Sudeste, di Haroldo Conti.

di Riccardo Ferrazzi

Per le edizioni Exorma è da poco uscito “Sudeste”, romanzo di Haroldo Conti, narratore e giornalista argentino travolto dalle brutali repressioni della giunta militare insediatasi dopo la morte di Juan Domingo Peron.
“Sudeste” si svolge sul Rio de la Plata in un’epoca politicamente imprecisata, vagamente collocabile nella seconda metà del XX secolo. È la storia di un solitario che, a suo modo, vive come un gaucho o come un avventuriero del far west. Nelle sue emozioni, nel suo modo di vivere la vita, c’è qualcosa che ricorda l’innominato protagonista di “Meridiano di sangue”, il capolavoro di Cormac McCarthy. È lo stato d’animo dell’uomo di fronte alla natura sconosciuta: lo stato d’animo dell’avventuriero.
Boga, questo è il nome del protagonista, prende la vita come viene. Ci si adatta senza rimpianti, senza piagnistei. Ma è dominato da un desiderio di libertà che ha come fondamento il bisogno di una bellezza straordinaria. Come quasi tutti gli avventurieri, Boga non è consapevole di ciò che sta al fondo delle sue pulsioni. Non si preoccupa di guardarsi dentro, di precisare i motivi delle sue scelte.
Boga si lascia guidare da pochi principi: per lui l’amicizia ha soprattutto l’aspetto della lealtà. Per diverse stagioni collabora col “Vecchio”, ne conosce i difetti e li accetta in nome dell’amicizia. Ma quando il Vecchio muore, tutto finisce con lui. La donna del Vecchio, i suoi conoscenti, non hanno più alcun significato, e Boga li abbandona senza rimpianti. Sceglie di vivere in solitudine sul Rio de la Plata, pescando, viaggiando da una sponda all’altra, da un’isola all’altra, in uno scenario che di quando in quando sembra sprofondare nel miraggio o nella magia.
Come in un romanzo di Piero Chiara, “La stanza del vescovo”, il sogno di bellezza e libertà prende l’aspetto di una barca a vela che un caso fortunato mette a disposizione del Boga. Sarà la sua rovina, ma anche il suo ultimo rifugio e, in un certo senso, il riscatto di una vita senza capo né coda.
Nel suo sopravvivere isolato dal consorzio umano, Boga perde il contatto con le convenzioni civili. Commette stupidaggini e ne paga lo scotto. Per rubare un’anatra rischia la vita e, forse, commette un omicidio. Non importa. Libertà è anche questo: essere aperti a tutto ciò che capita, procedere senza voltarsi indietro, ricavare ciò che è possibile e passare ad altro.
E questa disposizione ad accettare la vita come viene porta Boga a legarsi a personaggi strani che la sorte gli fa incontrare e che parteciperanno o addirittura determineranno il suo destino. Un malvivente che ha un conto aperto con altri criminali lo trascinerà in un disastroso scontro all’ultimo sangue. E Boga, chiuso fra il prendere la vita come viene e la lealtà verso i compagni che la sorte gli impone, non può tirarsi indietro. Ne uscirà ferito a morte e spenderà le ultime energie per tornare a bordo della sua barca e osservare con grandi occhi da pesce morente la vita che continua sul Rio de la Plata.
Perché questo romanzo merita di essere letto e riletto? Per il fascino che sa trasmettere nelle descrizioni, per la magia del fiume (che riporta a tanti illustri precedenti, da Mark Twain a Rimbaud), per la naturalezza e la partecipazione con cui racconta i fasti e i nefasti del protagonista, e per la rassegnata accettazione della tragica fine che ci aspetta, tutti quanti, quando nei nostri occhi “da pesce moribondo” resterà soltanto il sogno di una bellezza mai raggiunta.

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