SUL TAMBURO n.69. Alberto Rollo, “Un’educazione milanese”

Alberto Rollo, Un’educazione milanese, San Cesario di Lecce (Lecce), Piero Manni, 2016

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di Giuseppe Panella
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Il libro struggente di Alberto Rollo sulla sua formazione culturale, umana, sentimentale apparterebbe al genere letterario che molti critici amano definire auto-fiction (con un termine a mio avviso improprio) se non fosse perché al suo interno si opera un passaggio imprevedibile, una vera e propria “mossa del cavallo”, mediante la quale la storia personale dell’autore viene assorbita all’interno dei destini generali della città cui egli appartiene.

Nell’aneddoto iniziale in cui il piccolo Alberto viene offerto alla città da un cantante di strada, forse uno zingaro, che lo solleva in aria e chiede alle persone circostanti “Milano lo vuole?” è già inscritta tutta la successiva parabola della sua formazione di intellettuale.

Le origini meridionali, il radicamento in una cultura proletaria e metropolitana, la frequentazione di luoghi topici della periferia più nota anche per i loro coinvolgimenti letterari e cinematografici (Il ponte della Ghisolfa di Testori, Rocco e i suoi fratelli di Visconti), l’evoluzione culturale, i libri letti e goduti, le ragazze che diventano donne sfilano su un fondale che è rappresentato (gaddianamente) dall’evoluzione architettonica di una città che non resta mai ferma ma si muove seguendo regole e leggi urbanistiche proprie. Rollo vuole sfuggire (e ci riesce) alla trappola della “nostalgia canaglia”e vuole, invece, tracciare un resoconto il più possibile “naturale” del suo passaggio dall’età dell’innocenza a quello della maturità, sulle cui soglia, infatti, il racconto della sua vita si interrompe. Conta, infatti, nella sua ottica più il luogo in cui la sua educazione è accaduta che quello che è successo (l’aneddoto della sua vita). E’ quindi Milano la vera protagonista della sua ricerca linguistico-letteraria, la ragion d’essere della sua scelta di vita, lo spazio d’amore in cui la sua passione si dispiega. Le modificazioni della struttura topografica e urbanistica della città rappresentano il passaggio degli anni e delle mentalità e lo scarto tra culture: una città ancora piccolo-borghese e proletaria che si trasforma in una capitale europea di indubbio prestigio:

«Nel frattempo il panorama è cambiato, non ha smesso di cambiare. Mi piace che l’architettura sia corpo, che abbia, dentro le idee che produce, un corpo, anzi tanti corpi, e mi piace che la mia attenzione sia attratta dall’episodio in sé ma anche dal paesaggio che produce. I veri urbanisti sanno che un progetto su larga scala vive, prende forma, solo quando è vissuto, modificato dall’azione quotidiana della vita civile. In cerca di un posto da cui guardare mi sono trovato spesso su ponti, e non solo perché la visione acquista una maggiore capacità di comprensione. I ponti scavalcano spesso le ferrovie e gli scali ferroviari, che sono diventati il vero nodo, politico ed economico, della metamorfosi metropolitana» (p. 14).

Anche nella vita vissuta da Rollo (prima da ragazzo e poi da giovane proletario metropolitano), viene messa in evidenza l’evoluzione del suo modo di vedere la vita, di rapportarsi con gli amici, di gestire i propri rapporti amorosi: la scansione dei passaggi è netta e ben rilevata.

I sentimenti, gli innamoramenti, le illusioni, le adesioni e i sogni si sostanziano di eventi minuti, apparentemente poco significativi, di spunti che sembrano di scarsa importanza, di gesti isolati, di incontri destinati all’oblio, di aspirazioni perdute e ritrovate. Il riso di Grazia, ad esempio:

«La risata arrivava come un franare di materiali sonori compositi, un esplodere di scudisciate, una sgolata tempesta, una vocale straziata che saliva prendere aria e lì sembrava fermarsi, presa al lazo, ma poi trovava strada e, proprio grazie a quel gioco di contenimento e abbandono, acquistava più forza, e cantava, e parlava. Sembrava una risata di testa ma non lo era, era un gesto. Riempiva la stanza. Grazia fu, per molti, quella risata – e in quella risata prendevano forma eros e pensiero. Era la nota a piè di pagina, ma anche il titolo, era qualcosa compreso fra un “ci sono” e un “sono pronta”, fra la lucidità e lo scandalo. Grazia non era una ragazza buffa, per nulla. A volte confessava di essere timida, ma quella risata era il suo grido di battaglia e quasi nessuno era così ottuso da confonderla con la qualità del suo umore o del suo carattere» (p. 194).

Nell’apprendistato (o Bildungsroman) di Rollo sfilano molte figure simili: le ragazze come Chiara, ad es., figlia inquieta e incerta sul proprio destino di una famiglia borghese solida e sicura di sé ma in crisi con se stessa e con il proprio destino futuro, gli amici come Marco, legato a lui da una vita e vero spartiacque nell’esistenza dell’autore, i genitori amorevoli e radicati nel loro incardinamento di classe operaia, zii e zie in bilico tra Nord e Sud. E poi ci sarà la letteratura vissuta come un’utopia o una destinazione da raggiungere nel tempo, punto d’approdo di una vocazione:

«Sulla via del ritorno le nostre moto fecero tappa nella villa di Bruno e Sandra, a Forte dei Marmi. Allestirono una cena e presto cominciò una infiammata discussione sul ritorno alla forma romanzo. Era uscita La Storia di Elsa Morante, e avevamo tutti inteso che quel che stava succedendo in Italia con quell’opera era già stato annunciato dal successo, ogni anno più grande, di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, cui era seguito Foto di gruppo con signora di Heinrich Böll. Tutti e tre i romanzi ci mettevano al centro di un mondo che aveva bisogno di memoria, di magia, di storia nazionale per costruire coscienza, per allenare la sensibilità, anche la stessa sensibilità politica. Io tenevo banco e mi piaceva stabilire nessi fra le tre opere, e vedere che quei nessi toccavano la nostra vita attuale. Erano ancora una volta una speranza. Da quanto tempo un romanzo non era fomentatore di speranze? I veleni delle neoavanguardie avevano lavorato, ma non abbastanza. Bruno difese Arbasino, ne celebrò l’intelligenza critica, quell’andare a tentoni, sparando alto e finendo prima o poi per colpire nel segno. La Morante aveva scritto Menzogna e sortilegio nel 1948, ma questo nuovo romanzo era miracolosamente arpionato nei nostri pensieri, nei nostri fantasmi, ed era una grande storia. […] Mi pareva un vero dono dell’estate, quell’andare e venire di considerazioni» (pp. 260-261).

E’ la scoperta della letteratura, allora, quella che decide del destino del giovane Rollo, l’amore per i libri e la loro capacità palingenetica, la carica di liberazione personale che promana da essi, la salvezza che promettono. Più che il sesso e la politica, Rollo si sente attirato dai libri e dalla loro capacità di coinvolgimento e nella loro architettura si sente capace di decidere il proprio futuro.

Farà le sue scelte decisive e cercherà di vivere in maniera conforme ai desideri maturati negli anni della formazione. La morte di Marco, l’amico del cuore, lo costringerà a rivedere i suoi parametri esistenziali e ad andare per la sua strada. Il rapporto che aveva avuto con lui era stato centrale nella sua vita e la morte improvvida dell’amico non poteva che costringerlo a una svolta epifanica, a scelte di importanza assoluta per la sua vita. In questo contesto esistenziale, Milano resterà il suo territorio e in esso vivrà gran parte della sua vita di intellettuale e di uomo. La città che l’”ha voluto” è anche il luogo in cui la sua scrittura troverà lo spazio e il tempo di elaborare il lutto per la giovinezza trascorsa.

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