P’ngieng (un racconto di Ambra Stancampiano)

Devo assolutamente tornare a casa, qui non posso essere felice.

Purtroppo sarà più facile a dirsi che a farsi, ed io non spiccico una parola da anni. Rendo l’idea?
In effetti rimanere zitta mentre tutti mi fissano ed aspettano che io faccia qualcosa non è molto educato, ma di parlare non mi va. Non saprei cosa dire: da piccola badavo alle capre, mica andavo a scuola. Nessuno poteva immaginare che un giorno sarei stata così interessante, che il mondo intero avrebbe parlato di me. E per cosa, poi.

Quanto rumore, quante ciarle… non ne posso più. Questi vestiti mi prudono e pizzicano da tutte le parti, dentro la baracca c’è caldo e non si sente nemmeno il canto degli uccelli, sovrastato da questo continuo chiacchiericcio in linguaggi che non ho mai sentito e che non m’interessano.

Questi giornalisti sono una manna per mio padre, che fino a ieri si arrabbattava per sfamare le quindici bocche a suo carico e oggi, grazie a me, si ritrova a essere l’uomo più ricco del villaggio. Ancora non ci crede, papà, dice davanti alle telecamere con gli occhi umidi. Ritrovare la propria figlia dopo così tanto tempo… gonfia il petto, gli occhi gli si illuminano: fissa un uomo che, sulla soglia di casa, sta sfogliando un rotolo di banconote per porgerne un paio a mio fratello maggiore, di guardia sulla porta.
I vicini lo guardano con un misto di pena ed invidia: nessuno vorrebbe essere al suo posto, con una figlia in quello stato; ma tutti quei soldi, tutti questi stranieri, chi li aveva mai visti?
Ogni giorno decine di jeep sfidano il deserto e la giungla paludosa e arrivano da Phnom Penh, cariche di gente che vuole vedermi. Tutti i giovani di Oyadao stazionano davanti alla nostra capanna da giorni e cercano di farsi notare dai turisti per mettersi al loro servizio, lanciando fischi, blaterando qualche parola in inglese insegnatagli dai nonni e sovrastandosi l’un l’altro con la voce o venendo alle mani. Le anziane, riunite in capannelli davanti ai fuochi per il cibo o ai lavatoi, scuotono la testa e borbottano contromaledizioni; la febbre dello straniero sembra aver colto tutti.
Tutti, tranne mia madre: lei non ha occhi che per me.

Mia madre ha occhi grandi e stanchi, ma pieni di allegria.

La ragnatela di rughe che li circondano non mente: una grande gioia ha preso il posto di un’immensa tristezza. Ride con gli occhi e mi guarda. Con amore, mentre io fisso insistentemente fuori dalla finestra per non vederla; con sorpresa, quando mi siedo o faccio qualcosa che le sembra buffo; con sgomento, quando cammino o mi siedo a modo mio. A volte mi guarda ma so che non mi vede: si sta chiedendo come sarò tra dieci anni, se mi sposerò, se avrò dei figli e come saranno.
Mi parla come quando ero bambina: dolcemente, con parole semplici. Spera che io le risponda, o che qualcosa nel mio sguardo le indichi che ho capito. Se la mia impassibilità la delude, non lo dà a vedere. Sono la sua bambina ritrovata dopo 18 anni e, se quella speranza non è mai morta, non morirà mai neanche quella di vedermi, un giorno, sistemata.
Niente le farà cambiare idea. Non si è lamentata nemmeno quando le ho fatto un occhio nero, l’altro giorno, mentre cercava di abbracciarmi. E’ stato allora che ho avuto la certezza che io non vado bene per loro, e loro non vanno bene per me. Devo tornare a casa.

Per fortuna mio fratello Mohok mi ha insegnato a strisciare dietro le spalle degli uomini senza che loro si accorgano di nulla; non è facile rubare il cibo nelle capanne di questi tempi: perfino io sono stata beccata. Meno male che mia sorella Shanti, che dovrebbe farmi da guardia, non è sveglia come quel frignone grassottello che mi ha incastrata. Potrei giurare che un secondo prima di mettersi a strepitare stava russando come uno degli aggeggi che usano per tagliare gli alberi. Che gli spiriti di palude se lo portino!

Finalmente sono fuori da quella casa, e voglio respirare a pieni polmoni la meraviglia del cielo stellato. Peccato per la puzza di cibo cotto ed orina dei vicoli tutto intorno. Pazienza, comunque non mi sento più schiacciata tra stupide pareti e soffitti bucati, sono libera!
Ora, solo una passeggiata tra i vicoli asfittici e le capanne di questo sputo di posto, poi l’abbraccio umido della Giungla.

Casa, con il suo caldo soffocante, i suoi rumori mai uguali, i suoi odori marci e stucchevoli, il suo fiato caldo. Gli uomini ne dicono un gran male, ma io ho scelto la Giungla e lei ha scelto me. Finalmente, da quando mi hanno presa, mi sento di nuovo protetta e amata. E giurerei di aver sentito delle voci amiche…

Mamma! Papà! Sono venuti a prendermi! Ed hanno portato tutto il branco, e degli amici, e delle altre scimmie che non conosco! I rami tutto intorno a noi sono strapieni di scimmie di tutte le razze e dimensioni, e tutti mi guardano:

– Figliola! – mia madre mi salta in braccio da un ramo appena sopra la mia testa – mi sei mancata tantissimo!

Mi abbraccia teneramente, ed io la lascio fare.
Mi commuovo, e la cosa è così umana che mi fa un po’ senso. Spero di non aver preso troppe cattive abitudini con la mia famiglia biologica, non voglio fare brutta figura con la mia famiglia naturale. Si avvicina anche mio padre, timidamente. Non abbiamo mai avuto un rapporto molto intimo, ma i problemi di comunicazione tra genitori e adolescenti sono normali. Anche lui è contento di vedermi, e sento che adesso che ci siamo ritrovati tutto andrà meglio.

Le altre scimmie ci guardano dai rami con curiosità ed impazienza. Qualcuno tossisce, qualcun altro sbuffa, seccato. Sembra che aspettino qualcosa. Mi fissano.
Sussurro:
– Ma chi sono tutti questi?
– Scimmie di altri branchi, tesoro. – mi dice la mamma – Vogliono solo farti qualche domanda sugli uomini.
– E mi hanno pagato profumatamente! – aggiunge papà, gonfiando il petto.

Nota dell’autrice: Rochom P’ngieng si perse nella giungla nel 1989, ad appena otto anni. Nel 2007 alcuni contadini catturarono una ragazza scimmia che si era introdotta nella loro fattoria per tentare di rubare del riso; il padre di P’ngieng, un poliziotto di nome Sal Lou, appena la vide non ebbe dubbi: si trattava della sua bambina. La ragazza venne riportata a casa dalla sua famiglia e la storia fece rapidamente il giro del mondo: giornalisti di tutte le nazionalità accorsero in un minuscolo villaggio a 600Km da Phnom Pehn per conoscere e fotografare P’ngieng, che si esprimeva principalmente con suoni gutturali, malsopportava i vestiti e rifiutava di camminare in posizione eretta. Tre anni dopo il suo ritorno alla civiltà, Rochom P’ngieng è di nuovo scomparsa nel nulla. Si dice che abbia scelto di tornare alla giungla.

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