzonteScuola, TuttoScuola.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini) [torna su]

2 pensieri su “Vivalascuola. 1968. Feci bene a partecipare a quella rivolta?

  1. In quegli anni ero sinceramente credente. Faccio parte dunque di uno scampolo di quella generazione la cui visibilità è stata un po’ trascurata. Eppure proprio gli anni che ho trascorso nell’azione cattolica della FUCI pre-universitaria mi hanno consentito di vivere alcuni sintomi di quello che, poi, è stato ricordato solo come il ’68.

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  2. Beh, anche il mondo cattolico è stato coinvolto profondamente nel 68, basti pensare che la cattolica Gioventù Studentesca è stata uno dei luoghi di maturazione del 68 italiano. Quando scoprirono che il messaggio evangelico non poteva non tradursi in giustizia sociale e che l’aspirazione alla giustizia sociale sarebbe stata sterile senza un impegno concreto, molti dei protagonisti del 68 uscirono da GS, che si dissolse, per far parte del movimento.

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