Confini e non barriere: Ancóra di Hakan Günday

Ancóra di Hakan Günday, traduzione di Fulvio Bertuccelli, Marcos y Marcos, collana Gli Alianti, 2016, 452 pagine.

Ogni volta che sento parlare di scafisti e arrivi di migranti, faccio un piccolo passo indietro e penso ad Hakan Günday. Ho avuto l’onore di conoscerlo durante una piccola tappa del suo tour italiano nel 2016 e mi è rimasto nel cuore. Una persona profonda, uno scrittore consapevole, che capisce quanto sia importante scrivere, raccontare, e ancor prima osservare, analizzare.

Ne ho sentite tantissime su questo romanzo. “Ancóra è un romanzo sui migranti”. Non del tutto. “Un romanzo sul difficile ruolo della Turchia come ponte fra Oriente e Occidente, luogo in cui le due anime convivono non sempre pacificamente”. Non solo. “Un reportage sui trafficanti di clandestini”. Decisamente no. “Il secondo romanzo di Hakan Günday”. Nemmeno questo è vero, in realtà ne ha scritti otto.

Ancóra è la narrazione di una storia, dura, impegnativa, forte, ma una storia. Storia che potrebbe somigliare alla realtà e quindi essere un reportage, ma di fatto è fiction ispirata (cinque anni fa, quando è stata scritta) a quello che stava succedendo e che ancora non era così palese: “C’erano solo numeri di morti su brevi trafiletti sui giornali; era necessario dare voce, identità, a quelle persone che al momento in cui decidono di partire non hanno più né luna né l’altra e non è nemmeno sicuro che le avranno di nuovo” (Hakan Günday, in una delle interviste del tour italiano).

Ancóra è un libro sui confini, non solo territoriali; quei confini che sono muri altissimi da valicare con ogni espediente, andando incontro a ogni rischio pur di arrivare “dall’altra parte”, a un’altra vita. Chi si avvicina a quel confine, nel momento in cui si prepara a valicarlo, è solo un corpo, schiacciato fra altri cento, cinquecento e perde perfino i confini della sua pelle; il suo respiro, il suo sudore, la sua speranza sono quelli del vicino, che attaccato a lui cerca di sopravvivere in una baracca, su una barca, nel cassone di un camion che lo porterà verso il mare, verso la libertà. Forse.
Ed è proprio dal cassone di un camion che parte il racconto. Siamo in Turchia e i migranti assiepati al buio e con il minimo di aria che basta a non morire, più che a sopravvivere, affrontano il viaggio verso la barca che li porterà verso la loro Terra Promessa. A coordinare il trasporto c’è un bambino, piccolo, che come il padre è diventato trafficante di migranti. Troppo presto Gazâ dovrà fare i conti con il suo “lavoro”: l’impianto di aerazione del camion si rompe e uno dei passeggeri muore. Da lì inizia la sua avventura (interiore) e parte quello che è il vero fulcro del racconto: una storia di formazione, la vita di un ragazzino che deve fare i conti con se stesso, con quello che sta diventando, con il suo personalissimo confine fra ciò che va fatto e ciò che si è.

Ogni volta che si parla di migranti, si guarda all’ultimo anello della catena, gli scafisti senza scrupoli che pur di salvarsi buttano in pasto ai pesci donne e bambini. Ma non ci sono solo loro nella grande catena umana dei migranti. All’apice forse non si saprà mai chi e cosa c’è realmente, ma molto vicino ci sono i commercianti di uomini, quelli che come Gazâ e suo padre prendono in carico i corpi e i cuori di chi deve attraversare il confine, li nascondono, li sfamano a modo loro e li buttano nelle bocche delle imbarcazioni. Un mestiere come un altro, una vita come tante altre, di un ragazzino che deve mettersi davanti a una coscienza sicuramente più macchiata di quelle dei coetanei, deve allontanarsi, fisicamente e psicologicamente, per vedere cosa realmente sia successo e come uscirne.

In questo romanzo, alla fine dei conti, non ci sono i “buoni e cattivi” che tanto rassicurano chi inneggia alla costruzione di mura, allo sbarramento dei confini, alle porte chiuse. In questo romanzo ci sono solo persone, tutte disperate a modo loro, che possono solo cercare di comunicare attraverso i loro bisogni primari: “Ancóra acqua, ancóra pane. Ancóra speranza”.

Qui la scheda del libro dal sito della casa editrice.

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  1. Pingback: Ancóra di Hakan Günday… due anni dopo

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