Il coraggio che ci viene richiesto per essere vivi

Ci sono voluti molti anni prima che fosse disponibile in italiano (l’unica traduzione di cui sono a conoscenza è I fratelli cuordileoneSalani, Milano, 2000, di F. Onesti) ed è un peccato, perché Bröderna Lejonhjärta (in inglese: The Brothers Lionheart) della scrittrice Astrid Lindgren e classico della letteratura nordeuropea, è una di quelle rare storie che riescono a parlare con grande semplicità e con schiacciante chiarezza del mistero della morte – e di conseguenza di quello della vita – attraverso temi altrettanto difficili quali quelli del coraggio, dell’amore fraterno, della fiducia e del tradimento, e facendo della scena culminante – una sorta di duplice suicidio – un atto d’amore nei confronti del quale come lettori non possiamo che provare un senso d’illuminante empatia.
E forse è anche questo che si sono dovuti aspettare ben ventisette anni prima che una traduzione in italiano venisse alla luce: ovvero la presenza, in un romanzo per adolescenti (ma in realtà adattissimo anche agli adulti) di un tema con cui la letteratura nordeuropea fa i conti da sempre ma che è spesso tenuto a distanza in quella nostrana.
Chiariamoci: questo non è un romanzo sul suicidio, ma una storia nella quale compare anche un suicidio, trattato però dall’autrice svedese in una maniera che non condanna né assolve, né giustifica né cerca di farlo ma più semplicemente racconta.
La storia è quella di due fratelli, Jonathan e Karl (soprannominato, nella versione italiana, ‘Briciola’), l’uno bello, sano e coraggioso, l’altro malato e all’apparenza pusillanime, che dopo la morte passeranno di avventura in avventura, da un aldilà all’altro, in una sorta di percorso formativo e purificatore che li porterà a contatto col cuore caldo e pulsante della vita.
Da sempre impegnata nella difesa dei diritti dei bambini e degli animali, conoscitrice dell’umana sofferenza e del senso profondo della libertà (scrisse le storie di Pippi Calzelunghe per la figlia malata di polmonite) Astrid Lindgren riesce con I fratelli cuordileone a raccontarci una storia in cui non esistono bacchette magiche o soluzioni facili per nessuno. I due giovani fratelli dovranno confrontarsi con i propri limiti e con le proprie paure, affidandosi a sentimenti umanissimi quali l’amore, la lealtà, l’amicizia e la fiducia reciproca, fino alla realizzazione che, benché spaventati a morte dai nemici che devono affrontare (Briciola in particolare), non hanno altra alternativa che affrontarli.
In ultimo allora, questo piccolo capolavoro letterario che consiglio a tutti di leggere, non solo ci porta a capire (e sotto molti punti di vista ad amare) la vita come un misterioso fenomeno pervaso da un continuo superamento delle cose, una fluida mobilità che ci fa entrare dopo ogni passo in più intimo contatto con la sua (e con la nostra) essenza, ma diviene un racconto esemplare sul coraggio che ci viene quotidianamente richiesto per essere vivi. Non a caso I fratelli cuordileone viene spesso portato ad esempio come testo per spiegare ai bambini che la morte non è la fine di tutto e che nessuno di noi è mai stato, né mai sarà, completamente solo.
La Lindgren sembra dirci che il significato della vita sta nel coraggio con cui abbiamo saputo viverla, e nell’amore che ci abbiamo messo dentro nel farlo.
Per tutti quelli che ancora non l’hanno letto, o che non avevano mai sentito parlare di questa storia, riporto qui di seguito un estratto dalle pagine iniziali (come compare nella traduzione di F. Onesti, I fratelli cuordileone Salani, Milano, 2000):

Ora vi racconterò di mio fratello. Mio fratello Jonathan Cuordileone, proprio di lui voglio raccontarvi. È quasi come una leggenda, secondo me, e un po’ come una storia di fantasmi. Eppure è tutto quanto vero, anche se io e Jonathan soltanto lo sappiamo, e nessun altro.
(…)
Jonathan sapeva che io sarei morto presto. Credo che tutti lo sapessero, ma non io. Lo sapevano a scuola, perché ero spesso assente, tossivo, mi ammalavo sempre e da sei mesi ormai non c’ero più andato. Lo sapevano anche tutte le signore per le quali mamma cuciva i vestiti. Proprio mentre una di loro ne parlava con la mamma mi capitò di ascoltare, anche se non ne avevo l’intenzione. Credevano che dormissi, e invece stavo soltanto a letto con gli occhi chiusi. E continuai a starci perché non volevo far capire che avevo sentito quella cosa terribile, che presto sarei morto.
Ero triste, naturalmente, e avevo tanta paura, ma non volevo che mamma se ne accorgesse. Ne parlai a Jonathan quando venne a casa.
“Lo sai che sto per morire?” dissi, e piangevo.
Jonathan stette un po’ a pensare. Forse non aveva molta voglia di rispondermi, ma finalmente disse: “Sì, lo so”.
E io piansi ancora di più.
“Perché può succedere una cosa così terribile” chiesi, “perché può succedere una cosa così terribile che la gente possa morire quando non ha ancora dieci anni?”
“Vedi, Briciola, io non credo che sia così terribile”, disse Jonathan, “io credo che sia bellissimo”.
“Bellissimo?” dissi. “È bellissimo stare sottoterra ed essere morti?”
“Oh”, disse Jonathan, “soltanto la tua buccia rimane là, tu invece voli via, in un posto completamente diverso.”
“Dove?” chiesi io, perché non riuscivo a credergli.
“A Nangijala”, rispose.
A Nangijala: lo buttò là, così, come se fosse qualcosa che tutti conoscevano benissimo. Ma io non ne avevo mai sentito parlare, fino a quel momento.
“Nangijala?” chiesi. “E dov’è?”
Allora Jonathan disse che proprio bene non lo sapeva, ma si trovava in qualche posto al di là delle stelle. E cominciò a parlarmi in modo tale di Nangijala che quasi mi veniva voglia di volarci immediatamente.
“Là è ancora tutto come al tempo delle leggende e delle saghe” disse, “e ti piacerà”.
Mi raccontò che tutte le leggende vengono da Nangijala perché è la che accadono quelle cose, e che se ci si arriva si può prendere parte a tutte quelle avventure, dalla mattina alla sera, e anche di notte, aggiunse.

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